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domenica, settembre 29, 2024

Cos'è la GIUSTIZIA RIPARATIVA ?


LA GIUSTIZIA RIPARATIVA, UN NUOVO TERRENO PER LA CULTURA PENALISTA

Edoardo Caprino  

da Nessuno tocchi Caino  flash

La giustizia riparativa è una delle discipline di saperi che si stanno ampliando maggiormente ed è il più nuovo di tutti gli sviluppi dell’ambito giuridico. Ed è proprio la giustizia riparativa a essere scelta tra le materie premiate dalla Fondazione Internazionale Balzan che ha attribuito il prestigioso premio a  John Braithwaite, professore emerito dell’Australian National University “per il suo contributo allo sviluppo teorico e alla diffusione della prassi della giustizia riparativa contemporanea, per il suo impegno a servizio delle istituzioni e della costruzione sociale, per il suo lavoro di alta divulgazione scientifica ed editoriale, per la sua dedizione alla crescita culturale delle più giovani generazioni nei valori della giustizia riparativa”.

La giustizia riparativa nasce dalla constatazione che il reato è esercizio di potere, di sopraffazione sulla vittima, è un’azione violenta che provoca una ferita molto spesso fisica ma anche materiale e morale e la giustizia ha il compito di innescare un processo di guarigione. Per questo motivo la giustizia riparativa si affianca alla giustizia tradizionale che si amministra nei tribunali manifestandosi nella rappresentazione dell’incontro, che ne è un punto cardine. Un incontro che è liberamente accettato al momento opportuno tra le vittime e i difensori, ed eventualmente da altre persone significative per gli uni e per gli altri. Con l’aiuto di un mediatore si affrontano domande molto semplici ma decisive per le persone coinvolte: Cos’è accaduto? Perché quel fatto? Quali persone sono state colpite? Perché proprio loro? Cosa si può fare per dare prospettive future a tutti i soggetti coinvolti? La giustizia riparativa non va quindi confusa con un atto di clemenza, pe rché essa richiede al difensore di assumersi tutte le proprie responsabilità davanti alle vittime e alla comunità coinvolta. Reintegrative Shaming è il concetto elaborato da John Braithwaite che riassume perfettamente questa tipologia di approccio.

Trent’anni di pratica della giustizia riparativa contemporanea e di studi su di essa mostrano che questi incontri danno un grande sollievo alle vittime, permettendo un’idea di ristoro. Ed è importante sottolineare come questo approccio permetta una significativa diminuzione della recidiva attraverso la reintegrazione sociale degli offensori.

John Braithwaite è uno dei fondatori degli studi e della prassi della giustizia in epoca contemporanea, senza le sue opere la giustizia riparativa non avrebbe guadagnato né la necessaria credibilità accademica, né la fiducia delle Istituzioni internazionali che ora la promuovono e la supportano a ogni livello.

Alcuni dei suoi concetti sono divenuti di dominio generale, in particolare l’idea di Responsive Regulation, che allude a una forma di regolamentazione responsiva che sa valorizzare i comportamenti positivi dei consociati che, fin dall’inizio o a valle di un illecito, decidono di osservare volontariamente le regole. L’ampiezza delle pubblicazioni di Braithwaite è sconfinata sia per interessi coltivati sia per il numero di volumi e di articoli pubblicati ma soprattutto è ampia la comunità di studiosi, di giovani generazioni che in tutto il mondo diffondono la cultura e gli studi sulla giustizia riparativa.

Braithwaite non si è mai chiuso nella sua torre d’avorio, ha speso moltissime energie nella costruzione di realtà sociali e di una società civile dove la giustizia riparativa potesse essere praticata. Ha contribuito in modo decisivo a sorreggere questa prassi sociale con un’architettura normativa istituzionale riconosciuta e che potesse dare vita a un sistema complementare alla giustizia tradizionale. Negli anni più recenti si è sviluppata la riflessione su questo ambito in relazione ai grandi problemi della nostra epoca: sostenibilità, guerra, pace, cambiamento climatico, finanza, salute; e lo ha fatto con il pensiero rivolto ai grandi conflitti del nostro tempo.

Merita una particolare sottolineatura il progetto di Braithwaite: Peacebuilding compared che studia i grandi conflitti di oggi e i processi di ripristino della pacificazione, per mettere in evidenza gli elementi di successo anche a fronte dei grandi conflitti armati che affliggono il nostro tempo. La giustizia riparativa è una strada fruttuosa e semplice, percorribile sia per i grandi dilemmi del nostro tempo, sia per piccole ma brucianti conflittualità che affliggono la vita quotidiana di ognuno.



lunedì, marzo 11, 2024

OCTOBER RAIN

   Il testo della canzone originale, rifiutato da Eurovision  -  traduzione dall’inglese)


      


Chi scrive la storia
è con me
guardami negli occhi e vedrai
che le persone scompaiono ma non dicono addio
Qualcuno ha rubato la luna stasera
Ha portato via la mia luce
E’ tutto in bianco e nero
Chi è l’idiota che ti ha detto
Che i ragazzi non piangono
Ore e ore e fiori
La vita non è un gioco per vigliacchi
Perché viviamo tempi così folli?
Ogni giorno perdo la testa
Aggrappato a questo misterioso cammino
Ballando come un pazzo
Non abbiamo nulla da nascondere
Portami a casa
Lasciati il mondo alle spalle
E ti prometto che non accadrà mai più
Sono ancora bagnato dalla pioggia di ottobre
Pioggia di ottobre
Vivi nella fantasia
In estasi
E’ destino
Noi moriremo, ma l’amore no
Ore e ore e fiori
La vita non è un gioco per vigliacchi
Perché viviamo tempi così folli?
Ogni giorno perdo la testa
Aggrappato a questo misterioso cammino
Ballando come un pazzo
Non abbiamo nulla da nascondere
Portami a casa
Lasciati il mondo alle spalle
E ti prometto che non accadrà mai più
Sono ancora bagnato dalla pioggia di ottobre
Pioggia di ottobre
Pioggia di ottobre
(In ebraico)
Non c’è più aria per respirare
Non c’è spazio, non sono lì giorno dopo giorno
Sono tutti bravi ragazzi, ciascuno di loro

lunedì, febbraio 19, 2024

LA CACCIA - Il poema di Piero Montana sul delitto di Giarre 1980


Aver divelto la targa commemorativa dei due ragazzi omosessuali, trucidati dalla violenza antigay nell’ottobre del 1980, non può che avere un significato ben preciso: quello di volere perfino eliminarne la memoria, ma questa memoria è ormai incancellabile perché già scritta anche in libri di storia e non soltanto in libri della storia del movimento gay italiano.


Il delitto di Giarre è stato un delitto antigay da imputare alla mentalità omofobica di una città del profondo Sud, quale era allora Giarre ancora impregnata di secolari tabù e pregiudizi. In risposta a questo delitto per primi Enzo Francone, Bruno Di Donato e io esponenti del Fuori, federato al partito radicale, fummo i protagonisti di primo pian di una rivolta che presto coinvolse tutta la Sicilia, dando luogo alla così detta “primavera gay siciliana”, che portò in campo nazionale alla nascita a Palermo nel 1981 di Arcigay.


Il 31 ottobre 2005 il sottoscritto nel pieno impegno del suo lavoro come consulente del Sindaco per la realtà omosessuale della città di Bagheria, ancora volle ricordarsi di quel delitto, pubblicando il poemetto “Giarre 1980 La Caccia”


Oggi in risposta ai facinorosi che si sono preposti di cancellare la memoria dei due ragazzi di Giarre, con il distruggerne la targa commemorativa di piazzetta Verdone, ripropongo all’attenzione il mio poemetto scritto per quei due “arrusi” che osarono sfidare la società del loro tempo con la visibilità, con l’epifania, nel senso sacro del termine, della loro omosessualità.

Piero Montana


La caccia- Giarre 1980  

Il poema di Piero Montana sul delitto di Giarre

”Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce” – Blaise Pascal –


Sono passati tanti anni
Rimane solo un ricordo
Della tragedia tinta
Di giallo.
A volte di notte
Quando sono solo
Di soprassalto
In lontananza
Riascolto nel buio
Gli spari
Lo scoppio del cane
Schiacciato sul tamburo
Di un fucile
Di una lupara

Nello schermo della memoria
Appare l’immagine
Di uno
Due giovani corpi abbattuti
Che cadono
Per terra rivoli di sangue
Che scorrono
Sull’erba verde dei campi
Ah gli anni beati
Della primavera siciliana
Della mia gioventù ribelle
Che coraggiosa
All’erta
Accorreva

Al soccorso
Di un disperato grido
Di richiamo
Giorgio e Tony
Erano giovani amanti
Di bellezza invidiabile
Mano nella mano
I corpi stretti
Abbracciati
Li trovarono ammazzati
Ad Ognissanti
Nella campagna di Giarre
Il fatto di sangue
– Ricordo-

Accadde nell’ottobre piovoso
Dell’anno 1980
Il loro amore ”diverso”
Senza futuro
Senza speranza
In quel tempo
Era vergogna a mostrarsi
Per questo
Sul loro destino
Crudele
S’abbatté il castigo
Poi la condanna
Senza pietà
Implacabile

Lontano dall’abitato
Nel loro nido d’amore
Nel loro rifugio segreto
Selvatico
In putrefazione
Li trovarono…
Cadaveri
Ai margini
Fuori
Nell’aperta campagna
Giacché in città
La gente non tollerava lo scandalo
Non li lasciava vivere in pace

Finché qualcuno nell’ombra
Non imbracciò il fucile
Per farla finita
Per ammazzare
Quei due spudorati.
Il pianto che sgorga dal cuore
Come fiume di lacrime
Non placa la pena
Che gonfia il petto
Fino a star male
Di chi
Da quella morte ferito
Rimase segnato
Nell’anima

Col tempo
Il dolore
Non più attanaglia la carne
Si cicatrizza la piaga
Ma di quei due fiori
Falciati nello splendore dell’erba
Sul ciglio di un campo
Rimane il rimpianto
Di due giovani vite
Dalla morale comune
Spezzate.
Nel mondo
Ovunque
Sarà bandito l’amore

Lì ci sarà
Una città dei cani
Che di giorno
Di notte
Sotto una luce
Di una luna piena o calante
Rabbiosa abbaierà
Alle anime in pena
Di due innamorati
Dai tabù
Condannati
A vagare impauriti
A rintanarsi nell’ombra
Come fantasmi

Da qui
Sortiranno gli spettri
Di un dolore straziante
Che nel triste ricordo
Sempre verranno
A visitarci
A mostrarci
A cuore aperto
Il petto squarciato
Le ferite sanguinanti
Di quel che fu per loro il sogno
Di un amore pieno
Appagato
Nell’attimo fuggente

Di una felicità intensa
Furtiva
Fugace
Di quel che fu per loro il sogno
Di una breve vita d’incanto
Come fragile vetro
Andato presto
In frantumi
In una tela di ragno
Il sogno all’alba svanito
Nel pantano
Di un grigio
Piovoso
Luttuoso mattino

Il sogno di due giovani
Bellissimi amanti
Riflesso
Nello specchio dorato
Di una folle
Febbrile
Gioventù spensierata
In mille cocci
Distrutto
Per odio rabbioso
Da intolleranza
Spietata
Da anonime
Assassine pallottole

Sibilanti nell’aria
Sparate
Da dietro un muro
Il buio di una siepe
Complice
Di una mano armata
Di una violenza
Cieca
Dalla norma accettata
Condivisa dal branco
Istigato alla caccia
Al delitto
Senza castigo
Senza colpevoli

Senza condanne
Restando il caso
Dell’omicidio dei due innamorati
Senza soluzione
Per sempre archiviato
Se la legge del cuore
E diversa dal costume
Dalla morale degli uomini
Giorgio e Tony
Con la loro tragica
Storia d’amore
Dopo un quarto di secolo
Resteranno ancora
Come cari defunti

Nella nostra memoria
A ricordarci a lungo
Il tempo dell’odio assassino
Della caccia spietata
In un Sud retrogrado
Agli omosessuali
Vilipesi
Linciati
Feriti
Inseguiti per strada
In sentieri tortuosi
Nell’aperta campagna
Ammazzati
E lì abbandonati

Alle ortiche
All’oltraggio
Per la loro manifesta
“Diversa”
Scandalosa condotta
Semplicemente dettata
Dai comandamenti
Dalle pulsioni del sangue
Di un desiderio bruciante
Esploso
Senza ritegno
Senza pudore
Alla luce del sole
In una naturale

Umana
Travolgente
Passione-
Se ogni uomo
È una stella
Per il potere
La forza magnetica
Della loro attrazione
Gli astri
Di Giorgio e Tony
Lassù
Da qualche parte
Nel firmamento
Dell’infinito universo

Nella costellazione degli amanti
Di passione
Folli
Perduti
Per noi
(Che nelle tenebre
Rattristati
In preghiera
In lutto
Versammo lacrime
Amare
Sul loro destino
Crudele
Senza futuro)

Luminosi
In eterno
Splenderanno
Nel più alto
Dei cieli.




venerdì, febbraio 17, 2023

, Storia dell'intolleranza in Europa. Sospettare e punire. Il sospetto e l'Inquisizione romana nell'epoca di Galilei

Come il Diritto Romano, frutto di civiltà non confessionali è stato sconfitto dal diritto canonico.

AMG



Storia dell'intolleranza in Europa. Sospettare e punire. Il sospetto e l'Inquisizione romana nell'epoca di Galilei, 

di  Italo Mereu, 

Milano, A. Mondadori, 1979.

Valerio Evangelisti ha raccontato di avere incontrato per la prima volta la figura storica di Nicolas Eymerich (in catalano Nicolau Aymerich) nel volume di cui riportiamo la copertina. Mereu dedica alcune pagine a Eymerich in apertura del volume, analizzando le origini dell'Inquisizione e sottolineando l'importanza di Eymerich nella codificazione e formalizzazione delle pratiche processuali, che rimarranno valide per molti secoli a venire.

“Chi confrontasse l'ultima legge di pubblica sicurezza con la prima decretale pontificia dedicata al sospetto (nel 1 1 8 1 ), potrebbe constatare come entrambi i testi ammettono che l'autorità costituita può, ogni qual volta lo ritiene opportuno, privare una persona della libertà, sulla base di un semplice sospetto ( «sola suspicione» dice il testo della decretale; e una frase analoga - seppure diversamente camuffata - usa il testo della legge attuale).

L'identità fra i due testi ci porta a formulare questa domanda:

come mai il legislatore d'oggi ricorre ancora al vecchio strumentario penalistico del Medioevo? 

La risposta è duplice.

La prima è di carattere generale: ancora oggi lo schema penalistico ha per paradigma quello medioevale. Se nel campo della cosmologia siamo passati dal sistema tolemaico a quello copernicano e alla teoria della relatività; se in quello della psicologia - che sembrava incrollabile -, dal sistema aristotelico siamo arrivati alla psicoanalisi; se nei trasporti siamo giunti dalla piroga e dal mezzo animale al supersonico, e nell'illuminazione, dal lucignolo siamo pervenuti alla luce elettrica, e nel campo delle comunicazioni dai tam-tam della foresta siamo approdati alle comunicazioni via satellite: nel campo del diritto e della procedura penale, invece, siamo ancora fermi ad Alberto da Gandino, il primo giurista medioevale di cui si conservi una «practica », e che qui si cita perché emblematico.

Umanesimo e Rinascimento, Barocco e Illuminismo, Rivoluzione francese, liberalismo e comunismo (nel campo dell'effettività penale) non hanno portato cambiamenti se non di dettaglio e mutamenti solo di facciata. Il rapporto « culpa = poena », resta tale e quale è stato impostato dai Padri della Chiesa e dai teologi della Scolastica, e ripreso e adattato poi, dai giuristi laici, al diritto comune. La punizione come vendetta (chiamata con un nome meno esplicito) è sempre il punto d'appoggio di ogni sistema repressivo. Tutti gli istituti sui quali è strutturato il diritto penale (dal concetto di dolo a quello di colpa, alla colpevolezza, alla capacità penale, alla normalità dell'atto volitivo, al concetto di reato, agli elementi accidentali del reato, al tentativo, ecc.) sono ancora quelli medioevali.

Il diritto processuale penale è sempre quello inquisitorio ideato dalla Chiesa, con una chiara impronta anti-romanistica.

(Sia detto fra parentesi: il processo accusatorio anglosassone non è che la continuazione, o la ripetizione, del modello accusatorio romano. I continuatori della tradizione romanistica, in questo campo, sono loro, e non noi.) 

Certi nomi che sembrano moderni sono presi dalla teologia: come il concetto di dogmatica e di dogma; oppure dai giuristi della controriforma: come il concetto di istituto.

Talune « invenzioni » metodologiche, come il cosiddetto metodo « tecnico-giuridico », non sono che la trascrizione, in chiave moderna, del metodo « bartolista » o « realista » che domina dopo il '500. E se i « criminalisti » del '400, del '500 e del '600, non facevano che richiamarsi di continuo alla Glossa, a Bartolo e a Baldo, quelli del '700, dell' '800 e del nostro secolo (quando sono in vena di citare i precedenti storici) si richiamano a Claro, Covarrubias, Deciani e Farinacci, che non sono altro che i « ripetitori » di quanto avevano detto gli scrittori medioevali.

Si stabilisce così una specie di catena di Sant'Antonio delle citazioni giuridiche: e nei manuali d'oggi si ritrovano tali e quali le vecchie distinzioni e definizioni del Medioevo.

Se poi guardiamo ai Codici emanati dopo la Rivoluzione francese o a quelli moderni (almeno in Italia), e li si pone a confronto con quanto dispongono in materia i vecchi Statuti comunali, vedremo che la maggioranza delle fattispecie sono identiche; e in qualche ipotesi (quando il legislatore ha voluto innovare, ad esempio sul concetto di recidiva) ha riconosciuto che era bene tornare alle vecchie disposizioni medioevali.

Sono differenti, indubbiamente, le persone da colpire o da favorire, e le ideologie da combattere. E se nel Medioevo e nell'età barocca si arrestava un individuo perché sospetto eretico, nell'Ottocento lo si arresterà perché sospetto ladro di campagna, sospetto abigeatario, sospetto repubblicano, anarchico, socialista.

Variano i motivi, ma la struttura giuridica repressiva resta identica. E se prima della Rivoluzione francese i nobili ed il clero avevano un foro speciale, adesso questo privilegio è passato ai ministri, ai deputati e ai senatori, cioè alla nuova classe dirigente che ha una procedura particolare e un giudizio di « pari ».

Ma se la situazione è questa (come, oggi, da più parti si comincia ad ammettere e a verificare), non ci pare corretto dedurre da tale « immobilità » il carattere « eterno » degli istituti giuridici. 

Diritto e procedura penale sono sempre creazioni umane e come tali sono (sarebbero) sempre sottoponibili a trasformazioni anche totali, così come cambiamenti totali sono avvenuti  in tutti gli altri campi. La loro immobilità, dunque, è voluta. La loro perennità risponde a un calcolo politico. 

Cioè: la scienza, la civiltà, il progresso (chiamateli come volete) in questo campo sono rimasti legati alle vecchie strutture del passato, all'antico impianto, perché tale legame ha sempre pienamente soddisfatto l'interesse politico di tutte le classi dominanti che si sono succedute al potere, le quali hanno sempre trovato nel diritto penale (così come ci è stato tramandato dal Medioevo) il mezzo più agevole, comodo, sbrigativo e (in apparenza) sicuro, per punire i delitti e per controllare ed eliminare le opposizioni".

La voce è antica, tranne che nell’espressione legittima suspicione, usata nel codice di procedura penale del 1913 (sostituita da quella di legittimo sospetto nel codice del 1930) e rimasta nell’uso, anche se il vigente codice di procedura penale prevede la rimessione del processo nei soli casi in cui la sicurezza o l’incolumità pubblica ovvero la libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo sono pregiudicate da gravi situazioni locali, tali da turbarne lo svolgimento e non altrimenti eliminabili. …


domenica, ottobre 23, 2022

Eroi senza giustizia. Antonio Russo come Anna Politkovskaja: i loro assassini non sono stati ancora trovati



di Mariano Giustino

Grazie ai due giornalisti i crimini contro l’umanità commessi in Cecenia da Putin, nella sua guerra nichilista di sterminio, non sono avvenuti a porte completamente chiuse. Ventidue anni sono trascorsi dal suo omicidio, da quando il suo corpo fu trovato, il 16 ottobre 2000, sulla strada che da Tbilisi porta al confine con l’Armenia

16 Ottobre 2022 alle 16:14

A ventidue anni dall’assassinio di Antonio Russo i responsabili non sono stati ancora assicurati alla giustizia, così come è avvenuto per la giornalista Anna Politkovskaja.

Antonio era un “cronista minuzioso” - come amava dire il compianto Massimo Bordin, allora direttore di Radio Radicale. “Raccoglieva notizie e descriveva la spietatezza della guerra che ogni giorno, nell’indifferenza di tutti, produceva vittime e di tutto questo faceva una ricostruzione quotidiana: tanti morti, tanti feriti, tanti scomparsi, tanti profughi, in un assordante silenzio generale. Amava mescolarsi e confondersi con le vittime fino a condividerne il quotidiano e il dramma della guerra”, raccontava Bordin.

Parlare di Antonio significa parlare di coraggio civile, di giornalismo di guerra, di informazione, di verità, del diritto degli ultimi, dei dimenticati e di informazione come testimonianza. Significa parlare di quelli che vivono la guerra in prima persona, perché la subiscono e ne soffrono per le gravi conseguenze.

Egli è morto nel pieno della tragedia cecena che con la sua testimonianza cercava di portare alla luce dinanzi alla comunità internazionale nella speranza di impedirne il compiersi.

Il modo più semplice e diretto per conoscere Antonio Russo è l’ascolto delle sue straordinarie corrispondenze dai terribili teatri di guerra degli anni Novanta, dall’Algeria come dai Grandi Laghi del genocidio africano, dalla Bosnia, dal Kosovo, fino alla Cecenia.

Il suo prezioso lavoro di valoroso corrispondente è ascoltabile in un’apposita sezione dell’archivio di Radio Radicale, dove è racchiusa la documentazione che indica il percorso da lui compiuto grazie al quale è possibile tracciare un’analisi storico-critica necessaria per comprendere la sua personalità e la sua lotta da “radicale giornalista”, come lo amava definire Marco Pannella.

Ventidue anni sono trascorsi dal suo assassinio, da quando il suo corpo fu trovato, il 16 ottobre 2000, sulla strada che da Tbilisi porta al confine con l’Armenia, a 25 chilometri dalla capitale della Georgia, poco distante da una base militare russa e dal Caucaso meridionale tornato in fiamme, non ancora pacificato.

L’autopsia effettuata sul corpo di Antonio non riscontrò tracce di ferite da incidente stradale o da aggressione, ma i suoi organi interni erano distrutti. Aveva ancora al collo una catenina con un crocifisso d’oro. Il suo appartamento di Tbilisi era stati messo a soqquadro e risultavano mancanti la videocamera, il registratore, le cassette Vhs e i taccuini, mai più ritrovati. Nulla più si è saputo sulla sua uccisione, non si conoscono gli autori né i mandanti del suo assassinio.

Sappiamo però che è stato schiacciato come un insetto, in perfetto stile Kgb, da chi in quei giorni, la Russia di Putin, tentava di imporre l’espulsione del Partito radicale dall’Onu, cioè di annullarne lo status di Ong, con l’accusa di appoggio al terrorismo ceceno. Il voto era fissato per il 18 ottobre 2000, ma quel giorno l’Onu respinse la richiesta russa.

Antonio è morto per contribuire a che si evitasse che la tragedia in atto in Cecenia si compisse fino in fondo. Nel suo ultimo intervento pubblico ad una conferenza sui danni ambientali causati dal conflitto ceceno, tenutasi in Georgia, parlò di un probabile uso, da parte di Mosca, di proiettili all’uranio impoverito nella repubblica caucasica e, nel corso di una telefonata aveva detto alla madre, pochi giorni prima di morire, di essere in possesso di una videocassetta dal contenuto esplosivo, nella quale si documentavano le torture perpetrate dall’esercito russo ai danni della popolazione civile cecena.

Antonio non lavorava per sé, ma per l’umanità. Egli ebbe modo di dire in alcuni dei suoi rari interventi pubblici che era molto importante fornire documenti, fatti, per costringere la comunità internazionale a lavorare, tutta assieme, per fermare la guerra in Cecenia e che per questi motivi era lì, per informare e documentare a livello internazionale quanto accedeva nel Caucaso.

E in questo Antonio era molto “radicale” perché voleva che i diritti della persona diventassero “Diritto”.

Parlare di Antonio significa parlare di guerre nascoste, dimenticate. Come era appunto la guerra in Cecenia: guerre delle quali era impedito a chiunque di documentare l’orrore.

Antonio Russo è stato il tenace cronista del ghetto di Groznyj; è stato, secondo la definizione di Barbara Spinelli, “una lampada accesa nel cuore del ghetto in fiamme”.

Aveva documentato anche la Guerra dei Grandi Laghi, la mattanza tra gli Hutu e i Tutsi e i sanguinosi scontri avvenuti in Algeria.

Prima che in Caucaso era stato in Kosovo, dove rimase, ultimo giornalista europeo, a raccontare la “pulizia etnica” da una casa nella Pristina vessata dai rastrellamenti dell’armata serba. Sparì dalla capitale kosovara alla fine del marzo del 1999 mescolandosi a tutti gli altri in un treno di profughi diretto in Macedonia.

Libertà di informazione e ricerca della verità sono state l’ispirazione e la grande lezione di Antonio Russo e di Anna Politkovskaja. Le sue profonde e appassionate convinzioni si traducevano in una rigorosa ricerca che esigeva una severa e continua verifica oggettiva, da grande giornalista.

L’orizzonte di Antonio era quello della nonviolenza e della costruzione dello Stato di diritto e della democrazia nel mondo, con la creazione di quella legalità internazionale che è la vera garanzia di giustizia e dunque di pace nel pianeta.

A quanti continuavano a gridare come in un mantra “pace, pace, pace” – così come accade anche in queste ore in cui si sta consumando la tragedia ucraina causata dall’invasione dell’armata russa in spregio agli accordi vigenti e ai trattati internazionali - Antonio Russo, contrapponeva, in Kosovo come in Cecenia, la necessità del rispetto del diritto internazionale, dei diritti umani, della libertà e l’affermazione della democrazia. La pace per Antonio consisteva nell’affermazione della giustizia e nella liberazione dei popoli dall’oppressore; nel sostenere gli abitanti di un paese aggredito affinché riconquistasse ciò che era stato ad esso ferocemente sottratto.

Auspicava dunque un impegno serrato della comunità internazionale per la rimozione degli ostacoli che si frappongono “all’affermazione e alla difesa del diritto naturale, storicamente acquisito, di ogni individuo alla libertà e alla democrazia”.

Non amava il pacifismo ipocrita come quello dei “partigiani per la pace” che inveivano contro le armi americane ed esaltavano quelle sovietiche.

Quelli non vogliono la pace, vogliono la capitolazione degli aggrediti.

Nel suo scrupoloso lavoro di corrispondenza di guerra non ha mai mancato di sottolineare il fatto che non vi può essere pace senza giustizia e diritti, ponendo sempre ben in evidenza la differenza tra chi è aggredito e chi è aggressore.

Questa sua condizione di nonviolento gandhiano, e di pacifista non ideologico, lo ha portato ad auspicare, per la salvezza della vita della popolazione kosovara, l’intervento militare della Nato.




domenica, ottobre 02, 2022

"Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene"



 Il 26 settembre 1979 il «Corriere della Sera» pubblicò l’intervista che Oriana Fallaci fece all’ayatollah Khomeini, leader della rivoluzione iraniana

. Qui sotto, un estratto dell’intervista.

Qui il link all’archivio del Corriere della Sera.

L'intervista per intero


Nella stanzaccia, assiso con le gambe incrociate sul tappetino bianco e blu, immobile come una statua e coperto da una tunica di lana marrone, stava il padrone dell’Iran, il gran condottiero dell’Islam: Sua Eccellenza Santissima e Reverendissima Ruhollah Khomeini.

Era un vecchio molto vecchio. E appariva così remoto dietro la superbia, così vulnerabile, insieme solenne, da farti dubitare che avesse soltanto gli ottant’anni dichiarati secondo un calcolo approssimativo, comunque ipotetico, visto che lui stesso ignorava la sua data di nascita.

Era anche il più bel vecchio che avessi mai incontrato. Volto intenso, scolpito ad arte, con quelle rughe che lo incidevano a colpi d’ascia in solchi legnosi, quella fronte altissima sul naso importante e ben disegnato, quelle labbra sensuali e imbronciate da maschio che ha molto sofferto a reprimere le tentazioni della carne o forse non le ha represse mai. E quella barba candida, compatta, davvero michelangiolesca. Quelle sopracciglia severe, di marmo, sotto le quali cercavi i suoi occhi con una specie di ansia. Gli occhi infatti non si vedevano perché teneva le palpebre semiabbassate, lo sguardo ostentatamente fisso sul tappetino, quasi volesse dirmi che non meritavo nessuna attenzione. O quasi che dedicarmi attenzione offendesse il suo orgoglio, la sua dignità.

Traboccava dignità, questo è certo. Non potevi immaginarlo in mutande, attribuirgli il ridicolo che caratterizza i dittatori. Anzi, al posto di esso coglievi una misteriosa tristezza, un misterioso scontento che lo consumava come una malattia. E in tale scoperta registravi sbalordito i sentimenti che suscitava a osservarlo: un rispetto ineluttabile, una tenerezza inspiegabile, una scandalosa attrazione di cui provavi invano vergogna.

Lo aveva scritto proprio lui il Libro Azzurro? Era stato proprio lui a scaraventare tutti nella catastrofe, dipendevano proprio da lui tante infamie, tanti obbrobri? Sì, e che non me ne dimenticassi. Che non mi lasciassi distrarre dal suo enigmatico carisma, sedurre dal suo fascino di antico patriarca. E mentre Bani Sadr si insediava al suo fianco, Salami si sistemava a riguardosa distanza, mi accucciai dinanzi al nemico: decisa ad attaccarlo subito, ignara dell’altrui viltà che all’inizio avrebbe turbato il progetto.


OF -: Imam Khomeini, l’intero paese è nelle sue mani. Ogni sua decisione, ogni suo desiderio è un ordine. Così sono molti coloro che ormai dicono: in Iran non c’è libertà, la rivoluzione non ha portato la libertà.

Rimase con le palpebre semiabbassate, lo sguardo fisso sul tappetino, e con voce talmente fioca da sembrare l’eco di un sussurro compilò una risposta che Bani Sadr riferì in preda a uno strano imbarazzo. 

K- : «Conosciamo il suo lavoro e il suo nome. Sappiamo che lei ha viaggiato per molti Paesi e molte genti vedendo guerre, interrogando uomini forti. La ringraziamo dunque degli omaggi che ci porge e delle sue condoglianze per la scomparsa dell’ayatollah Talegani».

Stava prendendomi in giro oppure Bani Sadr non gli aveva tradotto la mia domanda? Mi rivolsi smarrita a Salami. Con un lieve cenno della testa, Salami mi fece capire che il vigliacco non aveva tradotto la domanda. «Traducila tu!» La tradusse, sia pure impallidendo. Ma le palpebre rimasero semiabbassate, le invisibili pupille continuarono a fissare il tappetino, e non un cenno di emozione incrinò la voce fioca che centellinava ogni parola.

K- : «L’Iran non è nelle mie mani. L’Iran è nelle mani del popolo. Perché è stato il popolo a consegnare il paese al suo servitore, a colui che vuole il suo bene. Lei ha ben visto che dopo la morte dell’ayatollah Talegani la gente s’è riversata nelle strade a milioni e senza la minaccia delle baionette. E questo significa che in Iran c’è libertà, che il popolo segue gli uomini di Dio. E questo è simbolo di libertà».

Bè, sapeva difendersi. Aveva perfino neutralizzato possibili provocazioni sulla natura di quella morte facendo per primo il nome di Talegani, quindi impedendo su tal soggetto un colpo alla mascella. Lanciai un’occhiataccia a Bani Sadr per avvertirlo di non combinare altri scherzi e continuai.

OF-: No, Imam Khomeini: forse non mi sono spiegata bene. Mi permetta di insistere. Volevo dire che siamo in molti, in Iran e fuori, a definirla un dittatore. Anzi il nuovo dittatore, il nuovo tiranno, il nuovo scià della Persia.

Ma dalla risposta che Bani Sadr mi dette fu chiaro che anche stavolta aveva inventato una domanda innocua, e per questo era venuto a Qom, s’era imposto come traduttore: per manipolar l’intervista e non correre rischi.

K-:«Sì, la sconfitta del tiranno ci ha portato un’epoca densa di valori e di moralità. Noi ce ne rallegriamo e ci sentiamo onorati di interpretar quei valori e tale moralità. Apprezziamo dunque la seconda domanda e...»

OF -: «Stop!»

Zittii Bani Sadr e di nuovo mi rivolsi a Salami che di nuovo confermò il tradimento con un lieve cenno della testa. Allora mi chinai su Khomeini cercando di farmi capire in qualche lingua al di fuori del farsi.

OF - :«No, Imam, no! Il signor Bani Sadr non mi traduce. Il ne me traduit pas. He does not translate me. Understand, comprì? Ho detto che oggi è lei il dittatore, il tiranno, lo scià. Aujourd’hui c’est vous le dictateur, le tyran, le nouvel shah. Vous. Comprì? Today it is you the dictator, the tyrant, the new shah. Understand?»

Capì. O almeno intuì. Infatti le sue palpebre si sollevaron di colpo, e mentre un lampo feroce mi trafiggeva con la violenza di una coltellata vidi finalmente i suoi occhi: intelligentissimi, duri, terrificanti. Però fu un attimo, e passato quello tornarono a concentrarsi sul tappetino. Fissando il tappetino sibilò a Bani Sadr qualcosa che doveva esser tremendo perché il visuccio malinconico diventò grigio, i baffetti parvero vibrare di panico, e rivoli di sudore presero a colare giù per le tempie, le guance, il collo. Poi una mano michelangiolesca come la barba si levò con sdegno a indicargli che era destituito dall’incarico e un indice imperioso ordinò a Salami di sedergli accanto per sostituirlo. Tremando d’emozione Salami si alzò e sedette alla sua destra.

OF - : «Non aver paura, traducigli quello che ho detto. E chiedigli se ciò lo addolora o lo lascia indifferente» lo incoraggiai. 

Salami tradusse coraggiosamente. Khomeini restò imperterrito.

K -: «Da una parte mi addolora, sì, perché chiamarmi dittatore è ingiusto e disumano. Dall’altra invece non me ne importa nulla perché so che certe cattiverie rientrano nel comportamento umano e vengono dai nemici. Con la strada che abbiamo intrapreso, una strada che va contro gli interessi delle superpotenze, è normale che i servi dello straniero mi pungano col loro veleno e mi lancino addosso ogni sorta di calunnie. No, non m’illudo che i paesi abituati a saccheggiarci e divorarci si mettano zitti e tranquilli. Oh, i mercenari dello scià dicono tante cose: anche che Khomeini ha ordinato di tagliare i seni alle donne. Dica, a lei risulta che Khomeini abbia commesso una simile mostruosità, che abbia tagliato i seni alla donne?».

OF -: No, non mi risulta, Imam. E io non l’ho accusata di tagliare i seni alle donne. Però anche senza tagliare i seni alle donne lei fa paura. Il suo regime vive sulla paura. Hanno tutti paura e fanno tutti paura. Anche questa folla che la invoca fa paura. La sente? Dalla finestra alle sue spalle giungeva il frastuono degli scalmanati dietro il primo e il secondo posto di blocco. «Zandeh bad, Imam! Payandeh bad!» E spesso soffocava le nostre voci.

K -: «Lo sento eccome. Lo sento anche di notte».

OF -: E che cosa prova a sentirli gridare così anche di notte? Che cosa prova a sapere che per vederla un istante si farebbero ammazzare?

K -: «Ne godo. Non si può non goderne. Sì, godo quando li ascolto e li vedo. Perché il loro grido è lo stesso con cui cacciarono l’usurpatore, perché sono i medesimi che lo cacciarono, e perché è bene che continuino a bollire in quel modo. Finché i nemici interni ed esterni non saranno domati, finché il Paese non si sarà assestato, bisogna che bollano. Devono essere accesi e pronti a marciare quand’è necessario. E poi il loro è amore».

OF - : Amore o fascismo, Imam? A me sembra fanatismo, e del genere più pericoloso. Cioè quello fascista. Chi potrebbe negare che oggi esiste in Iran una minaccia fascista? E forse un fascismo s’è già consolidato.

K - : «No, il fascismo non c’entra. Il fanatismo non c’entra. Io ripeto che gridano così perché mi amano. E mi amano perché sentono che voglio il loro bene, che agisco per il loro bene, per applicare i comandamenti dell’Islam. L’Islam è giustizia, nell’Islam la dittatura è il più grande dei peccati, quindi fascismo e islamismo sono due contraddizioni inconciliabili».

OF - : Forse non ci comprendiamo sulla parola fascismo, Imam. Io parlo del fascismo come fenomeno popolare, per esempio del fascismo che gli italiani avevano al tempo di Mussolini quando le folle applaudivano Mussolini come ora applaudono lei. E gli obbedivano come ora obbediscono a lei.

K - : «No, quel fascismo si verifica da voi in Occidente, non tra i popoli di cultura islamica. Le nostre masse sono masse mussulmane, educate dal clero e cioè da uomini che predicano la spiritualità e la bontà, quindi quel fascismo sarebbe possibile soltanto se tornasse lo scià oppure se venisse il comunismo. Gridare il mio nome non significa esser fascisti, significa amare la libertà».


Ora che le mie domande gli venivano riferite, l’attacco era facile. Però a ciascuna si difendeva meglio, con la bravura di un campione che riesce a schivare qualsiasi colpo cattivo o imprevisto, la resistenza di un incassatore che non si piega nemmeno se gli tiri un pugno nel basso ventre, e faceva questo usando due tecniche rare: l’imperturbabilità e la sincerità. Dopo avermi trafitto con quel lampo feroce non aveva più alzato gli occhi e, senza mai staccare lo sguardo dal tappetino, senza mai muovere un dito o un muscolo, senza mai cambiare il tono della sua voce fioca, rispondeva a ogni accusa o insolenza. Non riuscivo a scomporlo. E non ci riuscivo perché, ecco il punto, credeva fermamente in ciò che diceva: credendoci, non aveva bisogno di ricorrere alle furbizie o alle bugie con cui si difendono sempre gli uomini di potere. Quasi ciò non bastasse, gli piaceva il duello con la straniera che aveva viaggiato per molti Paesi e per molte genti ma ora se ne stava ai suoi piedi ingoffata da chili di cenci a lei estranei, e in segreto gioiva dei suoi assalti.

OF -: Allora parliamo della libertà, Imam Khomeini. In uno dei suoi primi discorsi lei disse che il nuovo governo avrebbe garantito libertà di pensiero e di espressione. Tuttavia questa promessa non è stata mantenuta e basta che uno vada contro i suoi precetti perché lei lo maledica e punisca. Per esempio, chiama i comunisti Figli di Satana, le minoranze curde Male sulla Terra...

K - : «Lei prima afferma e poi pretende che io spieghi le sue affermazioni. Addirittura pretenderebbe che io permettessi i complotti di chi vuol portare il Paese alla corruzione. La libertà di pensare e di esprimersi non significa libertà di congiurare e corrompere. Per più di cinque mesi io ho tollerato coloro che non la pensano come noi, ed essi sono stati liberi di fare ciò che volevano, ciò che gli concedevo. Attraverso il signor Bani Sadr qui presente ho perfino invitato i comunisti a dialogare con noi. E in risposta essi hanno bruciato i raccolti di grano, hanno dato fuoco alle urne elettorali, hanno reagito con armi e fucili, riesumato il problema dei curdi. Così quando abbiamo capito che approfittavano della nostra tolleranza per sabotarci, quando abbiamo scoperto che erano nostalgici dello scià, ispirati dall’ex regime nonché dalle forze straniere che mirano alla nostra distruzione, li abbiamo messi a tacere».

OF -: Imam Khomeini, ma come può definire nostalgici dello scià uomini che contro lo scià si sono battuti, che dallo scià sono stati perseguitati e arrestati e torturati, che insomma hanno tanto contribuito alla sua caduta? I vivi e i morti a sinistra, dunque, non contano nulla?

K - : «Non contano nulla perché non hanno contribuito a nulla, non hanno servito in nessun senso la rivoluzione. Non hanno né combattuto né sofferto, semmai hanno lottato per le loro idee e basta, i loro scopi e basta, i loro interessi e basta. Non hanno pesato per niente sulla nostra vittoria, non hanno avuto nessun rapporto col movimento islamico, non hanno esercitato alcuna influenza su di esso. Anzi, gli hanno messo i bastoni fra le ruote. Durante il regime dello scià erano contro di noi quanto lo sono ora, e ci odiavano più dello scià. Non a caso l’attuale complotto ci viene da loro e il mio punto di vista è che non si tratti nemmeno di una vera sinistra ma di una sinistra artificiale, partorita e allattata dagli americani per lanciare calunnie contro di noi e per distruggerci».

OF - : In altre parole, quando parla di popolo, lei si riferisce soltanto ai suoi fedeli. E secondo lei questa gente s’è fatta ammazzare per l’Islam, non per avere un po’ di libertà.

K- . «Per l’Islam. Il popolo s’è battuto per l’Islam. E l’Islam significa tutto, anche ciò che nel suo mondo viene chiamato libertà e democrazia. Sì, l’Islam contiene tutto, l’Islam ingloba tutto, l’Islam è tutto».

OF - : Non capisco. Mi aiuti a capire. Che cosa intende per libertà?

K - : «La libertà... Non è facile definire questo concetto. Diciamo che la libertà è quando si può scegliere le proprie idee e pensarle quanto si vuole senza essere costretti a pensarne altre... E anche alloggiare dove si vuole... Esercitare il mestiere che si vuole...».


Bè, incominciava a barcollare e con un po’ di sforzo si poteva forse colpirlo alla mascella. 

OF - : Alloggiare dove si vuole, fare il mestiere che si vuole, e nient’altro. Pensare quanto si vuole ma non esprimere e materializzare quello che si pensa. Ora capisco meglio, Imam. E per democrazia cosa intende? Perché, se non sbaglio, indicendo il referendum per la repubblica lei ha proibito l’espressione Repubblica Democratica Islamica. Ha cancellato l’aggettivo Democratica, ha ridotto l’espressione a Repubblica Islamica, e ha detto: “Non una parola di più, non una di meno”. 

Si riprese subito.

K - : «Per incominciare, la parola Islam non ha bisogno di aggettivi. Come ho appena spiegato, l’Islam è tutto: vuol dire tutto. Per noi è triste mettere un’altra parola accanto alla parola Islam che è completa e perfetta. Se vogliamo l’Islam, che bisogno c’è di aggiungere che vogliamo la democrazia? Sarebbe come dire che vogliamo l’Islam e che bisogna credere in Dio. Poi questa democrazia a lei tanto cara e secondo lei tanto preziosa non ha un significato preciso. La democrazia di Aristotele è una cosa, quella dei sovietici è un’altra, quella dei capitalisti un’altra ancora. Non potevamo quindi permetterci di infilare nella nostra Costituzione un concetto così equivoco. Poi per democrazia intendo quella che intendeva Alì. Quando Alì divenne successore del Profeta e capo dello Stato Islamico, e il suo regno andava dall’Arabia Saudita all’Egitto, e comprendeva gran parte dell’Asia e anche dell’Europa, e questa confederazione aveva ogni tipo di potere, egli ebbe una divergenza con un ebreo. E l’ebreo lo fece chiamare dal giudice. E Alì accettò la chiamata del giudice. E andò, e vedendolo entrare il giudice si alzò in piedi. Ma Alì gli disse, adirato: “Perché ti alzi quando io entro e non quando entra l’ebreo? Davanti al giudice i due contendenti devono essere trattati nel medesimo modo”. Poi si sottomise alla sentenza che gli fu contraria. Chiedo a lei che ha viaggiato per molti Paesi e per molte genti: può fornirmi un esempio di democrazia migliore?».

OF - : Sì. Quella che permette qualcosa di più che alloggiare dove si vuole, fare il mestiere che si vuole, e pensare senza esprimere ciò che si pensa. E questo lo dicono anche gli iraniani che, come noi stranieri, non hanno capito dove vada a parare la sua Repubblica Islamica.

K - : «Se non lo capiscono certi iraniani, peggio per loro. Significa che non hanno capito l’Islam. Se non lo capite voi stranieri, non ha importanza. Tanto la cosa non vi riguarda. Non avete nulla a che fare con le nostre scelte.»


Menomale: l’atmosfera incominciava a riscaldarsi. Quindi non era impossibile fargli perder le staffe. Bastava tener testa alla sua resistenza di incassatore. Rincarai la dose.

OF - :  Forse la cosa non ci riguarda, Imam, però il dispotismo che oggi viene esercitato dal clero riguarda gli iraniani. E, visto che siamo qui per parlare di loro, vuol spiegarmi il principio secondo cui il capo del Paese dev’essere la suprema autorità religiosa e cioè lei? Vuol spiegarmi perché le decisioni politiche devono esser prese soltanto da coloro che conoscono bene il Corano e cioè da voi preti?.

K - : «Il Quinto Principio sancito dall’Assemblea degli Esperti nella stesura della Costituzione stabilisce ciò che lei ha detto e non è in contrasto col concetto di democrazia. Poiché il popolo ama il clero, ha fiducia nel clero, vuol essere guidato dal clero, è giusto che la massima autorità religiosa sovrintenda l’operato del primo ministro e del futuro presidente della Repubblica. Se io non esercitassi tale sovrintendenza, essi potrebbero sbagliare o andare contro la legge cioè contro il Corano. Io oppure un gruppo rappresentativo del clero, ad esempio cinque saggi capaci di amministrare la giustizia secondo l’Islam».

OF - : Ah, sì? Allora occupiamoci della giustizia amministrata da voi del clero, Imam. Cominciamo con le cinquecento fucilazioni che in questi pochi mesi sono state eseguite in Iran. Mi dica se lei approva il modo sommario con cui vengono celebrati questi processi senza avvocato e senza appello.

K - : «Evidentemente voi occidentali ignorate chi erano coloro che sono stati fucilati. O fingete di ignorarlo. Si trattava di persone che avevano partecipato ai massacri, oppure di persone che avevano ordinato i massacri. Gente che aveva bruciato le case, torturato i prigionieri segandogli le braccia e le gambe, friggendoli vivi su griglie di ferro. Avremmo dovuto forse perdonarli, lasciarli andare? Quanto al permesso di rispondere alle accuse e difendersi, glielo abbiamo concesso: potevano replicare ciò che volevano. Una volta accertata la loro colpevolezza, però, che bisogno c’era dell’avvocato e dell’appello? Scriva il contrario, se vuole: la penna ce l’ha in mano lei. Si ponga le domande che desidera: il mio popolo non se le pone. E aggiungo: se non avessimo ordinato quelle fucilazioni, la vendetta popolare si sarebbe scatenata senza controllo. E i morti, anziché cinquecento, sarebbero stati migliaia».

OF - : Lo saranno, di questo passo, Imam. E comunque io non mi riferivo ai torturatori e agli assassini della Savak. Mi riferivo alle vittime che con le colpe del passato regime non avevano nulla a che fare. Insomma, le creature che ancora oggi vengono giustiziate per adulterio o prostituzione o omosessualità. È giustizia, secondo lei, fucilare una povera prostituta o una donna che tradisce il marito o un uomo che ama un altro uomo?

K - : «Se un dito va in cancrena, che cosa si deve fare? Lasciare che vada in cancrena tutta la mano e poi tutto il corpo, oppure tagliare il dito? Le cose che portano corruzione a un popolo devono essere sradicate come erbe cattive che infestano un campo di grano. Lo so, vi sono società che permettono alle donne di regalarsi in godimento a uomini che non sono loro mariti, e agli uomini di regalarsi in godimento ad altri uomini. Ma la società che noi vogliamo costruire non lo permette. Nell’Islam noi vogliamo condurre una politica che purifichi. E affinché questo avvenga bisogna punire coloro che portano il male corrompendo la nostra gioventù. Che a voi occidentali piaccia o non piaccia, non possiamo permettere che i cattivi diffondano la loro cattiveria. Del resto voi occidentali non fate lo stesso? Quando un ladro ruba, non lo mettete in prigione? In molti Paesi, non giustiziate forse gli assassini? Non lo fate perché, se restano liberi e vivi, infettano gli altri e allargan la macchia della malvagità? Sì, i malvagi vanno eliminati: estirpati come le erbacce».


Aveva detto questo con la solita imperturbabilità. Era venuta anche una mosca, mentre parlava, ed era andata a posarsi sulla sua mano sinistra: grattandosi il capino con le zampette e abbandonandosi a ogni sorta di capriole e di danze. Ma lui non aveva neanche fatto il gesto di liberarsene, le aveva addirittura permesso di salire fino alla sua barba dove ora giocava tutta contenta fra i peli bianchi. E mi faceva impazzire perché mi distraeva e perché stava diventando il simbolo della mia impotenza. Possibile che non barcollasse almeno un poco, che non si arrabbiasse almeno per un secondo? L’unico segno di cedimento era il respiro che di risposta in risposta diventava più fievole denunciando la debolezza del vecchio che ogni tanto ha bisogno di un sonnellino. Sicché, oltre all’irritazione, c’era l’angoscia che mi si addormentasse sotto il turbante. Bisognava impedirlo.

OF - : Imam Khomeini, come osa mettere sullo stesso piano una belva della Savak e un cittadino che esercita la sua libertà sessuale? Prenda il caso del giovanotto che ieri è stato fucilato per pederastia...

K - : «Corruzione, corruzione. Bisogna eliminare la corruzione».

OF - : Prenda il caso della diciottenne incinta che poche settimane fa è stata fucilata per adulterio.

K - : «Bugie, bugie. Bugie come quelle dei seni tagliati alle donne. Nell’Islam non accadono queste cose, non si fucilano le donne incinte».

OF - : Non sono bugie, Imam. Tutti i giornali iraniani hanno parlato di quella ragazza incinta e fucilata per adulterio. Alla televisione c’è stato anche un dibattito sul fatto che al suo amante fosse stata inflitta soltanto una pena di cento frustate sulla schiena.

K - : «Se a lui hanno dato cento frustate e basta, vuol dire che meritava le frustate e basta. Se a lei hanno dato la pena di morte, vuol dire che meritava la pena di morte. Io che ne so. Lo chieda al tribunale che l’ha condannata. E poi basta parlare di queste cose: libertà sessuale eccetera. Non sono cose importanti. Uhm! Libertà sessuale. Che cosa significa libertà sessuale. Tutto questo mi stanca. Basta!».


Ecco, succedeva. Si addormentava.

OF:  - :  Allora parliamo dei curdi che vengono fucilati perché vogliono l’autonomia, Imam. Parliamo...

K - «Quei curdi non sono il popolo curdo. Sono sovversivi che agiscono contro il popolo come quello che ieri ha ammazzato tredici soldati. Io quando li catturano e li fucilano ne provo un gran piacere. Basta. Non voglio parlare neanche di questo, basta. Sono stanco. Voglio riposare».


Intervenne Ahmed, con l’aria del principe ereditario cui spetta applicare i desideri del re.

«L’Imam ha ripetuto basta. L’Imam è stanco e vuole riposare. L’Imam non vuole più parlare di queste cose».

OF - : Allora parliamo dello scià.

«No, deve salutarlo e lasciar che riposi. L’ora è passata da almeno mezz’ora. Lo saluti e se ne vada».


Ma la parola «scià» era giunta ai divini orecchi. E aveva ottenuto quello che neanche la mosca sulla mano poi sulla barba era riuscita a ottenere con le sue danze e le sue capriole. Inaspettatamente l’immobile turbante si mosse e gli immobili occhi dimenticarono il tappetino per posarsi su Salami.

K - : «Ha detto scià?».

 Sì, Eccellenza Santissima e Reverendissima.

K - : «Che cosa vuol sapere dello scià?».

«Ha chiesto che cosa vuoi sapere dello scià» sospirò Salami con espressione preoccupata.

OF - : Questo, Imam. Qualcuno ha ordinato di ammazzare lo scià all’estero e ha chiarito che il giustiziere verrà considerato un eroe. Se poi morirà nell’azione, andrà in Paradiso. È lei quel qualcuno?

K - : «No! Io non voglio che sia giustiziato all’estero. Io voglio che sia catturato e riportato in Iran e processato in pubblico per cinquant’anni di reati contro il popolo, inclusi i reati di tradimento e di furto. Furto di capitali. Se muore all’estero, quel denaro va perduto. Se lo processiamo qui, ce lo riprendiamo. No, no: io lo voglio qui. Qui! Lo voglio tanto che prego per la sua salute come l’ayatollah Modarres pregava per la salute dell’altro Pahlavi, il padre di questo Pahlavi che era fuggito anche lui portandosi dietro un mucchio di soldi. So che è malato. Me ne dispiace perché potrebbe morire di malattia. Guai se morisse di malattia e mentre sta all’estero».

OF - : Ma se vi desse quei soldi, lei smetterebbe di pregare per la sua salute?

K - : «Se ci restituisse il denaro, quella parte del conto sarebbe saldata. Ma resterebbe il tradimento che egli ha commesso contro l’Islam e contro il suo Paese. Resterebbe il massacro del Venerdì Nero, il massacro del 15 Kordat cioè di sedici anni fa, e non si può perdonargli i morti che ha lasciato dietro di sé. Soltanto se i morti resuscitassero io mi accontenterei di riavere il denaro che lui e la sua famiglia hanno rubato».

OF - : Intende dire che l’ordine di catturarlo e riportarlo in Iran vale anche per la sua famiglia?

K - : «Colpevole è colui che ha commesso il reato. Se la famiglia non ha commesso reati, non vedo perché dovrebb’essere condannata. Appartenere alla famiglia dello scià non è un crimine. Non mi risulta ad esempio che il figlio Reza si sia macchiato di colpe verso il popolo, quindi non ho nulla contro di lui. Può rientrare in Persia quando vuole e viverci come un normale cittadino. Che venga».

OF - : «Io dico che non viene».

K - : «Se non vuol venire, non venga».

OF - : E Farah Diba?

K - : «Per lei deciderà il tribunale».

OF - : E Ashraf?

K - : «Ashraf è la gemellaccia dello scià, ladra e traditrice come lui. Per i crimini che ha commesso dev’essere processata e condannata come lui. Sì, voglio anche la gemellaccia».

OF - : E l’ex primo ministro Bakhtiar? Bakhtiar dice che ha già pronto un governo per sostituire il governo di Bazargan. E aggiunge che presto tornerà.

K - : «Che torni, che torni. Magari a braccetto del suo scià. Così in tribunale ci vanno insieme. Se Bakhtiar dev’essere fucilato o no, ancora non posso dirlo. Però so che dev’essere processato, e devo ammettere che mi piacerebbe molto vedermelo riportare insieme allo scià, mano nella mano. Lo aspetto».

OF - : A morte anche Bakhtiar, dunque. A morte Ashraf la gemellaccia, a morte Farah Diba, a morte tutti. Imam Khomeini mi permetta una domanda che naturalmente esula dalla morale di una rivoluzione: è noto che le rivoluzioni non perdonano, non conoscono la pietà. Lei come uomo, anzi come prete, ha mai perdonato nessuno? Ha mai provato pietà, comprensione per un nemico?

K - : «Che cosa, che cosa?»

OF - : Ho chiesto se sa perdonare, provar pietà, comprensione. E, visto che ci siamo, le chiedo anche questo: ha mai pianto?

K - : «Io piango, rido, soffro. Sono un essere umano. O crede che non lo sia? Quanto al perdono, ho perdonato la maggior parte di coloro che ci hanno fatto del male. E quanto alla pietà, ho concesso l’amnistia ai poliziotti che non avevano torturato, ai gendarmi che non s’eran resi colpevoli di abusi troppo gravi, ai curdi che hanno promesso di non attaccarci più. Ma per coloro di cui abbiamo parlato non c’è perdono, non c’è pietà, non c’è comprensione. Ora basta. Sono stanco. Basta».

Sembrava irritato, e davvero deciso a congedarmi. Tentai di trattenerlo. 

OF - : La prego, Imam. Ho ancora molte cose da domandarle. Su questo chador, per esempio, che lei impone alle donne e che mi hanno messo addosso per venire a Qom. Perché le costringe a nascondersi sotto un indumento così scomodo e assurdo, sotto un lenzuolo con cui non si può muoversi, neanche soffiarsi il naso? Ho saputo che anche per fare il bagno quelle poverette devono portare il chador. Ma come si fa a nuotare con il chador?


E allora i terribili occhi che fino a quel momento mi avevano ignorato come un oggetto che non merita alcuna curiosità, si levarono su di me. E mi buttarono addosso uno sguardo molto più cattivo di quello che m’aveva trafitto all’inizio. E la voce che per tutto quel tempo era rimasta fioca, quasi l’eco di un sussurro, divenne sonora. Squillante.

K - : «Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non riguardano voi occidentali. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Il chador è per le donne giovani e perbene.»

OF - : Prego? Credevo d’aver capito male. Invece avevo capito benissimo.

K - : «Ho detto: se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Il chador è per le donne giovani e perbene».

Poi rise. Una risata chioccia, da vecchio. E rise Ahmed. Rise Bani Sadr. Risero, uno a uno, i bruti con la barba: sussultando contenti, sguaiati. E fu peggio che consegnarmi a Khalkhali perché subito i tormenti e le umiliazioni e gli insulti che m’avevan ferito in quei giorni vennero a galla per aggrovigliarsi in un nodo che comprendeva tutto: la birra negata, il dramma del parrucchiere, la via crucis di Maria Vergine che cerca con san Giuseppe un albergo, una stalla dove partorire, fino alla carognata del mullah che m’aveva costretto a firmare un matrimonio a scadenza. E il nodo mi strozzò in un’ira sorda, gonfia di sdegno.


OF - : Grazie, signor Khomeini. Lei è molto educato, un vero gentiluomo. La accontento sui due piedi. Me lo tolgo immediatamente questo stupido cencio da medioevo.

E con una spallata lasciai andare il chador che si afflosciò sul pavimento in una macchia oscena di nero.

Quel che accadde dopo resta nella mia memoria come l’ombra di un gatto che prima se ne stava appisolato a ronfare e d’un tratto balza in avanti per divorare un topo. Si alzò con uno scatto così svelto, così improvviso, che per un istante credetti d’esser stata investita da un colpo di vento. Poi, con un salto altrettanto felino, scavalcò il chador e sparì.


giovedì, giugno 02, 2022

UN PEZZO DI ALBERTO GRIFI SUL SUO AMICO ALDO BRAIBANTI

dall'archivio di Mauro Caruso - Lambda

"Nel ’67 ho lavorato col gruppo di sperimentazione teatrale che Aldo Braibanti aveva radunato intorno a sé. Filmavo le prove degli attori (Carlo Cecchi, Isabel Ruth, Massimo Sarchielli, Lou Castel...). L’humus culturale che Braibanti aveva messo in moto era straordinario.

 Sapevamo che la sua bella amicizia con un giovane di 25 anni dove si mescolavano affetto, pittura, poesia e scienza, era stata interrotta violentemente: il padre del ragazzo accompagnato da alcuni energumeni irruppe nella pensione dove i due vivevano, fece immobilizzare Aldo e trascinò via il figlio per chiuderlo in un ospedale psichiatrico a Verona, dove gli fecero 40 elettroshock e 8 shock insulinici in due anni «perché dimenticasse tutto». 

 Quando Braibanti fu arrestato, accusato di aver soggiogato la personalità del suo amico, insomma per il reato di plagio, si scatenò sulla sua testa una campagna stampa tanto ben organizzata quanto vergognosa. Con Giordano Falzoni e Patrizia Vicinelli preparammo dei volantini ciclostilati intitolati: «Per Aldo Braibanti contro la caccia alle streghe», per una raccolta di firme che portavo anche ai giornali, perché si facesse un po’ di chiarezza su quel rogo da inquisizione intorno al quale ballavano miracolati da Padre Pio, sessuofobi bigotti e fanatici dell’elettroshock.

 Una mattina arriva a casa mia una squadra di questurini. Mi portano davanti a un ragazzo che avevo appena intravisto giorni prima sul set di un film che stavo girando, trovato in possesso di 0,6 grammi di hashish, che balbettava che gli sembrava che io gli avessi detto che c’era un americano che vendeva fumo. Non avevo droghe né la polizia si curò di cercarle. Durante gli interrogatori ci fu una telefonata con non so chi. Mi ammanettarono, passarono dal lei al tu e mi portaronoa Regina Coeli. Ci sono rimasto 2 anni: spaccio di stupefacenti. 

Al processo in Corte d’Assise contro Braibanti, presieduto da Orlando Falco, lo stesso al quale fu affidato poco dopo Valpreda, la Corte si faceva crasse risate alle spalle dell’imputato facendosi descrivere i collages di Braibanti da un elettricista di Fiorenzuola d’Arda, che asseriva di essere stato plagiato anche lui.

 Un giudice chiedeva a Braibanti: «Lei studia le formiche; quante uova può fare una riproduttrice?». E Braibanti rispondeva cortesemente: «Una fondatrice può deporre un numero enorme di uova».

 Il giudice gongolava, l’imputato era caduto nel trabocchetto: «Lo vede allora che nel suo interesse per le formiche c’entrava anche il sesso?».


 Mi sono spesso chiesto se il processo contro il «mostro» Braibanti fu una prova generale del processo contro il «mostro» Valpreda. È vero che tutti e due sono stati covati nelle viscere più putride dello Stato e dei suoi funzionari, ma per cogliere una possibile continuità tra i due processi, per stabilire se la regia è la stessa, bisognerebbe colmare un vuoto di informazioni sul caso Braibanti. Le sceneggiate in costume medioevale che si producevano in tribunale, l’ignoranza spudorata della materia su cui si sentenziava, erano così scandalosamente evidenti che a nessuno veniva in mente che dietro le «quinte» ci potessero essere altre intenzioni oltre quella che tendeva a restituire, contro le conquiste democratiche, la peggiore delle dittature, capace di mantenere il potere minacciando galera e elettroshock per chiunque si rifiutasse di piegare la testa.

 A nessuno veniva in mente che forse il processo era un’operazione di camouflage (...). Un anno dopo, al processo Valpreda, tutto era chiaro dal primo giorno. Organizzato da mandanti che avevano individuato i bombaroli da arrestare ancor prima che la bomba esplodesse, aveva il fine di far saltare l’accordo sui contratti di lavoro e instillare l’idea che in ogni comunista c’era un terrorista (...).

 Al contrario, per il plagio, che finezza strategica! Ribadire palesemente il monopolio della produzione di consenso e nascondere i meccanismi dell’economia che il consenso produce.

 Il notiziario I diritti dell’uomo, diretto da Luigi De Marchi, del luglio ’68 suggerisce, per comprendere qualcosa in più sul caso Braibanti, di considerare che il fratello di Aldo, medico di Fiorenzuola d’Arda, era rappresentante di uno dei gruppi che amministravano le Terme di Bacedasco, con dieci sorgenti di acque minerali e una portata trenta volte maggiore di quella di Chianciano. E che i Quaderni Piacentini, fondati dai fratelli Bellocchio, cui si unì subito Aldo, avevano sollevato una campagna stampa contro la speculazione edilizia che danneggiò un personaggio legato al Gruppo Agnelli. Sembra che questi abbia partecipato a due riunioni di prelati di un’opera pia molto potente, legata al gruppo Lefevre, che confina con le Terme, al fine di programmare la «scalata» per mettere le mani sulla società di Bacedasco. Ecco dunque ciò che accomuna i due processi, ciò che si nasconde dietro l’etica del potere, ciò che ha la pretesa di dare significato a tutto l’esistente: l’economia. 

Si sa che i soldi «servono per vivere», ma si dimentica che il denaro appiattisce il mondo e lo riduce a merce."



martedì, marzo 01, 2022

All'UCRAINA . di Andrea Giampietro

 


Non è morta la gloria d’Ucraina

ma si dispiega al vento e libra al sole

come Bandiera issata a mezzogiorno.

Non è morta la gloria d’Ucraina

che sgretola le tempie del nemico

come l’ultima neve di febbraio.

Non è morta la gloria d’Ucraina

finché i suoi figli impugneranno l'armi

contro il monarca, contro il nuovo Ivano.  

Non è morta la gloria d’Ucraina

se la stirpe cosacca ancora splende

tra i roghi e le macerie nelle strade. 

Non è morta la gloria d’Ucraina

perché il destino già sorride ai giovani

che rendono la Patria ai loro Padri.  

(Andrea Giampietro)

mercoledì, novembre 24, 2021

"Prevenire i genocidi con l’esempio dei Giusti" è un libro

 Ai carissimi firmatari della Carta della Memoria di Gariwo,

 
è con grande piacere che vi comunichiamo che il nostro dibattito nato attorno al tema della Memoria da oggi è un libro che potete trovare in tutte le librerie e negli store online.
 
Edito dalla Libreria Editrice Cafoscarina come primo volume della nuova collana CAMPO LIBERO, Domande sulla memoria (272 pagine, 14 euro) è un libro corale che si interroga sul significato odierno di Memoria e su come fino ad oggi, in molti casi, sia mancata una lettura d’insieme dei genocidi e un metodo di comparazione e di analisi delle caratteristiche comuni, volto alla prevenzione di future atrocità.

 E' stato presentato in Domande sulla memoria in occasione del quinto GariwoNetwork, l’incontro di tutte le realtà che in Italia e nel mondo sono impegnate nella diffusione del messaggio dei Giusti, al quale hanno partecipato la senatrice Liliana Segre, Piero Fassino, Gabriele Nissim, Francesco M. Cataluccio e Konstanty Gebert.


Per acquistare il volume: sul sito dell’editore o su Amazon.

martedì, giugno 08, 2021

Oriana Fallaci, Lettera a Pier Paolo Pasolini - su L'Europeo del 14 novembre 1975



domenica 6 giugno 2021

Oriana Fallaci, Lettera a Pier Paolo Pasolini - L'Europeo del 14 novembre 1975

da  "Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro




Oriana Fallaci, Lettera a Pier Paolo
L'Europeo del 14 novembre 1975

      Da qualche parte, Pier Paolo, mischiata a fogli e giornali ed appunti, devo avere la lettera che mi scrivesti un mese fa. Quella lettera crudele, spietata, dove mi picchiavi con la stessa violenza con cui ti hanno ammazzato. Me la sono portata dietro per due o tre settimane, le ho fatto fare il giro di mezzo mondo fino a New York, poi l’ho messa non so dove e mi chiedo se un giorno la ritroverò. Spero di no. Vederla di nuovo mi farebbe male quanto me ne fece quando la lessi e rimasi intirizzita a fissar le parole, sperando di poterle dimenticare. Non le ho dimenticate, invece. Posso quasi ricostruirle a memoria. Più o meno, così: «Ho ricevuto il tuo ultimo libro. Ti odio per averlo scritto. Non sono andato oltre la seconda pagina. Non voglio leggerlo, mai. Non voglio sapere cosa v’è dentro la pancia di una donna. Mi disgusta la maternità. Perdonami ma quel disgusto io me lo porto dietro fin da bambino, quando avevo tre anni mi sembra, o forse eran sei, e udii mia madre sussurrare che…».

      Non ti risposi. Cosa si risponde, scrivendo, a un uomo che piange la sua disperazione di trovarsi uomo, il suo dolore d’essere nato da un ventre di donna? Non era una lettera diretta a me, del resto, ma a te stesso, o meglio, alla morte che rincorrevi da sempre per mettere fine alla rabbia d’essere venuto al mondo grazie a una pancia gonfia, due gambe divaricate, un cordone ombelicale che si snoda nel sangue. E come consolarti, placarti, di una simile ineluttabilità? Le parole con cui consolarti erano nel libro che tu rifiutavi con ira, l’unico modo per placarti sarebbe stato prenderti fra le braccia: amarti come solo una donna sa amare un uomo. Ma tu non hai mai permesso a una donna di prenderti fra le braccia, amarti. Quel nostro ventre da cui sei uscito ti ha sempre riempito di orrore. Fuorché tua madre che veneravi come una Madonna messa incinta dallo Spirito Santo, dimenticando che anche tu eri stato legato a un cordone ombelicale che si snoda nel sangue, noi donne ti incutevamo fisicamente un disgusto. Se ci accettavi, era per pietà. Se ci perdonavi, era per volontà. E in ogni caso non dimenticavi mai la leggenda che dà a noi la colpa d’aver colto la mela, scoperto il peccato. Odiavi troppo il peccato, il sesso che per te era peccato. Amavi troppo la purezza, la castità che per te era salvezza. E meno purezza trovavi più ti vendicavi cercando la sporcizia, la sofferenza, la volgarità: come una punizione.
Come certi frati che si flagellano, la cercavi proprio col sesso che per te era peccato. Il sesso odioso dei ragazzacci dal volto privo di intelligenza (tu che avevi il culto dell’intelligenza), dal corpo privo di grazia (tu che avevi il culto della grazia), dalla mente priva di bellezza (tu che avevi il culto della bellezza). In loro ti tuffavi, ti umiliavi, ti perdevi: tanto più voluttuosamente tanto più essi erano infami. Di loro ci cantavi con le tue belle poesie, i tuoi bei libri, i tuoi bei film. Da loro sognavi d’essere ucciso prima o poi per compiere il tuo suicidio. Sono cattiva a dirti questo? Sono crudele anch’io? Forse, ma sei stato tu ad insegnarmi che bisogna essere sinceri a costo di sembrare cattivi, onesti a costo di risultare crudeli, e sempre coraggiosi dicendo ciò in cui si crede: anche se è scomodo, scandaloso, pericoloso. Tu scrivendo insultavi, ferivi fino a spaccare il cuore. Ed io non ti insulto dicendo che non è stato quel diciassettenne ad ucciderti: sei stato tu a suicidarti servendoti di lui. Io non ti ferisco dicendo che ho sempre saputo che invocavi la morte come altri invocano Dio, che agognavi il tuo assassinio come altri agognano il Paradiso. Eri così religioso, tu che ti presentavi come ateo. Avevi un tale bisogno di assoluto, tu che ci ossessionavi con la parola umanità. Solo finendo con la testa spaccata e il corpo straziato potevi spengere la tua angoscia e appagare la tua sete di libertà. E non è vero che detestavi la violenza. Col cervello la condannavi, ma con l’anima la invocavi: quale unico mezzo per compiacere e castigare il demonio che bruciava in te. Non è vero che maledicevi il dolore. Ti serviva, invece, come un bisturi per estrarre l’angelo che era in te.


Io me ne accorsi fin dal primo incontro, quando ci conoscemmo a New York: ormai dieci anni fa. E quel fatto mi impressionò più del tuo genio esaltante, della tua cultura irritante, della tua fantasia scatenata. Scappavi ogni notte nei quartieri dove neanche i poliziotti osano entrare armati. Non ti stancavi mai di sfidare la turpitudine, toccare l’orrendo, unirti ai relitti maschili dei drogati, degli invertiti, degli ubriaconi. Sia che tu ti recassi nella Bowery o a Harlem o al porto, eri sempre presente dove c’era il male e il pericolo. Rimbaud in confronto diventava un’educanda. Quante volte ho temuto di sentirmi dire che ti avevan trovato con la gola tagliata o una pallottola in cuore. Una sera te lo confessai. Eravamo dinanzi al Lincoln Center e cercavi un taxi per recarti in un posto che non volevi ammettere. Per l’impazienza apparivi inquieto, tremavi. Mormorai: «Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo». E tu mi fissasti con occhi lucidi e tristi (erano sempre tristi i tuoi occhi, anche quando ridevi), poi rispondesti ironico: «Sì?». Ricordi, vero, quei giorni a New York. Venivi nel mio appartamento, sedevi sul vecchio divano, chiedevi una Coca-Cola (non ti ho mai visto ubriaco) e mi raccontavi di amare New York perché era sporca, senz’anima. Di quella città straordinaria vedevi soltanto la miseria morale, da ex-colonia dicevi, da sottoproletariato, e una povertà che paragonavi alla povertà di Calcutta, Casablanca, Bombay. Un pomeriggio esclamasti: «Mi dispiace di non esser venuto qui prima, venti o trenta anni fa, per restarci. Non mi era mai successo di innamorarmi così d’un paese. Fuorché in Africa, forse. Ma in Africa vorrei andare e restare per non ammazzarmi. Sì, l’Africa è come una droga che prendi per non ammazzarti. New York invece è una guerra che affronti per ammazzarti».


Eri giunto da Montréal col treno. Eri sceso a una stazione sotterranea e non avevi trovato un facchino. Con le valigie che ti stroncavano le braccia avevi percorso un tunnel, e in fondo al tunnel c’era una luce accecante. La città t’aveva aggredito con la gloria di un’apparizione: Gerusalemme che appare agli occhi di un crociato, dicesti. I grattacieli invece li vedevi come le Dolomiti, ed io ti ascoltavo in preda alla paura: eri solo poeta o anche pazzo? Non avevo mai pensato che New York potesse essere vista come Gerusalemme e i grattacieli come le Dolomiti. Ma in cima a quei grattacieli non volevi salire mai. Quante volte tentai di portarti all’ultimo piano dell’Empire State Building! Ti promettevo: «È come salire sulla vetta di un monte, il vento è pulito lassù». Mi opponevi sempre una scusa: a te non interessava il vento pulito. Interessava la laidezza della Quarantaduesima Strada, con le sue luci rosse da inferno e i negozi che vendono pornografia. «Ieri, nella Quarantaduesima, ho visto un uomo che stava morendo. In mano aveva un pacchetto. L’ha fissato e poi l’ha scaraventato per terra con collera tale che il pacchetto s’è rotto. Dopo l’uomo s’è appoggiato al muro, è scivolato piano per terra ed è rimasto lì: a morire. Senza che nessuno si fermasse a guardarlo, aiutarlo. Neanch’io. Ma è male questo? È mancanza di pietà? Forse è una forma superiore di pietà. Capisci, lasciare gli altri morire.»


Galeotto N. 3678

Diventammo subito amici, noi amici impossibili. Cioè io donna normale e tu uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti della cosiddetta civiltà, io innamorata della vita e tu innamorato della morte. Io così dura e tu così dolce. V’era una dolcezza femminea in te, una gentilezza femminea. Anche la tua voce del resto aveva un che di femmineo, e ciò era strano perché i tuoi lineamenti erano i lineamenti di un uomo: secchi, feroci. Sì, esisteva una nascosta ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da pugile, sulle tue labbra sottili, una crudeltà clandestina. Ed essa si trasmetteva al tuo corpo piccolo e magro, alla tua andatura maschia, scattante, da belva che salta addosso e morde. Però quando parlavi o sorridevi o muovevi le mani diventavi gentile come una donna, soave come una donna. Ed io mi sentivo quasi imbarazzata a provare quel misterioso trasporto per te. Pensavo: in fondo è lo stesso che sentirsi attratta da una donna. Come due donne, non un uomo e una donna, andavamo a comprare pantaloni per Ninetto, giubbotti per Ninetto, e tu parlavi di lui quasi fosse stato tuo figlio: partorito dal tuo ventre, e non seminato dal tuo seme. Quasi tu fossi geloso della maternità che rimproveravi a tua madre, a noi donne. Per Ninetto, in un negozio del Village, ti invaghisti di una camicia che era la copia esatta delle camicie in uso a Sing Sing. Sul taschino sinistro era scritto: «Prigione di Stato. Galeotto numero 3678». La provasti ripetendo: «Deliziosa, gli piacerà». Poi uscimmo e per strada v’era un corteo a favore della guerra in Vietnam, ricordi? Tipi di mezza età alzavan cartelli su cui era scritto «Bombardate Hanoi» e ci restasti male. Da una settimana ti affannavi a spiegarmi che il vero momento rivoluzionario non era in Cina né in Russia ma in America. «Vai a Mosca, vai a Praga, vai a Budapest e avverti che lì la rivoluzione è fallita: il socialismo ha messo al potere una classe di dirigenti e l’operaio non è padrone del proprio destino. Vai in Francia, in Italia, e ti accorgi che il comunista europeo è un uomo vuoto. Vieni in America e scopri la sinistra più bella che un marxista come me possa scoprire. I rivoluzionari di qui fanno venire in mente i primi cristiani, v’è in essi la stessa assolutezza di Cristo. M’è venuta un’idea: trasferire in America il mio film su san Paolo.» Della cultura americana assolvevi quasi tutto, ma quanto soffristi la sera in cui due studentesse americane ti chiesero chi fosse il tuo poeta preferito, tu rispondesti naturalmente Rimbaud, e le due ignoravano chi fosse Rimbaud. Per questo lasciasti New York così insoddisfatto? Io direi di no. Direi che lasciasti New York deluso perché non c’eri morto, perché ti eri affacciato sulla voragine e non vi eri caduto. Le notti trascorse in cerca del suicidio t’avevano reso soltanto le guance più scarne, lo sguardo più febbricitante. Mi sento, dicesti, come un bambino cui è stata offerta una torta e poi gliel’hanno sottratta mentre stava per addentarla. Sì, avresti dovuto bere mille altre amarezze prima di trovare qualcuno che ti facesse il dono di ucciderti, regalarti una morte coerente dopo una vita coerente.


Dicono che tu fossi capace d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la compagnia della gioventù: giocare a calcio, ad esempio, coi ragazzi delle borgate. Ma io non ti ho mai visto così. La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: «Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!». Forse per questo il destino ci fece incontrare di nuovo, anni dopo. Fu a Rio de Janeiro, dov’eri venuto con Maria Callas: in vacanza. I giornali scrivevano che eravate amanti. Lo eravate? So che due volte, nella vita, hai provato ad amare una donna: restandone deluso. Ma non credo che una di queste due donne sia stata Maria. Eravate troppo diversi, troppo divisi esteticamente e psicologicamente e culturalmente. Allo stesso tempo però sembravate così uniti da una misteriosa complicità. Il mio sospetto è che tu l’avessi adottata come una sorella, per farle dimenticare l’abbandono di Onassis. Non ti staccavi mai da lei, l’aiutavi perfino a vestirsi e a spogliarsi. Sulla spiaggia le ungevi le spalle perché il sole non gliele arrossasse. Ai ristoranti subivi ogni suo capriccio. Sempre indulgente, paziente, sereno come un infermiere di Lambaréné. Sì, c’era in te l’eroismo del missionario che va a curare i lebbrosi, la bontà del santo che subisce il martirio con gioia. Una sera ne parlammo, sul mare di Copacabana, dentro un tramonto di rosa e d’oro. Maria sonnecchiava sulla sabbia, fasciata in un costume da bagno nero, io ti raccontavo delle torture con cui i brasiliani seviziavano i prigionieri politici: il pau de arara, gli elettrochoc. Ma ascoltavi malvolentieri, quasi ti irritasse turbare con tali discorsi un tramonto di rosa e d’oro. Non mi rispondevi neanche. Solo quando ti accorgesti che ciò mi feriva, ed io ti aggredii dicendo che allora non eri sincero nelle tue proteste e nelle tue battaglie, eri solo un Narciso che fingeva di battersi contro l’ingiustizia per esaudire la sua vanità, ti mettesti a parlare di Gesù Cristo e di san Francesco.


Nessun prete mi ha mai parlato, come te, di Gesù Cristo e di san Francesco. Una volta mi hai parlato anche di sant’Agostino, del peccato e della salvezza come li vedeva sant’Agostino. È stato quando mi hai recitato a memoria il paragrafo in cui sant’Agostino racconta di sua madre che si ubriaca. Ed ho compreso in quell’occasione che cercavi il peccato per cercar la salvezza, certo che la salvezza può venire solo dal peccato, e tanto più profondo è il peccato tanto più liberatrice è la salvezza. Però ciò che mi dicesti su Gesù Cristo e su san Francesco, mentre Maria sonnecchiava dinanzi al mare di Copacabana, mi è rimasto come una cicatrice. Perché era un inno all’amore cantato da un uomo che non crede alla vita. Non a caso l’ho usato nel libro che non hai voluto leggere. L’ho messo in bocca al bambino quando interviene al processo contro la sua mamma: «Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore. Ma è sufficiente credere all’amore se non si crede alla vita?». Anche tu eri fatto d’amore. La tua virtù più spontanea era la generosità. Non sapevi mai dire no. Regalavi a piene mani a chiunque chiedesse: sia che si trattasse di soldi, sia che si trattasse di lavoro, sia che si trattasse di amicizia. A Panagulis, per esempio, regalasti la prefazione ai suoi due libri di poesie.


E, verso per verso, col testo greco accanto, volesti controllare perfino se fossero tradotte bene. Ci ritrovammo per questo, rammenti. Riprendemmo a vederci quando lui fu scarcerato e venne in esilio in Italia. Andavamo spesso a cena, tutti e tre. E mangiare con te era sempre una festa, perché a mangiare con te non ci si annoiava mai. Una sera, in quel ristorante che ti piaceva per le mozzarelle, venne anche Ninetto. Ti chiamava «babbo». E tu lo trattavi proprio come un babbo tratta suo figlio, partorito dal suo ventre e non dal suo seme. Lasciarti dopocena, invece, era uno strazio. Perché sapevamo dove andavi, ogni volta. E, ogni volta, era come vederti correre a un appuntamento con la morte. Ogni volta io avrei voluto agguantarti per il giubbotto, trattenerti, implorarti, ripeterti ciò che ti avevo detto a New York: «Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo!». Avrei voluto gridarti che non ne avevi il diritto perché la tua vita non apparteneva a te e basta, alla tua sete di salvezza e basta. Apparteneva a tutti noi. E noi ne avevamo bisogno. Non esisteva nessun altro in Italia capace di svelare la verità come la svelavi tu, capace di farci pensare come ci facevi pensare tu, di educarci alla coscienza civile come ci educavi tu. E ti odiavo quando ti allontanavi su quella automobile con cui i tre teppisti t’avrebbero schiacciato il cuore. Ti maledicevo. Ma poi l’odio si spingeva in un’ammirazione pazza, ed esclamavo: «Che uomo coraggioso!». Non parlo del tuo coraggio morale, ora, cioè di quello che ti faceva scrivere in cambio di contumelie, incomprensioni, offese, vendette. Parlo del tuo coraggio fisico. Bisogna avere un gran fegato per frequentare la melma che frequentavi tu, di notte. Il fegato dei cristiani che insultati e sbeffeggiati entrano nel Colosseo per farsi sbranare dai leoni.


Il telefono muto

Ventiquattr’ore prima che ti sbranassero, venni a Roma con Panagulis. Ci venni decisa a vederti, risponderti a voce su ciò che mi avevi scritto. Era un venerdì. E Panagulis ti telefonò a casa ma, alla terza cifra, si inseriva una voce che scandiva: «Attenzione. A causa del sabotaggio avvenuto nei giorni scorsi alla centrale dell’EUR, il servizio dei numeri che incominciano col 59 è temporaneamente sospeso». L’indomani accadde lo stesso. Ci dispiacque perché credevamo di venire a cena con te, sabato sera, ma ci consolammo pensando che saremmo riusciti a vederti domenica mattina. Per domenica avevamo dato appuntamento a Giancarlo Pajetta e Miriam Mafai in piazza Navona: prendiamo un aperitivo e poi andiamo a mangiare. Così verso le dieci ti telefonammo di nuovo. Ma, di nuovo, si inserì quella voce che scandiva: attenzione, a causa del sabotaggio il numero non funziona. E a piazza Navona andammo senza di te. Era una bella giornata, una giornata piena di sole. Seduti al bar Tre Scalini ci mettemmo a parlare di Franco che non muore mai, ed io pensavo: mi sarebbe piaciuto sentir Pier Paolo parlare di Franco che non muore mai. Poi si avvicinò un ragazzo che vendeva «l’Unità» e disse a Pajetta: «Hanno ammazzato Pasolini». Lo disse sorridendo, quasi annunciasse la sconfitta di una squadra di calcio. Pajetta non capì. O non volle capire? Alzò una fronte aggrottata, brontolò: «Chi? Hanno ammazzato chi?». E il ragazzo: «Pasolini». E io, assurdamente: «Pasolini chi?». E il ragazzo: «Come chi? Come Pasolini chi? Pasolini Pier Paolo». E Panagulis disse: «Non è vero». E Miriam Mafai disse: «È uno scherzo». Però allo stesso tempo si alzò e corse a telefonare per chiedere se fosse uno scherzo. Tornò quasi subito col viso pallido. «È vero. L’hanno ammazzato davvero». In mezzo alla piazza un giullare coi pantaloni verdi suonava un piffero lungo. Suonando ballava alzando in modo grottesco le gambe fasciate dai pantaloni verdi, e la gente rideva. «L’hanno ammazzato a Ostia, stanotte» aggiunse Miriam. Qualcuno rise più forte perché il giullare ora agitava il piffero e cantava una canzone assurda. Cantava: «L’amore è morto, virgola, l’amore è morto, punto! Così io ti piango, virgola, così io ti piango, punto!».

Non andammo a mangiare. Pajetta e la Mafai si allontanarono con la testa china, io e Panagulis ci mettemmo a camminare senza sapere dove. In una strada deserta c’era un bar deserto, con la televisione accesa. Si entrò seguiti da un giovanotto che chiedeva stravolto: «Ma è vero? È vero?». E la padrona del bar chiese: «Vero cosa?». E il giovanotto rispose: «Di Pasolini. Pasolini ammazzato». E la padrona del bar gridò: «Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria! Ammazzato! Gesù! Sarà una cosa politica!». Poi sullo schermo della televisione apparve Giuseppe Vannucchi e dette la notizia ufficiale. Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?


Oggi in "Pasolini, un uomo scomodo" di Oriana Fallaci - Rizzoli.





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Curatore, Bruno Esposito

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