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lunedì, marzo 30, 2020

Come nacque la Pasqua e il mito della Resurrezione di Cristo ? L'inizio della Primavera nei Mysteria: IL GIORNO DELLA GIOIA

8 giorni prima delle Kalende di aprile  (Ante diem VIII Kalendas Apriles )   

Il 25 marzo  è  la "Hilaria ovvero il Giorno della Gioia".
La risurrezione di Attis dopo 3 giorni nella sua tomba, come prova che la morte è stata conquistata con la promessa della vita eterna



Il "Giorno della gioia", celebra la risurrezione di Attys e il suo trionfo sulla morte.
 Duemila anni fa, questo giorno, il 25 marzo, avvenne l'equinozio di primavera e "il primo giorno in cui il giorno è più lungo della notte".

"Quando l'elaborazione del lutto è finita, la rinascita della gioia è stata celebrata l'ottavo giorno prima delle calende di aprile. Questo giorno si chiama Hilaria, il primo giorno in cui le ore di sole sono più lunghe di quelle della notte." 
~ Macrobio, Saturnalia 1.21.9

Per tutta la notte preghiere e lamenti per la morte di Attys furono cantati nell'ombra. 
I seguaci di Attys entrarono come moribondi, come se stessero "per morire". 
Con la prima luce del giorno, il sacerdote unse il petto dei fedeli, mormorando lentamente:

"Abbi fede, sii di buon animo, tu mystae (adepto), Dio è salvo! 
Anche per te verrà la salvezza dalla Sua sofferenza."
 ~ Firmicus Maternus, L'errore delle religioni profane 22.1


I mystae hanno espresso la loro testimonianza per indicare che avevano preso parte ai misteri della Magna Mater.

Durante il regno di Commodo, l'Hilaria fu celebrata con una grande processione. 
Un'immagine della Magna Mater veniva portata per le strade come se fosse il suo trionfo, preceduta dalle opere dell'arte  che la rappresentavano.


 Compagnie di musicisti e mimi si mescolavano a senatori, equites, così come a liberti e stranieri, tutti vestiti e mascherati come se fossero a carnevale.

La tomba di Attys venne aperta e il Pino sacro trasportato al Foro dove fu eretto ancora una volta.
 In tal modo esso rievocò simbolicamente la resurrezione di Attys.
 A volte potrebbe anche essere stata rappresentata con una azione scenica. 
Seguìva il banchetto. Gli iniziati ai misteri si identificavano con gli Attys risorti. 



La festa rappresentava le benedizioni che li attendevano nell'aldilà.

Nelle case private venivano decorate le pigne (*) con molta allegria, in quella che divenne una celebrazione della primavera.

Nei misteri di Demetra in Eleusi un'iscrizione recita: 
"Davvero bello è il Mistero che ci è stato dato dagli Dei benedetti: la morte è per i mortali non più un male, ma una benedizione".
 Lo stesso valeva per gli iniziati nei misteri della Magna Mater.

"Ho sognato di essere diventato Attys e di essere stato iniziato dalla Madre degli Dei durante le celebrazioni chiamate Hilaria - Giorno della Gioia, destinato a significare che la nostra salvezza dalla morte era stata raggiunta."
 ~ Damascio

(*) la pigna, frutto del pino e simbolo di fertilità, ha forma analoga all'uovo, anch'esso considerato simbolo di fertilità fin dagli Egizi ed Etruschi, e l'uovo decorato per omaggio alla Pasqua, ovvero alla Resurrezione della Natura, è giunto fino alla nostra cultura odierna.




martedì, febbraio 25, 2020

Sibilla Aleramo, al secolo Rina Faccio, non c'è più dal 1960, ma ricordiamola, ogni tanto !

Un bell'articolo di STEFANIA PARMEGGIANI,  pubblicato su La Repubblica di oggi ricorda la morte sessant'anni fa di Sibilla Aleramo.
Tra le tante avventure della sua vita è stata anche la zia di Adele Faccio, femminista rivoluzionaria, poeta e teorica nonviolenta, eletta nel 1976  al Parlamento della Repubblica nelle liste del Partito Radicale.
AMg


Chi era la "scandalosa" Sibilla Aleramo, prima scrittrice femminista italiana avida di vita e d'amore

Sibilla Aleramo
Cinquantanove anni fa la morte di una delle più grandi autrici italiane del '900: "La sua voce non ci fa piombare in un passato ormai morto, ma ci riporta al presente e alla dose di coraggio necessaria per scegliere liberamente il proprio destino"
di STEFANIA PARMEGGIANI12 Gennaio 2019
  • 4' di lettura
Il 13 gennaio 1960 moriva in una clinica romana Sibilla Aleramo, una delle più famose e controverse letterate del Novecento. L'hanno letta le ragazze di oggi? O conoscono solo la sua tormentata relazione con Dino Campana, portata al cinema da Michele Placido? Se così fosse, peccato! Scandalosa, avida di vita e di amore ha ancora tanto da insegnare. Sul serio: la sua voce non ci fa piombare in un passato ormai morto, ma ci riporta al presente e alla dose di coraggio necessaria per scegliere liberamente il proprio destino.

Il giorno dopo la sua morte, Eugenio Montale la descrisse come una signora canuta, nobile nel portamento e nello sguardo, senza gelosie, senza invidie. "Sopravvissuta a tante tempeste, portava ancora con sé, e imponeva agli altri, quella fermezza, quel senso di dignità ch'erano stati la sua vera forza e il suo segreto". Erano gli occhi a tradirla. Indomabili negli ultimi giorni come all'inizio, quando ancora si chiamava Marta Felicina Faccio e viveva in una Italia dove tutto e tutti - gli uomini, la famiglia, la società - le imponevano di abbassarli. Che chinasse il capo, che serrasse le labbra, che soffrisse in silenzio. Violenze e umiliazioni erano ciò che la vita riservava alle donne. Perché dunque ribellarsi? Perché rinunciare a un figlio, alla sicurezza economica, al rispetto?

Sibilla Aleramo sapeva di non avere scelta. Tutto, tranne rinunciare a se stessa. Aveva visto la madre, sempre più pallida ed emaciata, spegnersi in manicomio dopo una vita sottomessa. L'aveva vista elemosinare briciole di amore, sacrificare se stessa alla cura dei figli. Era stata una bambina come le altre, cresciuta in una famiglia borghese, una delle tante che nell'Italia di allora faceva strage di donne.
Sibilla Aleramo sapeva di non avere scelta. Tutto, tranne rinunciare a se stessa
Innamorata del padre, spirito laico e anticonformista, sentiva crescere il disprezzo nei confronti della madre. Nessuna pietà, neanche quando tentò il suicidio. Le vittime non piacevano a Sibilla Aleramo. E forse per questo quando lei stessa si ritrovò soffocata da un matrimonio umiliante, dopo avere ingerito laudano, a un passo dalla fine, decise di ribellarsi. L'uomo che l'aveva prima stuprata e poi portata all'altare - si chiamava matrimonio riparatore - che la soffocava per addomesticarla, non meritava il suo sacrificio. Non era solo violento, era ottuso e pavido. Il che, per Sibilla Aleramo, era molto peggio. Così rinunciò a tutto, anche al figlio tanto amato, pur di salvare se stessa e diventare quello che voleva essere: una persona libera.
Rinunciò a tutto, anche al figlio tanto amato, pur di salvare se stessa e diventare quello che voleva essere: una persona libera
A trent'anni prese la sua vita e la plasmò in un libro apertamente scandaloso, la prima opera letteraria a mettere in discussione la dedizione materna: Una donna. Era il 1906, le madri borghesi crescevano figli e andavano in chiesa, le altre lavoravano nelle manifatture dei tabacchi, nelle industrie tessili, nei campi, giornate lunghissime con la schiena piegata e una paga irrisoria. Erik Ibsen aveva già scritto Casa di bambola e dalla Norvegia il vento delle polemiche era soffiato su tutta Europa. Anche in Italia qualcosa stava cambiando: a Milano era attiva l'Unione femminile nazionale, di cui Sibilla Aleramo era fervida sostenitrice e nel 1908 Roma ospitò il primo congresso nazionale delle donne italiane.Sui giornali si iniziava a discutere dei diritti delle lavoratrici e di liberazione dalla schiavitù famigliare. L'emancipazione femminile era già entrata nel nostro dibattito politico e culturale. E il romanzo dell'Aleramo piombò sulla scena con la forza spudorata di un'autobiografia. Senza mai fare nomi (i personaggi sono sempre chiamati con il loro ruolo: marito, madre, figlio...) denunciava la condizione delle donne e rivendicava la parità tra i sessi. Il successo fu immediato. Se ne parlò in Italia e anche fuori, se ne parlò a lungo. Venne definito il primo libro femminista in Italia, anche se non sempre le femministe amarono la sua autrice.

E lei? Lei che per prima aveva avuto il coraggio della ribellione e della denuncia? Lei non si fermò più. Incapace di sostare a lungo nella stessa città, continuò a lottare in una infinità di modi diversi contro la società repressiva, la famiglia autoritaria e per la liberazione della donna. A 53 anni, famosa letterata, giornalista, femminista, pacifista e socialista, si rivolse a Mussolini. Per fame. Viveva in una soffitta gelida di via Margutta, i lettori e i critici l'avevano abbandonata. Eppure, indomabile, chiese di essere nominata membro dell'Accademia d'Italia. Una donna nel massimo consesso culturale italiano? Neanche a parlarne. Lui rifiutò ma poi le concesse un piccolo aiuto economico. Andò avanti così, alla meno peggio, per una quindicina di anni. Poi scoppiò la guerra e paralizzata la voce poetica, iniziò ad annotare nei diari le morti e le distruzioni. Maturò così la scelta politica che la porterà nel 1946 a chiedere la tessera del Partito comunista: si era incendiata di una nuova passione, questa volta politica.
Amava il talento, s'infiammava perlopiù per poeti, scrittori e artisti, prendeva ciò che voleva, non chiedeva altro che istanti di passione. Anche quando facevano male e bruciavano di follia
Vita e letteratura. Le due cose, indissolubilmente legate. Giacomo Debenedetti sosteneva che Sibilla Aleramo vivesse autobiograficamente: amava il talento, s'infiammava perlopiù per poeti, scrittori e artisti, prendeva ciò che voleva, non chiedeva altro che istanti di passione. Anche quando facevano male e bruciavano di follia. Giovanni Cena, poi lasciato per la "fanciulla maschia", eletta a protagonista del romanzo Il passaggio, Dino Campana (indimenticabile il carteggio Un viaggio chiamato amore) Felice Damiani, Vincenzo Cardarelli, Giovanni Papini, Umberto Boccioni, Tullio Bozza, Anteo Zaniboni, Julius Evola... Da ultimo il giovanissimo Franco Matacotta.Del resto l'amore, come recita il titolo di un altro suo libro (Amo dunque sono), è sempre stato l'unico punto fermo di una vita vorticosa, lo strumento con cui prendeva possesso del mondo e di se stessa. Ogni storia era un diluvio di passione, e di lettere, carte, appunti. Senza nascondere nulla, anche a costo di confondere lettori e critici. In molti la giudicavano, Giuseppe Prezzolini la definì lavatoio sessuale della cultura italiana. Ma lei nulla, fedele solo a se stessa.

Così fino all'opera più importante, il lascito ai lettori, quell'immenso diario che scrisse ininterrottamente dal 3 novembre 1940 al 2 gennaio 1960, migliaia e migliaia di carte. Pochi giorni dopo morirà in una clinica romana. Povera, ma ostinatamente libera. E con lo sguardo nobile di chi è stata padrona del proprio destino.

Ma chi è stata davvero, questa Donna ? 

mercoledì, novembre 13, 2019

La violenza sulle donne non è solo fisica...Una forma di violenza di cui si parla poco: far passare una donna per matta.

Nei secoli scorsi in alcuni contesti, le donne che avevano qualcosa di diverso o non rispecchiavano le aspettative dell’ambiente in cui vivevano, o non si conformavano, o avevano un modo diverso di sentire, di vedere la vita o di ragionare, venivano chiuse in delle strutture, fatte passare per matte e curate per malattie che in realtà non avevano, ma che esistevano solo nelle menti corrotte di chi stava intorno a loro o semplicemente venivano punite perché percepite strane, diverse o ribelli.

Ovviamente erano abusi che si facevano sempre alle donne, raramente un uomo riceveva trattamenti di questo tipo.

Purtroppo ancora oggi, anche se in maniera meno plateale, in alcuni ambienti ci sono residui di queste mentalità e alcune donne o ragazze percepite come più deboli o strane o diverse, subiscono questo tipo di violenza e vessazione.

In genere questi comportamenti sono tipici delle famiglie o dei contesti dove c’è una persona con disturbo narcisistico o antisociale di personalità o un manipolatore affettivo o una persona violenta o con qualche altro tipo di malattia mentale, ovviamente non riconosciuta e non curata.

Sulle donne ci sono sempre stati degli stereotipi, dei luoghi comuni, fin dalla notte dei tempi, come quello di pensare che siano isteriche o menti inferiori o irrazionali.

Questi pregiudizi sono tipici di ambienti sottosviluppati, di culture regredite o che non hanno strumenti per accettare ed elaborare la diversità.

Si tratta di contesti con dinamiche malsane, dove una persona non può autodeterminarsi, dove ci sono rapporti di dipendenza e c’è un manipolatore che controlla la mente degli altri senza che loro ne siano consapevoli.

Situazioni di questo tipo sono state anche rappresentate nel cinema per esempio; è il caso del film “Gaslight” dove una donna veniva appunto sottoposta a manipolazione mentale da parte del marito con l’intenzione di farla impazzire sul serio.

E proprio con questo termine “Gaslight” si indica una delle forme più subdole e diaboliche che si mettono in atto per far dubitare la vittima della sua percezione della realtà.

Per mettere in atto questi atteggiamenti, le vittime devono avere o devono essere percepite dai manipolatori con determinate caratteristiche di personalità: eccessiva sensibilità, eccessiva empatia, suggestionabilità, scarsa autonomia di giudizio, scarsa consapevolezza di sé, dipendenza mentale dagli altri, poca fiducia in se stesse.

Questi tipi di abuso possono avvenire nei rapporti di coppia così come nelle famiglie di origine.

In alcune famiglie infatti, si pensa solo a soddisfare i bisogni pratici delle persone, ma non quelli emotivi, si trattano le persone come se non avessero un’anima, come se fossero oggetti, trascurandole emotivamente.

Chi ha un’emotivita’ intensa, in questi ambienti, sviluppa disagio e malessere e le cosiddette malattie dell’affettivita’.

L’ambiente non avendo strumenti per capire il disagio di quella persona, la percepisce come “sbagliata” come se ci fosse in lei qualcosa che non va.

In contesti autoritari e oppressivi, se la persona che ha maggiore potere ha disturbi di personalità o atteggiamenti antisociali, se tende a manipolare, a voler apparire perfetta ed a non assumersi le proprie responsabilità, tenderà a scaricare e proiettare colpe, responsabilità e difetti sul capro espiatorio, che in genere è la persona più fragile, con meno potere e senza nessuno strumento di difesa.

Queste donne in genere sono vulnerabili ma forti allo stesso tempo, perché sono intelligenti, oneste e non disposte a tollerare le ipocrisie e le facciate della loro famiglia.

A queste donne viene rovinata la vita e la salute ed anche la reputazione. Vengono sottoposte ad abusi di ogni tipo, viene offesa anche la loro dignità.

Il malessere che viene procurato a queste donne si usa contro di loro e si identifica lo stato d’animo con la loro personalità, come se fossero malate di natura, sfruttando anche la loro sensibilità e fragilità emotiva.

Questo permette a chi ha il potere di deresponsabilizzarsi ed assolversi, ancora una volta a spese del capro espiatorio, che se non subisse ciò che le viene fatto non avrebbe nessun problema.

La persona malsana che innesca per prima questi meccanismi, porta dalla sua parte tutto il contesto familiare, che prende per oro colato tutto ciò che dice il manipolatore o gli regge il gioco, lasciandosi convincere che è la cosa migliore da fare.

Queste sono forme di abuso gravissimo, che rovinano la vittima in modo irreparabile, creando traumi che non basta una vita per risolvere.

Chi mette in atto queste cose non capisce la gravità di ciò che fa e rimane impunito passando spesso anche per vittima.

Le vere vittime non hanno strumenti per proteggersi e farsi dare credibilità ed è inconcepibile che al giorno d’oggi succedano cose che sembrano ormai appartenere ai secoli scorsi.

L’abuso psicologico ed emotivo, di qualsiasi tipo e in qualunque contesto deve essere regolato da leggi più severe e moderne, perché nessuno deve giocare con la mente ed i sentimenti di persone innocenti, perché nessuno è padrone di nessuno e manipolare la mente di una persona fino a creare realmente delle malattie, equivale ad uccidere una persona nell’animo, ad uccidere la sua identità ed a rubarle la vita ed un orrore di questo tipo non può e non deve rimanere impunito.

Delia Martyn – 2019 – Tutti i diritti riservati.

da INTROVERSA DOC

domenica, novembre 10, 2019

Arte "spaziale" di Alfredo Montori.

IL PALAZZO DEL RE DELLA LUNA 
tempera su carta  - 1919/20
Autore  Alfredo Montori, architettore

Studio grafico per illustrare un racconto di fantascienza tra quelli che all'epoca si dilettava a scrivere e che sono ormai perduti..

L'isola che non c'è...

File (Philae),  isola del Nilo nell'Alto Egitto, con i suoi antichi templi. 

Acquarello originale del 1951 di Alfredo Montori.
L'isola ormai è sommersa nel grande lago della diga di Abu Simbel,  che fu realizzata in Egitto per produrre energia elettrica indispensabile alla crescita del paese. I templi, famosissimi, sono però ancora visibili: furono smontati pezzo per pezzo e  rimontati in altro luogo grazie a una gigantesca cooperazione internazionale.

IL TESCHIO DEL BRIGANTE ANTONIO GASBARRONE



Quella che vi stiamo per raccontare è una #storiavera. 
Non quindi una leggenda macabra e neanche di una favola horror... perchè la realtà supera sempre di gran lunga la fantasia.

Vi è a #Torino un "museo degli orrori",  le cui principali attrazioni non sono ricostruzioni in cera di mostri immaginari...ma resti ed effetti personali di persone che son state ritenute dalla scienza "mostri reali" fin dalla nascita.
Stiamo parlando del MUSEO DI ANTROPOLOGIA CRIMINALE CESARE LOMBROSO fondato nel 1876 a Torino dal medico e antropologo #CesareLombroso, pioniere dell'antropologia criminale, con lo scopo di racchiudere tutta la sua "collezione privata".
Vi sono esposti oggetti e resti umani che Lombroso accumulò lungo il corso della sua vita a scopo di studio : circa 684 crani e 27 resti scheletrici umani, 183 cervelli umani (non esposti), 58 crani e 48 resti scheletrici animali, 502 corpi di reato utilizzati per compiere delitti più o meno cruenti, 42 ferri di contenzione, un centinaio di maschere mortuarie, 175 manufatti e 475 disegni di alienati, migliaia di fotografie di criminali, folli e prostitute, abiti di briganti, tre modelli di piante carnivoree realizzazioni artigianali dei prigionieri di carceri e manicomi criminali. 
Materiale che fu oggetto di studio al fine di confermare la teoria dell' #atavismocriminale.
LA TEORIA si basava sul concetto del "criminale per nascita", secondo cui l'origine del comportamento criminale era insita nelle caratteristiche anatomiche del criminale, persona fisicamente differente dall'uomo normale in quanto dotata di anomalie e atavismi, che ne determinavano il comportamento socialmente deviante: per Lombroso criminali si nasce, non si diventa. E’ tutto scritto nella nostra fisionomia.  ( teorie che son state prima aspramente criticate e poi categoricamente sfatate).

Lombroso misurò anche la forma e la dimensione dei cranii di molti #briganti uccisi e portati dal Meridione d'Italia in Piemonte; spesso patrioti borbonici, talvolta contadini renitenti alla leva ( tra i più famosi è il cranio di #Villella., da lungo tempo al centro di una battaglia legale intrapresa dal paese d'origine, Motta Santa Lucia in Calabria, che vorrebbe riportarlo a casa)...sui loro teschi formulò "la teoria dell'uomo delinquente", ma a scopo prevalentemente  ideologico:  
Lombroso voleva inserirsi nel dibattito politico di quegli anni per aiutare, con il supporto della scienza, l' #Italiapostunitaria sul fronte del controllo sociale, e risolvere una volta per tutte il fenomeno della questione meridionale e del brigantaggio postunitario..concludendo che i meridionali erano "biologicamente inferiori" e quindi, per caratteristiche antropologiche, delinquenti per natura.

...Tra i teschi dei briganti, conservati nel museo, è presente anche il cranio di #AntonioGasbarrone di Sonnino; una personalità così variegata che è impossibile poter classificare in base ad una teoria così discussa e sommariamente dimostrata. 
Morto da poco di vecchiaia ad Abbiate Grasso, alla veneranda età di 89 anni, il suo cranio venne asportato e  consegnato, assieme al suo fucile  ai suoi abiti ed una fotografia, al Lombroso nel 1882 da Camillo Golgi (futuro premio nobel per la medicina). 
Nel 2010 il comune di #Sonnino ed il Comitato “No Lombroso” hanno intrapreso una battaglia legale per ottenere la restituzione dei resti del concittadino, per dargli degna sepoltura nella sua città natale; i resti e gli effetti personali del brigante sarebbero stati fatti pervenire illegalmente al Lombroso affinché potesse usarli per dimostrare le sue teorie.

#misteripontini

Il brigante Gasparrone fu rinchiuso nelle carceri papaline del Forte di Civita Castellana dal 1851 al 1870, e all'età di 77 anni  fu graziato e liberato dal Governo Nazionale  in omaggio all'Unità d'Italia.

martedì, ottobre 29, 2019

Mario Mieli 1983 “La liberazione dell'eros per il conseguimento dell’armonia”


da “La liberazione  dell'eros per il conseguimento dell’armonia” conferenza di Mario Mieli con interventi del pubblico all’Oca Calva, Brescia 1983.

"M.M. : Comincerò brevemente dall’appello per la pace che ho preparato insieme a Mario Bosio e Umberto Pasti. L’appello è stato finora sottoscritto da 500 persone. Gian Paolo Silvestri-il quale ha introdotto questo mio intervento-non è al corrente che oltre le personalità del “mondo della cultura“ tra i firmatari vi sono molti operai, casalinghe studenti, anziani ricoverati in casa di riposo. Noi ci auguriamo che questo nostro primo passo-l’appello è stato pubblicato da alcuni tra i maggiori quotidiani italiani-ne seguano altri fortunati, nella migliore delle direzioni.
Parlare di pace e di guerra non esula dall’argomento specifico della serata: la crisi planetaria gravissima può essere superata soltanto se l’umanità decide di non seguire più la strada della distruzione e dell’odio, bensì quella della creazione e dell’amore. (E stasera siamo qui proprio per parlare di Eros).
Giampaolo, prima, intervistandomi alla radio, m’ha chiesto se io credevo davvero che fosse possibile raggiungere l’armonia. Possibile senza dubbio: ho già detto che, riconvertendo l’industria bellica, l’uomo può liberarsi dal bisogno materiale, e dunque siamo giunti al punto in cui la causa più importante di litigio e guerra dalla preistoria a oggi-la divisione del lavoro-può essere eliminata.
Chi poi si è addentrato nei giardini segreti dell’eros e ha scoperto qual inestinguibile fonte di felicità vi sia nelle zone e nelle tendenze erotiche inesplorate, sa che se fossero conosciute da tutti avremmo non solo la possibilità economica ma anche quella amorosa di vivere in armonia.
Le nostre esperienze erotiche più belle sono forse scandalose quanto le bombe nucleari? A me sembra che veramente scandalosi siano la guerra e lo sfruttamento, non certo piaceri dei quali possiamo godere da soli o con altri.
La psicoanalisi ha avuto il merito di dimostrare come la nevrosi umana dipende in  grandissima parte dalla repressione dell’eros. In parole povere: Freud ha scoperto che il motivo principale per cui gli esseri umani stanno male è che non sono sessualmente liberi.
Ai nostri giorni l’amore si fa più liberamente che non ai tempi di Freud, tuttavia siamo ancora molto indietro. Per esempio: se io mi recassi a Speakers’ corner a Londra, luogo in cui chiunque è autorizzato a parlare in pubblico, potrei benissimo fare un intervento a favore degli armamenti nucleari: nessuno mi arresterebbe se sostenessi che è giusto che l’esercito inglese sia dotato di bombe atomiche. Però, se io li mi facessi una sega davanti a tutti, verrei immediatamente arrestato. Se tanto ci dà tanto, mi pare che questa sia prova inequivocabile dell’importanza enorme di ciò che si cela dietro i tabù sessuali.
La nevrosi umana-determinata da questi tabù che, dialetticamente, essa tende a perpetuare-ci ha portati sull’orlo di un immane disastro in paragone al quale le catastrofi provocate in passato dall’uomo sono bazzecole. La liberazione dell’eros, per la quale abbiamo piacevolmente lottato anche in Italia nell’ultimi 10 / 12 anni, si è portata avanti sino in fondo, ci può guarire dalle nevrosi e dunque dal disastro. (Possibile che ci si vergogni di sborrare sempre e ovunque? Non è forse l’orgasmo uno dei più grandi piaceri che conosciamo?).
Perché è così pericoloso per il potere che la gente si faccia seghe dove le pare e piace? Perché in tutti i paesi è proibito camminare nudi quando fa caldo? La risposta è che essere umani che come Adamo ed Eva prima del “peccato originale“ non si vergognassero della propria nudità e dei propri impulsi sessuali, rivendicherebbero l’inalienabile diritto d’ognuno al piacere e dunque, non accetterebbero più la repressione su cui si fonda il potere distruttivo. Esseri umani disinibiti, uniti nella carne e nello spirito, sarebbero infinitamente meno stupidi: il potere, per sussistere, necessita di gente stupida e inibita.
Nel 1932, Einstein scrisse a Freud per chiedergli come secondo lui si sarebbe potuto evitare la guerra. Freud rispose che non si trattava di abolire completamente l’aggressività, bensì di deviarla dalle mete distruttive di modo che non trovasse più espressione nella guerra. “Se la propensione alla guerra è prodotto di pulsione distruttiva”-scrive Freud nella sua risposta ad Einstein-“contro di essa è ovvio ricorrere all’antagonista di questa pulsione: l’eros”.
Chi scrive così è il Freud maturo, “pessimista“. Eppure, quanta speranza in questa tesi che del resto aveva già sostenuto chiaramente in “aldilà del principio del piacere”! Sempre nella lettera ad A. Einstein, egli afferma inoltre: “la stragrande maggioranza degli uomini ha bisogno di un’autorità che prenda decisioni per loro, alla quale, perlopiù, si sottomettono incondizionatamente. Richiamandoci a questa realtà si dovrebbero dedicare maggiori cure, più di quanto non si sia fatto finora, all’educazione di una categoria superiore di persone indipendenti di pensiero, inaccessibile alle intimidazioni costrittrici della verità, alle quali spetterebbe la guida delle masse.
La condizione ideale, naturalmente, sarebbe una comunità umana che avesse assoggettato la vita pulsionale alla dittatura della ragione“.
Riferendo il parere di Freud, ho così toccato un argomento di primaria importanza benché tanto impopolare: e d’altronde è comprensibile che l’idea di un governo dei migliori appaia reazionaria a chi, rincretinito dalla propaganda capitalistica, non sia in grado di riconoscere i raggiri del capitale nella pseudo libertà democratica.
Trovo molto interessante che nella sua lettera Freud, oltre a rilevare che “ideale sarebbe una comunità umana che avesse assoggettato la vita pulsionale alla dittatura della ragione“, riconosca nell’eros l’antagonista naturale della pulsione distruttiva. Solo l’amore ci può salvare, e non esiste contraddizione tra libero Eros e ragione: anzi, la ragione è ostacolata dalla repressione sessuale, che le impedisce di spingersi fuori del modesto campo di esperienza i cui confini sono tracciati dal cosiddetto “principio della realtà“. La realtà, in verità, non conosce confini: è infinita come lo sono la natura e l’universo, e solo un uomo libero di amare se stesso e gli altri, in tutti i sensi, può avventurarsi dappertutto con la testa ben salda sulle spalle e i piedi in terra.
Secondo me una delle cause più gravi della bellicosità umana è il tabù dell’omosessualità. Chiaramente, uomini costretti a relegare nell’inconscio il desiderio sessuale che provano gli uni per gli altri-in ossequio alla norma che per lungo tempo ha fatto credere che amarsi tra uomini fosse una cosa brutta-diventano più aggressivi: invece di baciarsi, abbracciarsi e incularsi, si ammazzano. Uccidono coloro che vorrebbero amare ma non possono amare. Eliminandoli, essi “credono “di eliminare l’oggetto del loro sofferto Desiderio latente. 
Nella società greca antica, pederastica , la bellicosità dipendeva probabilmente in larga misura dalla repressione della femminilità nell’uomo. Essenzialmente patriarcale nonché schiavistica, la società greca considerava le donne inferiori agli uomini e disonorevole l’effeminatezza (tant’è vero che Platone, nel simposio, dice che il nome dell’androgino “suona vergogna“): non era dunque una società veramente libera, anche se per tanti versi più grande e nobile della nostra tanto“evoluta“.

Inizia il dibattito
-come mai non hai menzionato la repressione dell’omosessualità femminile tra le cause di bellicosità? Non credi che la guerra sia prodotta anche dall’alienazione delle donne?
M.M.-Le donne che approntano la guerra nucleare sono in netta minoranza rispetto agli uomini (confronta Nigel Calder, le guerre possibili, editori riuniti 1982). La storia ci ha dimostrato che l’aggressività manifesta nelle guerre è soprattutto maschile. Certo, anche le donne sono aggressive, talora violente; ma nella mia vita-ad esempio-non sono mai stato minacciato fisicamente dalle donne, spesso da uomini.
A parere mio, l’omosessualità maschile latente si trasforma in bellicosità più di quella femminile. Ciò non di meno-è la contraddizione è solo apparente-sono convinto che, finché le donne non si ameranno fra loro liberamente, sussisterà una causa recondita di guerra forse in fondo più grave della repressione dell’omoerotismo maschile: infatti proprio il lesbismo represso permette all’uomo patriarcale, ovvero all’omosessuale mancato, di continuare a riprodursi e distruggersi.
Un altro dei firmatari del nostro appello, Franco Fornari, nel saggio psicanalisi della guerra (Feltrinelli) evidenzia che il rapporto causale esistente tra repressione della femminilità nell’uomo è bellicosità. Dopo aver elencato i motivi per cui nella nostra psiche l’arma viene assimilata al fallo, egli scrive: “tutti questi dati relativi all’omologazione del bellicoso virile ed alla omologazione del non bellicoso al maschile castrato, possono far comprendere l’istintiva diffidenza che gli uomini provano per le iniziative pacifiste. Nell’inconscio degli uomini le armi equivalendo al pene, il disarmo alla castrazione, ciò proverebbe l’impopolarità del disarmo in genere“. Può sembrare una battuta di spirito, ma non lo è.
Forse non sono stato sufficientemente chiaro: non vi è alcuna staticità nel mio concetto di armonia il “principio del nirvana“, che può essere considerato l’ideale di armonia “statica“-ne parla Norman O. Brown nel suo libro la vita contro la morte (il saggiatore)-,anima solo in parte l’autentica liberazione dell’eros… Io sono convinto che l’armonia in fieri sia movimento dialettico, e sono altresì convinto che solo se raggiungeremo l’armonia ci sarà ulteriore movimento: infatti la vita oggi, sul nostro pianeta, può vincere la morte (che almeno in apparenza è stasi) esclusivamente se si consegue l’armonia nel rapporto uomo-natura e nei rapporti interumani. Il trionfo dell’amore mobile, nobile, frizzante, effervescente, fluido, si può avere solo se il piacere carnale non viene più giudicato sporco perverso e peccaminoso: altrimenti la diffidenza, la paura, la nevrosi continueranno a inficiare i rapporti umani e la logica autolesiva dell’egoismo alienato ci porterà alla catastrofe irreparabile.
-Qual è secondo te la differenza tra Eros e sessualità?
M.M.-eros e sessualità sono sinonimi, ciò non di meno Eros ha un significato più ampio di sessualità in quanto definisce anche gli aspetti sentimentali, affettivi, dell’amore.
-È possibile immaginare una conciliazione fra principio del piacere e pulsione di morte?
M.M.-nella lettera ad Einstein che ho prima citato Freud definisce l’eros “naturale antagonista“ della pulsione distruttiva (l’eros“ che tutto lega“, come dice in aldilà del principio del piacere). Ma ponendo l’antitesi principio del piacere-principio di morte Freud non dimentica mai la stretta connessione fra le due pulsioni, che specie nel sadomasochismo si esprimono come un “unico“. A parer mio-e su questo punto sono sicuro di non sbagliare-l’antitesi fra pulsione di morte e pulsione di vita sussiste dove c’è la repressione dell’eros, la quale determina una patologica sperequazione fra le pulsioni. Se l’eros fosse libero vi sarebbe equilibrio fra di esse (si osservino gli animali che vivono in libertà).
Io ho idee abbastanza chiare sulle origini della specie, ma di nuovo rimando al mio romanzo chi volesse approfondire. In barba ai creazionisti-i quali com’è noto contestano la teoria evoluzionistica secondo cui l’uomo discende dalla scimmia-ricorderò che la scimmia è aggressiva non solo nei confronti di animali appartenenti ad altre specie, ma anche nei confronti dei propri simili: perciò noi dobbiamo fare i conti con un’aggressività ereditata dalle nostre simpatiche progenitrici. Tuttavia come il gatto, che pure felino, litiga con i suoi simili per amore ma non li uccide, così l’uomo-che dovrebbe essere un tantinello più evoluto-può cessare di uccidere altri uomini: e non ha un vero motivo di litigare per amore come fanno i gatti.
Parlando all’unione culturale di Torino, dove era stato sollevato il problema della conciliabilità tra pulsione vitale e pulsione distruttiva, io avevo detto che chi pensasse che l’utopia erotica si sia fermata alla ”Philosophie dans le boudoir” di Sade s’ingannerebbe. Soprattutto l’appello dal titolo “francesi, ancora uno sforzo se volete essere repubblicani”, inserito nel quinto dialogo di quel libro, e per molti versi illuminato e illuminante ancora oggi, ma non certo per quel che concerne la libertà dell’assassinio. Il succo dell’appello sadiano è il seguente: “veramente libera è una società in cui non esiste più alcun tabù sessuale e si può uccidere a piacimento dove e quando lo si desideri“. Io credo che Sade abbia spinto all’estremo la logica capitalistica dell’Illuminismo, ma sono passati quasi 200 anni dalla rivoluzione francese e oggi si può prefigurare un mondo in cui la libertà sessuale sia assoluta nel rispetto reciproco ed esistano luoghi deputati all’espressione della violenza: ovvero è concepibile, anzi auspicabile che chi desidera farsi ferire o ferire o uccidere o farsi uccidere possa farlo con la benedizione della comunità in luoghi deputati allo scopo, non ovunque.
-Sull’omicidio e sul sadismo rimango molto perplesso. Puoi chiarire ulteriormente?
M.M.-Un conto sono le fantasie dei progetti che uno fa sulla concreta possibilità di cambiare il mondo, un’altro è realizzare effettivamente l’utopia. Tuttavia sono certo che il regno della libertà non sarà conquistato affinché sussisteranno tabù erotici. E comunque prevedibile che-per un certo lasso di tempo-anche nel mondo libero sarà necessario circoscrivere la libertà individuale assegnando solo determinati spazi all’espressione della violenza e del sadismo.
Nello sport e nella lotta contro i mali sanabili l’uomo può sublimare in parte quelle tendenze dell’eros che sono a un tempo espressione della pulsione di morte, ovvero il sadismo e il masochismo; per il resto, se lo vuole-ed io presumo che lo voglia-potrebbe goderne direttamente in luoghi deputati dalla società allo scopo: per garantire la libertà sessuale e la civile convivenza basterebbe creare centri“ di intrattenimento “ sadomasochistico, ove chi desideri godere della violenza-inflitta o  subita-posso farlo senza restrizioni legali. Tali “centri “funzionerebbero da valvola di sicurezza della società veramente civile, e avrebbero ben poco a che vedere con le squallide  boîtes “sadomaso“ che, nei paesi permissivi, vengono aperte ai margini della legalità: infatti l’atmosfera di queste boîtes è determinato dal carattere depressivo, competitivo e distruttivo del sistema che le produce, mentre luoghi deputati alla libera espressione del sadomasochismo nella società armonica, né rifletterebbero la buona (a) moralità e sarebbero pervasi dal benessere esterno. Oltreché luoghi di piacere, sarebbero centri di studio delle “passioni” distruttive, nei quali verrebbe garantita l’assistenza medica e psicologica a chiunque intendesse spingersi fino a esperienze cruente. Ogni violenza vi sarebbe lecita, però entro i limiti della conformità di voleri, o, più esattamente, della complementarietà di voleri: così, ad esempio, in certe alcove avrebbero accesso solo coloro che desiderassero uccidere o farsi uccidere.
Se si tiene presente che attualmente molte forme di violenza dipendono dalla repressione sessuale (e soprattutto dall’omosessualità latente), nonché da ingiustizie sociali, ci si rende conto che la liberazione effettiva e la perequazione economica ne annullerebbero le cause. Pertanto appare tutt’altro che utopistica la prefigurazione di una società armonica in cui, ogni individuo, sessualmente disinibito, viva nel rispetto del prossimo. La realutopie, per essere valida, non deve sottovalutare il sadomasochismo, e coloro che prefigurano l’armonia non devono avere pruderie: altrimenti sarebbero idealisti. Oggi essere idealisti equivale ad essere qualunquisti, poiché in un caso e nell’altro nulla di concreto si fa per impedire l’auto distruzione della specie.
-È il caso di parlare di realutopie quando abbiamo problemi immediati che non ci riesce di risolvere, tipo: trovare casa, lavoro eccetera?
M.M.-Tener presenti solo i problemi personali e sociali immediati senza occuparsi della salvaguardia della specie umana e delle altre specie viventi equivale a costruirsi una fragile casa su un terreno che sta per essere sconvolto da un sisma. Non dobbiamo dimenticare che oggi l’umanità corre rischi più grandi di quanti ne abbia mai corsi: se infatti è vero che sempre gli essere umani sono stati esposti alle insidie della natura è altrettanto vero che oggi-per la prima volta nella storia-la nostra specie può distruggersi da sé (causando la catastrofe termonucleare o ecologica). La lotta per la soluzione dei nostri problemi immediati non va dunque disgiunta da quella per la tutela dell’habitat e per la pace…
-partendo dal tuo libro elementi di critica omosessuale vorrei che approfondissi il rapporto tra repressione sessuale e modello capitalistico.
M.M.-il capitale ha maturato le premesse necessarie all’abolizione del lavoro coatto e dunque alla conquista del regno della libertà. Le macchine, ormai, prodotto dell’intelligenza, possono sostituire quasi completamente il lavoro umano. Abbiamo raggiunto il punto in cui il lavoro necessario a garantire il benessere della specie si ridurrebbe ad un minimo. Volenti o nolenti è nell’evoluzione-o involuzione-del capitalismo l’espulsione dei proletari dalla fabbrica. Si tratta di razionalizzare la produzione ma ciò può essere fatto solo su scala mondiale abolendo ogni competitività che non sia agonistica.
Oggi che il lavoro non è più necessario-ma ciò nonostante viene imposto dal capitale per costringere l’umanità al proprio giogo-indispensabile e improcrastinabile è la liberazione dell’eros per sottrarre al lavoro alienato le energie che in esso sono ancora incanalate. La norma è servita per millenni a circoscrivere l’eros, a reprimerne le componenti definite perverse e che dovevano essere sublimate nel lavoro.
“Da parte della civiltà“, scrive Freud ne “il disagio della civiltà”, “la tendenza a limitare la vita sessuale appare non meno evidente della spinta ad estendere la propria cerchia; la civiltà segue in queste cose la costrizione della necessità economica dato che deve sottrarre alla sessualità un grande ammontare di energia psichica che deve adoperare lei stessa; il timore dell’irruzione di ciò che ha represso spinge a severe misure precauzionali. La nostra civiltà europea occidentale è giunta all’apice di tale sviluppo“.
Giunti a quest’apice, si è pervenuti al bivio fra distruzione e creazione. Soltanto sospendendo l’attuale modo di produzione e passando a una produzione volta non ai fini della concorrenza, ma a soddisfare gli autentici bisogni dell’umanità, si potrà sanare con la specie l’ambiente. Il problema della fame e della miseria verrebbe risolto ovunque: un’effettiva, razionale distribuzione dei beni già esistenti garantirebbe la prosperità d’ogni popolo.
L’uso pacifico dell’elettronica libera effettivamente dal lavoro; il suo uso bellico su larga scala comporterebbe l’annientamento dell’umanità. Il capitale sta studiando la telematica per asservire completamente la specie alienando sempre più il tempo “libero“ che presto verrà a crescere: il tempo della disoccupazione.
Se al bivio scegliamo la strada della vita, allora il tempo libero sarà davvero tale e sarà soprattutto tempo dell’eros e dell’arte. Siccome basta pochissimo per dar da mangiare, da bere, cure mediche e un tetto a tutti gli abitanti del globo, si potrà dedicare gran tempo alla trasformazione del pianeta in opera d’arte (ed alcova…).
Finora si è quasi sempre accettata la repressione dell’eros-così come la sua sublimazione nel lavoro-come se fosse inevitabile: dopo essere stato scacciato dal paradiso originario l’uomo, dice la Bibbia, ha dovuto lavorare. Considerare inevitabile la sublimazione dell’eros nel lavoro significa quindi credere nel peccato originale… Il senso di colpa col quale ancora oggi si vivano desideri e rapporti sessuali cosiddetti perversi è il risultato della repressione millenaria che ha permesso di sublimare nella sfera produttiva quelle energie che altrimenti sarebbero state dedicate al piacere.
Sottrarre oggi libido al lavoro alienato significa scoprire che siamo sia eterosessuali che omosessuali, non solo voyeuristi ma anche esibizionisti, non solo narcisisti ma anche altruisti, non solo amanti degli animali ma anche delle piante e delle cose inanimate (dunque feticisti in senso buono).

venerdì, agosto 23, 2019

Vivat semper Carolus

194 anni fa nasceva ad Aurich in Prussia, a fine agosto, il 28, Karl Heinrich Ulrichs. Era di buona famiglia e possedeva forte personalità e integrità morale, un uomo romantico, che non concepiva compromessi, uno studioso della latinità e del diritto, magistrato e assieme un ufficiale valoroso dell'esercito prussiano.
  Quando decise di affermare fieramente il diritto alla propria sessualità, di fronte al Congresso dei magistrati suoi colleghi, chiedendo loro di opporsi assieme a Lui all'introduzione nella legislazione prussiana del famigerato Paragrafo 175, era proprio il giorno del suo 42° compleanno.
  Ma la sua coraggiosa difesa del diritto alla libertà sessuale non riuscì a impedire che esso diventasse legge nella Prussia prima, nella Germania poi, rimanendo in vigore dal 15 maggio 1871  fino al 10 marzo 1994, perseguendo come crimine i rapporti sessuali di tipo omosessuale tra uomini

 In seguito a questo suo  coming out, il primo che si conosca, la vita del Nostro cambiò radicalmente. La legge poteva colpirlo, ma non lo fece. Fu però costretto ad emigrare, e dopo molte vicissitudini trovò asilo in un paese più tollerante, il Regno delle due Sicilie, prima a Napoli, infine a L'Aquila.
 Proprio a L'Aquila la sua eccellente cultura di latinista e le sue amicizie tra gli appassionati di lingue classiche in tutta Europa lo spinsero a creare la rivista in latino, Alaudae, seguita tra gli altri da Carducci e dalla Regina Margherita. Divenne amico e ospite del Marchese Persichetti, che, alla sua morte, si preoccupò di procurargli uno spazio accanto alla cappella di famiglia per la sua tomba, al Cimitero Monumentale cittadino.

 Massimo Consoli per anni ha raccolto un patrimonio di documentazione sulla cultura Lgbt: all'incirca nel 1970 venne a conoscenza della sua storia e le sue opere grazie alle ricerche di  Paul Nash con il suo compagno Michael Lombardi, conosciuti allora in USA. Assieme decisero di restituire a Ulrichs il posto nella Storia che gli spettava di diritto, di far conoscere le sue opere e di onorarne la memoria.  Visto che era morto a L'Aquila lì Consoli  iniziò le ricerche per ritrovare la sua tomba, ricerche difficili  ma alla fine coronate da successo.
  Così Massimo Consoli, assieme a Paul Nash e Michael Lombardi, decisero che andasse ricordato e festeggiato il giorno della sua nascita, il Compleanno del Nonno del Movimento di liberazione LGBT e scelsero di farlo pubblicamente ogni ultima domenica di agosto.

Da più di venti anni nell'ultima domenica di agosto decine di attivisti e esponenti della cultura Gay si incontrano sulla sua tomba, a mezzogiorno.
 Si ricorda la sua storia, si parla dell'influenza di quel coming out sulla storia del Movimento Lgbt italiano, europeo, americano, si celebra assieme  la sua memoria.
 Chi vuole porta doni e fiori e  si condivide la torta di compleanno e si brinda alla sua salute,  a L'Aquila come in contemporanea altri fanno altrettanto lì dove si trovano, per ricordare e celebrare lil Capostipite della nostra  vera famiglia.

 L'appuntamento è per chi vorrà esserci alle 12 di domenica 25 agosto all'ingresso del Cimitero Monumentale de L'Aquila.

Vivat semper Carolus.


Fondazione Luciano Massimo Consoli


Qui sotto l'ultimo testo diffuso da Massimo Consoli per invitare a celebrare  Compleanno di Ulrichs a cui è stato presente di persona personalmente, malgrado pensasse di non riuscirci...

"  Roma, 8 agosto 2007, mercoledi’

Avrete notato che e’ un po’ che non mi faccio sentire. Purtroppo le mie condizioni di salute peggiorano di continuo e mi lasciano poco tempo per scrivervi. Oggi lo faccio per preannunciarvi che non potrò partecipare a due avvenimenti che considero importanti.

Il prossimo 15 agosto e’ l’anniversario della morte di Anselmo Cadelli (Sassari, 2 marzo 1950 – Roma, 15 agosto 2001), una colonna portante del nostro movimento nella Roma degli anni Settanta (soprattutto, ma non solo). Chi vuole può andarlo a trovare, al cimitero di Prima Porta (Riquadro numero 113 bis, Fila 53, Fossa 3), mercoledì prossimo a mezzogiorno. Io, purtroppo, non potrò esserci.

Per saperne di più su di lui:

http://www.cybercore.com/consoli/cadelli.htm

Il secondo appuntamento e’ la tradizionale commemorazione di Karl Heinrich Ulrichs al cimitero dell’Aquila. Da quando vi ho dato inizio (era il 1988…!) non sono mai mancato una sola volta. Quest’anno credo proprio che non ce la faro’. Ce la metterò tutta (lo giuro!), ma non credo di riuscirci.

Ma vi scrivo soprattutto per un motivo. Non voglio, nella maniera più assoluta non voglio, che queste cerimonie siano troppo collegate alla mia persona. Io le ho cominciate, è vero, ma poi devono andare avanti da se.

Ulrichs (Aurich, 28 agosto 1825 – L’Aquila, 14 luglio 1895) è importante per tutto quello che ha fatto, e va ricordato per la sua opera di precursore del nostro movimento, di anticipatore delle nostre richieste e rivendicazioni.

Quest’anno, poi, e’ particolarmente importante perché il comune dell’Aquila gli ha dedicato, finalmente, un piazzale proprio di fronte l’ingresso del Castello Spagnolo. E sarebbe stato bello fare un salto dal cimitero al Castello. E’ un mio sogno che finalmente vedo realizzato. Ma è il sogno di tanti altri di noi che si sentono legati a questo personaggio straordinario che, nell’Ottocento, e primo fra tutti, ha dedicato la sua vita a combattere il pregiudizio, la stupidità e l’ignoranza fino ad abbandonare la Germania e decidere di ritirarsi in esilio nel nostro paese.

Ricordatevi che se Ulrichs è oggi conosciuto in tutto il mondo è proprio grazie a queste iniziative. Vent’anni fa ben pochi sapevano chi fosse, mentre ora gli dedicano vie, piazze, premi letterari, siti internet, conferenze…

Ve lo chiedo, perciò, con tutto il cuore: domenica 26 agosto 2007, a mezzogiorno, fate un salto al cimitero monumentale dell’Aquila per ricordare il nonno del movimento glbt, Karl Heinrich Ulrichs.

Io farò di tutto per esserci, ma andate avanti anche senza di me, che lo state facendo benissimo, anyway…

Per ulteriori informazioni, all’Aquila potete rivolgervi a Giorgio Piccinini del Centro Studi Ulrichs, csu_laquila@hotmail.com

Giorgio si muove tra mille problemi in una realtà così difficile come quella della provincia abruzzese. Ciononostante riesce a fare un gran bel lavoro e bisogna essergliene grati.

Per saperne di più su Ulrichs:
http://www.angelfire.com/fl3/celebration2000/
http://xoomer.alice.it/csulaquila/_sgt/f10000.htm


Massimo Consoli

lunedì, giugno 24, 2019

Cassazione & Parolacce

by  Avv. Antonio Pascucci e Dott.ssa Sabrina Pisani per FronteVerso Network
sul Magazine ORA LEGALE, diritti & dintorni  https://www.oralegalenews.it/

“Questione di misura, più che confine e limite. Anche per la Corte di Cassazione. Parolacce e il turpiloquio fanno parte del linguaggio umano fin dall’antichità: si trovano testimonianze negli scritti in lingua latina, inglese dell’anno mille e in molte altre lingue, sia europee che non. Con il passare del tempo la loro accettazione sociale è aumentata fino all’utilizzo indiscriminato che negli ultimi anni caratterizza non solo le conversazioni private ma anche quelle di politici, giornalisti, personaggi pubblici, spesso nel talk show televisivi.
Sono state studiate e sdoganate anche dagli scienziati. Il primo studio scientifico sulle parolacce risale agli anni '50, quando un gruppo di naturalisti norvegesi trascorse alcuni mesi invernali nella regione artica sottoponendosi a una serie di esperimenti, che condussero alle seguenti conclusioni:  si ricorre all’uso delle parolacce sostanzialmente per due ragioni. La prima, positiva, per esprimere fratellanza e sentirsi parte integrante di un gruppo con il quale si condividono momenti di divertimento. L'altra serve a controllare lo stress o il dolore.
Per altri studiosi, come lo psicologo Richard Stephens, il linguaggio scurrile è un valido strumento di persuasione.
Non manca, di contro, chi è fortemente critico con l’utilizzo di tale linguaggio, definito  da autori, alcuni di chiara fama, il “linguaggio dell’inciviltà”, chiaro sintomo di un degrado culturale che interessa le persone di tutte le estrazioni sociali.
Umberto Eco, in una delle sue note rubriche intitolate “La bustina di Minerva”, pubblicata nel 2000 sulle pagine de L’Espresso, afferma: “Vedo nel nuovo romanzo di Kurt Vonnegut (Hocus pocus, Bompiani) che il protagonista decide di non usare parolacce. L'invito giunge opportuno in un momento in cui i giornali registrano, da parte degli uomini politici, insulti da carrettiere, e sui teleschermi si affacciano signori distinti che si appellano a vicenda con riferimenti espliciti a parti del corpo solitamente coperte da biancheria detta, appunto, intima”.
Alle parole del noto semiologo fanno eco altri autori o commentatori, che denunciano “l’allarme educazione”, ovvero la mancata percezione da parte di molti giovani, e non solo, dei valori della buona educazione, del rispetto reciproco e della proprietà del linguaggio.
Ma come la pensano sul punto i giudici, ovvero coloro che sono chiamati ad applicare, per decidere, le norme di civiltà che sono alla base di ogni ordinamento giuridico garantista e democratico?
Abbiamo esaminato tre precedenti della Corte di Cassazione – Sezione Lavoro, che hanno deciso su casi di utilizzo di un linguaggio scurrile nell’ambiente lavorativo, sia ad opera del datore di lavoro che da parte dei lavoratori.
Una prima sentenza, la meno recente, della Corte di Cassazione (n. 4067/2008) ha  ritenuto legittimo il licenziamento intimato al dirigente (che ricopre cariche gerarchiche nell’interesse e in rappresentanza del datore di lavoro) che abbia utilizzato un linguaggio volgare e scurrile nei confronti dei propri dipendenti. La Corte ha infatti osservato che l'utilizzo di espressioni scurrili e volgari ferisce "la dignità e l'amor proprio" del personale e che, in ogni ambiente di lavoro, a prescindere dalla formalità che si instaura tra dirigenti e dipendenti, occorre che tutti osservino un comportamento civile e rispettoso delle regole di correttezza, e ciò a tutela della personalità morale dei lavoratori.
La Corte di Cassazione ha applicato tali rigorosi principi anche nei casi in cui al linguaggio ineducato e scurrile fosse ricorso il lavoratore, e ciò anche al di fuori dell’orario lavorativo, come risulta dalle seguenti più recenti decisioni.
Con la sentenza n 3380/2017 la Corte ha affermato il seguenti principio:  È legittimo licenziare un proprio dipendente  che si contraddistingue per un linguaggio un linguaggio scurrile e caratterizzato dal frequente uso di parolacce.  Il caso è di grande interesse poiché l’uso del linguaggio scurrile non era avvenuto durante  l’orario lavorativo bensì nella pausa pranzo, circostanza che, però, non ha impedito alla Corte di considerare la condotta del lavoratore - che prima del licenziamento era stato ripetutamente invitato dal proprio datore a tenere un comportamento più consono all’ambiente di lavoro – a tal punto grave da ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario.
Infine, si segnala la sentenza n. 10280/2018, una delle tante recenti decisioni con le quali la Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento per giusta causa dei lavoratori che postano o condividono sui social commenti denigratori nei confronti del datore di lavoro.
Con tali sentenze la Corte si adegua alle nuove tecnologie virtuali, ribadendo, però, la fermezza dei principi affermati nei precedenti su riportati - e in molti altri -  sul rispetto nei confronti delle altre persone (siano datori di lavoro o colleghi) attraverso l’uso di un linguaggio corretto e responsabile”.