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venerdì, agosto 23, 2019

Vivat semper Carolus

194 anni fa nasceva ad Aurich in Prussia, a fine agosto, il 28, Karl Heinrich Ulrichs. Era di buona famiglia e possedeva forte personalità e integrità morale, un uomo romantico, che non concepiva compromessi, uno studioso della latinità e del diritto, magistrato e assieme un ufficiale valoroso dell'esercito prussiano.
  Quando decise di affermare fieramente il diritto alla propria sessualità, di fronte al Congresso dei magistrati suoi colleghi, chiedendo loro di opporsi assieme a Lui all'introduzione nella legislazione prussiana del famigerato Paragrafo 175, era proprio il giorno del suo 42° compleanno.
  Ma la sua coraggiosa difesa del diritto alla libertà sessuale non riuscì a impedire che esso diventasse legge nella Prussia prima, nella Germania poi, rimanendo in vigore dal 15 maggio 1871  fino al 10 marzo 1994, perseguendo come crimine i rapporti sessuali di tipo omosessuale tra uomini

 In seguito a questo suo  coming out, il primo che si conosca, la vita del Nostro cambiò radicalmente. La legge poteva colpirlo, ma non lo fece. Fu però costretto ad emigrare, e dopo molte vicissitudini trovò asilo in un paese più tollerante, il Regno delle due Sicilie, prima a Napoli, infine a L'Aquila.
 Proprio a L'Aquila la sua eccellente cultura di latinista e le sue amicizie tra gli appassionati di lingue classiche in tutta Europa lo spinsero a creare la rivista in latino, Alaudae, seguita tra gli altri da Carducci e dalla Regina Margherita. Divenne amico e ospite del Marchese Persichetti, che, alla sua morte, si preoccupò di procurargli uno spazio accanto alla cappella di famiglia per la sua tomba, al Cimitero Monumentale cittadino.

 Massimo Consoli per anni ha raccolto un patrimonio di documentazione sulla cultura Lgbt: all'incirca nel 1970 venne a conoscenza della sua storia e le sue opere grazie alle ricerche di  Paul Nash con il suo compagno Michael Lombardi, conosciuti allora in USA. Assieme decisero di restituire a Ulrichs il posto nella Storia che gli spettava di diritto, di far conoscere le sue opere e di onorarne la memoria.  Visto che era morto a L'Aquila lì Consoli  iniziò le ricerche per ritrovare la sua tomba, ricerche difficili  ma alla fine coronate da successo.
  Così Massimo Consoli, assieme a Paul Nash e Michael Lombardi, decisero che andasse ricordato e festeggiato il giorno della sua nascita, il Compleanno del Nonno del Movimento di liberazione LGBT e scelsero di farlo pubblicamente ogni ultima domenica di agosto.

Da più di venti anni nell'ultima domenica di agosto decine di attivisti e esponenti della cultura Gay si incontrano sulla sua tomba, a mezzogiorno.
 Si ricorda la sua storia, si parla dell'influenza di quel coming out sulla storia del Movimento Lgbt italiano, europeo, americano, si celebra assieme  la sua memoria.
 Chi vuole porta doni e fiori e  si condivide la torta di compleanno e si brinda alla sua salute,  a L'Aquila come in contemporanea altri fanno altrettanto lì dove si trovano, per ricordare e celebrare lil Capostipite della nostra  vera famiglia.

 L'appuntamento è per chi vorrà esserci alle 12 di domenica 25 agosto all'ingresso del Cimitero Monumentale de L'Aquila.

Vivat semper Carolus.


Fondazione Luciano Massimo Consoli


Qui sotto l'ultimo testo diffuso da Massimo Consoli per invitare a celebrare  Compleanno di Ulrichs a cui è stato presente di persona personalmente, malgrado pensasse di non riuscirci...

"  Roma, 8 agosto 2007, mercoledi’

Avrete notato che e’ un po’ che non mi faccio sentire. Purtroppo le mie condizioni di salute peggiorano di continuo e mi lasciano poco tempo per scrivervi. Oggi lo faccio per preannunciarvi che non potrò partecipare a due avvenimenti che considero importanti.

Il prossimo 15 agosto e’ l’anniversario della morte di Anselmo Cadelli (Sassari, 2 marzo 1950 – Roma, 15 agosto 2001), una colonna portante del nostro movimento nella Roma degli anni Settanta (soprattutto, ma non solo). Chi vuole può andarlo a trovare, al cimitero di Prima Porta (Riquadro numero 113 bis, Fila 53, Fossa 3), mercoledì prossimo a mezzogiorno. Io, purtroppo, non potrò esserci.

Per saperne di più su di lui:

http://www.cybercore.com/consoli/cadelli.htm

Il secondo appuntamento e’ la tradizionale commemorazione di Karl Heinrich Ulrichs al cimitero dell’Aquila. Da quando vi ho dato inizio (era il 1988…!) non sono mai mancato una sola volta. Quest’anno credo proprio che non ce la faro’. Ce la metterò tutta (lo giuro!), ma non credo di riuscirci.

Ma vi scrivo soprattutto per un motivo. Non voglio, nella maniera più assoluta non voglio, che queste cerimonie siano troppo collegate alla mia persona. Io le ho cominciate, è vero, ma poi devono andare avanti da se.

Ulrichs (Aurich, 28 agosto 1825 – L’Aquila, 14 luglio 1895) è importante per tutto quello che ha fatto, e va ricordato per la sua opera di precursore del nostro movimento, di anticipatore delle nostre richieste e rivendicazioni.

Quest’anno, poi, e’ particolarmente importante perché il comune dell’Aquila gli ha dedicato, finalmente, un piazzale proprio di fronte l’ingresso del Castello Spagnolo. E sarebbe stato bello fare un salto dal cimitero al Castello. E’ un mio sogno che finalmente vedo realizzato. Ma è il sogno di tanti altri di noi che si sentono legati a questo personaggio straordinario che, nell’Ottocento, e primo fra tutti, ha dedicato la sua vita a combattere il pregiudizio, la stupidità e l’ignoranza fino ad abbandonare la Germania e decidere di ritirarsi in esilio nel nostro paese.

Ricordatevi che se Ulrichs è oggi conosciuto in tutto il mondo è proprio grazie a queste iniziative. Vent’anni fa ben pochi sapevano chi fosse, mentre ora gli dedicano vie, piazze, premi letterari, siti internet, conferenze…

Ve lo chiedo, perciò, con tutto il cuore: domenica 26 agosto 2007, a mezzogiorno, fate un salto al cimitero monumentale dell’Aquila per ricordare il nonno del movimento glbt, Karl Heinrich Ulrichs.

Io farò di tutto per esserci, ma andate avanti anche senza di me, che lo state facendo benissimo, anyway…

Per ulteriori informazioni, all’Aquila potete rivolgervi a Giorgio Piccinini del Centro Studi Ulrichs, csu_laquila@hotmail.com

Giorgio si muove tra mille problemi in una realtà così difficile come quella della provincia abruzzese. Ciononostante riesce a fare un gran bel lavoro e bisogna essergliene grati.

Per saperne di più su Ulrichs:
http://www.angelfire.com/fl3/celebration2000/
http://xoomer.alice.it/csulaquila/_sgt/f10000.htm


Massimo Consoli

lunedì, giugno 24, 2019

Cassazione & Parolacce

by  Avv. Antonio Pascucci e Dott.ssa Sabrina Pisani per FronteVerso Network
sul Magazine ORA LEGALE, diritti & dintorni  https://www.oralegalenews.it/

“Questione di misura, più che confine e limite. Anche per la Corte di Cassazione. Parolacce e il turpiloquio fanno parte del linguaggio umano fin dall’antichità: si trovano testimonianze negli scritti in lingua latina, inglese dell’anno mille e in molte altre lingue, sia europee che non. Con il passare del tempo la loro accettazione sociale è aumentata fino all’utilizzo indiscriminato che negli ultimi anni caratterizza non solo le conversazioni private ma anche quelle di politici, giornalisti, personaggi pubblici, spesso nel talk show televisivi.
Sono state studiate e sdoganate anche dagli scienziati. Il primo studio scientifico sulle parolacce risale agli anni '50, quando un gruppo di naturalisti norvegesi trascorse alcuni mesi invernali nella regione artica sottoponendosi a una serie di esperimenti, che condussero alle seguenti conclusioni:  si ricorre all’uso delle parolacce sostanzialmente per due ragioni. La prima, positiva, per esprimere fratellanza e sentirsi parte integrante di un gruppo con il quale si condividono momenti di divertimento. L'altra serve a controllare lo stress o il dolore.
Per altri studiosi, come lo psicologo Richard Stephens, il linguaggio scurrile è un valido strumento di persuasione.
Non manca, di contro, chi è fortemente critico con l’utilizzo di tale linguaggio, definito  da autori, alcuni di chiara fama, il “linguaggio dell’inciviltà”, chiaro sintomo di un degrado culturale che interessa le persone di tutte le estrazioni sociali.
Umberto Eco, in una delle sue note rubriche intitolate “La bustina di Minerva”, pubblicata nel 2000 sulle pagine de L’Espresso, afferma: “Vedo nel nuovo romanzo di Kurt Vonnegut (Hocus pocus, Bompiani) che il protagonista decide di non usare parolacce. L'invito giunge opportuno in un momento in cui i giornali registrano, da parte degli uomini politici, insulti da carrettiere, e sui teleschermi si affacciano signori distinti che si appellano a vicenda con riferimenti espliciti a parti del corpo solitamente coperte da biancheria detta, appunto, intima”.
Alle parole del noto semiologo fanno eco altri autori o commentatori, che denunciano “l’allarme educazione”, ovvero la mancata percezione da parte di molti giovani, e non solo, dei valori della buona educazione, del rispetto reciproco e della proprietà del linguaggio.
Ma come la pensano sul punto i giudici, ovvero coloro che sono chiamati ad applicare, per decidere, le norme di civiltà che sono alla base di ogni ordinamento giuridico garantista e democratico?
Abbiamo esaminato tre precedenti della Corte di Cassazione – Sezione Lavoro, che hanno deciso su casi di utilizzo di un linguaggio scurrile nell’ambiente lavorativo, sia ad opera del datore di lavoro che da parte dei lavoratori.
Una prima sentenza, la meno recente, della Corte di Cassazione (n. 4067/2008) ha  ritenuto legittimo il licenziamento intimato al dirigente (che ricopre cariche gerarchiche nell’interesse e in rappresentanza del datore di lavoro) che abbia utilizzato un linguaggio volgare e scurrile nei confronti dei propri dipendenti. La Corte ha infatti osservato che l'utilizzo di espressioni scurrili e volgari ferisce "la dignità e l'amor proprio" del personale e che, in ogni ambiente di lavoro, a prescindere dalla formalità che si instaura tra dirigenti e dipendenti, occorre che tutti osservino un comportamento civile e rispettoso delle regole di correttezza, e ciò a tutela della personalità morale dei lavoratori.
La Corte di Cassazione ha applicato tali rigorosi principi anche nei casi in cui al linguaggio ineducato e scurrile fosse ricorso il lavoratore, e ciò anche al di fuori dell’orario lavorativo, come risulta dalle seguenti più recenti decisioni.
Con la sentenza n 3380/2017 la Corte ha affermato il seguenti principio:  È legittimo licenziare un proprio dipendente  che si contraddistingue per un linguaggio un linguaggio scurrile e caratterizzato dal frequente uso di parolacce.  Il caso è di grande interesse poiché l’uso del linguaggio scurrile non era avvenuto durante  l’orario lavorativo bensì nella pausa pranzo, circostanza che, però, non ha impedito alla Corte di considerare la condotta del lavoratore - che prima del licenziamento era stato ripetutamente invitato dal proprio datore a tenere un comportamento più consono all’ambiente di lavoro – a tal punto grave da ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario.
Infine, si segnala la sentenza n. 10280/2018, una delle tante recenti decisioni con le quali la Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento per giusta causa dei lavoratori che postano o condividono sui social commenti denigratori nei confronti del datore di lavoro.
Con tali sentenze la Corte si adegua alle nuove tecnologie virtuali, ribadendo, però, la fermezza dei principi affermati nei precedenti su riportati - e in molti altri -  sul rispetto nei confronti delle altre persone (siano datori di lavoro o colleghi) attraverso l’uso di un linguaggio corretto e responsabile”. 

mercoledì, maggio 15, 2019

Intervista con Fernanda Pivano - 1973

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Gennaio Febbraio 1973
 Fernanda Pivano, dopo tre numeri da collaboratrice entusiasta lascia il FUORI! e ne spiega le ragioni in questa intervista ad Alfredo Cohen e Angelo Pezzana

 da FUORI! gen./feb. 73.

Alfredo
- Nanda è stata la persona che ha scritto sul numero zero di FUORI! e poi sul numero uno. Questo per noi è stato molto importante, per noi ed anche per te, noi pensiamo.
 Ecco, questo è in linea con tutta quanta la vita di Fernanda Pivano, cioè una vita dedicata interamente ad una impostazione che è andata sempre controcorrente, ma nel termine più esatto di questa parola, cioè controcorrente non soltanto nei confronti di un certo sistema di vita che mortificava le coscienze, controcorrente anche con chi trovava molto facile inserirsi in un sistema di contestazione accettato dallo stesso sistema generale.
 Noi vorremmo che tu ci dicessi perché l’hai fatto.

Nanda
-proprio per le ragioni che tu hai detto.
 Non vorrei neanche pronunciare la parola controcorrente, perché “contro“ è già qualcosa che indica uno stato di lotta, quasi fisica, che sicuramente è fuori dalle mie intenzioni.
 In generale tutte le cose che ho scritto sono state per fare delle proposte che aiutassero a trovare vie e soluzioni tali da sciogliere le repressioni o liberarsi dalle repressioni o trovare il coraggio per reagire alle repressioni; qualsiasi repressione, le repressioni sessuali, le repressioni sociali, le repressioni politiche, di qualsiasi genere.
 Il mio atteggiamento è sempre stato solamente un atteggiamento libertario o comunque teso verso la libertà o comunque ansioso di libertà, avido di libertà.
 Nel caso specifico del vostro giornale sono stata molto orgogliosa che mi abbiate chiamato tra voi, anche se dal punto di vista della mia vita pratica partecipo soltanto intellettualmente al vostro problema, come sapete, perché intellettualmente ci partecipo fin in fondo, dato che la situazione sociale quale si è venuta determinando nei paesi di sinistra e nei paesi di destra, nei paesi capitalistici e nei paesi razionali, è una situazione di totale repressione.
 I paesi capitalistici perché chi non rientra nel canale dell’eterosessualità è represso e umiliato e impedito in tutti modi, e non solamente nei modi sindacalisti, ma proprio nei modi umani, quelli che umiliano la vita privata; per esempio quando nella vita pubblica riducono l’omosessuale a dover avere -si deve dire coraggio, figurarsi,- per poter semplicemente esprimere i suoi sentimenti, le sue esigenze, se si vuole anche soltanto i suoi piaceri, perché no? 
Invece nei paesi razionali perché semplicemente uno viene espulso, radiato dalla cosiddetta vita pubblica e civile. E questo lo sappiamo benissimo: che ci sono leggi antiomosessuali molto severe nei paesi a civiltà razionale, in Russia, in Cina, a Cuba, queste cose le sappiamo, sono pubblicamente note.

Alfredo
- tu Nanda non ti sei incontrata con un problema omosessuale soltanto con quelli del FUORI! Evidentemente in te già precedentemente a questa tua esperienza di scrittrice all’interno del FUORI! c’era stato un rapporto con gli omosessuali; tu come vedi questo tuo rapporto, tu Nanda Pivano eterosessuale con degli omosessuali. Come erano questi omosessuali?

Nanda
- il mio rapporto è stato molto facile, perché il mio è stato sempre un rapporto con gli omosessuali e non con le omosessuali, per cui il fatto che io fossi o non fossi eterosessuale non importava niente ai miei amici omosessuali. Forse se avessi avuto delle amiche omosessuali sarebbe stato più difficile perché ci sarebbe stato lo scarto tra i miei pensieri di tentativi di liberazione della repressione (della repressione umana, personale sociale, ma non della repressione sindacalista). Invece, per quello che gliene importava ai miei amici omosessuali che io avessi abitudini omosessuali o no…Non gliene importava proprio niente.
 A parte poi il fatto che la mia vita privata è stata una vita di repressione per altri versi, perché anche come eterosessuale la società patriarcale/fallocratica/feudale nella quale viviamo mi ha costretto da tutte le parti ad uno stato di totale castrazione, prima con le intimidazioni paterne, poi con le lacrime materne, poi con la gelosia-possesso coniugale.
 Insomma, questo problema della repressione sessuale l’ho sentito anche io, pur essendo eterosessuale. Sicché non ho avuto nessun tipo di problema con i miei amici omosessuali; e questo problema dell’omosessualità d’altra parte l’ho visto da vicino appunto perché avevo tanti amici omosessuali tra poeti e scrittori, tra gli artisti, soprattutto fuori d’Italia perché sai che il maggior numero di amici io li ho avuti fuori d’Italia, perché per il mestiere che faccio ho avvicinato soprattutto scrittori e artisti americani.

Alfredo
- tu hai collaborato inizialmente a scatola chiusa, cioè c’era da parte nostra, del movimento che andava nascendo, l’esigenza di uscire fuori, di uscire fuori in un certo modo. Tu hai subito avvertito l’importanza di questo tipo di esigenza e sei stata subito con noi, come al solito, in un tipo di battaglia che ti vedeva impegnata da un punto di vista della disobbedienza civile…

Nanda
- certo…

Alfredo
- ora vorrei che tu ci parlassi del nostro giornale, una tua impressione, cioè come tu lo vedi, come tu vorresti che fosse, quello che ha, quello che manca.

Nanda
- sì, di nuovo mi fai una domanda molto difficile.
 Sarei molto presuntuosa se potessi risponderti, perché sono sicura che se voi il giornale lo fate così, non potreste farlo in un altro modo, perché voi sapete cosa volete fare.
 È vero che ho partecipato con voi fin dal principio che sono molto orgogliosa della fiducia che mi avete dimostrato venendo qui in questa casa a Milano a fare la vostra prima seduta. Quando c’è stata quella prima serata qui, si è visto subito che c’erano questi due canali che minacciosamente si profilavano, un canale rivoluzionario nel senso delle esigenze umane e un altro canale nel senso delle esigenze (dico una parola detestabile, ma tutte le etichette, tutte le definizioni sono detestabili) partitiche. Se pronunciate questa parola nell’intervista metteteci anche per piacere questa mia precisazione, che secondo me tutte le definizioni sono imprecise perché sono delle generalizzazioni. Cioè io dico che la parola”rivoluzionario” o la parola “ribelle“ è una parola che si addice a tutti e due questi gruppi, sia il gruppo che si preoccupa della posizione dell’omosessuale nella società privata sia il gruppo che si preoccupa dell’omosessuale nella società come lotta di classe.
Ora, ti dico sinceramente che la lotta di classe la considero un mezzo, una metodologia antiquata e ormai rozza per condurre un’operazione oggi, cioè ora che la rivoluzione industriale è alle nostre spalle da mezzo secolo, o forse di più, è quasi un secolo, e casomai la società non è più quella industriale e dunque la rivoluzione non è più industriale ma tecnologica. Questo fa una grande differenza, perché non essendoci più da difendere un proletariato come c’era al momento della rivoluzione industriale, anche le esigenze sono cambiate.
 Un giornale socio-culturale mi pare che dovrebbe soprattutto rivolgersi a quei problemi che nessuno protegge e nessuno affronta perché non “importano “a nessuno; questi problemi non si risolvono con la lotta di classe, ma raggiungendo le consapevolezze.
 Anche la mia è una proposta antiquata, ma antiquata di vent’anni, mentre l’altra è una proposta antiquata di 100: se il problema è quello di essere antiquati bisogna appena vedere chi è più antiquato dell’altro. E per il resto io considero il gesto singolo di un uomo che per raggiungere le consapevolezze dice: “la mia nudità non è la mia nudità fisica, ma è la mia nudità interiore di fronte alla impossibilità di comunicare con la società“, altrettanto rivoluzionario che una serie di gesti tesi a ottenere che vengono riassunti quelli che vengono licenziati dagli uffici perché sono omosessuali.   D'altronde questi problemi sono stati affrontati e risolti al loro tempo, forse risolti no ma affrontati, inseriti in un tipo di battaglia di quei gruppi omosessuali e riformisti che voi conoscete meglio di me, la Mattachine society eccetera.

Alfredo
puoi dirmi qualcosa di più sul giornale, così come è impostato, come lo vedi tu, come vorresti che fosse…

Nanda
- io “vorrei“ che il giornale si svolgesse dappertutto, ma non soltanto in qualcosa, se no sarebbe di nuovo fare del razzismo, come fare della politica di esclusione. Sicché vorrei che il giornale facesse tutto, ma facesse tutto davvero, cioè per esempio che non succedesse come in questo numero che la parola amore non viene mai pronunciata. Così il giornale non fa tutto: a questo punto è arrivato a fare solo una certa cosa, mentre dapprincipio voleva fare tutto, era di totale apertura; e nel giornale di tutta l’apertura io sto con assoluta chiarezza e senza nessun problema. Ma se il giornale si pone dei limiti a questi limiti non posso non reagire; voglio dire, sia chiaro che quando dico “tutto” intendo “tutto” partendo da una base che è quella marxista, non metto neanche in discussione questo. D’altronde la parola “libertario“ è una parola abbastanza chiara, non si può usare l’espressione “libertario, in un sistema capitalistico o in un sistema fascista, questo è chiaro la parola “libertario”implica un concetto di totale uguaglianza, per esempio anche di tutte le uguaglianze nei riguardi della burocrazia, perché se si fissano dei concetti di burocrazia già l’uguaglianza scompare.

Angelo
- noi abbiamo ricevuto, dopo la pubblicazione sul numero due di FUORI! della poesia di Ginsberg e dopo i tuoi tre articoli moltissime lettere da parte di lettori omosessuali, ma anche eterosessuali, che ci ringraziavano per aver pubblicato sul giornale una poesia di Ginsberg e per aver ospitato una pagina con i tuoi articoli. Ovviamente eterosessuali in misura minore perché i nostri lettori sono chiaramente in maggioranza omosessuali. Però questo è molto indicativo.
 Ora mi sembra che tutta una critica, diciamo così, ufficiale, non solo italiana ma anche americana o comunque internazionale, non ha mai messo sufficientemente in rilievo tutta la componente umana di Allen in Ginsberg come poeta, come poeta-uomo. Anche in Italia, anche nella presentazione sua al lettore italiano la sua omosessualità è sempre stata forse dal punto di vista culturale messa in secondo piano, forse perché anche lui vive in questo modo, non lo so.
 Vorrei sapere da te fino a che punto si può parlare di Allen Ginsberg come di un poeta omosessuale, non come etichetta, ma perché Ginsberg è profondamente omosessuale, in quanto poeta… Vorrei riproporti la domanda in modo più diretto: vorrei sapere come vive Ginsberg in rapporto alla sua posizione letteraria in rapporto al suo modo di vivere, cioè perché si parla di un Nuovo Stile di Vita, e si afferma negli anni ‘70 una omosessualità che negli anni ‘60 non si affermava ancora, ma si viveva in modo ancora oppressivo… Cioè si veniva cacciati da Praga con certe motivazioni…

Nanda
da Cuba…

Angelo
- da Cuba, con le stesse motivazioni, però nei resoconti che noi leggevamo sui giornali non si diceva che Ginsberg era omosessuale, ma si parlava solo di contrasti di natura politica o di influenze nefaste sulla gioventù. Ora, negli anni ‘70 invece questo tipo di condizionamento che veniva imposto ad un essere umano, in questo caso Allen Ginsberg , poeta, era proprio repressione anche omosessuale. Tu, per quello che oggi rappresenta Ginsberg, non solo a livello omosessuale, anzi, direi in misura minima, ma a livello di Nuovo Stile di Vita, qual è la misura dell’omosessualità nella sua vita?

Nanda
- credo di aver capito la tua domanda. Forse questa omosessualità è importante proprio per quello che riguarda la sua posizione nell’impostazione di uno stile di vita.
 Il Nuovo Stile di Vita vuol dire soprattutto sottrarsi a qualsiasi tipo di repressione, vuol dire impostare l’esistenza su una base totale di libertarietà: questo è un punto di partenza.
 Ora, ricordiamoci che la prima persona che è salita su un palcoscenico e di fronte a un teatro gremito ha detto: “io sono omosessuale“ è stato Ginsberg nel ‘56, e in pieni anni ‘50 era una dichiarazione molto pesante da fare perché non costumava affatto farla. Sicché se vogliamo dire che lui è stato il precorritore di un tentativo di affermazione del suo diritto umano, privato, all’omosessualità (e anche del suo diritto pubblico all’omosessualità) non c’è dubbio che lo è stato, che l’azione è partita da Ginsberg. Dunque non è che il nuovo stile di vita si imposti sulla dichiarazione dell’omosessualità ma, come dicevamo al principio, la possibilità di reagire alla repressione dell’omosessualità è stata uno degli innumerevoli aspetti delle innumerevoli proposte per reagire ad ogni tipo di repressione, tra le quali la repressione all’omosessualità.
 Poi si capisce queste cose hanno preso forma più avanti, è la stessa storia dei movimenti di liberazione della donna; queste cose sono cominciate sul finire degli anni ‘60, anche se i movimenti di liberazione della donna sono cominciati un po’ prima, ma questi rivoluzionari veri e propri…
 Il primo gruppo organizzato è stato quello delle NOW della Betty Friedan, che non si basava sicuramente sull’omosessualità, L’accenno all’omosessualità è avvenuto con la famosa rivolta dell’orgasmo clitorideo di Anna Koegt.
 Adesso rispondo alla tua domanda …

Alfredo
- vorrei aggiungere una cosa: leggendo i giornali underground americani, la free press, ed anche giornali di liberazione omosessuale, il nome di Ginsberg viene citato molto sovente, gli fanno interviste, lui risponde, viene fotografato, pubblicano qualche sua poesia, parlano cioè spessissimo di lui; ora l’America è piena di poeti omosessuali anche bravi, anche grandi poeti, però nessuno ha mai avuto del credito presso i movimenti di liberazione omosessuale, l’unico è stato Ginsberg . Perché?

Nanda
- ma intanto perché Ginsberg è -io non so se si può dire, lui sicuramente si infurierebbe se me lo sentisse dire- senza dubbio il genio della poesia americana di questo tempo, come a suo tempo era stato Withman , come ci sono queste persone, di queste creature fortunate, ispirate…

Angelo
- e infatti i giornali del Gay Lib. ripubblicano poesie di Walt Withman…

Nanda
- eccetera…

Angelo
- e pubblicano Allen Ginsberg .

Nanda
- e pubblicano Allen Ginsberg . Cioè: questi sono valori di poeta che vanno aldilà della caratteristica omosessuale. Solo si dà il caso che siano dei poeti omosessuali che questa cosa l’abbiamo dichiarato invece di tenerla nascosta.
 Ora, le ragioni per cui la dichiarava Withman erano ragioni non diversissime da quelle per le quali la dichiara Ginsberg. Whitman parlava di “adesività“, se ti ricordi; adesività voleva poi dire questo amore per tutti gli esseri umani e questo amore doveva essere così grande da comprendere anche l’omosessualità.
 Ginsberg parla di una sincerità globale: questa sincerità, che poi è la reazione alla repressione, la proposta di liberazione da tutte le repressioni, comprende anche l’omosessualità. La sua idea è che la poesia deve trattare esattamente tutto quello che si pensa, deve essere assolutamente aderente alla vita, alla esistenza. Se in quel momento si pensa alla omosessualità, la poesia che si scrive è una poesia dedicata alla omosessualità.
 In tutta la WichIta Vortex Sutra di omosessualità si parla proprio poco; perché si parla di tutt’altro problema si parla del problema del linguaggio come manipolazione del pensiero, di una manipolazione del pensiero spinta a un livello tale che può condurre alla guerra: questo, come vedi, con la omosessualità non c’entra, ma c’entra invece con la repressione del linguaggio. Per esempio. Tuttavia, nel corso di questa poesia, che è stata molto più importante di quello che è stato capito, forse perché non tutti hanno capito questo problema della repressione del linguaggio, della manipolazione del linguaggio, in questa poesia tutte le volte che si parla d’amore, si parla di amore nel senso omosessuale. D’altra parte che Ginsberg abbia descritto i suoi amori omosessuali nelle sue poesie, è abbastanza chiaro.
 Una volta avevamo avuto una discussione io, non ricordo come, gli ho fatto una domanda molto ingenua dicendo: “in questo modo non puoi scrivere una poesia d’amore. A chi lo scrivi tu una poesia d’amore?“. E lui mi ha risposto: “ma come, non c’è poesia in cui io non abbia parlato del mio amore per Peter“.

Angelo
- vorrei che tu mi parlassi adesso del legame di Allen Ginsberg con Peter Orlowsky che forse è poco conosciuto dal lettore italiano, ma chi conosce bene l’opera e la vita di Ginsberg sa che rappresenta qualcosa di molto importante. Vorrei che tu mi parlassi di questo legame che va al di là del legame culturale (per esempio Gertrude Stein e Alice B.Toklas), qualcosa di molto più vitale, molto più viscerale. Per Ginsberg e per Orlowsky questo rapporto ha significato qualcosa di molto grosso, però nessuno lo conosce bene. Puoi raccontare qualcosa in proposito?

Nanda
- sì. E, posso farlo senza paura di tradire nessuna intimità e senza paura di fare indiscrezioni perché mi limito a riferire quello che Allen Ginsberg ha detto in un’intervista che è stata pubblicata sui giornali, sicché basterebbe tradurre questa intervista. Se vuoi te la vado a cercare perché se la vuoi pubblicare sul tuo giornale sono sicura che a Ginsberg non importerebbe affatto.
 In questa intervista Ginsberg ha parlato di questo suo rapporto, straordinario, con Peter (e non c’è dubbio che questa resterà una delle grandi coppie storiche, uno dei grandi amori storici del mondo letterario di tutti tempi), e ha detto esplicitamente che i suoi rapporti con Peter si erano conclusi, come avviene in tanti rapporti coniugali eterosessuali, anche quando questa fine è davvero imprevedibile; però ha detto che questa conclusione dei suoi rapporti “coniugali “non aveva tolto nulla ai suoi rapporti affettivi con Peter e che Peter continua a essere il compagno più dolce…
 Le parole esatte che lui ha detto sono “has far has tenderness and understanding Is concerned “. Dunque, per quello che riguarda la tenerezza e la comprensione senza dubbio i suoi rapporti con Peter hanno continuato a essere assolutamente totali, assolutamente perfetti. Effettivamente Peter e Allen sono veramente dei compagni ancora adesso e straordinariamente affettuosi; Peter l’anno scorso, dopo la malattia, ha vissuto con una ragazza che ha avuto cura di lui, molto simpatica, molto carina; e vive con Ginsberg solo che per circostanze professionali non vivono sempre tutti e tre insieme; vivono tutti insieme quando sono nella Farm di Cherry Valley, li è molto grande, è una specie di comunità a carattere ecologico aperta a tutti gli antichi amici poeti.
 E' da Peter che si riesce a sapere dov’è Ginsberg quando lo si cerca. Ad esempio, quando sono andata a Denver, è stato Peter a venire all’aeroporto a consegnare il manoscritto che dovevo portare a Ginsberg: il manoscritto di Kerouac che uscirà postumo, il grande capolavoro, che Kerouac ha favoleggiato per tutta la sua povera, troppo breve esistenza, e al quale Ginsberg ha fatto una prefazione; al punto che lui era a Denver per rivedere i luoghi dove Kerouac era stato con Cassidy perché voleva fare un’introduzione il più possibile connessa con la vita di Kerouac con Cassidy. E a Peter mi ero rivolta per sapere dov’era in quel momento Ginsberg , che poteva essere nel monastero di quel lama tibetano che gli ha insegnato il mantra dello A Ah Sha Sa Ma o in certe università di quella zona, dove faceva dei reading , e Peter sapeva sempre dove lui era.

Alfredo
- tu hai letto questo manoscritto?

Nanda
- sì, l’ho letto.

Alfredo
- e com’è?

Nanda
- è molto bello, è però il Kerouac della grande maniera, il Kerouac della mano di leone.
 Sono convinta, ora che la prospettiva storica si è ristabilita, che Kerouac verrà fuori come uno dei più grandi scrittori che abbia avuto l’America. Anche se gli ultimi romanzi sono più deboli dei primi, ma questo è avvenuto a molti grandi scrittori americani.

Alfredo
- uscirà in America, questo manoscritto?

Nanda
- sì, mi ha scritto Ginsberg che ha appena finito l’introduzione, sicché tra un paio di mesi uscirà; è un grosso manoscritto. E questo era un libro di cui mi scriveva Kerouac; mi diceva:”non parlare più di me come beat, non voglio più essere uno scrittore beat, io sono lo scrittore di questo libro”. Era già uscito in parte, per le “new direction”, in un’edizione rilegata, “Vision of Cody“, ma in misura molto abbreviata e adesso invece uscirà nella forma completa. E contiene i famosi nastri registrati, le famose conversazioni di Neal Cassidy registrate in nastri.

Alfredo
- senti, proprio perché tu sei Fernanda Pivano…

Nanda
- one of Them…

Alfredo
- bisognerebbe dire the one… Quindi proprio per quello che significa il tuo nome in relazione alla cultura americana, e noi proprio per onestà dobbiamo riconoscere che tutti i movimenti di liberazione sessuale sono nati in America e poi sono arrivati in Europa; quindi anche il movimento di liberazione omosessuale è nato in America, prima in forme molto riformiste, di accettazione, e poi, come esplosione di enorme voglia di liberazione, dal ‘69 in avanti, perciò i riferimenti con i movimenti di liberazione americani sono inevitabili e anche giusti e doverosi; e per questa esperienza dunque, che tu hai della cultura americana e quindi anche dei movimenti di liberazione omosessuale, ti chiediamo come vedi tu la situazione italiana in relazione a quella situazione americana.

Nanda
- qui il discorso va al di là dell’omosessualità. Tutto il periodo del fulgore di questa proposta libertaria, che ha cercato di svincolare le consapevolezze, di aprire la comunicazione, di allargare il più possibile il dialogo fra gli uomini, tutta questa fase è stata praticamente ignorata dalla cultura italiana; ignorata nel senso che la cultura italiana l’ha respinta, l’ha rigettata, non ne ha voluto sapere e forse questo si spiega perché in Italia c’erano già dei gruppi di critica che venivano dalla sinistra: l’Italia è un paese dove il 50% dei voti sono per le sinistre; un fenomeno che assolutamente non corrisponde a quello americano e questo fa una colossale differenza, perché quelle proposte libertarie potevano in un modo o nell’altro entrare nel filone di una proposta marxista. Infatti era una proposta marxista anche se aveva questa forma che non era diciamo così di marxismo partitico.
 Invece qui i problemi hanno cominciato a interessare il nostro pubblico quando hanno assunto un carattere tipicamente partitico: quello che è stato accettato in Italia è stato il cosiddetto “Movimento“, ma non quello nato in America per la liberazione dei negri quando ha mandato i volontari nel sud per ottenere il voto dei negri (perché così è nata l’espressione “movimento“), bensì quello già diventato movimento rivoluzionario a carattere marxista-leninista. È stato a quel punto che il movimento americano ha colpito i gruppi italiani; e li ha colpiti come un movimento già politico nella direzione dell’organizzazione partitica, dell’organizzazione rivoluzionaria POLITICA vera e proprio: non rivoluzionaria di pensiero, rivoluzionaria nel senso della radicalizzazione, per intenderci; per radicalizzazione si intende non tanto la metodologia di una rivoluzione, ma lo scoprire se una rivoluzione è necessaria o no, e dunque lo scoprire che la rivoluzione è necessaria e la rivoluzione non ha da essere necessariamente una rivoluzione che sovrapponga un potere all’altro: può anche essere una rivoluzione che sovrappone uno stato mentale a un altro cioè, l’idea che la rivoluzione può anche raggiungere le consapevolezze dei burocrati nelle società e nei governi razionali, così come si propone sicuramente di raggiungere le consapevolezze dei burocrati negli Stati capitalisti.
 Ma così come in origine erano stati impostati questi problemi , il problema è quello di raggiungere le consapevolezze. 
 Il movimento ha spostato questa impostazione verso una interpretazione puramente rivoluzionaria, ambientata nella grande azione internazionale in tutto il mondo, per esempio quella che doveva creare un’opinione pubblica per l’ammissione di Mao all’ONU. Tanto è vero che una volta che Mao è stato ammesso all’ONU, che ha cominciato a comprare gli aviogetti in Inghilterra, che ha fatto gli accordi commerciali con il Giappone, che ha fatto -mi pare- gli accordi commerciali anche con l’America, questo movimento dell’Amerika con il K è praticamente caduto e quei gruppi che si erano costituiti come esponenti di questi passaggi, di queste azioni, si sono messi a fare dell’azione elettorale a Miami; insomma, siamo rientrati nel grande canale della propaganda elettorale, rivoluzionaria finché basta, però sempre “rientrata” nei canali per sostenere un certo candidato e non un altro. Credo.

Angelo
- usando una formula da Stop o Grand Hotel vorremmo rivolgerti…

Alfredo
- un’invito…

Angelo
- sì, se tu dovessi esprimere molto sinteticamente una tua opinione personale sul movimento di liberazione omosessuale in Italia oggi, cosa diresti?

Nanda
- direi che in generale qualsiasi movimento di liberazione ha da essere accolto con le braccia spalancate e bruciando incensi, perché qualsiasi movimento di liberazione evidentemente nasce da un’esigenza di liberazione, e quale che sia la cosa da liberare va liberata se si sente la necessità di liberarla; a condizione che questa liberazione sia una liberazione sul serio.
 E qui scatta la molla per la quale ho scritto sul vostro numero zero.
 Ora la mia preoccupazione in questo caso è che quello che è partito come un movimento di liberazione diventi in realtà un metodo di assestamento o un metodo addirittura di fagocitamento in ridurre queste esigenze -che sono delle esigenze drammatiche, tali da porre problematiche molto ansiose, molto reali, molto fisiche, molto carnali… insomma molto vere- a semplici mezzi, semplici pedine, in certi tipi di conquista dei poteri, certi tipi di esemplificazione di lotta di classe, in modo tale da diventare elementi di odio invece di essere delle proposte di apertura, di apertura globale. Questo mi interessa. Le competizioni non mi interessano, a nessun livello, neanche a livello per esempio di gruppi che devono avere un capo piuttosto che un altro.
 Fino a quando ci devono essere delle scissioni perché uno deve essere un capo e l’altro no, fino a quando ci devono essere delle scissioni perché se uno fa un giornale gli altri se ne vogliono impadronire, e se ne vogliono impadronire perché… Questo l’ho proprio visto succedere in America con tanti giornali underground.
 Per esempio quale era stato quel giornale dove questa cosa era avvenuta in un modo così chiaro? Dunque c’era un giornale, mi pare lo “SPECTATOR“, un piccolo giornale, non un grosso giornale underground, c’era questo giornale dove si pubblicavano gli articoli via via che questi articoli venivano presentati, e la regola era che gli articoli venivano pubblicati sia quando avevano un certo valore letterario sia quando non lo avevano. Quando pareva al direttore del giornale che non lo avessero, invece di essere pubblicati come articoli, venivano pubblicati come lettere, però il giornale essendo un giornale underground, era aperto a tutte le collaborazioni.
 Poi si è cominciato a creare piano piano nella redazione del giornale un certo clima per cui articoli andavano approvati da una certa commissione redazionale, da un certo staff redazionale. E vedi caso, questo staff redazionale preposto alla scelta è diventato sempre più collegato con i gruppi della SDS (Students for a Democratic Society, ndr) che in quel momento erano i gruppi super rivoluzionari, no? Che via via sono diventati sempre più legati ai movimenti marxisti-leninisti. La situazione è diventata così cristallizzata che a un certo punto il direttore ha dato le dimissioni e ha detto: “io mi ritiro perché questo giornale che è cominciato con un giornale di proposte di libertà e di totale apertura adesso si ritrova a non pubblicare più altro che gli articoli in perfetta coerenza con il programma degli SDS“. Per esempio questo è stato un tipico caso di fagocitamento.
 Bada che io non ho niente contro il programma degli SDS. Se gli SDS avevano questo programma facevano benissimo ad averlo. Ed è, era sicuramente un programma salutare, forse più salutare diciamo, per esempio, del programma di Wallace. Io non lo so, non lo conosco molto bene, ma insomma credo che si possa dire senza odiare nessuno e, senza fare lotte contro nessuno e competizioni contro nessuno, che noi siamo d’accordo casomai con il programma degli SDS, forse perché facciamo molta fatica a capire quali sono le meccaniche del programma di Wallace. Tuttavia non c’è dubbio che in quel momento l’azione degli SDS è stata un’azione che ha contenuto, bloccato e incamerato, fagocitato in qualche modo queste possibilità, questi organi, queste possibilità di espressione per azioni che non erano rigorosamente impegnate in una certa direzione, in un certo canale con quella degli SDS. E che sia andato, poi, questo canale, sempre più restringendosi.

 Ora, ricordiamoci che il movimento di liberazione femminile rivoluzionario, come rivoluzione è nato proprio dalla frangia femminile degli SDS. Mica per niente.
 Ora, in Italia ho l’impressione che ci sia lo stesso pericolo. Che sia nato questo FUORI! come una proposta di liberazione della repressione omosessuale e che in qualche maniera altri canali abbiano teso a impadronirsi di questo grosso mezzo di comunicazione inventato da voi per servirsene per le loro esigenze, per le loro sia pur giustificate necessità di espressione, per raggiungere i loro strati di lettori, per divulgare il loro pensiero. Ora, per me va benissimo che si divulghino questi pensieri, perché sono pensieri che vanno divulgati, non c’è dubbio. Tuttavia mi sembravano più incalzanti i pensieri che il giornale divulgava all’inizio, che erano quelli del tentativo di liberazione dalla repressione anche omosessuale. Questa era la posizione che non solo non facevo alcuna fatica ad accettare, ma che mi sentivo di condividere, e per la quale ho collaborato al numero zero.

 Appena ho visto che nel vostro giornale non si pronuncia più la parola amore, gli ho detto che non mi sento di collaborare con un giornale che mette la censura alla parola amore, perché allora non mi sembra più un giornale che libera dalla repressione.
 Cioè, nel momento che si stabilisce un certo razzismo, io non ci sto più, il razzismo può essere di tanti tipi. Questo non perché non creda in quel particolare tipo di razzismo, va benissimo.

 Però mi piacerebbe che la vostra azione venisse condotta in stato di apertura. In stato di reazione alla repressione. Invece viene il pensiero, viene il sospetto, viene alla diffidenza, che possa diventare una repressione essa stessa se si può censurare delle parole. Non so se mi sono spiegata. Ma, badate, io ho fatto del mio meglio, ho fatto delle proposte, però non sono né una persona politica, né un’organizzatrice, né un leader, né niente. Sono solo una che ha fatto delle proposte, che ha sentito queste cose: non le ho neanche inventate, queste cose, però le ho capite; le ho capite e ci ho sperato moltissimo.

L'immagine può contenere: 1 persona, con sorriso Intervista con Fernanda Pivano
a cura di:
Alfredo Cohen
Angelo Pezzana

Si ringrazia Mauro Caruso per la condivisione 

venerdì, aprile 26, 2019

Ajello, la cultura di destra la pagliuzza e il trave. da Luigi De Marchi 2009

Questo è un invito a una lettura attenta e a una riflessione senza pregiudizi. 

Il pezzo, come si vede , è datato al settembre di 10 ani fa, ma la situazione, per così dire, "culturale" lungi dalla capacità di una serena e consapevole autocritica in questo lasso di tempo si è solo sclerotizzata drammaticamente e costituisce purtroppo la base dell'informazione politica nazionale e del relativo dibattito, o meglio disputa. La prova è nelle litanie di luoghi ormai comuni fascismo/antifascismo che ci è toccato sorbirci avanti, durante e dopo il XXV Aprile e relative celebrazioni della Festa della Liberazione. 
I Poeta scrisse:
"libertà vo cercando, ch'è si cara
come sa chi per lei vita rifiuta"
ma io voglio vivere e voglio farlo libera, anche dalle sceneggiate.
AMg

venerdì 4 settembre 2009


Ajello, la cultura di destra
la pagliuzza e il trave


Leggendo su “Repubblica”dell’11 luglio (2006) un lungo articolo di Nello Ajello sulla cultura (o incultura) di destra mi sono subito balzati in mente due motti famosi: “Se Cartagine piange, Roma non ride” e “Vedono la pagliuzza nell’occhio altrui ma non vedono il trave nel proprio occhio”.
Ajello si prodiga per due intere pagine a dimostrare l’inconsistenza, per non dire l’inesistenza, d’una cultura di destra ed arriva a una conclusione severa e inesorabile sintetizzata nel titolo della sua articolessa: “Il partito senza idee”. E tutto sommato non posso non concordare con lui. La destra non ha idee e sa soltanto baloccarsi con i residui riciclati della tradizione: un po’ di tiepido nazionalismo, un po’ di sbiadito cattolicesimo, un po’ di astiose nostalgie fasciste. Ma la filippica e il titolo di Ajello poggiano su un assunto gabbato per solido e che, invece, è non solo fragile ma addirittura comico: e cioè che la sinistra abbia oggi una cultura. Naturalmente qui bisogna intendersi sul termine “cultura”.
Certo la sinistra ha oggi quadrate legioni di celebrati intellettuali, gragnuole di manifestazioni, celebrazioni e premiazioni culturali, piramidi di cattedre universitarie (anche perché è stata sempre abilissima nel corteggiare e piazzare bene i personaggi che un tempo erano definiti utili idioti e che si sono invece rivelati inutili furbetti). Ma se per cultura s’intende, come lo stesso Ajello sembra intendere col suo titolo, un fermento intenso di ricerche innovative, di creatività, insomma di idee, allora davvero la sinistra sta anche peggio della destra, per il semplice motivo che, in quanto sinistra, essa avrebbe il dovere d’incarnare il cambiamento e l’innovazione. E viceversa, in quella gragnola di manifestazioni, in quelle legioni d’intellettuali, in quella catasta di cattedratici non si riesce a vedere una sola idea nuova, magari solitaria e smarrita come la molecola di sodio della pubblicità d’una famosa acqua minerale.
Perfino la battuta famosa rivolta dal protagonista d’un film di Moretti al leader comunista “Di’ qualcosa di sinistra !” rivela inconsapevolmente lo smarrimento dell’accusatore, che non sa lontanamente precisare che in che consista quel “qualcosa di sinistra”. E difatti quando, qualche anno dopo, lo stesso Moretti scese in campo accusando d’incapacità i leaders del partito e candidandosi al ruolo d’ispiratore del rinnovamento, che cosa ha saputo produrre ? I girotondi e i girotondini che, dopo un po’ di chiassate, come è tipico di quel gioco, sono finiti “tutti giù per terra”.
Esattamente come la destra, la cultura della cosiddetta sinistra si balocca con i residui della sua tradizione: riciclando un po’ di invettive rivoluzionarie, o riscoprendo l’ombrello della socialdemocrazia, o celebrando senza convinzione i mummificati e impolverati idoli del suo passato (da Foucault a Brecht a Sartre), oppure mobilitando i suoi pompatissimi intellettuali odierni che si riveriscono e si premiano tra loro o infine ripetendo nelle università i rituali insulsi della didattica nozionistica e dell’indottrinamento degli allievi, che da sempre caratterizzano la tradizione accademica conservatrice.
E del resto tutto ciò è non solo comprensibile, ma inevitabile, perché la cultura di sinistra è composta da sacerdoti officianti ma non più credenti, da zeloti d’un Dio che non solo è fallito, come diceva Silone, ma è morto. Come scrisse Alberoni negli anni in cui si profilava il crollo del comunismo: “I marxisti europei non devono oggi abbandonare un punto di vista o un’ipotesi stimolante, devono abbandonare una fede, una sponda sicura, una casa, una fratellanza che travalica i paesi. Io non credo che questa separazione sarà indolore perché molti di loro avranno soprattutto un bisogno di fede che il relativismo scettico di tanta cultura contemporanea è destinato a frustrare. In questo momento di svolta della cultura comunista in Italia sono perciò portato a domandarmi dove condurrà la perdita di un’ideologia sicura e ritenuta inviolabile…Una delle ipotesi più probabili è che molti credenti della sinistra finiranno nei movimenti religiosi”.
Questa ipotesi di Alberoni ha trovato molte conferme, anche se molti altri credenti del mito comunista sono finiti invece nei movimenti ecologisti o addirittura nella droga, il che è perfettamente comprensibile alla luce dell’analisi psicopolitica, perché da un lato l’ecologismo consente di conservare il meccanismo psicologico della religione dogmatica sostituendo a Dio la Natura e a Satana il capitalismo mentre, dall’altro, la droga offre coi suoi paradisi chimici un surrogato del Paradiso terrestre dell’utopia rivoluzionaria o di quello celeste delle religioni dogmatiche. Ma il “grosso” del gregge e del clero comunista è rimasto a metà del guado: dotato di ogni tipo di salmeria e privilegio castale, ma privo delle vecchie idee entusiasmanti e incapace di darsene di nuove.

lunedì, marzo 11, 2019

I finalisti del Premio Babuk 2019

Ricevo dal sito www.larecherche.it   tramite  premio@larecherche.it



Gentili Autrici e Autori, Lettrici e Lettori,

si comunica che in data odierna sono stati resi pubblici i nomi dei trenta finalisti di entrambe le sezioni (Poesia e Racconto breve) della V edizione 2019 del Premio Babuk – Proust en Italie: https://www.larecherche.it/premio.asp

La classifica finale sarà resa pubblica  il giorno 07/04/2019.

Non si svolgerà una cerimonia pubblica di premiazione poiché è preferito dare risalto agli autori e alle loro Opere per mezzo dei canali social de LaRecherche.it.

Pertanto, i primi tre classificati per ogni sezione saranno contattati dalla Segreteria e riceveranno il premio spettante in denaro se avranno raggiunto o superato la media del 23 nei punteggi assegnati da ciascun giurato; in ogni caso ognuno dei primi tre classificati per ogni sezione sarà intervistato e l’intervista resa pubblica e adeguatamente pubblicizzata.

I primi dieci classificati per ogni sezione vedranno pubblicate in e-book le loro Opere.

I primi trenta classificati per ogni sezione riceveranno per e-mail un attestato di classifica in formato pdf.

Le prime tre Opere classificate nella sezione Poesia verranno proposte singolarmente nella sezione “Poesia della settimana” su LaRecherche.it e anche i primi tre racconti saranno pubblicati singolarmente sul sito; ad ogni Opera sarà dato adeguato risalto.

Ciascun concorrente potrà visualizzare la media risultante dai punteggi assegnati dai giurati accedendo all’area riservata dalla quale è stata proposta l’Opera in concorso.




Grazie per l'attenzione, LaRecherche.it

LaRecherche.it è Associazione culturale: assòciati e/o fai una donazione per sostenere il nostro comune progetto artistico e culturale.
Su www.larecherche.it puoi pubblicare, leggere, recensire, promuovere eventi e scaricare eBook gratuitamente.

giovedì, gennaio 31, 2019

Creare una rete di artisti e manager culturali. Richiesta di condivisione.

Poeti carissimi, l'esperienza di poeti itineranti la voglio portare all'onore del fisco, attraverso la creazione di un'impresa sociale.
Qualcuno di voi sa già di che cosa sto parlando. Per evitare che girino  soldi senza ancora aver istituito la società, ho deciso che il modo migliore per cominciare a raccogliere adesioni è attraverso l'acquisto di un opera come garanzia iniziale per i fondi necessari alla costituzione.

Non vi chiedo soldi.
Vi chiedo di condividere quanto più possibile.

Ho 2 settimane di tempo!
Ah! Cliccando sul link  qui sotto avrete tutte le informazioni e i link dove potete vedere l'andamento sia della raccolta sia di tutti gli attori coinvolti.
Grazie di cuore!🤩
https://www.gofundme.com/6ssruy0?member=1589688



Qualche spiegazione:

Sono Federico D'Angelo Di Paola, fondatore di poeti itineranti di Roma, nato nel 2014, all'interno dell'associazione Cappella Orsini.
Sono un poeta che crede nelle parole del presidente irlandese, Higgins, il quale  ha dichiarato che la poesia salverà veramente la parola.
 Ho chiesto a me stesso: "in che modo?"
La mia risposta è stata ispirata dai suoi strumenti: armonia, sintesi, ritmo, sentimenti, pensieri profondi e ovviamente duro lavoro, applicati non in un libro bianco ma negli affari, nell'organizzazione civile e nelle relazioni.

 Voglio creare una rete di artisti e manager culturali che si connetteranno a vicenda.
Naturalmente ho bisogno di una certa garanzia per il primo passo, in Italia, e ho pensato che il denaro non è il modo migliore, mentre invece una buona Opera potrebbe essere molto più adatta.

 Seleziono questo: sole africano di Natalie Penderis di Città del Capo, Sud Africa e scambiato da pavArt, galleria d'arte contemporanea a Roma.

Risultati immagini per NATALIE PENDERIS

https://www.instagram.com/p/Bo1ypMuC0ZM/?utm_source=ig_web_button_share_sheet

Se puoi aiutarmi, lo conserverò e lo mostrerò all'interno di una collezione d'arte: l'AVHG, la home gallery di Alessandro Vitiello.
Questo dipinto sarà trattato come una garanzia commerciale per l'apertura del mio progetto.

Qui in basso troverai tutti i link per riconoscere i luoghi e alcuni dei miei team di lavoro.

Grazie a tutti, contribuirete anche solo condividendo questa richiesta.


https://www.instagram.com/explore/tags/nataliependeris/top/?hl=pa

NATALIE PENDERIS - ARTE - DESIGN -

https://www.pavart.it/ Pavart, galleria arte contemporanea a Roma

http://avhg.it/it/about/ Informazioni e contatti - Alessandro Vitiello Home Gallery

http://www.cappellaorsini.net/ Cappella Orsini Lab

https://m.facebook.com/VersoRoma/?locale2=it_IT Poeti Itineranti di Roma - Home

http://www.circoloiplac.com/partners/dangelo-di-paola-federico-roma/  D'Angelo di Paola Federico - Roma | Circolo IP LA C.

https://www.facebook.com/events/1540856416144359/?acontext=%7B%22ref%22%3A%224%22%2C%22action_history%22%3A%22null%22%7D
Poeti Itineranti di Roma. Incontro Calliope, Talia, Erato. - Facebook

https://www.russiaprivet.org/ita/la-poesia-salvera-lumanita/ La poesia salverà l'umanità? - RussiaPrivet

http://www.fusibilia.it/?p=3984 "Di oggi, Omero prende solo il fiore" a Roma, venerdì 4 marzo 2016 ...
https://poetarumsilva.com/2016/05/30/  Teatro Aleph, Young Poets | Poetarum Silva

domenica, novembre 04, 2018

C'è a Roma una grandissima colonna dedicata a un imperatore di nome Traiano...

Della Colonna Traiana se ne parla molto e da secoli, ma quanti conoscono la storia raccontata su di essa dalle immagini?
Vi piacerebbe che qualcuno ve le illustrasse una dopo l'altra, no?
E se a raccontarvela fosse  addirittura un grande scrittore come Italo Calvino?
Sono sicura che ve la godreste proprio!
E allora ecco qua, leggetevela,
La Colonna Traiana raccontata da Italo Calvino:
(...) 

" Il racconto comincia rappresentando la situazione immediatamente precedente all'inizio della campagna, quando i confini dell'Impero erano ancora sul Danubio.
La striscia narrativa s'apre (dapprima bassa bassa e poi man mano alzandosi) col paesaggio d'una città romana fortificata sul fiume, le mura, la torre di guardia, i dispositivi per le segnalazioni ottiche in caso d'incursione dei Daci: cataste di legno per i fuochi, mucchi di fieno per le colonne di fumo. Tutti elementi che devono creare un effetto d'allarme, d'attesa, di pericolo, come in un western di John Ford.
Sono così poste le premesse per la scena seguente: i Romani che attraversano il Danubio su ponti di barche per attestarsi sull'altra sponda; chi può dubitare della necessità di rinforzare quel confine così esposto agli attacchi dei barbari stabilendo avamposti nei loro territori? Le file dei soldati s'incamminano sui ponti, con in testa le insegne delle legioni; le figure evocano il calpestio sferragliante della truppa in marcia, con gli elmetti che pendono legati sulle spalle, gavette e tegami appesi a pertiche.

Il protagonista del racconto è naturalmente l'imperatore Traiano in persona, raffigurato sessanta volte in questi bassorilievi; si può dire che ogni episodio è segnato dalla ricomparsa della sua immagine. Ma come si distingue l'Imperatore dagli altri personaggi? Né l'aspetto fisico né l'abito presentano segni distintivi; è la posizione in rapporto agli altri che lo denota senz'ombra di dubbio. Se ci sono tre figure togate, Traiano è quello in mezzo; difatti i due ai lati guardano verso di lui ed è lui che gestisce; se c'è una fila i persone, Traiano è il primo: oppure è in atto d'esortare la folla o d'accettare la sottomissione dei vinti; egli si trova sempre nel punto in cui convergono gli sguardi degli altri personaggi, e le sue mani s'alzano in gesti significativi. Qui per esempio lo si vede ordinare una fortificazione indicando il legionario che sporge da una fossa (o dai flutti del fiume?) con sulle spalle una cesta di terra degli scavi delle fondamenta. Più in là è ritratto sullo sfondo dell'accampamento romano (in mezzo c'è la tenda imperiale) mentre i legionari spingono davanti a lui un prigioniero tenendolo per le chiome (i Daci si distinguono per i capelli lunghi e le barbe) e con una ginocchiata (quasi uno sgambetto) lo obbligano a genuflettersi ai suoi piedi.
Tutto è molto preciso: i legionari sono contraddistinti dalla lorica segmentata (una corazza a strisce orizzontali), e siccome a loro spettavano anche compiti di genieri, li vediamo murare pietre o abbattere alberi con la lorica indosso, dettaglio poco verosimile ma che serve a far capire chi sono; mentre è un giubbetto di cuoio quello che portano gli auxilia, dall'armamento più leggero, spesso raffigurati a cavallo. Poi ci sono i mercenari appartenenti a popolazioni assoggettate, a torso nudo, armati di clava, con fattezze che indicano la loro provenienza esotica, anche mori della Mauritania. Tutti i soldati scolpiti nei bassorilievi, migliaia e migliaia, sono stati catalogati con precisione perché la Colonna Traiana è stata studiata finora soprattutto come documento di storia militare.
Più incerta la classificazione degli alberi, rappresentati in forma semplificata e quasi ideogrammatica, ma raggruppabili in un ristretto numero di specie ben distinte: c'è un tipo d'albero a foglie ovali e un altro con fronde a ciuffo; poi querce, dalla foglia inconfondibile; credo di riconoscere anche un fico che sporge da un muro. Gli alberi sono l'elemento di paesaggio che più ricorre; e spesso li si vedono cadere sotto le scuri dei taglialegna romani: per fornire di travi per le fortificazioni ma anche per far posto alle strade: l'avanzata romana s'apre la via nella foresta primigenia così come il racconto scolpito s'apre la via nel blocco di marmo.
Anche le battaglie sono ognuna diversa dall'altra, come nei grandi poemi epici. Lo scultore le fissa sinteticamente nel momento in cui se ne decidono le sorti, impaginandole secondo una sintassi visuale di netta evidenza e una grande eleganza e nobiltà formale: i caduti in basso come un fregio di corpi riversi sul bordo della striscia, il movimento delle schiere che si scontrano, con i vincitori in posizione dominante, più in su ancora l'Imperatore e, in cielo, un'apparizione divina. E come nei poemi epici, non manca mai un dettaglio macabro o truculento: ecco un romano che regge coi denti la testa mozzata d'un nemico dace, penzolante dai lunghi capelli; e altre teste mozze vengono presentate a Traiano.
Si direbbe che ogni battaglia sia contraddistinta anche da un motivo di stilizzazione geometrica sempre diversa: per esempio qui vediamo i romani tutti con l'avambraccio destro alzato ad angolo retto nella stessa direzione, come a scagliare un giavellotto; e subito sopra c'è Giove, volante nella vela del suo manto, che alza la destra nell'identico gesto brandendo certamente un fulmine dorato ora scomparso (i bassorilievi dovremmo immaginarceli colorati com'erano in origine), segno indubbio che il favore degli dei è dalla parte dei Romani.
La rotta dei Daci non è scomposta, ma mantiene pur nell'affanno una dignità dolente; fuori dalla mischia due soldati daci stanno trasportando un compagno ferito o morto; è uno dei luoghi più belli della Colonna Traiana e forse di tutta la scultura romana; un dettaglio che fu certo la fonte di molte Deposizioni cristiane. Poco più sopra, tra gli alberi d'un bosco, il re Decebalo contempla con tristezza la sconfitta dei suoi.
Nella scena seguente un romano con una torcia appicca l'incendio a una città dei Daci. E' Traiano in persona che gli dà l'ordine, lì in piedi dietro a lui. Dalle finestre escono lingue di fiamme (immaginiamole dipinte di rosso) mentre i Daci si danno alla fuga. Già stiamo per giudicare spietata la condotta di guerra romana, quando osservando meglio vediamo sporgere dalle mura della città dace dei pali con infitte delle teste mozzate. Ora siamo pronti a condannare i Daci crudeli e a giustificare la vendetta di Roma: il regista dei bassorilievi sapeva amministrare bene gli effetti emotivi delle immagini in vista della sua strategia celebrativa.
Poi Traiano riceve un'ambasceria dei nemici. Ma ora abbiamo imparato a distinguere tra i Daci quelli col pilleus (berrettino tondo) che sono i nobili, e quelli che portano scoperte le lunghe chiome, cioè la gente comune. Ebbene, l'ambasceria è composta di teste chiomate; per questo Traiano non l'accetta (il gesto con tre dita è un segno di rifiuto); certo egli esige contatti a più alto livello (che non tarderanno a venire, dopo altre sconfitte dei Daci).
Apparizione insolita, in questa storia tutta maschile come tanti film di guerra, ecco una giovane donna dall'aria desolata su una nave che s'allontana da un porto. C'è folla che la saluta dal molo, e una donna protende un bambino verso la partente, certo un figlioletto da cui la madre è costretta a separarsi. C'è anche l'immancabile Traiano che assiste a questo addio. Le fonti storiche chiariscono il significato della scena: costei è la sorella di Decebalo, che viene mandata a Roma come preda di guerra. L'imperatore alza una mano a salutare la bella prigioniera, e con l'altra mano indica il bambino: per ricordarle che tiene il piccolo in ostaggio? o per prometterle che lo farà educare romanamente per farne un re sottomesso all'Impero? Comunque sia, la scena ha un pathos misterioso, accentuato dal fatto che nella stessa sequenza, non si sa perché, abbiamo appena assistito a una razzia di bestiame, con figure d'agnelli uccisi.
Figure femminili compaiono anche in una delle scene più crudeli della colonna: donne come in preda alla collera stanno torturando degli uomini nudi: romani, si direbbe, dato che hanno i capelli corti; ma il senso della scena resta oscuro.
Lo stacco tra le sequenze è marcato da un elemento verticale, per esempio un albero. Ma talora c'è anche un motivo che continua oltre quel limite, da un episodio all'altro, per esempio i flutti del mare su cui parte la principessa prigioniera diventano la corrente del fiume che nella scena seguente travolge i Daci dopo un loro vano assalto a una piazzaforte romana.
Insieme alla continuità orizzontale (o meglio obliqua, dato che si tratta d'una spirale che avvolge il fusto di marmo) si notano motivi che si collegano in senso verticale da una scena all'altra lungo l'altezza della colonna. Per esempio: con i Daci combattono i Roxolani, cavalieri dal corpo interamente ricoperto d'una armatura di squame di bronzo, coi cavalli anch'essi tutti squame; la loro vistosa presenza, come un annuncio dell'imagerie medievale, domina in una battaglia sul fiume; ma nella scena d'un'altra battaglia che capita immediatamente sopra a questa vediamo giacere morto un altro di questi esseri squamosi, allungato come una specie d'uomo-pesce o uomo-rettile. Più avanti, il movimento d'una battaglia è dato da uno schieramento di scudi ovali che fanno fronte in linea diagonale; nella porzione di colonna sovrastante vediamo ripetersi una serie di scudi dello stesso tipo ma questa volta disposti a striscia orizzontale, gettati al suolo dai nemici che si sono arresi in un'altra battaglia.
La spirale gira e segue insieme lo svolgersi della storia nel tempo e l'itinerario nello spazio, per cui il racconto non ritorna mai negli stessi luoghi: qua Traiano s'imbarca in un porto, là approda e si mette in marcia per inseguire il nemico, ecco una fortezza presa d'assalto con le "testuggini", e più in là entrare in scena le artiglierie da campo: carrobalistae ossia catapulte montate su carri. Dappertutto si ricordano i morti e i feriti, da ambo le parti, e le cure mediche, per cui Traiano andò famoso. E' evidente l'attenzione a non mettere in sottordine i contributi di nessun corpo dell'esercito romano: se si presenta un ferito legionario, gli si affianca un altro appartenente agli auxilia.
Dopo la battaglia finale della prima campagna dacica, si vede Traiano ricevere la supplica dei vinti, uno dei quali gli abbraccia i ginocchi. Anche re Decebalo è tra i supplici, più discosto e dignitoso. Una Vittoria alata separa la fine del racconto della prima campagna dall'inizio della seconda, con Traiano che s'imbarca dal porto d'Ancona. (...)"
Peccato che ci racconti soltanto la prima guerra dacica, ma scommetto che vi piacerebbe poter rileggere questa storia confrontandola, punto per punto, con le immagini corrispondenti: non c'è problema, basta chiedere. Cliccate sul link di seguito e, quando ritroverete questa storia, vi basterà cliccare sulle parti sottolineate. Buon divertimento.

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