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martedì, gennaio 26, 2021

“Il rosa nudo” L’Olocausto dei gay nel cinema (sperimentale) di Jo Coda

 Frammenti dall’orrore dei lager. 

L’Olocausto dei gay nel cinema (sperimentale) di Jo Coda

Disponibile (gratuitamente) su www.streeen.org dalle 8 di mattina alla mezzanotte del 27 gennaio “Il rosa nudo” di Giovanni Coda ispirato al libro autobiografico di Pierre Seel: arrestato dai nazisti per omosessualità, fu torturato e deportato. Sopravvissuto, quasi quarant’anni dopo, decise di raccontare la sua storia. Che il regista inscena attraverso una rappresentazione stilizzata e simbolica, un’evocazione per rappresentare l’irrappresentabile…


“Mi sono rimasti da narrare frammenti solo casuali”. Il deportato Pierre Seel non pensa a ricordare, si concentra sul sopravvivere. Per questo è un racconto frastagliato, per brandelli, quello de Il rosa nudo di Giovanni Coda. Il film, girato dal regista nel 2013 e totalmente autoprodotto con crowdfunding, è liberamente ispirato proprio all’autobiografia di Pierre Seel, dal titolo francese Moi, Pierre Seel, déporté homosexuel, scritta con Jean Le Bitoux (edizioni Calmann-Lévy).




Un titolo – appunto – che dice tutto: nel 1939 il giovane alsaziano Pierre denuncia al commissariato il furto di un orologio, avvenuto in un parco noto come ritrovo gay. Così, a sedici anni, viene schedato nei registri degli omosessuali tenuti dall’autorità: a seguito dell’invasione tedesca della Francia verrà convocato dalla Gestapo, arrestato e torturato.

Il 13 maggio 1941 è la data della sua deportazione nel campo di concentramento di Schirmeck. Sopravvissuto all’Olocausto non ne parlò con nessuno, si sposò ed ebbe tre figli. Nel 1982 la decisione di scrivere il libro, dopo aver ascoltato gli attacchi contro i gay del vescovo di Strasburgo: da qui la necessità di rendere pubblica la storia, per respingere altre persecuzioni. Seel, scomparso nel 2005, è stato l’unico cittadino francese a testimoniare apertamente sull’esperienza di deportazione per omosessualità durante la seconda guerra mondiale.

Questa la storia, autoevidente senza commenti. Ma Il rosa nudo è un film sperimentale. Il regista cagliaritano Giovanni Coda, nell’arco di 70 minuti, ricostruisce la storia attingendo al materiale letterario in voce off, e non solo. L’immagine si apre su una rosa inquadrata in fuori fuoco, che gradualmente si delinea davanti ai nostri occhi. Poi schermi nello schermo, segnali, trasparenze e sovrimpressioni: Coda non ricostruisce la vicenda in modo lineare, ma evoca le torture per via simbolica e stilizzata, in bianco e nero o colori desaturati.

Ecco allora gli attori, come Massimo Aresu e Giovanni Dettori, che mimano l’esperienza della deportazione, la richiamano, formano un’eco del suo tragico umore. Con uno stile rigorosamente anti-naturalistico, degradando i corpi, strappando i capelli, l’autore arriva quindi a rappresentare l’irrappresentabile: ciò che avvenne nel campo di Schirmeck, che ovviamente non è dato vedere per l’occultamento del regime, qui torna attraverso la messinscena.

Il racconto si apre poi all’universale, toccando le storie di altre omosessuali vittime di deportazione. Coda si schiera così nella disputa novecentesca sul se e come inscenare un campo di sterminio: sceglie di restituirlo con il suo cinema sperimentale, fatto di corpi straziati, simboli e segni.

Una strategia che forma la parabola di Pierre Seel, a cui fu cucito il triangolo rosa riservato agli omosessuali (da titolo), e che vide uccidere il compagno davanti ai suoi occhi dopo giorni di torture. Sino a generare il paradosso: “Sono stato fortunato – dice -, oltre ad aver assistito alla morte del mio compagno ed essere stato violentato, non mi è accaduto altro”.

Il rosa nudo satura un vuoto: lo aveva fatto Radu Jude con The Dead Nation, scoperchiando la persecuzione antisemita contro gli ebrei rumeni. Lo ha fatto Emmanuel Finkiel con La douleur tratto da Marguerite Duras, togliendo un altro velo, quello sulle mogli che aspettano i deportati. Altri dovranno cadere. Ma intanto Giovanni Coda ha portato la sua pietruzza.
Emanuele Di Nicola

domenica, dicembre 27, 2020

Ecco qui: giusto un modo per porgere auguri di buon natale del Sole e sopra tutto di felice anno 2021 a tutti gli spiriti liberi e laici...

 ... ma non solo, attraverso le parole di cultura profonda, e anche un po' pagana, del grande studioso Marcus Prometheus!

alba



IL NATALE FESTA DI TUTTI

Gli antichi romani il 25 Dicembre celebravano il gioioso dies Natalis, cioè il giorno NATALE di Bacco, del Sole Invincibile, di Mithras e di altri dei solari.

I cristiani dei primi 4 secoli, invece, celebravano la nascita di Gesù (successivamente trasformato in loro Dio), il 6 di Gennaio. Solo svariati secoli dopo ( fra il 337 ed il 450 dopo Cristo), per soppiantare le feste di questi dei solari, i cristiani spostarono al 25 Dicembre anche il natale del loro Dio per appropriarsi del significato del ben più antico NATALE dei POLITEISTI che era il Natale del solstizio e del ritorno della luce del 25 Dicembre, il natale di Dionisio-Bacco, del Sole invincibile, di Helios, di Mithras.

Chi non si riconosce nella tradizione cristiana, dunque non si senta fuori posto durante le festività natalizie, ma festeggi pure, con parenti ed amici e con la intera comunità italiana ed occidentale le feste del ritorno della luce, riconoscendole come proprie, come laiche o come pagane con tutti i diritti di priorità rispetto all'appropriazione cristiana.

Rivendichiamo come festa laica il ritorno di giornate di luce più lunghe, ottimo motivo per festeggiare.

E di fronte ai cristiani che alzano la bandiera del tradizionalismo, rivendichiamo le autentiche tradizioni autoctone romane precedenti alla loro e da loro snaturate. 

Ed anche l'albero di Natale non ha niente di originariamente cristiano! La tradizione di festeggiare alberi era tipicamente pagana ed aspramente condannata già dalla Bibbia. L'abete poi (con precedenti romani), è di tradizione nordica, al solito tardivamente fatta propria dai cristiani e poi più recentemente "laicizzatasi" quasi completamente nel sentire comune.

I laici reagiscano alla retorica religiosa ma NON estraniandosi dalla propria comunità, bensì rivendicando orgogliosamente le proprie radici nella tolleranza e nella libertà di pensiero dei tempi"pagani".   Se consideriamo (come fanno perfino i neopagani) che il paganesimo non è stato una religione, bensì un atteggiamento tollerante verso tutti i modi di pensare e tutte le tradizioni, non avremo difficoltà a mantenere intatto il nostro laicismo pur recuperando pienamente il folclore gioioso delle nostre radici più profonde.

25 Dicembre NATALE : il giorno della rinascita della luce: è una data sicuramente importante, visto che sembra abbia dato il NATALE a molti Dei !

1. Dionisio o Bacco o Libero, dio del vino della gioia e delle orgie di Grecia e Roma.

Moltissime sono le similitudini fra i misteri di Dionisio (conosciuto da 13 secoli prima di Cristo) ed il "mito cristiano": Dioniso (uomo che divenne dio), era venerato come "dio liberatore" (dalla morte) perché una volta defunto discese agli inferi ma dopo alcuni giorni tornò sulla terra. Proprio questa sua capacità di resurrezione offriva ai suoi adepti la speranza di una vita ultraterrena tramite il suo divino intervento. Anche per essere ammessi al culto dionisiaco era necessario essere battezzati, introdotti al tempio e sottoposti ad un rigido digiuno. Altra somiglianza fra il culto di Dionisio e quello ben più tardo di Gesù è nel rituale che prevedeva l'omofagia (consumazione della carne e del sangue di un animale, identificato con Dioniso stesso), come segno di unione mistica con il suo corpo ed il suo sangue. Dioniso inoltre era strettamente connesso con i cicli vitali della natura alla quale venivano legati il concetto di resurrezione (primavera) e morte (autunno) proprio come manifestazione della morte e la resurrezione del dio.  Anche i simboli di Dioniso: la vite, il melograno l'ariete corrispondono perfettamente (vite e melograno) o approssimativamente (ariete - agnello) ai simboli attribuiti dai cristiani a Gesu'.

Robert Graves in Greek Myths ha scritto: "... Dioniso, anche detto «colui che è nato due volte» una volta affermato il suo culto in tutto il mondo, ascese al cielo e ora siede alla destra di Zeus come uno dei Dodici Grandi "

Oltre a Dionisio fra i nati verso il solstizio d'inverno ci sono anche;

2. Ercole  (Eracles nato il 21/12 per i greci, ma il 1/2 per i Romani)

3. Sol Invictus   dio indigete cioè fra le divinità delle origini romane piu' antiche, ricevuto da ancor più lontani cicli di civiltà cioe' dalla tradizione indoeuropea, identificato poi con Mithra ed anche col dio solare siriano Elio Gabalo

4. Elio Gabalo   (o El Gabal) di cui un gran sacerdote omonimo divenne (pessimo) imperatore per breve tempo.

5. Mithras, nato in una grotta (da una roccia), sotto gli occhi di pastori che lo adorarono, culto dei militari di Roma e quindi diffuso in tutti gli angoli dell'impero dalle legioni, (e diverso dal numero 6 Mithra di Persia

6. Mithra di Persia, nato da una vergine morto e risorto (sembra dopo tre giorni), e diverso ancora dal num. 7

7. Mitra indiano, dio della luce e del giorno.

  Poi, sempre nati insieme all'allungarsi delle ore di luce ci sono ancora :

8. Adone (o Adonis) di Siria, e forse anche il suo corrispondente di Frigia,

9. Attys  (nato da una vergine, morto a titolo di sacrificio, e che inoltre risorge il 25/3 in corrispondenza anche di data, oltre che di significato di rinascita della vegetazione, col periodo della pasqua)

e poi

10. Atargatis di Siria, grande dea madre, dea della natura e sua rinascita, chiamata dai romani anche Derketo e dea Syria (la sua festa risulta al 25 Dicembre, quasi con certezza come data di nascita).

11. Kybele (o Cibele)   dea della Frigia amata da Adone (il 25 Dicembre era festeggiata insieme ad Adone: ma che tale data fosse considerata la nascita in questo caso non è certo, è solo presunto).

12. Astarte  (o Asteroth) della Fenicia, dea suprema, nonché dea della fecondità e dell'amore. Venerata anche dal re Salomone a Gerusalemme (la sua festa risulta al 25 Dicembre, quasi con certezza come data di nascita). Anche essa scese agli inferi e risorse.

13. Shamash   il dio solare babilonese e del Vicino Oriente, e

14. Dumuzi (detto Tammuz a Babilonia) il dio sumero la cui morte periodica rituale (corrispondente a quella di Adonis) era pianta anche dalle donne ebree (Ezechiele VIII,14).

15. Baal – Marduk, dio supremo del pantheon Babilonese.

16. Osiride   dio supremo egizio della morte e rinascita della vegetazione, e per estensione della rinascita dell'uomo. La resurrezione è il tema centrale del mito trinitario egizio di Osiride, Isis ed Horus dal quale pare proprio che sia stata presa l'ispirazione per una successiva famosa resurrezione in ambito ebraico. Anche Osiride muore con l'inverno e rinasce di primavera.

17. Horus, dio falcone solare, figlio di Osiride ed Iside con cui costituiva una popolarissima triade che (insieme alle tante altre triadi di dei popolarissime in tutto il mediterraneo) è stata d'ispirazione alla triade cristiana non ufficiale di Dio padre, Madonna e Bambino Gesù, nonché al raggruppamento ufficiale della trinità, che esclude l'elemento femminile. La sua nascita era  celebrata il 26/12

18. Ra, il dio Sole egizio corrispondente ad Helios, la cui nascita era celebrata il 29/12 nella città -tempio di Heliopolis a lui dedicata nella zona dell'attuale Cairo.

19. Krishna, (attualmente il dio più importante dell'India). Nel testo sacro Mahabarata risulta VIII avatar reincarnato di Visnù (la seconda persona in una delle piu' classiche trinita' indiane) tramite concezione miracolosa con una donna sposata ad un artigiano (o allevatore).. Il tiranno del luogo fece una strage di una ventina di neonati innocenti per tentare di sopprimerlo mentre era introvabile, fuggito nel deserto coi suoi genitori. Inizialmente appare come uomo eroico o semidio, ed infine si rivela come dio. Era venuto al mondo per riconquistarlo dai demoni. Compi' miracoli, fu considerato salvatore e chiamato dio pastore. Mori' ucciso (da una freccia, non sulla croce), ma, tranquilli, rinascerà anche lui infatti promise di tornare dopo la morte, e comunque gli indù credono alla reincarnazione per tutti. (Fonte: Louis Jacolliot francese 1837-1890) -Altre fonti pero' datano la nascita di Khrisna al 19 luglio 3228 avanti Cristo.

Da notare che oggigiorno anche Krisna come babbo natale porta doni nel cuore della notte!

E' tutto un riciclo: uno degli ispiratori del mito di Gesù (anteriore di 12 secoli), dopo 30 secoli vede il suo culto contaminato dalla figura che ha contribuito ad ispirare.

20. Joshua Ben Josef (detto Gesù, Gesù bambino, Nazareno [o Nazireo], Galileo, Cristo = unto, Messia e il Salvatore) che arriva buon ultimo nella serie di dei di ambito mediterraneo orientale ed indoiranico .

(alcuni aggiungono alla lista dei nati intorno al solstizio d'inverno anche Zaratustra in Media e Buddha in India;

In ambito Nord Europeo vi sono 2 dei:

21. Freyr  dio solare Scandinavo, patrono di pace e della fecondità della natura (n. solstizio d'estate, m. inverno)

22. Baldur (o Baldr, o Palatar il padrone) dio Scandinavo della primavera e della bellezza figlio di Odino

23 Scing-Shin  in Cina

In ambito Centro Americano Messicano pre Colombiano troviamo 3 dei:

24. Bacab (Balam Acab giaguaro della notte) dio dei Maya dello Yucatan (Guatemala e Messico Sud Est),

 e poi

25. Huitzilopochtli  dio azteco solare signore del mondo e della guerra e simbolo del Sud del sole e del cielo

26. Quetzocatl  (Quetzalcoatl) dio serpente piumato azteco (di origine Tolteca), simbolo dell'Oriente e del Mais.


Molti altri eroi semidei e dei discesero agli inferi e da lì fecero ritorno e in totale sono sei fra quelli elencati come nati verso il solstizio d'inverno Dioniso, Adone, Attis, Tammuz, Baal-Marduk, Osiride.

Poi separatamente ne contiamo almeno altri 11 fra quelli nati in altri periodi o di cui non si conosce la data:   Teseo, Orfeo, Enea, Zagreo, Sabazio, Apollonio di Tiana. Chuchulain, Gwydion, Amathaon, Ogier danese, ma la lista è certo incompleta di molti altri personaggi antecedenti o contemporanei a Gesù Cristo.  Alcuni di questi 26 dei o eroi sono morti attorno all'equinozio di primavera (che è il periodo della Pasqua) e risorti dopo qualche giorno, a volte proprio dopo 3 giorni, come per Gesù (ma il dio Baldur, forse più pigro, è risorto dopo quaranta giorni).

Ad alcuni di questi dei, (sembra una mezza dozzina, la maggior parte di quelli orientali dal 6 al 15) è stata attribuita dai seguaci la nascita da una vergine, così come fu fraintesa dai teosofi occidentali studiosi di Buddismo una nascita da una vergine anche il non dio Buddha. Ed anche l'illuminato è stato quasi deificato da una parte dei seguaci in aperto contrasto col suo insegnamento che non giustificava niente di simile.

Nel mito di Gesù si possono poi riscontrare talune attinenze col mito di Asklepio o Esculapio figlio di dio (Apollo) guaritore e resuscitatore di morti ed altre attinenze col mito di Ercole figlio di dio (Zeus) soccorritore di uomini, e che raggiunge l'immortalità ed ascende al cielo tramite la sofferenza (morte sul rogo)





venerdì, dicembre 25, 2020

LA VIGILIA DI CARMINE

Una storia di Natale da Tripi, Messina

Carmine, o meglio mastru Carmine come tutti lo chiamavano in paese, era già sveglio, dalla finestra della camera da letto priva di tende il cielo nero pian piano volgeva al blu l’unica cosa visibile erano quei minuscoli puntini luminosi conficcati nel firmamento.Stette a guardarle per un pò, rimase lì finché un gallo distante e meno mattiniero di lui lo scosse dal suo torpore.
In cucina gli stessi gesti ripetuti da sempre, u fucularu già addumatu che sprizzava spisiddi e scoppiettava, la vecchia caffettiera che borbottando spandeva per la cucina l’odore forte del caffè d’orzo.
Lo versò nel tazzone del latte e dopo averci sminuzzato dentro una larga fetta di pane prese a mangiare rumorosamente.
Fuori l’aria era ancora fredda, pungente, mastru Carmine con le su berture sulla spalla la coppola calata in testa era già nella discesa che lo conduceva fuori dal paese.
Il paese, poco più di tremila anime arroccate a mezza costa su quella collina tra il mare e le montagne, era ancora immerso nel buio e nel silenzio, solo prima di prendere il sentiero che lo avrebbe condotto dall’altro lato del fiume aveva incontrato a cavallo del suo mulo  un mattiniero come lui.
"Oh Carmini! aunni ti nni vai stamatina? non sai chi oggi non si travagghia? oggi è a vigilia !
io sbrigo na facenna e mi ricogghiu a casa oggi venunu i me figghi chi niputi. Tanti auguri Carmini" e passò oltre.
Carmine era giunto nel suo piccolo appezzamento, non che facesse un gran chè ormai aveva smesso di coltivare da un pezzo giusto un minimo di orto per i fabbisogni personali, nonostante tutto ci andava tutti i giorni.
Dopo le piccole incombenze nell’orto, si sedette sul bisolo davanti alla casetta di pietre con le tegole coperte di muschio.
caricò la pipa con il mezzo toscano tirato fuori dal taschino del gilet di fustagno, lo spinse ben bene dentro con il ditone dentro il fornelletto, frugò ancora nel taschino alla ricerca dii un fiammifero di legno con la capocchia rossa, lo sfregò contro il bisolo tirò in rapida successione dal bocchino di canna finché sbuffò una nuvoletta di fumo.
Carmine non era stato mai un uomo loquace ma da quando era morta sua moglie era diventato ancora più taciturno, se ne stava li tutto il giorno senza fare niente! si guardava intorno! conosceva ogni albero, quando era il periodo conosceva ogni nido nei dintorni, guardava gli uccelli fare la spola.
Carmine guardava il paese dalla sua prospettiva seduto dall’altro lato del fiume, strizzava gli occhi per mettere a fuoco meglio, da quella distanza era in grado di riconoscere non solo le case ma anche le persone, non possedeva un orologio, non ne aveva bisogno, sapeva esattamente che ora fosse alzando gli occhi al cielo e guardando la posizione del sole, indovinava anche quando le nubi grigie che salivano veloci dal mare lo coprivano.
Oggi c’è poco movimento in paese pensò, ah già! oggi è la vigilia! si la vigilia di Natale!
saranno tutti a casa a preparare per stasera pensò Carmine, inevitabilmente la mente andò a sua moglie. tanti anni ormai che non c’era più, subito dopo che il loro figlio unico era partito per l’America in cerca di lavoro si era ammalata , di cosa non si sa , fatto sta che nel giro di sei mesi quella malattia se l’era portata via, e così Carmine era rimasto solo, muto nel suo dolore senza più Masa sua moglie né Turi suo figlio.
Carmine contadino analfabeta, nell’impossibilità di comunicare con il figlio, si era affidato alle mani del prete del paese affinché fosse lui a scrivere della triste notizia.
Da allora non aveva saputo più niente, e così parlava da solo nella sua mente.
Il pensiero era andato alle vigilie di Natale quando Turi era bambino e Masa preparava u turruni, i biscotti, a quando lui aveva costruito un piccolo presepe per Turi, fatto con le cortecce dei rughuri, aveva messo le casette , la grotta, e aveva intagliato lui stesso i pastorelli, poi per finire ci aveva messo tutto intorno il muschio che  era andato a prendere al fiume insieme a Turi.
Com’era contento Turi, Carmine aveva posizionato nel presepe tanti fiammiferi conficcati nel muschio, la sera li accendeva così quasi per magia il quel paesaggio incantato prendeva vita , lì vicino al fucularu quelle piccole fiammelle tremolanti lo animavano. E mentre Carmine seduto o fucularu intagliava una nuova pecorella, Masa sferruzzava con l’uncinetto raccontandosi la giornata mentre Turi giocava col suo presepe .
Sul bisolo aveva sentito salire su per la gola un groppo come se qualcosa dentro non volesse andare né sù e né giù, e nello stesso momento sentì gli occhi umidi, li stropicciò con le quelle mani grandi e ruvide poi si schiarì la gola con un energico colpo di tosse e tornò ad aspirare una boccata dalla pipa.

Quando il sole aveva attraversato i tre quarti della volta celeste e correva a tuffarsi dietro le montagne , Carmine decise che era ora di rientrare a casa.
Come al solito aveva raccolto e messo insieme una fascina di piccoli rami secchi che sarebbero andati bene per il suo fuculari, si mise sulla spalla i berturi, la fascina  e si incamminò.
Non aveva fretta., nessuno lo attendeva a casa .
Quando giunse alle prime case una comare sull’uscio gli si fece incontro :
"Carmini, ma chi fai ancora ddocu? longa u passo chi a casa ti spetta na bella surprisa!" Carmine rimase un pò interdetto ,bofonchiò qualcosa che assomigliava a un Buon Natale e continuò verso la strada di casa.
La vanedda dove abitava era stranamente animata quella sera ! che succede si chiese tra sé e sé, chi fa ccà tutta sta gente? In effetti un capannello di persone sostava davanti alla porta della sua abitazione.
"Oh Carmineddu finalmente ti ricugghisti! chi fai ancora ddocu? motivi nchiana supra c’è na bella surprisa pi tia!"
Entrato dentro e liberatosi le spalle dalla bisaccia e la legna prese a salire le scale che lo conducevano sino al piano dove c’era la cucina e la camera da letto , si insomma un po' come tutte le costruzioni del paese in fondo si assomigliavano un po' tutte.
Man mano che saliva le scale udiva voci di persone sembravano bambini , possibile?
Quando giunse al piano il suo stupore fu palese, davanti a lui due bimbi biondissimi con gli occhioni sgranati lo scrutavano.
Corsero via gridando " mami, mani there is a nonno! nonno!!" aveva appena messo il piede sull’ultimo gradino e vide lui ! Lo guardò dal basso verso l’alto Turi!
Turiddu esclamò "Si proprio tu? Papà !"  "Si io sugnu Turi , commu stati?" Si abbracciarono e ancora una volta Carmine sentì quel groppo in gola, si schiarì la voce con il solito colpo di tosse, ah sta pipa! disse quasi a volersi schernire.
In cucina ci furono le presentazioni :
"Papà chiesta è me mugghieri Janet e chiesti sunnu i me figghi Elizabeth e Carmelo , commu a Vui si chiamma!"
Carmineddu frastornato dovette sedersi: non era abituato a vedere gente per casa e men che meno suo figlio.
In casa si materializzarono le comari, c’era un gran via vai, avevano allestito il tavolo nella grande cucina ed ognuna di loro aveva portato prelibatezze.
A cena Carmine ricevette il suo regalo di Natale, aprì quel pacchetto che Turi aveva messo accanto al piatto, lo tirò fuori e ne venne fuori un luccicante orologio, guardò affascinato quelle lancette che si muovevano silenziose.
Guardò la faccia sconsolata dei bambini, in effetti non aveva nessun dono da dare, poi d’un tratto rammentò, si alzò da tavola e andò ad aprire la vecchia cassapanca in camera da letto.
Con attenzione tirò fuori il vecchio presepe di Turi , sì era ancora intatto, i bambini furono entusiasti guardavano estasiati quelle casette le pecorelle i pastori, "oh mami ! is amazing"  " Si si è bellissimo" rispose Turi " lo ha fatto il nonno quando io ero bambino, ha pure le lucette aspettate e guardate."
Come una volta posizionarono i fiammiferi a testa in sù e quand’ebbero finito Turi andò a spegnere la luce, accese i fiammiferi ad uno ad uno e le fiammelle tremolanti diedero vita al presepe.
Rimasero in silenzio davanti al presepe ognuno con i propri pensieri .
Dopo cena mentre i bambini giocavano intorno al piccolo villaggio costruito da Carmine, padre e figlio uno accanto all’altro davanti al fuculari si raccontarono quegli anni trascorsi lontani, Carmine ascoltava, in silenzio annuiva , poi venne il suo turno nel raccontare e parlò a Turi di Masa sua madre, di come se ne era andata e di cosa si raccontavano la sera davanti al fuoco.

Il giorno di Natale fu bellissimo, per l’occasione anche Carmine si era messo l’abito nuovo di fustagno nero, non lo indossava ormai da tanto, per andare dove poi?
A tavola continuarono i racconti delle loro vite scoprì che nonostante il nome la moglie di Turi era figlia di emigranti Siciliani e cosa non meno importante parlava pure un po' il dialetto, i bambini parlavano una lingua che lui non capiva, a malapena sapevano dire nonno e qualche altra parolina un po' storpiata.
Carmineddu per l’occasione aveva tirato fuori la pipa nuova che fumava solo nelle occasioni importanti.
Nonostante la sua scarsa attitudine alle effusioni dal suo volto traspariva la felicità di stare ancora una volta insieme al suo Turi attorno al tavolo da pranzo.
Al mattino tutti insieme erano andati a messa e per lo stupore dei compaesani Carmineddu aveva stretto mani e fatto auguri a chiunque incontrasse.
Ah sì, era stato proprio un bel Natale! pensava Carmineddu seduto sul bisolo davanti alla casetta di pietra,
Sì, sì proprio bello! Turi era dovuto ripartire, le feste erano finite ma aveva promesso che non avrebbe più lasciato passare tutto quel tempo senza vedersi.
Se ne stava lì Carmineddu con il sole che gli lambiva il volto rugoso, era piacevole, ogni tanto tirava una boccata di fumo dalla vecchia pipa, che bel Natale pensava ancora,sentiva la boria leggera che muoveva le fronde dei rughuri e il suo sguardo si fermò a osservare un carraggianu: era splendido con quei suoi colori così perfettamente intonati, si quelle strisce azzurro intenso sulle ali beige quel bianco e nero , una livrea perfetta nessun essere umano avrebbe potuto mescolare quei colori così bene! 
Beato guardava con un accenno di sorriso sulle labbra la pipa stretta nella mano destra, pensò al volto dei nipoti quei lineamenti delicati quei capelli color grano maturo sì erano proprio bellissimi.

Fu così che lo trovarono a mastru Carmineddu, seduto sul bisolo con la sua pipa ancora stretta in mano il volto sereno con quell’accenno di sorriso come se l’ultima immagine che avevano visto i suoi occhi fosse qualcosa di celestiale.

Ebbene sì ! cari amici purtroppo non tutte le storie hanno un lieto fine perlomeno nel nostro comune intendere, chissà se Carmineddu ha trovato la sua Masa lì dove è andato?
 Le avrà detto che Turi è venuto a trovarlo? 
Ma sicuramente Lei lo sapeva già. Ora saranno insieme avranno tanto da raccontarsi, e soprattutto non si separeranno mai più.


sabato, dicembre 19, 2020

un articolo: Cronache di un linciaggio. Gabriel Matzneff e la nuova ipocrisia.

 da 

il Poeta Andrea Giampietro

Cronache di un linciaggio. Gabriel Matzneff e la nuova ipocrisia.

Pubblicato il 18 Dicembre 2020 

     Esistono non poche espressioni per indicare una reazione che si verifica tardivamente rispetto all’azione che l’ha provocata: in Italiano, ad esempio, si usa: “a scoppio ritardato” (credo sia di derivazione meccanica); in dialetto peligno (circoscritto alla zona dell’Abruzzo in cui vivo) la locuzione ha un corrispettivo in: “a botta repenzàte” (la e finale è muta, come in francese); oltralpe troviamo la definizione dello stato d’animo di chi non risponde prontamente ad una provocazione: “esprit de l’escalier” (letteralmente: “spirito della scala”).


     Da qualche anno imperversa un fenomeno mediatico che trova origine proprio nello “scoppio ritardato”. Mi riferisco al #MeToo, movimento che vede unite le vittime di molestie sessuali da parte di personaggi dello spettacolo. Chi ad Hollywood ne ha fatto maggiormente le spese è stato il produttore Harvey Weinstein, condannato a ventitré anni di carcere per due reati di stupro, nonostante le accuse fossero arrivate da un centinaio di attrici. Dopo venti anni, e dopo aver iniziato brillantemente la sua carriera (tanto da vincere un Oscar) grazie a Weinstein, Gwyneth Paltrow ricorda di aver subito delle avances e incita le sue colleghe a ribellarsi all’orco che, fino al giorno prima, era idolatrato dall’intero sistema hollywoodiano. 

Un attore come Kevin Spacey, a causa di qualcuno che – a botta repenzàte – gli ha contestato approcci sessuali (neanche violenze) vecchi di decenni, è stato messo alla gogna da quel regno di ipocrisia che è il cinema americano, in cui vale l’andante: “si fa ma non si dice”.

     Ad interessarmi non è tanto la materia di questi scandali – né eventuali considerazioni morali – quanto l’ipocrisia che li genera e li alimenta. 

Alla fine dello scorso anno si è scatenato un putiferio ai danni di Gabriel Matzneff, scrittore francese di origine russa, autore di libri di narrativa e di saggistica nonché di articoli pubblicati su quotidiani come “Combat” e “Le Monde”. Negli anni Settanta la questione del diritto dei bambini alla sessualità è fortemente dibattuta, tanto che nel 1977, sul quotidiano “Le Monde” e poi su “Libération” (rispettivamente del 26 e 27 gennaio), appare una petizione in difesa dei rapporti tra adulti e minori, sottoscritta da un’illustre schiera di intellettuali: da Jean-Paul Sartre a Roland Barthes, da Simone de Beauvoir a Michel Foucault. Tra i firmatari c’è anche Matzneff che, qualche anno prima, aveva dato alle stampe Les moins de seize ans (Parigi, Juillard, 1974), in cui, combinando più registri letterari (memoriale, saggio, pamphlet, romanzo epistolare), esprime la sua idea sull’amore per i più giovani, partendo da esperienze strettamente personali. Quando vent’anni dopo, grazie alle edizioni ES di Milano, il libro arriva in Italia (ringrazio personalmente il traduttore Giancarlo Pavanello per avermene procurato ben due copie, essendo a tutt’oggi il libro irreperibile), Matzneff redige un apposito scritto introduttivo: «Se mi fossi davvero preoccupato per la mia carriera, non avrei mai osato pubblicare questo libro che, socialmente, era destinato a procurarmi un danno enorme. La mia reputazione di dissoluto, di perverso, di demonio, comincia proprio dai Minori di sedici anni. Insomma, è stato un suicidio mondano. […] Se io avessi confessato il mio amore per l’estrema giovinezza piangendo, percuotendomi il petto, sarei stato perdonato. A destra come a sinistra, i benpensanti non sopportano l’insolente atmosfera di felicità e di libertà nella quale è immerso il mio libro». In realtà questo professato libertinaggio non ha generato ostracismo in Francia, men che meno nel mondo intellettuale. Gabriel Matzneff è assurto alla fama grazie all’abilità di trattare, con ironia ora giocosa ora sferzante, un argomento delicatissimo che stuzzica l’interesse dei lettori. Basti pensare alla stima dimostratagli in più occasioni dal Presidente François Mitterand. Non poche sono state le onorificenze ricevute, come il prestigioso Premio “Renaudot” per Séraphin, c’est la fin! (Parigi, La Table Ronde, 2013) e un vitalizio assegnatogli nel 2002 dal Centre National du Livre, che opera sotto l’egida del Ministero della Cultura.

     Qualcuno ha provato a redarguirlo pubblicamente: il 3 marzo 1990, durante la trasmissione televisiva Apostrophes, la scrittrice canadese Denise Bombardier si rivolge a Matzneff definendolo «spregevole», e che non vale nascondersi dietro un libro perché «la letteratura non può essere un alibi». Proprio come nel processo ad Oscar Wilde, al quale veniva contestato il contenuto “immorale” delle sue opere. L’autore irlandese si difendeva affermando: «Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male»

È questo l’errore perpetrato nei confronti di Matzneff, e di questa materia vorrei occuparmi, indipendentemente dalla questione della sessualità infantile che pure andrebbe affrontata da un punto di vista culturale prima ancora che giuridico: «… la penalizzazione attuale della pedofilia rivela certi impliciti culturali diffusi sull’infanzia e sulla sessualità che sarebbe finalmente ora di esaminare» (Sergio Benvenuto, Pederastia antica, pedofilia moderna. Un’ipotesi, in “POL.it-Psychiatry on line Italia”, 8 novembre 2018).

     Nel gennaio 2020 viene pubblicato il libro Le consentement, in cui Vanessa Springora, che dirige la casa editrice Julliard, denuncia Matzneff per aver “approfittato” di lei. Ciò sarebbe accaduto trent’anni prima (notevole esprit de l’esclalier), nonostante tra i due (lui cinquant’anni, all’epoca, e lei quattordicenne) ci fosse una relazione consensuale. Cavalcando l’ondata di caccia alle streghe inaugurata dal #MeToo, la Springora ottiene quanto desiderato: l’ostracismo e la demonizzazione dell’anziano scrittore. In quest’epoca di nuovo puritanesimo, Matzneff viene sconfessato da Gallimard che ritira dal mercato le sue opere. C’è da chiedersi perché, seguendo la stessa logica, non siano stati messi al bando (giusto per restare in casa) anche Verlaine, Proust, Gide, Sartre e Tournier… Fortunatamente la Biblioteca e Archivi Nazionali del Quebec non accetta di mettere all’indice i libri dell’autore. Lo stesso direttore, infatti, precisa che la Biblioteca «sostiene i grandi principi di libertà intellettuale enunciati ed evidenziati dagli organismi internazionali e dalle principali associazioni operanti nel settore documentale. […] La BAnQ non si sostituisce al giudizio dei suoi fruitori e li lascia liberi di accedere, di prendere in prestito, di leggere e di farsi una propria opinione sul soggetto».

     Anche in Italia il caso è dibattuto. Carmen Llera Moravia (femminista che deve tutto al suo nome da sposata) accusa Matzneff, pur confessando di non averlo mai letto, di essere un «predatore sessuale» e di far parte di una cerchia di intellettuali «intoccabili» in Francia, «come certi terroristi» (ovvio il riferimento alla politica di Mitterand). Eppure, in un’altra intervista, la signora Moravia difendeva a spada tratta le “predazioni” perpetrate dall’amico Dominque Strauss-Kahn: «non vorrei che diventasse le bouc émissaire di un certo puritanesimo americano, antieuropeo e antifrancese». Due pesi misurati a seconda dell’evenienza… Tra i pochi italiani a prendere le parti del malcapitato c’è Giuliano Ferrara, il quale, in Matzneff e il peccato estinto (“Il Foglio”, 15 febbraio 2020), imbastisce un’arringa difensiva in cui cerca di dimostrare come l’autore dei Moins de seize ans appartenga, per propria natura, ad un’epoca incomprensibile dall’odierna giustizia.  

     Intanto, dopo che la Procura di Parigi ha aperto un’inchiesta sul suo conto, Matzneff si rifugia in Italia, precisamente a Bordighera, in un albergo che la polizia ha perquisito sperando di trovare chissà cosa. Ma un’indagine del genere, “a scoppio ritardato”, non ha portato ad alcunché, almeno fino ad ora. Nel settembre 2020 il Ministero della Cultura revoca a Matzneff il suo vitalizio, come se diciotto anni prima, quando gli era stato assegnato, non si sapesse che allo scrittore piacevano i gamins aux yeux de tribades, per dirla con Verlaine. Nello stesso periodo il fanatismo francese si scaglia contro una targa dedicata a Guy Hocquenghem, scrittore sensibile alla “causa omosessuale”. Nell’articolo Faut-il brûler Hocquenghem?, pubblicato sul quotidiano “Mediapart”, Antoine Idier prorompe: «Perché? Di cosa è colpevole Hocquenghem? E ancora, di cosa è accusato? Per esser dichiarati colpevoli bisogna ancora che si venga accusati di qualcosa. Sarà difficile trovare degli elementi precisi, semplicemente dei fatti. Abbiamo letto che è stato “amico di Gabriel Matzneff”. Altrove, che ha fatto “apologia della pedofilia”. Che avrebbe avuto “prese di posizione totalmente indifendibili”. Quali? Non lo sapremo. Non ci sono titoli di testi, citazioni o numeri di pagina. La Sindaca di Parigi è stata interpellata da un gruppo “di deputate ecologiste, di femministe”. Quali? Che hanno detto cosa? Non ne sapremo di più. Persino un giornale come “Mediapart”, generalmente rigoroso, si limita a rimandare ad un sito internet e a dire che Hocquenghem è “fortemente criticato per le sue posizioni sulla sessualità dei bambini”. Posizioni? Quali? Mistero». Non è che il tenace qualunquismo che da sempre anima le masse.


     Del povero Matzneff non si hanno più notizie né si conosce il luogo in cui abbia deciso di ripararsi dalla pandemia oltre che dalle indagini. Lui sa bene che, seppure dovesse essere arrestato e condannato (cosa improbabile vista l’età avanzata), sarà soltanto al Dio dei Poeti che dovrà rendere conto; quello, per intenderci, invocato da Baudelaire: «Ah! Seigneur! Donnez-moi la force et le courage / De contempler mon cœur et mon corps sans dégoût!» (C. Baudelaire, Un voyage à Cythère, vv. 59-60, in Les fleurs du mal, 1861, II ed.). Nei Minori di sedici anni leggiamo: «Gesù, quando rivede Pietro dopo il suo triplice rinnegamento, non gli chiede: “Ti penti?”. Gli domanda semplicemente: “Mi ami?”. Non saremo giudicati né sulle nostre opere, né sulle nostre cadute, né sui nostri “vizi”. Nell’ora adorabile e terribile in cui ci presenteremo davanti all’altare nuziale del Cristo saremo giudicati sull’amore». 


venerdì, settembre 11, 2020

Tra Medioevo e Rinascimento la donna dove è collocata nella società?

 Vi propongo di attraversare secoli di Storia nel circoscritto spazio di una manciata di righe che, a breve, seguiranno.

Sarà viaggio a ritroso nel Tempo, attraverso i meandri di un Medioevo e di un Rinascimento lontani ma che ci appartengono, come vestiti dismessi nell’armadio, polverosi e logori, tuttavia, una volta, indossati.

Vi condurrò attraverso una peculiare prospettiva d’indagine, ossia l’analisi della  condizione femminile, in merito alla quale molto si è scritto e discusso, affinché fossimo consapevoli che determinati abiti e soggoli non fanno solo mostra di sé in bauli serrati, ma sono stati alla luce del sole, nella tenebra della negata libertà.

“La natura ha dato alle donne un tale potere che la legge ha giustamente deciso di dargliene poco”. Samuel Johnson


Alla donna del Medioevo e del Rinascimento, incatenata nei ruoli prefissati di madre, figlia o vedova, vergine o prostituta, santa o strega, era negata ogni possibilità di scelta di vita personale.Ciascuna, pertanto, doveva conformarsi a tradizionali modelli: ossia a Maria, per la vergine e monaca; a Eva, per la moglie e madre che doveva assicurare la progenie; e all’amazzone, per l’anziana fidata e silenziosa.Tutte coloro che non rientravano in queste categorie sociali erano ritenute sospette.La donna, reietta, lato “sinistro” della creazione, era, dunque, ai margini di una società maschile che deteneva un potere assoluto.Gli ambienti clericali formularono il paradosso che la donna è debole, ma regge il mondo: infatti Dio, affinché l’uomo non scivoli nella superbia, si serve di essa, priva di virtù congenite, per compiere grandi imprese.Ma, se falliva, l’erede della progenitrice era colpevole verso Dio, poiché ne aveva ostacolato la gloria.


“Si può notare che c’è come un difetto nella formazione della prima donna, perché essa è stata fatta con una costola curva, […] come se fosse contraria all’uomo. […] Fu Eva a sedurre Adamo, e siccome il peccato di Eva non ci avrebbe portato alla morte dell’anima e del corpo se non fosse seguita la colpa di Adamo, cui questi fu indotto da Eva e non dal diavolo, perciò la donna è più amara della morte […] perché la morte è naturale e uccide solo il corpo, ma il peccato, che è cominciato con la donna, uccide l’anima […] e perché la morte corporea è un nemico manifesto e terribile, mentre la donna è un nemico blando e occulto. […] E sia benedetto l’Altissimo che […] ha voluto nascere e soffrire per noi in questo sesso (maschile) e perciò lo ha privilegiato”H. Insistor, J. Sprenger,  Il martello delle streghe.


Sulla base di questi assunti, si affermò il dovere di “custodia” che gli uomini dovevano esercitare sulle donne, in quanto esse non sono capaci di autodominarsi, ma sono possedute dai propri organi, in particolare dall’utero.

Sulla base di questi assunti, si affermò il dovere di “custodia” che gli uomini dovevano esercitare sulle donne, in quanto esse non sono capaci di autodominarsi, ma sono possedute dai propri organi, in particolare dall’utero.

Questo pregiudizio misogino ha un’illustre fonte, si tratta, infatti, di una reminiscenza del Timeo di Platone, nel quale si afferma che: “nelle femmine, ciò che si chiama matrice o utero è, in esse, come un essere vivente posseduto dal desiderio di fare figli”.  Se non protetta dalla tutela maschile, sia amorevole che autoritaria, la donna rischia, quindi, di perdere la purezza, il valore supremo di cui può fregiarsi il sesso femminile.


Quindi il marito condannava la propria compagna a una vita appartata: nelle case signorili  le veniva addirittura riservato uno spazio, detto “camera delle signore”, in cui l’uomo aveva libero accesso, che si configurava sia come luogo di seduzione, sia come gineceo e, talora, addirittura come una “prigione” dove essa viveva, segregata, in compagnia delle sue sorelle, delle nutrici e dei figli ancora in tenera età.L’unica alternativa a questa opprimente forma di custodia, che inevitabilmente degenerava nella sottomissione, era il monachesimo: solo nel deserto e nei monasteri era possibile per le donne, liberate dell’obbligo patriarcale di partorire figli, vivere con margini di autonomia.


“La donna è di vetro, e quindi non si deve far la prova se si possa rompere o no, perché tutto può essere. Ma è più facile che si rompa, e quindi sarebbe una pazzia esporre al rischio di rompersi ciò che, dopo, non si può più accomodare”.Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia.


Nel corso del XII secolo, alle costruzioni ideologiche promosse dagli ambienti ecclesiastici subentrarono quelle ideate dall’aristocrazia cavalleresca. I guerrieri del Medioevo, supponendo che le donne avessero un rapporto privilegiato con le potenze invisibili, sia maligne che benigne, attribuivano ad esse la preziosissima facoltà di intercedere in loro favore presso il Giudice più temibile, Dio.


La relazione fra i due sessi, subendo l’influenza del modello offerto dal codice di vassallaggio feudale, si sublimò nelle forme poetiche dell’amor cortese. Venne, così, a imporsi, in alternativa all’esaltazione della castità e dell’ascesi, una concezione positiva dell’amore, in cui il desiderio e la passione erotica non erano più oggetto di disprezzo e condanna.  La donna, nella poesia lirica italiana del XII e del XIII secolo, dalla Scuola Siciliana  al Dolce Stil Novo,  diventò l’incarnazione, in forme leggiadre, di un essere superiore dotato di pieni poteri sull’amante.

La finalità di quest’amore non era, dunque, la soddisfazione di un appetito istintivo, ma il continuo spasmo dell’uomo, vincolato alla contingenza, verso un bene irraggiungibile:l’assoluto. Infatti, i versi dei poeti, ben lontani dal descrivere fisionomie femminili corporee definite, elaboravano figure simboliche astratte, aeree e pallide. Questi sfocati ritratti di “madonne” ispiratrici, condannate al silenzio e all’anonimato, testimoniano quanto il ruolo della donna nella società era, allora, subalterno e privo di autonomia esistenziale.

“Io voglio del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.

[…]Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ‘l de nostra fé se non la crede;
e no ‘lle po’ apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’om po’ mal pensar fin che la vede”.

Guido Guinizzelli, Io voglio del ver la mia donna laudare.

Nella poesia comica vennero “rovesciati”, nella dimensione deformante della parodia, i motivi e linguaggi topici del mondo cortese. Ottenne attenzione, infatti, l’aspetto, più realistico e carnale, ma al contempo più meschino, dell’esperienza amorosa. Il vituperium, sostituendosi all’encomio, descriveva la donna come avida, lussuriosa, traditrice, ingannatrice e maliziosa.

Nella produzione letteraria di Giovanni Boccaccio si rappresenta chiaramente la tensione bipolare nei confronti dell’universo femminile. Il Decameron, infatti, fu dedicato alle “vaghe donne” che nascondono le loro passioni amorose e “oltre a ciò ristrette da’ voleri, da’ piaceri, da’ comandamenti de’ padri, delle madri, de’ fratelli e de’ mariti, il più del tempo nel piccolo circuito delle loro camere racchiuse dimorano”. Nel Proemio l’autore si propose di rimediare, con il diletto generato dalle novelle, al “peccato di fortuna”, cioè alla condizione di inferiorità della donna nella società del tempo, che egli considerava il risultato di una mera circostanza sociale sfavorevole, non di un limite proprio del gentil sesso. Ma nel Corbaccio,  operetta satirica in cui veniva riesumato il topos della insaziabilità femminile, Boccaccio fu in preda ad un incontrollabile accanimento misogino sugli aspetti disgustosi del corpo della donna e sugli artifici con cui ella, ingannevolmente, li cela. Il titolo forse alludeva alla figura gracchiante del corvo, simbolo, nei Bestiari, sia di maldicenza e aggressività, ma anche, poiché strappa alle carogne gli occhi e il cervello, della passione sensuale che accieca e priva di senno l’uomo. Nelle lunghe pagine di enfasi retorica contro i vizi di tutte le donne, Boccaccio si riallacciava alla precedente tradizione misogina, da Giovenale ai Padri della Chiesa, fino ai moralisti del Medioevo e ai clerici vagantes.

“La femina è animale imperfetto, passionato da mille passioni spiacevoli e abominevoli pure a ricordarsene, non che a ragionare: il che se gli uomini guardassero come dovessono, non altrimenti andrebbono a loro, né con altro diletto o appetito, che all’altre naturali e inevitabili opportunità vadano; i luoghi delle quali, posto giù il superfluo peso, come con istudioso passo fuggono, così il loro fuggirebbono, quello avendo fatto che per la deficiente umana prole si ristora; sì come ancora tutti gli altri animali, in ciò molto più che gli uomini savi, fanno. Niuno altro animale è meno netto di lei: non il porco, qualora è più nel loto convolto, aggiugne alla bruttezza di loro”. Giovanni Boccaccio, Corbaccio.

Appare una singolare coincidenza che nello stesso anno di pubblicazione del Malleus maleficarum si avesse l’edizione fiorentina di tale opera satirica.

Nonostante l’autonomia di giudizio rispetto alle auctoritas, anche gli umanisti ebbero, di solito, scarsa stima della donna. La pedagogia rinascimentale, rifacendosi a una fitta schiera di esempi classici e biblici, intendeva dimostrare la congenita “devianza” femminile, ossia la tendenza a distogliere l’uomo dal suo compito: se Ulisse resistette a Calipso,  Enea a Didone  e Giuseppe alla moglie di Putifarre,  al contrario Sansone fu vinto da Dalila, Davide da Betsabea nuda e Ercole da Onfale, perfino Aristotele si lasciò cavalcare dalla cortigiana Fillide e Virgilio sospendere in un paniere da Febilla.  La perversione della donna era raffigurata anche nei tormenti che Giobbe, Tobia,  Socrate e Dante ebbero dalle loro mogli. Il De dignitate hominis, scritto nel 1486 da Giovanni Pico della Mirandola, era, nella sua esaltazione dell’intelletto, davvero pionieristico, ma invitava i soli maschi a godere della libertà: Dio aveva rivolto solo ad Adamo le parole in base alle quali l’uomo è artefice del proprio destino.

Il Rinascimento, quindi, riservava alle donne il suo lato più ombroso, contraddittorio, dionisiaco e saturnino. “Did women have a Reinassance?”, “c’è stato un Rinascimento per le donne?”, si è chiesta Joan Kelly. A questa domanda, posta in chiave schiettamente polemica, viene risposto, quasi sempre, in modo totalmente negativo. Esse, tuttavia, hanno saputo ugualmente ritagliarsi spazi di espressione nella letteratura, nella vita religiosa e negli atti processuali dei tribunali. La voce delle donne, infatti, si levò in difesa della natura femminile affiancandosi a quella, certo ben più corposa, degli uomini, nella querelle du sexes.

Una scrittrice, in particolare, osò emergere con coraggio dalla schiera inerte delle tacite figure, per ribellarsi ai pregiudizi maschili: Christine de Pizan. Per anni discusse pubblicamente con i più insigni rappresentanti della cultura francese contro lo stereotipo femminile creato dal Roman de la rose, nel quale trovavano felice accoglimento numerosi motti misogini.

In polemica con il De mulieribus claris di Boccaccio, l’erudita francese diede vita al suo capolavoro: Le livre de la citè des dames. Tale opera mette in scena un dialogo nel quale l’autrice e, sotto le spoglie di dame incoronate, Ragione, Rettitudine e Giustizia, elaborano il progetto di una città fortificata destinata alle donne degne di stima, purtroppo emarginate dalla società. Si offriva, tramite il ricorso all’utopia, un messaggio di speranza secondo il quale sarebbe mutato, un giorno, il destino della donna. Secondo Christine non esistono differenze di valore fra maschi e femmine, né nell’anima né nel corpo. Le donne, infatti, hanno pari facoltà intellettive, ma poiché godono di minori possibilità di erudizione e esperienza, divengono vittime, anziché dominatrici, del proprio destino.

Nelle corti del Cinquecento la donna non fu più costretta a uniformarsi ai modelli di Eva, Maria e dell’amazzone, ma, rivestendo per la prima volta un ruolo pubblico, divenne anche “donna di palazzo”. Tuttavia, la nuova figura di gentildonna era, in realtà, ancora il frutto, purtroppo marcio, dell’immaginario maschile. La dama doveva avere le medesime caratteristiche del cortigiano, enumerate da Baldassare Castiglione,  sintetizzabili nella “grazia” delle maniere, delle parole, dei gesti, del portamento: alla donna, in aggiunta, si addiceva unì tenerezza molle e delicata e una soave mansuetudine.

Nel XVI secolo si compì anche il processo di formalizzazione giuridica dell’istituto familiare, all’interno del quale la donna trovava una collocazione precisa. L’ideale femminile si cristallizzò e si approdò, così, alla drastica alla distinzione delle donne in due categorie: le oneste, che vivevano nella famiglia o nel chiostro, e le cortigiane, che esercitavano la prostituzione, riunendo in sé il piacere e la rispettabilità. E tale bipolarità manichea, evolutasi in forme diverse nel fluire dei secoli, non è stata facile da sdradicare.

“Con l’immaginazione si può sempre adorare una donna, non è altrettanto facile amarla”. Alphonse Karr, Venerdì sera.

Emma Fenu

da http://www.memecult.it/venerata-vituperata-la-donna-fra-medioevo-e-rinascimento/?fbclid=IwAR378uUMucAZtNlgM3m6WUmgEVGC2bVM5GMU2k9vFrIPg9MW3QqWTHCfy1U

lunedì, marzo 30, 2020

Come nacque la Pasqua e il mito della Resurrezione di Cristo ? L'inizio della Primavera nei Mysteria: IL GIORNO DELLA GIOIA

8 giorni prima delle Kalende di aprile  (Ante diem VIII Kalendas Apriles )   

Il 25 marzo  è  la "Hilaria ovvero il Giorno della Gioia".
La risurrezione di Attis dopo 3 giorni nella sua tomba, come prova che la morte è stata conquistata con la promessa della vita eterna



Il "Giorno della gioia", celebra la risurrezione di Attys e il suo trionfo sulla morte.
 Duemila anni fa, questo giorno, il 25 marzo, avvenne l'equinozio di primavera e "il primo giorno in cui il giorno è più lungo della notte".

"Quando l'elaborazione del lutto è finita, la rinascita della gioia è stata celebrata l'ottavo giorno prima delle calende di aprile. Questo giorno si chiama Hilaria, il primo giorno in cui le ore di sole sono più lunghe di quelle della notte." 
~ Macrobio, Saturnalia 1.21.9

Per tutta la notte preghiere e lamenti per la morte di Attys furono cantati nell'ombra. 
I seguaci di Attys entrarono come moribondi, come se stessero "per morire". 
Con la prima luce del giorno, il sacerdote unse il petto dei fedeli, mormorando lentamente:

"Abbi fede, sii di buon animo, tu mystae (adepto), Dio è salvo! 
Anche per te verrà la salvezza dalla Sua sofferenza."
 ~ Firmicus Maternus, L'errore delle religioni profane 22.1


I mystae hanno espresso la loro testimonianza per indicare che avevano preso parte ai misteri della Magna Mater.

Durante il regno di Commodo, l'Hilaria fu celebrata con una grande processione. 
Un'immagine della Magna Mater veniva portata per le strade come se fosse il suo trionfo, preceduta dalle opere dell'arte  che la rappresentavano.


 Compagnie di musicisti e mimi si mescolavano a senatori, equites, così come a liberti e stranieri, tutti vestiti e mascherati come se fossero a carnevale.

La tomba di Attys venne aperta e il Pino sacro trasportato al Foro dove fu eretto ancora una volta.
 In tal modo esso rievocò simbolicamente la resurrezione di Attys.
 A volte potrebbe anche essere stata rappresentata con una azione scenica. 
Seguìva il banchetto. Gli iniziati ai misteri si identificavano con gli Attys risorti. 



La festa rappresentava le benedizioni che li attendevano nell'aldilà.

Nelle case private venivano decorate le pigne (*) con molta allegria, in quella che divenne una celebrazione della primavera.

Nei misteri di Demetra in Eleusi un'iscrizione recita: 
"Davvero bello è il Mistero che ci è stato dato dagli Dei benedetti: la morte è per i mortali non più un male, ma una benedizione".
 Lo stesso valeva per gli iniziati nei misteri della Magna Mater.

"Ho sognato di essere diventato Attys e di essere stato iniziato dalla Madre degli Dei durante le celebrazioni chiamate Hilaria - Giorno della Gioia, destinato a significare che la nostra salvezza dalla morte era stata raggiunta."
 ~ Damascio

(*) la pigna, frutto del pino e simbolo di fertilità, ha forma analoga all'uovo, anch'esso considerato simbolo di fertilità fin dagli Egizi ed Etruschi, e l'uovo decorato per omaggio alla Pasqua, ovvero alla Resurrezione della Natura, è giunto fino alla nostra cultura odierna.




martedì, febbraio 25, 2020

Sibilla Aleramo, al secolo Rina Faccio, non c'è più dal 1960, ma ricordiamola, ogni tanto !

Un bell'articolo di STEFANIA PARMEGGIANI,  pubblicato su La Repubblica di oggi ricorda la morte sessant'anni fa di Sibilla Aleramo.
Tra le tante avventure della sua vita è stata anche la zia di Adele Faccio, femminista rivoluzionaria, poeta e teorica nonviolenta, eletta nel 1976  al Parlamento della Repubblica nelle liste del Partito Radicale.
AMg


Chi era la "scandalosa" Sibilla Aleramo, prima scrittrice femminista italiana avida di vita e d'amore

Sibilla Aleramo
Cinquantanove anni fa la morte di una delle più grandi autrici italiane del '900: "La sua voce non ci fa piombare in un passato ormai morto, ma ci riporta al presente e alla dose di coraggio necessaria per scegliere liberamente il proprio destino"
di STEFANIA PARMEGGIANI12 Gennaio 2019
  • 4' di lettura
Il 13 gennaio 1960 moriva in una clinica romana Sibilla Aleramo, una delle più famose e controverse letterate del Novecento. L'hanno letta le ragazze di oggi? O conoscono solo la sua tormentata relazione con Dino Campana, portata al cinema da Michele Placido? Se così fosse, peccato! Scandalosa, avida di vita e di amore ha ancora tanto da insegnare. Sul serio: la sua voce non ci fa piombare in un passato ormai morto, ma ci riporta al presente e alla dose di coraggio necessaria per scegliere liberamente il proprio destino.

Il giorno dopo la sua morte, Eugenio Montale la descrisse come una signora canuta, nobile nel portamento e nello sguardo, senza gelosie, senza invidie. "Sopravvissuta a tante tempeste, portava ancora con sé, e imponeva agli altri, quella fermezza, quel senso di dignità ch'erano stati la sua vera forza e il suo segreto". Erano gli occhi a tradirla. Indomabili negli ultimi giorni come all'inizio, quando ancora si chiamava Marta Felicina Faccio e viveva in una Italia dove tutto e tutti - gli uomini, la famiglia, la società - le imponevano di abbassarli. Che chinasse il capo, che serrasse le labbra, che soffrisse in silenzio. Violenze e umiliazioni erano ciò che la vita riservava alle donne. Perché dunque ribellarsi? Perché rinunciare a un figlio, alla sicurezza economica, al rispetto?

Sibilla Aleramo sapeva di non avere scelta. Tutto, tranne rinunciare a se stessa. Aveva visto la madre, sempre più pallida ed emaciata, spegnersi in manicomio dopo una vita sottomessa. L'aveva vista elemosinare briciole di amore, sacrificare se stessa alla cura dei figli. Era stata una bambina come le altre, cresciuta in una famiglia borghese, una delle tante che nell'Italia di allora faceva strage di donne.
Sibilla Aleramo sapeva di non avere scelta. Tutto, tranne rinunciare a se stessa
Innamorata del padre, spirito laico e anticonformista, sentiva crescere il disprezzo nei confronti della madre. Nessuna pietà, neanche quando tentò il suicidio. Le vittime non piacevano a Sibilla Aleramo. E forse per questo quando lei stessa si ritrovò soffocata da un matrimonio umiliante, dopo avere ingerito laudano, a un passo dalla fine, decise di ribellarsi. L'uomo che l'aveva prima stuprata e poi portata all'altare - si chiamava matrimonio riparatore - che la soffocava per addomesticarla, non meritava il suo sacrificio. Non era solo violento, era ottuso e pavido. Il che, per Sibilla Aleramo, era molto peggio. Così rinunciò a tutto, anche al figlio tanto amato, pur di salvare se stessa e diventare quello che voleva essere: una persona libera.
Rinunciò a tutto, anche al figlio tanto amato, pur di salvare se stessa e diventare quello che voleva essere: una persona libera
A trent'anni prese la sua vita e la plasmò in un libro apertamente scandaloso, la prima opera letteraria a mettere in discussione la dedizione materna: Una donna. Era il 1906, le madri borghesi crescevano figli e andavano in chiesa, le altre lavoravano nelle manifatture dei tabacchi, nelle industrie tessili, nei campi, giornate lunghissime con la schiena piegata e una paga irrisoria. Erik Ibsen aveva già scritto Casa di bambola e dalla Norvegia il vento delle polemiche era soffiato su tutta Europa. Anche in Italia qualcosa stava cambiando: a Milano era attiva l'Unione femminile nazionale, di cui Sibilla Aleramo era fervida sostenitrice e nel 1908 Roma ospitò il primo congresso nazionale delle donne italiane.Sui giornali si iniziava a discutere dei diritti delle lavoratrici e di liberazione dalla schiavitù famigliare. L'emancipazione femminile era già entrata nel nostro dibattito politico e culturale. E il romanzo dell'Aleramo piombò sulla scena con la forza spudorata di un'autobiografia. Senza mai fare nomi (i personaggi sono sempre chiamati con il loro ruolo: marito, madre, figlio...) denunciava la condizione delle donne e rivendicava la parità tra i sessi. Il successo fu immediato. Se ne parlò in Italia e anche fuori, se ne parlò a lungo. Venne definito il primo libro femminista in Italia, anche se non sempre le femministe amarono la sua autrice.

E lei? Lei che per prima aveva avuto il coraggio della ribellione e della denuncia? Lei non si fermò più. Incapace di sostare a lungo nella stessa città, continuò a lottare in una infinità di modi diversi contro la società repressiva, la famiglia autoritaria e per la liberazione della donna. A 53 anni, famosa letterata, giornalista, femminista, pacifista e socialista, si rivolse a Mussolini. Per fame. Viveva in una soffitta gelida di via Margutta, i lettori e i critici l'avevano abbandonata. Eppure, indomabile, chiese di essere nominata membro dell'Accademia d'Italia. Una donna nel massimo consesso culturale italiano? Neanche a parlarne. Lui rifiutò ma poi le concesse un piccolo aiuto economico. Andò avanti così, alla meno peggio, per una quindicina di anni. Poi scoppiò la guerra e paralizzata la voce poetica, iniziò ad annotare nei diari le morti e le distruzioni. Maturò così la scelta politica che la porterà nel 1946 a chiedere la tessera del Partito comunista: si era incendiata di una nuova passione, questa volta politica.
Amava il talento, s'infiammava perlopiù per poeti, scrittori e artisti, prendeva ciò che voleva, non chiedeva altro che istanti di passione. Anche quando facevano male e bruciavano di follia
Vita e letteratura. Le due cose, indissolubilmente legate. Giacomo Debenedetti sosteneva che Sibilla Aleramo vivesse autobiograficamente: amava il talento, s'infiammava perlopiù per poeti, scrittori e artisti, prendeva ciò che voleva, non chiedeva altro che istanti di passione. Anche quando facevano male e bruciavano di follia. Giovanni Cena, poi lasciato per la "fanciulla maschia", eletta a protagonista del romanzo Il passaggio, Dino Campana (indimenticabile il carteggio Un viaggio chiamato amore) Felice Damiani, Vincenzo Cardarelli, Giovanni Papini, Umberto Boccioni, Tullio Bozza, Anteo Zaniboni, Julius Evola... Da ultimo il giovanissimo Franco Matacotta.Del resto l'amore, come recita il titolo di un altro suo libro (Amo dunque sono), è sempre stato l'unico punto fermo di una vita vorticosa, lo strumento con cui prendeva possesso del mondo e di se stessa. Ogni storia era un diluvio di passione, e di lettere, carte, appunti. Senza nascondere nulla, anche a costo di confondere lettori e critici. In molti la giudicavano, Giuseppe Prezzolini la definì lavatoio sessuale della cultura italiana. Ma lei nulla, fedele solo a se stessa.

Così fino all'opera più importante, il lascito ai lettori, quell'immenso diario che scrisse ininterrottamente dal 3 novembre 1940 al 2 gennaio 1960, migliaia e migliaia di carte. Pochi giorni dopo morirà in una clinica romana. Povera, ma ostinatamente libera. E con lo sguardo nobile di chi è stata padrona del proprio destino.

Ma chi è stata davvero, questa Donna ?