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martedì, gennaio 14, 2025

Una storia di libertà e diritti: "La mia famiglia, la gravidanza per altri e io"

Ricevo questo invito e prontamente lo diffondo, certa di fare un'opera di informazione corretta utile per tutti, indispensabile per molte persone.

AMg


Ciao Alba,

quando, a ottobre 2023, ho incontrato
Sylvie Mennesson per la prima volta durante l’assemblea civica sulla genitorialità sociale a Milano, prima di salutarci mi ha lasciato un libricino giallo intitolato “La mia famiglia, la gravidanza per altri e io”, da leggere con le mie figlie. 

Libro

Il libricino giallo lo ha scritto e illustrato sua figlia Fiorella che con sua sorella Valentina è nata grazie alla gravidanza per altri (GPA). 

 

Ho tradotto velocemente il libro e quando sono tornata a casa l’ho letto con le mie figlie. 

 

La semplicità e la trasparenza con cui Fiorella parla della storia della sua nascita e la tenerezza delle illustrazioni, mi hanno colpita: era tutto molto chiaro, diretto e vero. Non c’erano pregiudizi. È il racconto di una famiglia la cui storia è possibile solo grazie alla scienza e alla solidarietà di altre persone che hanno aiutato Sylvie e suo marito Dominique ad avere due figlie: Fiorella e Valentina.

Questo libro è stato per parecchi giorni sul nostro comodino, lo abbiamo letto spesso e così, qualche mese fa ho chiamato Sylvie e Fiorella per realizzarne una versione italiana. Ci abbiamo lavorato insieme e qualche giorno fa sono arrivate le prime copie. 

 

Da oggi il libro (abbiamo solo 150 copie) è disponibile anche nella versione italiana e sostiene la campagna che l’Associazione Luca Coscioni porta avanti sul tema della GPA. In particolare, in questo momento, sostiene le azioni legali, coordinate da Filomena Gallo, a difesa delle persone colpite dalla nuova legge “Varchi” che prevede pene fino a due anni di reclusione e multe fino a un milione di euro, anche se la GPA viene eseguita all’estero dove è legale e regolamentata.  

 

Si tratta di un libro unico nel suo genere in Italia perché racconta ai bambini la storia di una famiglia che oggi esiste grazie alla gravidanza per altri. 

 

Con un contributo minimo di 15€ puoi ricevere una copia del libro:

La mia famiglia, la gravidanza per altri e io [LINK]


Grazie.
Un abbraccio,

Francesca Re
Avvocata e consigliera generale dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica APS.



domenica, settembre 29, 2024

La lingua latina e le altre

Come parlavano gli Antichi Romani?
Io invece ti dirò come NON parlavano gli antichi romani: non parlavano il latino.




Sorpreso? Non dovresti esserlo. Ragioniamoci un po’ sopra: i romani hanno conquistato gran parte della penisola italiana già in epoca repubblicana. Sconfitti gli Etruschi, sottomessi altri popoli meno potenti come gli Osci e i Volsci, la lingua del Lazio, ovvero il latino, si diffonde in tutta la penisola romanizzata. Sicuramente questa lingua non era un monolito ma un “continuo dialettale”: è difficile credere che in tutto il Lazio del V secolo A.C. tutti parlassero la stessa identica lingua, dato che questo non accade neanche oggi. E la lingua latina parlata nell’Italia romana certamente si è diversificata e arricchita grazie al (o per colpa del) contatto con le lingue non latine parlate dai popoli romanizzati, generando nuovi dialetti e lingue locali nell’Italia centro-meridionale.

Il grande limite all’espansione romana fuori dalla penisola viene superato dopo oltre un secolo di guerre, con la sofferta vittoria sui Punici, che dominavano il Mediterraneo e avevano colonie lungo tutte le sue coste, dall’odierno Libano fino a Gibilterra e perfino sull’oceano Atlantico. Vinti i Punici, Roma conquista prima la Sardegna e la Corsica (III secolo A.C.) poi la costa mediterranea dell’Iberia e le isole Baleari (II secolo A.C.). Da questo punto in poi l’espansione romana in Europa e nord Africa è incontenibile.

Ma dal punto di vista linguistico la cosa più interessante è evidente da quello che è rimasto oggi da queste conquiste: le lingue locali non latine sono scomparse totalmente dai paesi conqustati dai romani (con l’eccezione del basco); tutti i popoli sottomessi ai romani hanno cominciato a parlare lingue e dialetti derivati dalle lingue parlate nel Lazio, adattati alle parlate locali, contaminati dalle lingue preesistenti, e certamente dalle parlate dei romani che hanno fisicamente conquistato e governato questi nuovi territori. Le lingue generate dalla romanizzazione di questi primi territori conquistati sono tantissime: conosciamo lo spagnolo, il portoghese e il francese, ma ci sono il galiziano, il catalano, il sardo, l’occitano, e tante altre che vengono chiamate spesso “dialetti” ma che dialetti non sono affatto. Queste lingue sono tutte diverse ma hanno chiaramente una matrice comune, che si ritrova nella grammatica, nel lessico e nella pronuncia. Ma derivano davvero dal latino?

Vediamo cosa hanno in comune queste lingue che il latino non ha:

tutte possiedono gli articoli determinativi, che nel latino mancano del tutto. Gli articoli determinativi hanno due origini precise: la parola “illum” che ha generato gli articoli dell’italiano, del francese e del castigliano, e la parola “ipsum” che ha generato gli articoli del sardo e del catalano antico,
nessuna (eccetto il rumeno) possiede il genere neutro, che in latino invece esiste,
nessuna (ancora una volta, eccetto il rumeno) usa le declinazioni, se non in modo “embrionale” (io, me, mi; tu, te, ti…), che in latino esistono e sono una parte fondamentale della grammatica,
tutte fanno il plurale aggiungendo una “s” al singolare, senza eccezioni fuori dalla penisola italiana e della Romania, mentre in latino il plurale ha regole complesse, parzialmente conservate nell'italiano e nella maggior parte delle lingue della penisola italiana
tutte fanno esteso uso di preposizioni per sostituire i casi: in italiano, come sappiamo dalle elementari, queste sono di, a, da, in, con, su, per, tra, fra, nelle altre lingue romanze sono diverse ma molto simili. In latino queste preposizioni esistono, ma il loro uso è limitato, dato che la declinazione dei sostantivi permette di farne a meno.
tutte costruiscono il futuro aggiungendo "avere" al verbo, in modo più o meno trasparente. In italiano "farò" è una forma non trasparente di "fare ho" inteso come "ho da fare". In sardo è rimasto "appo a faghere" cioè "ho da fare" in modo perfettamente trasparente.
Tutte queste caratteristiche straordinariamente simili in tutte le lingue romanze moderne, fanno sospettare una origine comune. E’ molto difficile giustificare la convinzione diffusa che le lingue romanze siano nate solo nel medioevo, con il graduale declino del latino come lingua parlata. Se così fosse accaduto, in un’Europa dove già si parlasse il latino in posti lontani fra loro come Reims e Catania, Lisbona e Bucarest, sarebbe impossibile che le caratteristiche elencate sopra si potessero sviluppare indipendentemente e così sorprendentemente uguali in luoghi tanto diversi.

Ma è anche difficile ipotizzare che ci sia stata una comunicazione linguistica che ha coinvolto tutti i paesi di lingua romanza, tanto forte da unificarne le caratteristiche grammaticali su caratteri non latini. Se questo si può ammettere per la parlata di popolazioni vicine e che commerciavano assiduamente fra loro, come i popoli della penisola italiana e quelli dell’Iberia, ciò non si può certamente estendere a tutta l’Europa latinizzata.

Resta una sola spiegazione: esisteva, fin dal III secolo A.C. e certamente anche prima, una lingua diversa dal latino (inteso come “latino classico”, quello insegnato a scuola) che veniva parlata comunemente, tanto da evolvere nelle lingue parlate nelle provincie romane, e infine nelle lingue romanze moderne, e che conviveva con il latino “classico”, quello che oggi chiamiamo latino.

Questa lingua la possiamo chiamare “latino volgare” ovvero il latino (inteso come lingua del Lazio) parlato dal volgo, dal popolo. Era certamente parlata dalla gente comune, ovvero dalla grande maggioranza dei romani, ed era certamente suddivisa in molti dialetti, non essendo una lingua scritta né codificata nella grammatica, nel lessico e nella pronuncia. Anzi, per dirla tutta, il "latino volgare" non è altro che una comoda denominazione collettiva per raccogliere insieme tutti i dialetti della romanità eccetto il latino cosiddetto "classico".

Il latino volgare non appariva nella letteratura, se non sporadicamente, perché i suoi parlanti non consumavano né producevano letteratura, essendo in gran parte analfabeti. Ma era certamente parlata a molti livelli: non solo dai braccianti agricoli e dai lavoratori di basso rango nelle città, ma da commercianti e militari, burocrati e pubblici dirigenti, altrimenti non avrebbe potuto lasciare tracce così forti come sono tutte le lingue neolatine esistenti oggi. Infatti una lingua “volgare” parlata solo da braccianti e manovali non avrebbe potuto dare origine a tutte (tutte!) le lingue romanze che esistono in Europa, mentre il latino “classico” non ne ha generata nessuna (con il dubbio caso del rumeno). Certamente nelle provincie i romani non potevano parlare altro che il volgare con i popoli locali a tutti i livelli: lavoro, comando, giustizia, burocrazia e commercio.

E il latino classico? Era la lingua della letteratura e della burocrazia, della legge e della religione. Era una lingua scritta, colta, usata da pochi o da nessuno nelle relazioni quotidiane con gli altri. Si può pensare che chi parlava latino fosse fluente anche in almeno un dialetto volgare, e che, ad esempio, un senatore, recitasse le sue orazioni in latino classico, ma poi, fuori dalle aule del Senato, parlasse volgare con i suoi pari, così come non tanti anni fa, e a volte ancora oggi, un avvocato siciliano o romagnolo avrebbe pronunciato in italiano la sua arringa in tribunale, per poi passare alla lingua locale, il cosiddetto “dialetto”, fuori dall’aula, per parlare informalmente con i colleghi.

E come nell’Italia dell’unione non c’era nessuno che parlasse solo, esclusivamente italiano, è difficile pensare che nella Roma repubblicana, e nei territori romanizzati, ci fosse qualcuno che parlava solo, esclusivamente latino classico. La situazione più verosimile è quella di una “diglossia” in cui le persone più colte parlavano almeno due lingue: un dialetto volgare e latino classico, mentre il volgo parlava solo latino volgare, o al più aveva una conoscenza passiva del latino classico: lo capiva senza essere capace di parlarlo.

Chi ha più di cinquant’anni e ha vissuto in un ambiente rurale, o almeno lontano dalle grandi città italiane, conosce certamente questa situazione: in un piccolo paese italiano, dovunque, dalla Sardegna al Friuli, dalla Val d’Aosta alla Puglia, tutti parlavano la lingua locale, e solo alcuni sapevano parlare bene l’italiano. Per uno straniero che parlasse solo italiano la comunicazione era difficile, ma non impossibile dato che molte persone capivano l’italiano pur senza parlarlo. Nelle zone di frontiera non era raro imparare tre o quattro lingue fin dall’infanzia. Il mono-linguismo limitato alla lingua ufficiale della Nazione, che è la norma oggi, solo pochi decenni fa era una rarità. Se uno parlava una sola lingua, questa era certamente la lingua locale, o dialetto, o volgare, e non l’italiano. Non c’è motivo di credere che le cose fossero molto diverse negli stessi luoghi, 2500 anni fa.

La storia di Jasper Maskelyne by Ioannis

Persone insospettabili hanno mai cambiato le sorti di una guerra?
Perché ho lo stimolo di urinare quasi ogni ora durante la notte? Mi devo preoccupare? (nel caso servisse l'informazione, l'urina è quasi trasparente)
Da un po' di tempo a questa parte non riesco più a trattenere la pipì e rischio sempre di farmela addosso, quale potrebbe essere la causa?
Quale immagine fa riflettere sulla vita?
Chi fu un eroe italiano pressoché dimenticato da tutti?

LUCA GUALA   da QUORA

lunedì, giugno 24, 2024

BIOPLASTICA ? LA PAROLA AL "libro bianco di Eppendorf"

 17 GIUGNO 2024 09:15 PDT

La bioplastica spiegata: quanto bio ci si può aspettare dalla plastica

SPONSORIZZATO DA: Eppendorf



In un mondo che preme verso la sostenibilità, il passaggio dalle tradizionali plastiche a base fossile alle alternative a base biologica sta guadagnando slancio. Comprendere le complessità di questi materiali è fondamentale per la loro efficace integrazione, soprattutto in ambienti sensibili come i laboratori. Il libro bianco di Eppendorf, scritto dalla Dott.ssa Kerstin Hermuth-Kleinschmidt di NIUB Sustainability Consulting, approfondisce il campo delle plastiche a base biologica, offrendo una prospettiva chiara e scientifica sulla loro applicazione e sull'impatto ambientale.

Intitolata "La bioplastica spiegata: quanto 'bio' puoi aspettarti dalla plastica?", questa guida completa demistifica le varie categorie di plastica a base biologica, evidenziandone vantaggi, limiti e idoneità all'uso in laboratorio. Il libro bianco esplora le definizioni essenziali e le sfumature tra plastica di origine biologica, biodegradabile e compostabile, garantendoti di prendere decisioni informate in linea sia con le tue esigenze scientifiche che con gli obiettivi di sostenibilità.

Perché leggere questo libro bianco?

Chiarezza sulle definizioni: comprendere cosa significa realmente bioplastica, comprese le distinzioni tra materiali di origine biologica, biodegradabili e compostabili.

Applicazioni di laboratorio: scopri perché alcuni tipi di bioplastica sono più adatti all'uso in laboratorio rispetto ad altri e perché le varianti biodegradabili potrebbero non essere la scelta migliore.

Approfondimenti sulla sostenibilità: ottieni informazioni su come l'utilizzo della plastica di origine biologica può ridurre significativamente le emissioni di CO2 e la dipendenza dalle risorse fossili, contribuendo a un ambiente di laboratorio più sostenibile.

Prospettive future: guardare oltre le applicazioni attuali ed esplorare come la ricerca e le innovazioni in corso nel campo delle bioplastiche potrebbero trasformare ulteriormente la sostenibilità nei laboratori.

Questo white paper è una risorsa indispensabile per i responsabili dei laboratori, i responsabili della sostenibilità e chiunque sia coinvolto nell'approvvigionamento di materiali di consumo da laboratorio e si impegni a ridurre l'impatto ambientale senza compromettere la qualità o le prestazioni.

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martedì, aprile 30, 2024

Per un primo maggio patriottico

 

Passeggiata a Villa Pamphili sui luoghi dei combattimenti del 30 aprile 1849

Anche quest’anno abbiamo organizzato una passeggiata a Villa Pamphili per visitare e ricordare i luoghi dei combattimenti del 30 aprile 1849.

L’appuntamento è fissato per il giorno 1° maggio 2024 alle  ore 10 a Villa Pamphili Largo 3 giugno 1849

Armanino: Attacco del 30 aprile 1849 Litografia a colori (Museo Centrale Risorgimento Roma)

Armanino: Attacco del 30 aprile 1849 Litografia a colori (Museo Centrale Risorgimento Roma)

La brochure che descrive la passeggiata e le modalità per parteciparvi può essere visualizzata selezionando questo collegamento  📄



APS A.CIPRIANI e COMITATO GIANICOLO

Via Donna Olimpia 30
Rome, Rm 00152
Italy

martedì, marzo 26, 2024

Villa Palagonia : Studio e Rivelazione dei simboli occulti.



Sabato 30 marzo alle ore 17 nei locali del Centro d’Arte e Cultura “Piero Montana”  a Bagheria la scrittrice Rosanna Balistreri e il professore Tommaso Romano, presidente della Fondazione Thule, 
presenteranno il libro di Piero Montana 

Villa Palagonia 
Studio e Rivelazione dei simboli occulti.



Il libro parla di una scoperta sensazionale: il ritrovamento nella “villa dei mostri” del tesoro della scienza sacra, per secoli custodito ed arricchito, attraverso una lunga catena, dai figli di Ermete. Un tesoro costituito dal sapere della Tradizione, storicamente rimosso dal pensiero, dall’ideologia della modernità, inaugurata nella seconda metà del ‘700 dai filosofi del secolo dei lumi, il secolo di una ragione idolatrica che, ancora oggi, sostituendolo, prende il posto di Dio, mettendo dunque fine alla sua teofania in un mondo conseguentemente del tutto desacralizzato, in un mondo a una sola dimensione che considererà frutto di superstizione e fantasia quella che da millenni se non da sempre era ritenuta la sua immanente contiguità con una realtà sovrasensibile, con una realtà nella quale solo era possibile realizzare una autentica reintegrazione dell’essere. 

 E’ a tale reintegrazione che l’uomo premoderno mirava con l’acquisizione del sapere della Tradizione, del sapere di una scienza sacra, ermetica, unico e vero tesoro di maghi, mistici ed alchimisti, un tesoro
dunque perduto solo da un paio di secoli e che invece oggi l’autore di questo libro scopre a Villa Palagonia, riportandolo nuovamente in luce, nella rivelazione di tutti i suoi simboli alchemici, esoterici, occulti.

CENTRO D’ARTE E CULTURA “PIERO MONTANA”



lunedì, febbraio 05, 2024

presentazione del libro "La villa dell'alchimia Elementi alchemici ed esoterici di Villa Palagonia" di Piero Montana


 Sabato 10 febbraio alle ore 17,30 nei locali del Centro d’Arte e Cultura “Piero Montana” sarà presentato il nuovo libro La Villa dell’alchimia. Elementi alchemici ed esoterici di Villa Palagonia di Piero Montana.

La presentazione sarà fatta dalla scrittrice Rosanna Balistreri, dalla giornalista Marina Mancini, dall’Assessore alla Cultura Daniele Vella. Sarà presente il Sindaco di Bagheria, Filippo Tripoli.

Il libro di Montana parte da un resoconto del viaggiatore inglese Patrick Brydone, che nel 1770 visitando Villa Palagonia



ha modo di entrare anche nella camera da letto di Ferdinando Francesco Gravina Junior, Principe di Palagonia, e di osservare con molto stupore che essa era riempita di sculture in marmo raffiguranti animali di ogni specie, tanto da scrivere nel suo libro Viaggio in Sicilia e a Malta che questa camera da letto del nostro Principe gli sembrava uno scomparto dell’arca di Noè.

Il Brydone non sospetta neppure entrando in questa camera di trovarsi innanzi a un luogo sacro, un luogo di terribili visioni e sogni profetici mandati dall’Alto al nostro Principe per rivelargli l’imminente fine del mondo, che però sarebbe stata solo la fine del suo mondo: il crollo dell’Ancien Régime, la messa a morte di Dio, contemplata nell’esecuzione capitale del Suo rappresentante in terra di Francia, Luigi XVI, ghigliottinato il 21 gennaio 1793 nonché il quasi totale annientamento della classe degli aristocratici.

Montana partendo da questo luogo sacro di terribili profezie, esamina e studia tutte le altre stanze della Villa, riscontrando negli elementi decorativi di esse simboli ermetici ed esoterici attinenti all’Arte della Grande Opera.

L’autore del libro ritiene pertanto di avere a che fare in questo suo studio con una “Dimora filosofale”, in cui il Principe di Palagonia si preparava alla realizzazione della Pietra filosofale, la sola che avrebbe avuto il potere di moltiplicare lo spirito nobile e scongiurare pertanto la scomparsa della nobiltà dalla faccia della terra. La villa dell’alchimia consta di tre parti. La prima è una breve introduzione all’alchimia intesa come scienza ermetica dell’anima e non come una scienza della natura (la chimica).

La seconda che consta di una breve ma indispensabile introduzione all’alchimia spirituale nella quale andrebbe inquadrata l’opera di Ferdinando Francesco Gravina Junior. 

La terza parte è quella in cui l’autore esamina e studia tutti gli elementi alchemici ed esoterici presenti nelle immagini delle statue, degli affreschi e degli elementi decorativi della villa, facendo delle sensazionali scoperte. Questo studio sistematico dei simboli occulti di Villa Palagonia, mai prima tentato, dai risultati ottenuti può considerarsi di certo assai esauriente e completo.

In tale studio Montana si è avvalso della personale frequentazione di una vasta letteratura alchemica nonché della guida di maestri spirituali del nostro tempo quali René Guénon, Julius Evola, Eugène Canseliet, Mircea Eliade, Carl Gustav Jung, e soprattutto Henry Corbin, più spesso citato nel suo libro.

Dal momento che Villa Palagonia è stata finora studiata in maniera seria solo da competenti architetti, che ce l’hanno descritta in tutti i suoi elementi architettonici, fornendoci pure di essa, oltre ai suoi modelli iconografici, interessanti notizie storiche sulla famiglia Gravina a partire delle sue mitiche origini regali, il nostro autore in questo suo libro ha voluto occuparsi solo di quel sapere ermetico ed esoterico, che nonostante la devastazione della villa, operata alla morte del nostro Principe dal suo fratellastro Salvatore Gravina, ancora oggi rimane in essa superstite ma del tutto celato, nascosto ad occhi profani.





venerdì, luglio 14, 2023

Mirella Izzo non c'è più.

Un'altra persona geniale che se n'è andata...

Qui a seguire alcuni suoi pensieri recenti, per darvi una pallida idea di chi fosse.

AMg

"La vita che mi resta da vivere non sono tanto disponibile a continuare a spenderla per aiutare chi non alza un dito per farlo o per almeno collaborare a farlo, si piange addosso e non trova di meglio che prendersela con qualcun altro, chiedere come concessione ciò che è già suo e invelenirsi con chi si scazza anche per lei, quando dovrebbe accusare solo sé stessa del suo "disagio", e rapidamente alzare le chiappe, rimboccarsi le maniche e imparare a non essere ipocrita e suddita di nessuno.

 Fare a meno di spendere tempo e soldi per costruirsi un aspetto che non contiene nulla e smettere di pensare di avere il diritto di essere aiutata a farlo.

 Non basta avere l'aspetto di una femmina ( o una fica) per essere una donna. Come non basta avere il pisello per essere un uomo."



 "i giovani non mi conoscono anzi a dire il vero io rinunciai a restare iscritta ad una mailing list con tutti i "presidenti" di Associazioni perché gli "intermedi" che conoscono me e i 18enni mi hanno bannata dal movimento LGBT,oni, dopo liti acerrime su dove tenere il Pride (sempre a Roma o girovagante come tradizione italiana... 

IN EU in effetti il Pride Nazionale è sempre nella capitale. 
Io intervenni un po' duramente a favore del Pride Nazionale vagante (non imposto) percHé era l'occasione per fare conoscere il movimento anche nelle città più piccole anche e non solo per far guadagnare qualche cent ad associazioni che si facevano triplo culo a lavorare non a Milano-Roma-Torino-Genova e poche altre. 
Si sentiva odore di business e lo dissi molto chiaramente facendomi nemici ovunque. 
Infatti poche settimane dopo uscì il mio E libro "Oltre le Gabbie dei Generi" e sai quante ass.ni l'hanno presentato? 
Due, minori di cui una a Genova. 

Poi c'entra tanto anche la mia malattia (aspetto la morte con molta serenità anche se mi cago addosso nel "morire".
  Sono molto fragile io, da sempre. 
E la Caterpillar era un bisogno di uscire fuori dalla tappezzeria, 
Devo dire che ci sono riuscita bene. 
Poi l'aneurisma ha sballato tutto (anche un po' me e tutto ho perso)."

Ora lei non c'è più ma ci ha lasciato il suo prezioso lavoro sotto forma di libro : 


 Procuratevelo e leggetelo, chissà che non impariate qualcosa di fondamentale...


venerdì, febbraio 17, 2023

, Storia dell'intolleranza in Europa. Sospettare e punire. Il sospetto e l'Inquisizione romana nell'epoca di Galilei

Come il Diritto Romano, frutto di civiltà non confessionali è stato sconfitto dal diritto canonico.

AMG



Storia dell'intolleranza in Europa. Sospettare e punire. Il sospetto e l'Inquisizione romana nell'epoca di Galilei, 

di  Italo Mereu, 

Milano, A. Mondadori, 1979.

Valerio Evangelisti ha raccontato di avere incontrato per la prima volta la figura storica di Nicolas Eymerich (in catalano Nicolau Aymerich) nel volume di cui riportiamo la copertina. Mereu dedica alcune pagine a Eymerich in apertura del volume, analizzando le origini dell'Inquisizione e sottolineando l'importanza di Eymerich nella codificazione e formalizzazione delle pratiche processuali, che rimarranno valide per molti secoli a venire.

“Chi confrontasse l'ultima legge di pubblica sicurezza con la prima decretale pontificia dedicata al sospetto (nel 1 1 8 1 ), potrebbe constatare come entrambi i testi ammettono che l'autorità costituita può, ogni qual volta lo ritiene opportuno, privare una persona della libertà, sulla base di un semplice sospetto ( «sola suspicione» dice il testo della decretale; e una frase analoga - seppure diversamente camuffata - usa il testo della legge attuale).

L'identità fra i due testi ci porta a formulare questa domanda:

come mai il legislatore d'oggi ricorre ancora al vecchio strumentario penalistico del Medioevo? 

La risposta è duplice.

La prima è di carattere generale: ancora oggi lo schema penalistico ha per paradigma quello medioevale. Se nel campo della cosmologia siamo passati dal sistema tolemaico a quello copernicano e alla teoria della relatività; se in quello della psicologia - che sembrava incrollabile -, dal sistema aristotelico siamo arrivati alla psicoanalisi; se nei trasporti siamo giunti dalla piroga e dal mezzo animale al supersonico, e nell'illuminazione, dal lucignolo siamo pervenuti alla luce elettrica, e nel campo delle comunicazioni dai tam-tam della foresta siamo approdati alle comunicazioni via satellite: nel campo del diritto e della procedura penale, invece, siamo ancora fermi ad Alberto da Gandino, il primo giurista medioevale di cui si conservi una «practica », e che qui si cita perché emblematico.

Umanesimo e Rinascimento, Barocco e Illuminismo, Rivoluzione francese, liberalismo e comunismo (nel campo dell'effettività penale) non hanno portato cambiamenti se non di dettaglio e mutamenti solo di facciata. Il rapporto « culpa = poena », resta tale e quale è stato impostato dai Padri della Chiesa e dai teologi della Scolastica, e ripreso e adattato poi, dai giuristi laici, al diritto comune. La punizione come vendetta (chiamata con un nome meno esplicito) è sempre il punto d'appoggio di ogni sistema repressivo. Tutti gli istituti sui quali è strutturato il diritto penale (dal concetto di dolo a quello di colpa, alla colpevolezza, alla capacità penale, alla normalità dell'atto volitivo, al concetto di reato, agli elementi accidentali del reato, al tentativo, ecc.) sono ancora quelli medioevali.

Il diritto processuale penale è sempre quello inquisitorio ideato dalla Chiesa, con una chiara impronta anti-romanistica.

(Sia detto fra parentesi: il processo accusatorio anglosassone non è che la continuazione, o la ripetizione, del modello accusatorio romano. I continuatori della tradizione romanistica, in questo campo, sono loro, e non noi.) 

Certi nomi che sembrano moderni sono presi dalla teologia: come il concetto di dogmatica e di dogma; oppure dai giuristi della controriforma: come il concetto di istituto.

Talune « invenzioni » metodologiche, come il cosiddetto metodo « tecnico-giuridico », non sono che la trascrizione, in chiave moderna, del metodo « bartolista » o « realista » che domina dopo il '500. E se i « criminalisti » del '400, del '500 e del '600, non facevano che richiamarsi di continuo alla Glossa, a Bartolo e a Baldo, quelli del '700, dell' '800 e del nostro secolo (quando sono in vena di citare i precedenti storici) si richiamano a Claro, Covarrubias, Deciani e Farinacci, che non sono altro che i « ripetitori » di quanto avevano detto gli scrittori medioevali.

Si stabilisce così una specie di catena di Sant'Antonio delle citazioni giuridiche: e nei manuali d'oggi si ritrovano tali e quali le vecchie distinzioni e definizioni del Medioevo.

Se poi guardiamo ai Codici emanati dopo la Rivoluzione francese o a quelli moderni (almeno in Italia), e li si pone a confronto con quanto dispongono in materia i vecchi Statuti comunali, vedremo che la maggioranza delle fattispecie sono identiche; e in qualche ipotesi (quando il legislatore ha voluto innovare, ad esempio sul concetto di recidiva) ha riconosciuto che era bene tornare alle vecchie disposizioni medioevali.

Sono differenti, indubbiamente, le persone da colpire o da favorire, e le ideologie da combattere. E se nel Medioevo e nell'età barocca si arrestava un individuo perché sospetto eretico, nell'Ottocento lo si arresterà perché sospetto ladro di campagna, sospetto abigeatario, sospetto repubblicano, anarchico, socialista.

Variano i motivi, ma la struttura giuridica repressiva resta identica. E se prima della Rivoluzione francese i nobili ed il clero avevano un foro speciale, adesso questo privilegio è passato ai ministri, ai deputati e ai senatori, cioè alla nuova classe dirigente che ha una procedura particolare e un giudizio di « pari ».

Ma se la situazione è questa (come, oggi, da più parti si comincia ad ammettere e a verificare), non ci pare corretto dedurre da tale « immobilità » il carattere « eterno » degli istituti giuridici. 

Diritto e procedura penale sono sempre creazioni umane e come tali sono (sarebbero) sempre sottoponibili a trasformazioni anche totali, così come cambiamenti totali sono avvenuti  in tutti gli altri campi. La loro immobilità, dunque, è voluta. La loro perennità risponde a un calcolo politico. 

Cioè: la scienza, la civiltà, il progresso (chiamateli come volete) in questo campo sono rimasti legati alle vecchie strutture del passato, all'antico impianto, perché tale legame ha sempre pienamente soddisfatto l'interesse politico di tutte le classi dominanti che si sono succedute al potere, le quali hanno sempre trovato nel diritto penale (così come ci è stato tramandato dal Medioevo) il mezzo più agevole, comodo, sbrigativo e (in apparenza) sicuro, per punire i delitti e per controllare ed eliminare le opposizioni".

La voce è antica, tranne che nell’espressione legittima suspicione, usata nel codice di procedura penale del 1913 (sostituita da quella di legittimo sospetto nel codice del 1930) e rimasta nell’uso, anche se il vigente codice di procedura penale prevede la rimessione del processo nei soli casi in cui la sicurezza o l’incolumità pubblica ovvero la libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo sono pregiudicate da gravi situazioni locali, tali da turbarne lo svolgimento e non altrimenti eliminabili. …


venerdì, dicembre 02, 2022

“THE FORGETTING RIVER: A MODERN TALE OF SURVIVAL, IDENTITY AND THE INQUISITION” IL FIUME DIMENTICATO: UN MODERNO RACCONTO DI SOPRAVVIVENZA, IDENTITà E INQUISIZIONE.

 



Nel libro di memorie di Doreen Carvajal, The Forgetting River: A Modern Tale of Survival, Identity and the Inquisition (Riverhead), Carvajal parla del suo viaggio ancestrale da Costa Rica, suo luogo di nascita, a Segovia, in Spagna, per scoprire le radici ebraiche nascoste della sua famiglia cattolica. 

Nel 2019 è stato presentato in anteprima un documentario diretto da Joseph Lovett, intitolato “Children of the Inquisition”. Doreen ha partecipato a questo documentario insieme ad altri discendenti dell’Inquisizione. Suo padre le aveva ammesso di aver saputo di essere ebreo dall’età di 6 anni, ma non gli era stato permesso di parlarne. Fu solo quando era adulta, mentre intervistava un rabbino, le fu chiesto se conosceva l’origine del suo nome e che era un antico cognome ebraico sefardita. Il crescente interesse per il suo cognome è stato ciò che ha avviato il suo viaggio nel suo passato. Purtroppo, volendo saperne di più, ha contattato la sua prozia Luz Carvajal de Llubere a San Jose, in Costa Rica, che le ha detto: “Beh, come è tipico nella famiglia Carvajal, sì, siamo Sefarditas, ma è sempre complicato .” Anche nel 21esimo secolo, erano ancora molto guardinghi e timorosi di rivelare le loro origini. Carvajal è riuscita a rintracciare la sua famiglia a Segovia, in Spagna. Come è stato mostrato nel documentario e delineato nel suo libro di memorie, Carvajal si è trovata nella sua città ancestrale di Segovia, in Spagna. Dotata di informazioni dagli anziani della famiglia, ha iniziato il suo viaggio per ottenere maggiori informazioni sul passato enigmatico della sua famiglia.

A Segovia, Carvajal ha incontrato il massimo esperto di storia degli ebrei sefarditi, il professor David Gitlitz, recentemente scomparso nel 2021, possa la sua memoria essere una benedizione. Gitlitz ha attraversato l’albero genealogico di Carval a partire dal suo sedicesimo bisnonno, Diego Arias Dávila, che si è convertito da bambino ed è cresciuto in una famiglia che ha continuato a praticare le tradizioni ebraiche. Diego, che visse nel XV secolo, era un uomo dai molti talenti e fascino. Grazie ai suoi sforzi di networking, divenne amico del principe Henry e alla fine divenne il direttore finanziario del re di Castiglia, re Enrique IV. Durante questo periodo, Dávila aveva la doppia identità di praticare l’ebraismo in privato, ma anche di andare in chiesa pubblicamente. Aveva il suo castello e ora è un ufficio delle imposte. Gitlitz accompagnò Carvajal nella sua sontuosa dimora ancestrale e nella vicina sinagoga, a cui probabilmente avrebbe potuto partecipare la famiglia Dávil, chiamata Antigua Sinagoga Mayor de Segovia, ma ora si chiama Convento de Corpus Christi. Diego aveva un figlio Juan, che non voleva avere niente a che fare con l’ebraismo dei suoi genitori, abbracciò il cattolicesimo e fu nominato vescovo di Segovia quando aveva 21 anni.

Presso l’Archivio Storico Nazionale di Madrid, Gitlitz e Carvajal hanno trovato le trascrizioni di un processo del XV secolo tra Juan Dávil e Tomas de Torquemada, il primo Grande Inquisitore spagnolo. Torquemada ha sporto denuncia contro i genitori di Juan, anche se erano deceduti da anni. Circa 200 testimoni hanno testimoniato contro la famiglia per aver praticato usanze ebraiche banali come lavarsi prima dello shabbat, mangiare adafina, uno stufato a cottura lenta (un cholent sefardico) che era stato cucinato nel quartiere ebraico e mangiare cibo kosher.

Doreen Carvajal

Durante la sua ricerca, Carvajal ha contattato il fondatore e presidente di Shavei Israel, Michael Freund, che le ha spiegato che sebbene l’ebraismo non creda nel proselitismo, l’organizzazione esiste per sostenere coloro che cercano di rivendicare le proprie radici ebraiche, cosa che è diventata sempre più comune in questi giorni. Nell’ultimo capitolo del libro, Michael Freund ha invitato Carvajal a partecipare a un raduno di rabbini di Israele e della diaspora nella città portuale di Palma, a Maiorca, allo scopo di commemorare coloro che caddero vittime di un auto-da-fé del 1691. Alla fine è stata persuasa ad andare una volta che ha sentito la descrizione di Michael del memoriale pianificato. Aveva menzionato un’antica chiesa cattolica a Palma che è stata costruita sopra i resti delle sinagoghe più antiche della città e alcune delle vecchie pietre della sinagoga sono lisce e scolorite perché i discendenti di Chueta (discendenti degli ebrei maiorchini) erano soliti tracciarvi sopra le mani e baciare le loro dita. Questa descrizione le ha colpito il cuore e Doreen ha prenotato il suo biglietto per Maiorca.

Quando è arrivato il giorno della commemorazione, il gruppo ha attraversato Casco Antigua, il quartiere antico di Palma, passando davanti all’antica sinagoga e terminando con una cerimonia. Il rabbino Ben Avraham, che è cresciuto cattolico a Maiorca con origini Chueta e che in seguito si è convertito, ha guidato la cerimonia. Come parte della cerimonia, il rabbino Avraham ha letto ad alta voce i cognomi dei morti dall’auto-da-fé del 1691. Durante questo viaggio, Carvajal ha ascoltato alcune delle storie dei partecipanti al memoriale che avevano radici Chueta, riferendole alla sua storia ancestrale. Carvajal è entrato in contatto con il rabbino Israel Wiesel, giudice di un tribunale rabbinico religioso israeliano, che si trovava a Maiorca per fare ricerche sulla storia di Chueta e sui nomi che si trovano comunemente all’interno della comunità. Alla fine, grazie alla sua ricerca, parlando con l’anziano violinista Bernat Pomar, che si era convertito al giudaismo all’età di 78 anni, ha fatto chiarezza sulle sue identità contrastanti, ebraica e cattolica. Pomar ha spiegato di aver scoperto il suo background ebraico quando ha riconosciuto le origini ebraiche del suo nome da un libro pubblicato decenni fa. Sebbene avesse difficoltà a spiegare perché gli ci fosse voluto così tanto tempo per tornare alle sue radici e abituato alla segretezza dei suoi discendenti, è stato in grado di esprimersi attraverso la sua musica, fondendo temi di Israele, ritmi di flamenco e balli di Maiorca.

Carvajal conclude il suo libro di memorie con il ritrovamento di un’immaginetta di preghiera, tra gli altri documenti di famiglia, che era stata distribuita al funerale della prozia Luz Carvajal de Llubere nell’ottobre 1998 a San José, in Costa Rica. Un lato della carta conteneva i dettagli del funerale e l’altro lato della carta conteneva la preghiera, Salmo 92.

Il giusto fiorirà come la palma; crescerà come un cedro del Libano. Piantati nella casa del L-RD, fioriranno nelle corti del nostro D-o. Porteranno ancora frutto nella vecchiaia.

Carvajal lesse questi versi incredula, portando al mondo il messaggio finale della sua prozia, la tradizionale preghiera del sabato, la canzone per il giorno dello Shabbat, come segno che confermava la sua ricerca e le convinzioni sull’identità ebraica del suo antenato. In un articolo scritto da Rahel Musleah per la rivista Hadassah nel 2015, Carvajal ha detto: “Ora che capisco cosa è successo, faccio tesoro della perseveranza dei miei antenati per proteggere le loro convinzioni”, dice Carvajal. “Quando affronto le mie lotte, penso a ciò che hanno ottenuto.”

Recensione del libro e articolo di Rachael Spero

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