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17 GIUGNO 2024 09:15 PDT
In un mondo che preme verso la sostenibilità, il passaggio dalle tradizionali plastiche a base fossile alle alternative a base biologica sta guadagnando slancio. Comprendere le complessità di questi materiali è fondamentale per la loro efficace integrazione, soprattutto in ambienti sensibili come i laboratori. Il libro bianco di Eppendorf, scritto dalla Dott.ssa Kerstin Hermuth-Kleinschmidt di NIUB Sustainability Consulting, approfondisce il campo delle plastiche a base biologica, offrendo una prospettiva chiara e scientifica sulla loro applicazione e sull'impatto ambientale.
Intitolata "La bioplastica spiegata: quanto 'bio' puoi aspettarti dalla plastica?", questa guida completa demistifica le varie categorie di plastica a base biologica, evidenziandone vantaggi, limiti e idoneità all'uso in laboratorio. Il libro bianco esplora le definizioni essenziali e le sfumature tra plastica di origine biologica, biodegradabile e compostabile, garantendoti di prendere decisioni informate in linea sia con le tue esigenze scientifiche che con gli obiettivi di sostenibilità.
Perché leggere questo libro bianco?
Chiarezza sulle definizioni: comprendere cosa significa realmente bioplastica, comprese le distinzioni tra materiali di origine biologica, biodegradabili e compostabili.
Applicazioni di laboratorio: scopri perché alcuni tipi di bioplastica sono più adatti all'uso in laboratorio rispetto ad altri e perché le varianti biodegradabili potrebbero non essere la scelta migliore.
Approfondimenti sulla sostenibilità: ottieni informazioni su come l'utilizzo della plastica di origine biologica può ridurre significativamente le emissioni di CO2 e la dipendenza dalle risorse fossili, contribuendo a un ambiente di laboratorio più sostenibile.
Prospettive future: guardare oltre le applicazioni attuali ed esplorare come la ricerca e le innovazioni in corso nel campo delle bioplastiche potrebbero trasformare ulteriormente la sostenibilità nei laboratori.
Questo white paper è una risorsa indispensabile per i responsabili dei laboratori, i responsabili della sostenibilità e chiunque sia coinvolto nell'approvvigionamento di materiali di consumo da laboratorio e si impegni a ridurre l'impatto ambientale senza compromettere la qualità o le prestazioni.
Passeggiata a Villa Pamphili sui luoghi dei combattimenti del 30 aprile 1849 |
Anche quest’anno abbiamo organizzato una passeggiata a Villa Pamphili per visitare e ricordare i luoghi dei combattimenti del 30 aprile 1849. |
L’appuntamento è fissato per il giorno 1° maggio 2024 alle ore 10 a Villa Pamphili Largo 3 giugno 1849 |
Armanino: Attacco del 30 aprile 1849 Litografia a colori (Museo Centrale Risorgimento Roma) |
La brochure che descrive la passeggiata e le modalità per parteciparvi può essere visualizzata selezionando questo collegamento |
Sabato 10 febbraio alle ore 17,30 nei locali del Centro d’Arte e Cultura “Piero Montana” sarà presentato il nuovo libro La Villa dell’alchimia. Elementi alchemici ed esoterici di Villa Palagonia di Piero Montana.
La presentazione sarà fatta dalla scrittrice Rosanna Balistreri, dalla giornalista Marina Mancini, dall’Assessore alla Cultura Daniele Vella. Sarà presente il Sindaco di Bagheria, Filippo Tripoli.
Il libro di Montana parte da un resoconto del viaggiatore inglese Patrick Brydone, che nel 1770 visitando Villa Palagonia
Il Brydone non sospetta neppure entrando in questa camera di trovarsi innanzi a un luogo sacro, un luogo di terribili visioni e sogni profetici mandati dall’Alto al nostro Principe per rivelargli l’imminente fine del mondo, che però sarebbe stata solo la fine del suo mondo: il crollo dell’Ancien Régime, la messa a morte di Dio, contemplata nell’esecuzione capitale del Suo rappresentante in terra di Francia, Luigi XVI, ghigliottinato il 21 gennaio 1793 nonché il quasi totale annientamento della classe degli aristocratici.
Montana partendo da questo luogo sacro di terribili profezie, esamina e studia tutte le altre stanze della Villa, riscontrando negli elementi decorativi di esse simboli ermetici ed esoterici attinenti all’Arte della Grande Opera.
L’autore del libro ritiene pertanto di avere a che fare in questo suo studio con una “Dimora filosofale”, in cui il Principe di Palagonia si preparava alla realizzazione della Pietra filosofale, la sola che avrebbe avuto il potere di moltiplicare lo spirito nobile e scongiurare pertanto la scomparsa della nobiltà dalla faccia della terra. La villa dell’alchimia consta di tre parti. La prima è una breve introduzione all’alchimia intesa come scienza ermetica dell’anima e non come una scienza della natura (la chimica).
La seconda che consta di una breve ma indispensabile introduzione all’alchimia spirituale nella quale andrebbe inquadrata l’opera di Ferdinando Francesco Gravina Junior.
La terza parte è quella in cui l’autore esamina e studia tutti gli elementi alchemici ed esoterici presenti nelle immagini delle statue, degli affreschi e degli elementi decorativi della villa, facendo delle sensazionali scoperte. Questo studio sistematico dei simboli occulti di Villa Palagonia, mai prima tentato, dai risultati ottenuti può considerarsi di certo assai esauriente e completo.
In tale studio Montana si è avvalso della personale frequentazione di una vasta letteratura alchemica nonché della guida di maestri spirituali del nostro tempo quali René Guénon, Julius Evola, Eugène Canseliet, Mircea Eliade, Carl Gustav Jung, e soprattutto Henry Corbin, più spesso citato nel suo libro.
Dal momento che Villa Palagonia è stata finora studiata in maniera seria solo da competenti architetti, che ce l’hanno descritta in tutti i suoi elementi architettonici, fornendoci pure di essa, oltre ai suoi modelli iconografici, interessanti notizie storiche sulla famiglia Gravina a partire delle sue mitiche origini regali, il nostro autore in questo suo libro ha voluto occuparsi solo di quel sapere ermetico ed esoterico, che nonostante la devastazione della villa, operata alla morte del nostro Principe dal suo fratellastro Salvatore Gravina, ancora oggi rimane in essa superstite ma del tutto celato, nascosto ad occhi profani.
Un'altra persona geniale che se n'è andata...
Qui a seguire alcuni suoi pensieri recenti, per darvi una pallida idea di chi fosse.
AMg
"La vita che mi resta da vivere non sono tanto disponibile a continuare a spenderla per aiutare chi non alza un dito per farlo o per almeno collaborare a farlo, si piange addosso e non trova di meglio che prendersela con qualcun altro, chiedere come concessione ciò che è già suo e invelenirsi con chi si scazza anche per lei, quando dovrebbe accusare solo sé stessa del suo "disagio", e rapidamente alzare le chiappe, rimboccarsi le maniche e imparare a non essere ipocrita e suddita di nessuno.
Fare a meno di spendere tempo e soldi per costruirsi un aspetto che non contiene nulla e smettere di pensare di avere il diritto di essere aiutata a farlo.
Non basta avere l'aspetto di una femmina ( o una fica) per essere una donna. Come non basta avere il pisello per essere un uomo."
AMG
Storia dell'intolleranza in Europa. Sospettare e punire. Il sospetto e l'Inquisizione romana nell'epoca di Galilei,
di Italo Mereu,
Milano, A. Mondadori, 1979.
Valerio Evangelisti ha raccontato di avere incontrato per la prima volta la figura storica di Nicolas Eymerich (in catalano Nicolau Aymerich) nel volume di cui riportiamo la copertina. Mereu dedica alcune pagine a Eymerich in apertura del volume, analizzando le origini dell'Inquisizione e sottolineando l'importanza di Eymerich nella codificazione e formalizzazione delle pratiche processuali, che rimarranno valide per molti secoli a venire.
“Chi confrontasse l'ultima legge di pubblica sicurezza con la prima decretale pontificia dedicata al sospetto (nel 1 1 8 1 ), potrebbe constatare come entrambi i testi ammettono che l'autorità costituita può, ogni qual volta lo ritiene opportuno, privare una persona della libertà, sulla base di un semplice sospetto ( «sola suspicione» dice il testo della decretale; e una frase analoga - seppure diversamente camuffata - usa il testo della legge attuale).
L'identità fra i due testi ci porta a formulare questa domanda:
come mai il legislatore d'oggi ricorre ancora al vecchio strumentario penalistico del Medioevo?
La risposta è duplice.
La prima è di carattere generale: ancora oggi lo schema penalistico ha per paradigma quello medioevale. Se nel campo della cosmologia siamo passati dal sistema tolemaico a quello copernicano e alla teoria della relatività; se in quello della psicologia - che sembrava incrollabile -, dal sistema aristotelico siamo arrivati alla psicoanalisi; se nei trasporti siamo giunti dalla piroga e dal mezzo animale al supersonico, e nell'illuminazione, dal lucignolo siamo pervenuti alla luce elettrica, e nel campo delle comunicazioni dai tam-tam della foresta siamo approdati alle comunicazioni via satellite: nel campo del diritto e della procedura penale, invece, siamo ancora fermi ad Alberto da Gandino, il primo giurista medioevale di cui si conservi una «practica », e che qui si cita perché emblematico.
Umanesimo e Rinascimento, Barocco e Illuminismo, Rivoluzione francese, liberalismo e comunismo (nel campo dell'effettività penale) non hanno portato cambiamenti se non di dettaglio e mutamenti solo di facciata. Il rapporto « culpa = poena », resta tale e quale è stato impostato dai Padri della Chiesa e dai teologi della Scolastica, e ripreso e adattato poi, dai giuristi laici, al diritto comune. La punizione come vendetta (chiamata con un nome meno esplicito) è sempre il punto d'appoggio di ogni sistema repressivo. Tutti gli istituti sui quali è strutturato il diritto penale (dal concetto di dolo a quello di colpa, alla colpevolezza, alla capacità penale, alla normalità dell'atto volitivo, al concetto di reato, agli elementi accidentali del reato, al tentativo, ecc.) sono ancora quelli medioevali.
Il diritto processuale penale è sempre quello inquisitorio ideato dalla Chiesa, con una chiara impronta anti-romanistica.
(Sia detto fra parentesi: il processo accusatorio anglosassone non è che la continuazione, o la ripetizione, del modello accusatorio romano. I continuatori della tradizione romanistica, in questo campo, sono loro, e non noi.)
Certi nomi che sembrano moderni sono presi dalla teologia: come il concetto di dogmatica e di dogma; oppure dai giuristi della controriforma: come il concetto di istituto.
Talune « invenzioni » metodologiche, come il cosiddetto metodo « tecnico-giuridico », non sono che la trascrizione, in chiave moderna, del metodo « bartolista » o « realista » che domina dopo il '500. E se i « criminalisti » del '400, del '500 e del '600, non facevano che richiamarsi di continuo alla Glossa, a Bartolo e a Baldo, quelli del '700, dell' '800 e del nostro secolo (quando sono in vena di citare i precedenti storici) si richiamano a Claro, Covarrubias, Deciani e Farinacci, che non sono altro che i « ripetitori » di quanto avevano detto gli scrittori medioevali.
Si stabilisce così una specie di catena di Sant'Antonio delle citazioni giuridiche: e nei manuali d'oggi si ritrovano tali e quali le vecchie distinzioni e definizioni del Medioevo.
Se poi guardiamo ai Codici emanati dopo la Rivoluzione francese o a quelli moderni (almeno in Italia), e li si pone a confronto con quanto dispongono in materia i vecchi Statuti comunali, vedremo che la maggioranza delle fattispecie sono identiche; e in qualche ipotesi (quando il legislatore ha voluto innovare, ad esempio sul concetto di recidiva) ha riconosciuto che era bene tornare alle vecchie disposizioni medioevali.
Sono differenti, indubbiamente, le persone da colpire o da favorire, e le ideologie da combattere. E se nel Medioevo e nell'età barocca si arrestava un individuo perché sospetto eretico, nell'Ottocento lo si arresterà perché sospetto ladro di campagna, sospetto abigeatario, sospetto repubblicano, anarchico, socialista.
Variano i motivi, ma la struttura giuridica repressiva resta identica. E se prima della Rivoluzione francese i nobili ed il clero avevano un foro speciale, adesso questo privilegio è passato ai ministri, ai deputati e ai senatori, cioè alla nuova classe dirigente che ha una procedura particolare e un giudizio di « pari ».
Ma se la situazione è questa (come, oggi, da più parti si comincia ad ammettere e a verificare), non ci pare corretto dedurre da tale « immobilità » il carattere « eterno » degli istituti giuridici.
Diritto e procedura penale sono sempre creazioni umane e come tali sono (sarebbero) sempre sottoponibili a trasformazioni anche totali, così come cambiamenti totali sono avvenuti in tutti gli altri campi. La loro immobilità, dunque, è voluta. La loro perennità risponde a un calcolo politico.
Cioè: la scienza, la civiltà, il progresso (chiamateli come volete) in questo campo sono rimasti legati alle vecchie strutture del passato, all'antico impianto, perché tale legame ha sempre pienamente soddisfatto l'interesse politico di tutte le classi dominanti che si sono succedute al potere, le quali hanno sempre trovato nel diritto penale (così come ci è stato tramandato dal Medioevo) il mezzo più agevole, comodo, sbrigativo e (in apparenza) sicuro, per punire i delitti e per controllare ed eliminare le opposizioni".
La voce è antica, tranne che nell’espressione legittima suspicione, usata nel codice di procedura penale del 1913 (sostituita da quella di legittimo sospetto nel codice del 1930) e rimasta nell’uso, anche se il vigente codice di procedura penale prevede la rimessione del processo nei soli casi in cui la sicurezza o l’incolumità pubblica ovvero la libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo sono pregiudicate da gravi situazioni locali, tali da turbarne lo svolgimento e non altrimenti eliminabili. …
Nel libro di memorie di Doreen Carvajal, The Forgetting River: A Modern Tale of Survival, Identity and the Inquisition (Riverhead), Carvajal parla del suo viaggio ancestrale da Costa Rica, suo luogo di nascita, a Segovia, in Spagna, per scoprire le radici ebraiche nascoste della sua famiglia cattolica.
Nel 2019 è stato presentato in anteprima un documentario diretto da Joseph Lovett, intitolato “Children of the Inquisition”. Doreen ha partecipato a questo documentario insieme ad altri discendenti dell’Inquisizione. Suo padre le aveva ammesso di aver saputo di essere ebreo dall’età di 6 anni, ma non gli era stato permesso di parlarne. Fu solo quando era adulta, mentre intervistava un rabbino, le fu chiesto se conosceva l’origine del suo nome e che era un antico cognome ebraico sefardita. Il crescente interesse per il suo cognome è stato ciò che ha avviato il suo viaggio nel suo passato. Purtroppo, volendo saperne di più, ha contattato la sua prozia Luz Carvajal de Llubere a San Jose, in Costa Rica, che le ha detto: “Beh, come è tipico nella famiglia Carvajal, sì, siamo Sefarditas, ma è sempre complicato .” Anche nel 21esimo secolo, erano ancora molto guardinghi e timorosi di rivelare le loro origini. Carvajal è riuscita a rintracciare la sua famiglia a Segovia, in Spagna. Come è stato mostrato nel documentario e delineato nel suo libro di memorie, Carvajal si è trovata nella sua città ancestrale di Segovia, in Spagna. Dotata di informazioni dagli anziani della famiglia, ha iniziato il suo viaggio per ottenere maggiori informazioni sul passato enigmatico della sua famiglia.
A Segovia, Carvajal ha incontrato il massimo esperto di storia degli ebrei sefarditi, il professor David Gitlitz, recentemente scomparso nel 2021, possa la sua memoria essere una benedizione. Gitlitz ha attraversato l’albero genealogico di Carval a partire dal suo sedicesimo bisnonno, Diego Arias Dávila, che si è convertito da bambino ed è cresciuto in una famiglia che ha continuato a praticare le tradizioni ebraiche. Diego, che visse nel XV secolo, era un uomo dai molti talenti e fascino. Grazie ai suoi sforzi di networking, divenne amico del principe Henry e alla fine divenne il direttore finanziario del re di Castiglia, re Enrique IV. Durante questo periodo, Dávila aveva la doppia identità di praticare l’ebraismo in privato, ma anche di andare in chiesa pubblicamente. Aveva il suo castello e ora è un ufficio delle imposte. Gitlitz accompagnò Carvajal nella sua sontuosa dimora ancestrale e nella vicina sinagoga, a cui probabilmente avrebbe potuto partecipare la famiglia Dávil, chiamata Antigua Sinagoga Mayor de Segovia, ma ora si chiama Convento de Corpus Christi. Diego aveva un figlio Juan, che non voleva avere niente a che fare con l’ebraismo dei suoi genitori, abbracciò il cattolicesimo e fu nominato vescovo di Segovia quando aveva 21 anni.
Presso l’Archivio Storico Nazionale di Madrid, Gitlitz e Carvajal hanno trovato le trascrizioni di un processo del XV secolo tra Juan Dávil e Tomas de Torquemada, il primo Grande Inquisitore spagnolo. Torquemada ha sporto denuncia contro i genitori di Juan, anche se erano deceduti da anni. Circa 200 testimoni hanno testimoniato contro la famiglia per aver praticato usanze ebraiche banali come lavarsi prima dello shabbat, mangiare adafina, uno stufato a cottura lenta (un cholent sefardico) che era stato cucinato nel quartiere ebraico e mangiare cibo kosher.
Doreen Carvajal
Durante la sua ricerca, Carvajal ha contattato il fondatore e presidente di Shavei Israel, Michael Freund, che le ha spiegato che sebbene l’ebraismo non creda nel proselitismo, l’organizzazione esiste per sostenere coloro che cercano di rivendicare le proprie radici ebraiche, cosa che è diventata sempre più comune in questi giorni. Nell’ultimo capitolo del libro, Michael Freund ha invitato Carvajal a partecipare a un raduno di rabbini di Israele e della diaspora nella città portuale di Palma, a Maiorca, allo scopo di commemorare coloro che caddero vittime di un auto-da-fé del 1691. Alla fine è stata persuasa ad andare una volta che ha sentito la descrizione di Michael del memoriale pianificato. Aveva menzionato un’antica chiesa cattolica a Palma che è stata costruita sopra i resti delle sinagoghe più antiche della città e alcune delle vecchie pietre della sinagoga sono lisce e scolorite perché i discendenti di Chueta (discendenti degli ebrei maiorchini) erano soliti tracciarvi sopra le mani e baciare le loro dita. Questa descrizione le ha colpito il cuore e Doreen ha prenotato il suo biglietto per Maiorca.
Quando è arrivato il giorno della commemorazione, il gruppo ha attraversato Casco Antigua, il quartiere antico di Palma, passando davanti all’antica sinagoga e terminando con una cerimonia. Il rabbino Ben Avraham, che è cresciuto cattolico a Maiorca con origini Chueta e che in seguito si è convertito, ha guidato la cerimonia. Come parte della cerimonia, il rabbino Avraham ha letto ad alta voce i cognomi dei morti dall’auto-da-fé del 1691. Durante questo viaggio, Carvajal ha ascoltato alcune delle storie dei partecipanti al memoriale che avevano radici Chueta, riferendole alla sua storia ancestrale. Carvajal è entrato in contatto con il rabbino Israel Wiesel, giudice di un tribunale rabbinico religioso israeliano, che si trovava a Maiorca per fare ricerche sulla storia di Chueta e sui nomi che si trovano comunemente all’interno della comunità. Alla fine, grazie alla sua ricerca, parlando con l’anziano violinista Bernat Pomar, che si era convertito al giudaismo all’età di 78 anni, ha fatto chiarezza sulle sue identità contrastanti, ebraica e cattolica. Pomar ha spiegato di aver scoperto il suo background ebraico quando ha riconosciuto le origini ebraiche del suo nome da un libro pubblicato decenni fa. Sebbene avesse difficoltà a spiegare perché gli ci fosse voluto così tanto tempo per tornare alle sue radici e abituato alla segretezza dei suoi discendenti, è stato in grado di esprimersi attraverso la sua musica, fondendo temi di Israele, ritmi di flamenco e balli di Maiorca.
Carvajal conclude il suo libro di memorie con il ritrovamento di un’immaginetta di preghiera, tra gli altri documenti di famiglia, che era stata distribuita al funerale della prozia Luz Carvajal de Llubere nell’ottobre 1998 a San José, in Costa Rica. Un lato della carta conteneva i dettagli del funerale e l’altro lato della carta conteneva la preghiera, Salmo 92.
Il giusto fiorirà come la palma; crescerà come un cedro del Libano. Piantati nella casa del L-RD, fioriranno nelle corti del nostro D-o. Porteranno ancora frutto nella vecchiaia.
Carvajal lesse questi versi incredula, portando al mondo il messaggio finale della sua prozia, la tradizionale preghiera del sabato, la canzone per il giorno dello Shabbat, come segno che confermava la sua ricerca e le convinzioni sull’identità ebraica del suo antenato. In un articolo scritto da Rahel Musleah per la rivista Hadassah nel 2015, Carvajal ha detto: “Ora che capisco cosa è successo, faccio tesoro della perseveranza dei miei antenati per proteggere le loro convinzioni”, dice Carvajal. “Quando affronto le mie lotte, penso a ciò che hanno ottenuto.”
Recensione del libro e articolo di Rachael Spero