rdo Sciascia su Pasolini

mercoledì, novembre 13, 2019

La violenza sulle donne non è solo fisica...Una forma di violenza di cui si parla poco: far passare una donna per matta.

Nei secoli scorsi in alcuni contesti, le donne che avevano qualcosa di diverso o non rispecchiavano le aspettative dell’ambiente in cui vivevano, o non si conformavano, o avevano un modo diverso di sentire, di vedere la vita o di ragionare, venivano chiuse in delle strutture, fatte passare per matte e curate per malattie che in realtà non avevano, ma che esistevano solo nelle menti corrotte di chi stava intorno a loro o semplicemente venivano punite perché percepite strane, diverse o ribelli.

Ovviamente erano abusi che si facevano sempre alle donne, raramente un uomo riceveva trattamenti di questo tipo.

Purtroppo ancora oggi, anche se in maniera meno plateale, in alcuni ambienti ci sono residui di queste mentalità e alcune donne o ragazze percepite come più deboli o strane o diverse, subiscono questo tipo di violenza e vessazione.

In genere questi comportamenti sono tipici delle famiglie o dei contesti dove c’è una persona con disturbo narcisistico o antisociale di personalità o un manipolatore affettivo o una persona violenta o con qualche altro tipo di malattia mentale, ovviamente non riconosciuta e non curata.

Sulle donne ci sono sempre stati degli stereotipi, dei luoghi comuni, fin dalla notte dei tempi, come quello di pensare che siano isteriche o menti inferiori o irrazionali.

Questi pregiudizi sono tipici di ambienti sottosviluppati, di culture regredite o che non hanno strumenti per accettare ed elaborare la diversità.

Si tratta di contesti con dinamiche malsane, dove una persona non può autodeterminarsi, dove ci sono rapporti di dipendenza e c’è un manipolatore che controlla la mente degli altri senza che loro ne siano consapevoli.

Situazioni di questo tipo sono state anche rappresentate nel cinema per esempio; è il caso del film “Gaslight” dove una donna veniva appunto sottoposta a manipolazione mentale da parte del marito con l’intenzione di farla impazzire sul serio.

E proprio con questo termine “Gaslight” si indica una delle forme più subdole e diaboliche che si mettono in atto per far dubitare la vittima della sua percezione della realtà.

Per mettere in atto questi atteggiamenti, le vittime devono avere o devono essere percepite dai manipolatori con determinate caratteristiche di personalità: eccessiva sensibilità, eccessiva empatia, suggestionabilità, scarsa autonomia di giudizio, scarsa consapevolezza di sé, dipendenza mentale dagli altri, poca fiducia in se stesse.

Questi tipi di abuso possono avvenire nei rapporti di coppia così come nelle famiglie di origine.

In alcune famiglie infatti, si pensa solo a soddisfare i bisogni pratici delle persone, ma non quelli emotivi, si trattano le persone come se non avessero un’anima, come se fossero oggetti, trascurandole emotivamente.

Chi ha un’emotivita’ intensa, in questi ambienti, sviluppa disagio e malessere e le cosiddette malattie dell’affettivita’.

L’ambiente non avendo strumenti per capire il disagio di quella persona, la percepisce come “sbagliata” come se ci fosse in lei qualcosa che non va.

In contesti autoritari e oppressivi, se la persona che ha maggiore potere ha disturbi di personalità o atteggiamenti antisociali, se tende a manipolare, a voler apparire perfetta ed a non assumersi le proprie responsabilità, tenderà a scaricare e proiettare colpe, responsabilità e difetti sul capro espiatorio, che in genere è la persona più fragile, con meno potere e senza nessuno strumento di difesa.

Queste donne in genere sono vulnerabili ma forti allo stesso tempo, perché sono intelligenti, oneste e non disposte a tollerare le ipocrisie e le facciate della loro famiglia.

A queste donne viene rovinata la vita e la salute ed anche la reputazione. Vengono sottoposte ad abusi di ogni tipo, viene offesa anche la loro dignità.

Il malessere che viene procurato a queste donne si usa contro di loro e si identifica lo stato d’animo con la loro personalità, come se fossero malate di natura, sfruttando anche la loro sensibilità e fragilità emotiva.

Questo permette a chi ha il potere di deresponsabilizzarsi ed assolversi, ancora una volta a spese del capro espiatorio, che se non subisse ciò che le viene fatto non avrebbe nessun problema.

La persona malsana che innesca per prima questi meccanismi, porta dalla sua parte tutto il contesto familiare, che prende per oro colato tutto ciò che dice il manipolatore o gli regge il gioco, lasciandosi convincere che è la cosa migliore da fare.

Queste sono forme di abuso gravissimo, che rovinano la vittima in modo irreparabile, creando traumi che non basta una vita per risolvere.

Chi mette in atto queste cose non capisce la gravità di ciò che fa e rimane impunito passando spesso anche per vittima.

Le vere vittime non hanno strumenti per proteggersi e farsi dare credibilità ed è inconcepibile che al giorno d’oggi succedano cose che sembrano ormai appartenere ai secoli scorsi.

L’abuso psicologico ed emotivo, di qualsiasi tipo e in qualunque contesto deve essere regolato da leggi più severe e moderne, perché nessuno deve giocare con la mente ed i sentimenti di persone innocenti, perché nessuno è padrone di nessuno e manipolare la mente di una persona fino a creare realmente delle malattie, equivale ad uccidere una persona nell’animo, ad uccidere la sua identità ed a rubarle la vita ed un orrore di questo tipo non può e non deve rimanere impunito.

Delia Martyn – 2019 – Tutti i diritti riservati.

da INTROVERSA DOC

domenica, novembre 10, 2019

Arte "spaziale" di Alfredo Montori.

IL PALAZZO DEL RE DELLA LUNA 
tempera su carta  - 1919/20
Autore  Alfredo Montori, architettore

Studio grafico per illustrare un racconto di fantascienza tra quelli che all'epoca si dilettava a scrivere e che sono ormai perduti..

L'isola che non c'è...

File (Philae),  isola del Nilo nell'Alto Egitto, con i suoi antichi templi. 

Acquarello originale del 1951 di Alfredo Montori.
L'isola ormai è sommersa nel grande lago della diga di Abu Simbel,  che fu realizzata in Egitto per produrre energia elettrica indispensabile alla crescita del paese. I templi, famosissimi, sono però ancora visibili: furono smontati pezzo per pezzo e  rimontati in altro luogo grazie a una gigantesca cooperazione internazionale.

IL TESCHIO DEL BRIGANTE ANTONIO GASBARRONE



Quella che vi stiamo per raccontare è una #storiavera. 
Non quindi una leggenda macabra e neanche di una favola horror... perchè la realtà supera sempre di gran lunga la fantasia.

Vi è a #Torino un "museo degli orrori",  le cui principali attrazioni non sono ricostruzioni in cera di mostri immaginari...ma resti ed effetti personali di persone che son state ritenute dalla scienza "mostri reali" fin dalla nascita.
Stiamo parlando del MUSEO DI ANTROPOLOGIA CRIMINALE CESARE LOMBROSO fondato nel 1876 a Torino dal medico e antropologo #CesareLombroso, pioniere dell'antropologia criminale, con lo scopo di racchiudere tutta la sua "collezione privata".
Vi sono esposti oggetti e resti umani che Lombroso accumulò lungo il corso della sua vita a scopo di studio : circa 684 crani e 27 resti scheletrici umani, 183 cervelli umani (non esposti), 58 crani e 48 resti scheletrici animali, 502 corpi di reato utilizzati per compiere delitti più o meno cruenti, 42 ferri di contenzione, un centinaio di maschere mortuarie, 175 manufatti e 475 disegni di alienati, migliaia di fotografie di criminali, folli e prostitute, abiti di briganti, tre modelli di piante carnivoree realizzazioni artigianali dei prigionieri di carceri e manicomi criminali. 
Materiale che fu oggetto di studio al fine di confermare la teoria dell' #atavismocriminale.
LA TEORIA si basava sul concetto del "criminale per nascita", secondo cui l'origine del comportamento criminale era insita nelle caratteristiche anatomiche del criminale, persona fisicamente differente dall'uomo normale in quanto dotata di anomalie e atavismi, che ne determinavano il comportamento socialmente deviante: per Lombroso criminali si nasce, non si diventa. E’ tutto scritto nella nostra fisionomia.  ( teorie che son state prima aspramente criticate e poi categoricamente sfatate).

Lombroso misurò anche la forma e la dimensione dei cranii di molti #briganti uccisi e portati dal Meridione d'Italia in Piemonte; spesso patrioti borbonici, talvolta contadini renitenti alla leva ( tra i più famosi è il cranio di #Villella., da lungo tempo al centro di una battaglia legale intrapresa dal paese d'origine, Motta Santa Lucia in Calabria, che vorrebbe riportarlo a casa)...sui loro teschi formulò "la teoria dell'uomo delinquente", ma a scopo prevalentemente  ideologico:  
Lombroso voleva inserirsi nel dibattito politico di quegli anni per aiutare, con il supporto della scienza, l' #Italiapostunitaria sul fronte del controllo sociale, e risolvere una volta per tutte il fenomeno della questione meridionale e del brigantaggio postunitario..concludendo che i meridionali erano "biologicamente inferiori" e quindi, per caratteristiche antropologiche, delinquenti per natura.

...Tra i teschi dei briganti, conservati nel museo, è presente anche il cranio di #AntonioGasbarrone di Sonnino; una personalità così variegata che è impossibile poter classificare in base ad una teoria così discussa e sommariamente dimostrata. 
Morto da poco di vecchiaia ad Abbiate Grasso, alla veneranda età di 89 anni, il suo cranio venne asportato e  consegnato, assieme al suo fucile  ai suoi abiti ed una fotografia, al Lombroso nel 1882 da Camillo Golgi (futuro premio nobel per la medicina). 
Nel 2010 il comune di #Sonnino ed il Comitato “No Lombroso” hanno intrapreso una battaglia legale per ottenere la restituzione dei resti del concittadino, per dargli degna sepoltura nella sua città natale; i resti e gli effetti personali del brigante sarebbero stati fatti pervenire illegalmente al Lombroso affinché potesse usarli per dimostrare le sue teorie.

#misteripontini

Il brigante Gasparrone fu rinchiuso nelle carceri papaline del Forte di Civita Castellana dal 1851 al 1870, e all'età di 77 anni  fu graziato e liberato dal Governo Nazionale  in omaggio all'Unità d'Italia.

martedì, ottobre 29, 2019

Mario Mieli 1983 “La liberazione dell'eros per il conseguimento dell’armonia”


da “La liberazione  dell'eros per il conseguimento dell’armonia” conferenza di Mario Mieli con interventi del pubblico all’Oca Calva, Brescia 1983.

"M.M. : Comincerò brevemente dall’appello per la pace che ho preparato insieme a Mario Bosio e Umberto Pasti. L’appello è stato finora sottoscritto da 500 persone. Gian Paolo Silvestri-il quale ha introdotto questo mio intervento-non è al corrente che oltre le personalità del “mondo della cultura“ tra i firmatari vi sono molti operai, casalinghe studenti, anziani ricoverati in casa di riposo. Noi ci auguriamo che questo nostro primo passo-l’appello è stato pubblicato da alcuni tra i maggiori quotidiani italiani-ne seguano altri fortunati, nella migliore delle direzioni.
Parlare di pace e di guerra non esula dall’argomento specifico della serata: la crisi planetaria gravissima può essere superata soltanto se l’umanità decide di non seguire più la strada della distruzione e dell’odio, bensì quella della creazione e dell’amore. (E stasera siamo qui proprio per parlare di Eros).
Giampaolo, prima, intervistandomi alla radio, m’ha chiesto se io credevo davvero che fosse possibile raggiungere l’armonia. Possibile senza dubbio: ho già detto che, riconvertendo l’industria bellica, l’uomo può liberarsi dal bisogno materiale, e dunque siamo giunti al punto in cui la causa più importante di litigio e guerra dalla preistoria a oggi-la divisione del lavoro-può essere eliminata.
Chi poi si è addentrato nei giardini segreti dell’eros e ha scoperto qual inestinguibile fonte di felicità vi sia nelle zone e nelle tendenze erotiche inesplorate, sa che se fossero conosciute da tutti avremmo non solo la possibilità economica ma anche quella amorosa di vivere in armonia.
Le nostre esperienze erotiche più belle sono forse scandalose quanto le bombe nucleari? A me sembra che veramente scandalosi siano la guerra e lo sfruttamento, non certo piaceri dei quali possiamo godere da soli o con altri.
La psicoanalisi ha avuto il merito di dimostrare come la nevrosi umana dipende in  grandissima parte dalla repressione dell’eros. In parole povere: Freud ha scoperto che il motivo principale per cui gli esseri umani stanno male è che non sono sessualmente liberi.
Ai nostri giorni l’amore si fa più liberamente che non ai tempi di Freud, tuttavia siamo ancora molto indietro. Per esempio: se io mi recassi a Speakers’ corner a Londra, luogo in cui chiunque è autorizzato a parlare in pubblico, potrei benissimo fare un intervento a favore degli armamenti nucleari: nessuno mi arresterebbe se sostenessi che è giusto che l’esercito inglese sia dotato di bombe atomiche. Però, se io li mi facessi una sega davanti a tutti, verrei immediatamente arrestato. Se tanto ci dà tanto, mi pare che questa sia prova inequivocabile dell’importanza enorme di ciò che si cela dietro i tabù sessuali.
La nevrosi umana-determinata da questi tabù che, dialetticamente, essa tende a perpetuare-ci ha portati sull’orlo di un immane disastro in paragone al quale le catastrofi provocate in passato dall’uomo sono bazzecole. La liberazione dell’eros, per la quale abbiamo piacevolmente lottato anche in Italia nell’ultimi 10 / 12 anni, si è portata avanti sino in fondo, ci può guarire dalle nevrosi e dunque dal disastro. (Possibile che ci si vergogni di sborrare sempre e ovunque? Non è forse l’orgasmo uno dei più grandi piaceri che conosciamo?).
Perché è così pericoloso per il potere che la gente si faccia seghe dove le pare e piace? Perché in tutti i paesi è proibito camminare nudi quando fa caldo? La risposta è che essere umani che come Adamo ed Eva prima del “peccato originale“ non si vergognassero della propria nudità e dei propri impulsi sessuali, rivendicherebbero l’inalienabile diritto d’ognuno al piacere e dunque, non accetterebbero più la repressione su cui si fonda il potere distruttivo. Esseri umani disinibiti, uniti nella carne e nello spirito, sarebbero infinitamente meno stupidi: il potere, per sussistere, necessita di gente stupida e inibita.
Nel 1932, Einstein scrisse a Freud per chiedergli come secondo lui si sarebbe potuto evitare la guerra. Freud rispose che non si trattava di abolire completamente l’aggressività, bensì di deviarla dalle mete distruttive di modo che non trovasse più espressione nella guerra. “Se la propensione alla guerra è prodotto di pulsione distruttiva”-scrive Freud nella sua risposta ad Einstein-“contro di essa è ovvio ricorrere all’antagonista di questa pulsione: l’eros”.
Chi scrive così è il Freud maturo, “pessimista“. Eppure, quanta speranza in questa tesi che del resto aveva già sostenuto chiaramente in “aldilà del principio del piacere”! Sempre nella lettera ad A. Einstein, egli afferma inoltre: “la stragrande maggioranza degli uomini ha bisogno di un’autorità che prenda decisioni per loro, alla quale, perlopiù, si sottomettono incondizionatamente. Richiamandoci a questa realtà si dovrebbero dedicare maggiori cure, più di quanto non si sia fatto finora, all’educazione di una categoria superiore di persone indipendenti di pensiero, inaccessibile alle intimidazioni costrittrici della verità, alle quali spetterebbe la guida delle masse.
La condizione ideale, naturalmente, sarebbe una comunità umana che avesse assoggettato la vita pulsionale alla dittatura della ragione“.
Riferendo il parere di Freud, ho così toccato un argomento di primaria importanza benché tanto impopolare: e d’altronde è comprensibile che l’idea di un governo dei migliori appaia reazionaria a chi, rincretinito dalla propaganda capitalistica, non sia in grado di riconoscere i raggiri del capitale nella pseudo libertà democratica.
Trovo molto interessante che nella sua lettera Freud, oltre a rilevare che “ideale sarebbe una comunità umana che avesse assoggettato la vita pulsionale alla dittatura della ragione“, riconosca nell’eros l’antagonista naturale della pulsione distruttiva. Solo l’amore ci può salvare, e non esiste contraddizione tra libero Eros e ragione: anzi, la ragione è ostacolata dalla repressione sessuale, che le impedisce di spingersi fuori del modesto campo di esperienza i cui confini sono tracciati dal cosiddetto “principio della realtà“. La realtà, in verità, non conosce confini: è infinita come lo sono la natura e l’universo, e solo un uomo libero di amare se stesso e gli altri, in tutti i sensi, può avventurarsi dappertutto con la testa ben salda sulle spalle e i piedi in terra.
Secondo me una delle cause più gravi della bellicosità umana è il tabù dell’omosessualità. Chiaramente, uomini costretti a relegare nell’inconscio il desiderio sessuale che provano gli uni per gli altri-in ossequio alla norma che per lungo tempo ha fatto credere che amarsi tra uomini fosse una cosa brutta-diventano più aggressivi: invece di baciarsi, abbracciarsi e incularsi, si ammazzano. Uccidono coloro che vorrebbero amare ma non possono amare. Eliminandoli, essi “credono “di eliminare l’oggetto del loro sofferto Desiderio latente. 
Nella società greca antica, pederastica , la bellicosità dipendeva probabilmente in larga misura dalla repressione della femminilità nell’uomo. Essenzialmente patriarcale nonché schiavistica, la società greca considerava le donne inferiori agli uomini e disonorevole l’effeminatezza (tant’è vero che Platone, nel simposio, dice che il nome dell’androgino “suona vergogna“): non era dunque una società veramente libera, anche se per tanti versi più grande e nobile della nostra tanto“evoluta“.

Inizia il dibattito
-come mai non hai menzionato la repressione dell’omosessualità femminile tra le cause di bellicosità? Non credi che la guerra sia prodotta anche dall’alienazione delle donne?
M.M.-Le donne che approntano la guerra nucleare sono in netta minoranza rispetto agli uomini (confronta Nigel Calder, le guerre possibili, editori riuniti 1982). La storia ci ha dimostrato che l’aggressività manifesta nelle guerre è soprattutto maschile. Certo, anche le donne sono aggressive, talora violente; ma nella mia vita-ad esempio-non sono mai stato minacciato fisicamente dalle donne, spesso da uomini.
A parere mio, l’omosessualità maschile latente si trasforma in bellicosità più di quella femminile. Ciò non di meno-è la contraddizione è solo apparente-sono convinto che, finché le donne non si ameranno fra loro liberamente, sussisterà una causa recondita di guerra forse in fondo più grave della repressione dell’omoerotismo maschile: infatti proprio il lesbismo represso permette all’uomo patriarcale, ovvero all’omosessuale mancato, di continuare a riprodursi e distruggersi.
Un altro dei firmatari del nostro appello, Franco Fornari, nel saggio psicanalisi della guerra (Feltrinelli) evidenzia che il rapporto causale esistente tra repressione della femminilità nell’uomo è bellicosità. Dopo aver elencato i motivi per cui nella nostra psiche l’arma viene assimilata al fallo, egli scrive: “tutti questi dati relativi all’omologazione del bellicoso virile ed alla omologazione del non bellicoso al maschile castrato, possono far comprendere l’istintiva diffidenza che gli uomini provano per le iniziative pacifiste. Nell’inconscio degli uomini le armi equivalendo al pene, il disarmo alla castrazione, ciò proverebbe l’impopolarità del disarmo in genere“. Può sembrare una battuta di spirito, ma non lo è.
Forse non sono stato sufficientemente chiaro: non vi è alcuna staticità nel mio concetto di armonia il “principio del nirvana“, che può essere considerato l’ideale di armonia “statica“-ne parla Norman O. Brown nel suo libro la vita contro la morte (il saggiatore)-,anima solo in parte l’autentica liberazione dell’eros… Io sono convinto che l’armonia in fieri sia movimento dialettico, e sono altresì convinto che solo se raggiungeremo l’armonia ci sarà ulteriore movimento: infatti la vita oggi, sul nostro pianeta, può vincere la morte (che almeno in apparenza è stasi) esclusivamente se si consegue l’armonia nel rapporto uomo-natura e nei rapporti interumani. Il trionfo dell’amore mobile, nobile, frizzante, effervescente, fluido, si può avere solo se il piacere carnale non viene più giudicato sporco perverso e peccaminoso: altrimenti la diffidenza, la paura, la nevrosi continueranno a inficiare i rapporti umani e la logica autolesiva dell’egoismo alienato ci porterà alla catastrofe irreparabile.
-Qual è secondo te la differenza tra Eros e sessualità?
M.M.-eros e sessualità sono sinonimi, ciò non di meno Eros ha un significato più ampio di sessualità in quanto definisce anche gli aspetti sentimentali, affettivi, dell’amore.
-È possibile immaginare una conciliazione fra principio del piacere e pulsione di morte?
M.M.-nella lettera ad Einstein che ho prima citato Freud definisce l’eros “naturale antagonista“ della pulsione distruttiva (l’eros“ che tutto lega“, come dice in aldilà del principio del piacere). Ma ponendo l’antitesi principio del piacere-principio di morte Freud non dimentica mai la stretta connessione fra le due pulsioni, che specie nel sadomasochismo si esprimono come un “unico“. A parer mio-e su questo punto sono sicuro di non sbagliare-l’antitesi fra pulsione di morte e pulsione di vita sussiste dove c’è la repressione dell’eros, la quale determina una patologica sperequazione fra le pulsioni. Se l’eros fosse libero vi sarebbe equilibrio fra di esse (si osservino gli animali che vivono in libertà).
Io ho idee abbastanza chiare sulle origini della specie, ma di nuovo rimando al mio romanzo chi volesse approfondire. In barba ai creazionisti-i quali com’è noto contestano la teoria evoluzionistica secondo cui l’uomo discende dalla scimmia-ricorderò che la scimmia è aggressiva non solo nei confronti di animali appartenenti ad altre specie, ma anche nei confronti dei propri simili: perciò noi dobbiamo fare i conti con un’aggressività ereditata dalle nostre simpatiche progenitrici. Tuttavia come il gatto, che pure felino, litiga con i suoi simili per amore ma non li uccide, così l’uomo-che dovrebbe essere un tantinello più evoluto-può cessare di uccidere altri uomini: e non ha un vero motivo di litigare per amore come fanno i gatti.
Parlando all’unione culturale di Torino, dove era stato sollevato il problema della conciliabilità tra pulsione vitale e pulsione distruttiva, io avevo detto che chi pensasse che l’utopia erotica si sia fermata alla ”Philosophie dans le boudoir” di Sade s’ingannerebbe. Soprattutto l’appello dal titolo “francesi, ancora uno sforzo se volete essere repubblicani”, inserito nel quinto dialogo di quel libro, e per molti versi illuminato e illuminante ancora oggi, ma non certo per quel che concerne la libertà dell’assassinio. Il succo dell’appello sadiano è il seguente: “veramente libera è una società in cui non esiste più alcun tabù sessuale e si può uccidere a piacimento dove e quando lo si desideri“. Io credo che Sade abbia spinto all’estremo la logica capitalistica dell’Illuminismo, ma sono passati quasi 200 anni dalla rivoluzione francese e oggi si può prefigurare un mondo in cui la libertà sessuale sia assoluta nel rispetto reciproco ed esistano luoghi deputati all’espressione della violenza: ovvero è concepibile, anzi auspicabile che chi desidera farsi ferire o ferire o uccidere o farsi uccidere possa farlo con la benedizione della comunità in luoghi deputati allo scopo, non ovunque.
-Sull’omicidio e sul sadismo rimango molto perplesso. Puoi chiarire ulteriormente?
M.M.-Un conto sono le fantasie dei progetti che uno fa sulla concreta possibilità di cambiare il mondo, un’altro è realizzare effettivamente l’utopia. Tuttavia sono certo che il regno della libertà non sarà conquistato affinché sussisteranno tabù erotici. E comunque prevedibile che-per un certo lasso di tempo-anche nel mondo libero sarà necessario circoscrivere la libertà individuale assegnando solo determinati spazi all’espressione della violenza e del sadismo.
Nello sport e nella lotta contro i mali sanabili l’uomo può sublimare in parte quelle tendenze dell’eros che sono a un tempo espressione della pulsione di morte, ovvero il sadismo e il masochismo; per il resto, se lo vuole-ed io presumo che lo voglia-potrebbe goderne direttamente in luoghi deputati dalla società allo scopo: per garantire la libertà sessuale e la civile convivenza basterebbe creare centri“ di intrattenimento “ sadomasochistico, ove chi desideri godere della violenza-inflitta o  subita-posso farlo senza restrizioni legali. Tali “centri “funzionerebbero da valvola di sicurezza della società veramente civile, e avrebbero ben poco a che vedere con le squallide  boîtes “sadomaso“ che, nei paesi permissivi, vengono aperte ai margini della legalità: infatti l’atmosfera di queste boîtes è determinato dal carattere depressivo, competitivo e distruttivo del sistema che le produce, mentre luoghi deputati alla libera espressione del sadomasochismo nella società armonica, né rifletterebbero la buona (a) moralità e sarebbero pervasi dal benessere esterno. Oltreché luoghi di piacere, sarebbero centri di studio delle “passioni” distruttive, nei quali verrebbe garantita l’assistenza medica e psicologica a chiunque intendesse spingersi fino a esperienze cruente. Ogni violenza vi sarebbe lecita, però entro i limiti della conformità di voleri, o, più esattamente, della complementarietà di voleri: così, ad esempio, in certe alcove avrebbero accesso solo coloro che desiderassero uccidere o farsi uccidere.
Se si tiene presente che attualmente molte forme di violenza dipendono dalla repressione sessuale (e soprattutto dall’omosessualità latente), nonché da ingiustizie sociali, ci si rende conto che la liberazione effettiva e la perequazione economica ne annullerebbero le cause. Pertanto appare tutt’altro che utopistica la prefigurazione di una società armonica in cui, ogni individuo, sessualmente disinibito, viva nel rispetto del prossimo. La realutopie, per essere valida, non deve sottovalutare il sadomasochismo, e coloro che prefigurano l’armonia non devono avere pruderie: altrimenti sarebbero idealisti. Oggi essere idealisti equivale ad essere qualunquisti, poiché in un caso e nell’altro nulla di concreto si fa per impedire l’auto distruzione della specie.
-È il caso di parlare di realutopie quando abbiamo problemi immediati che non ci riesce di risolvere, tipo: trovare casa, lavoro eccetera?
M.M.-Tener presenti solo i problemi personali e sociali immediati senza occuparsi della salvaguardia della specie umana e delle altre specie viventi equivale a costruirsi una fragile casa su un terreno che sta per essere sconvolto da un sisma. Non dobbiamo dimenticare che oggi l’umanità corre rischi più grandi di quanti ne abbia mai corsi: se infatti è vero che sempre gli essere umani sono stati esposti alle insidie della natura è altrettanto vero che oggi-per la prima volta nella storia-la nostra specie può distruggersi da sé (causando la catastrofe termonucleare o ecologica). La lotta per la soluzione dei nostri problemi immediati non va dunque disgiunta da quella per la tutela dell’habitat e per la pace…
-partendo dal tuo libro elementi di critica omosessuale vorrei che approfondissi il rapporto tra repressione sessuale e modello capitalistico.
M.M.-il capitale ha maturato le premesse necessarie all’abolizione del lavoro coatto e dunque alla conquista del regno della libertà. Le macchine, ormai, prodotto dell’intelligenza, possono sostituire quasi completamente il lavoro umano. Abbiamo raggiunto il punto in cui il lavoro necessario a garantire il benessere della specie si ridurrebbe ad un minimo. Volenti o nolenti è nell’evoluzione-o involuzione-del capitalismo l’espulsione dei proletari dalla fabbrica. Si tratta di razionalizzare la produzione ma ciò può essere fatto solo su scala mondiale abolendo ogni competitività che non sia agonistica.
Oggi che il lavoro non è più necessario-ma ciò nonostante viene imposto dal capitale per costringere l’umanità al proprio giogo-indispensabile e improcrastinabile è la liberazione dell’eros per sottrarre al lavoro alienato le energie che in esso sono ancora incanalate. La norma è servita per millenni a circoscrivere l’eros, a reprimerne le componenti definite perverse e che dovevano essere sublimate nel lavoro.
“Da parte della civiltà“, scrive Freud ne “il disagio della civiltà”, “la tendenza a limitare la vita sessuale appare non meno evidente della spinta ad estendere la propria cerchia; la civiltà segue in queste cose la costrizione della necessità economica dato che deve sottrarre alla sessualità un grande ammontare di energia psichica che deve adoperare lei stessa; il timore dell’irruzione di ciò che ha represso spinge a severe misure precauzionali. La nostra civiltà europea occidentale è giunta all’apice di tale sviluppo“.
Giunti a quest’apice, si è pervenuti al bivio fra distruzione e creazione. Soltanto sospendendo l’attuale modo di produzione e passando a una produzione volta non ai fini della concorrenza, ma a soddisfare gli autentici bisogni dell’umanità, si potrà sanare con la specie l’ambiente. Il problema della fame e della miseria verrebbe risolto ovunque: un’effettiva, razionale distribuzione dei beni già esistenti garantirebbe la prosperità d’ogni popolo.
L’uso pacifico dell’elettronica libera effettivamente dal lavoro; il suo uso bellico su larga scala comporterebbe l’annientamento dell’umanità. Il capitale sta studiando la telematica per asservire completamente la specie alienando sempre più il tempo “libero“ che presto verrà a crescere: il tempo della disoccupazione.
Se al bivio scegliamo la strada della vita, allora il tempo libero sarà davvero tale e sarà soprattutto tempo dell’eros e dell’arte. Siccome basta pochissimo per dar da mangiare, da bere, cure mediche e un tetto a tutti gli abitanti del globo, si potrà dedicare gran tempo alla trasformazione del pianeta in opera d’arte (ed alcova…).
Finora si è quasi sempre accettata la repressione dell’eros-così come la sua sublimazione nel lavoro-come se fosse inevitabile: dopo essere stato scacciato dal paradiso originario l’uomo, dice la Bibbia, ha dovuto lavorare. Considerare inevitabile la sublimazione dell’eros nel lavoro significa quindi credere nel peccato originale… Il senso di colpa col quale ancora oggi si vivano desideri e rapporti sessuali cosiddetti perversi è il risultato della repressione millenaria che ha permesso di sublimare nella sfera produttiva quelle energie che altrimenti sarebbero state dedicate al piacere.
Sottrarre oggi libido al lavoro alienato significa scoprire che siamo sia eterosessuali che omosessuali, non solo voyeuristi ma anche esibizionisti, non solo narcisisti ma anche altruisti, non solo amanti degli animali ma anche delle piante e delle cose inanimate (dunque feticisti in senso buono).

venerdì, agosto 23, 2019

Vivat semper Carolus

194 anni fa nasceva ad Aurich in Prussia, a fine agosto, il 28, Karl Heinrich Ulrichs. Era di buona famiglia e possedeva forte personalità e integrità morale, un uomo romantico, che non concepiva compromessi, uno studioso della latinità e del diritto, magistrato e assieme un ufficiale valoroso dell'esercito prussiano.
  Quando decise di affermare fieramente il diritto alla propria sessualità, di fronte al Congresso dei magistrati suoi colleghi, chiedendo loro di opporsi assieme a Lui all'introduzione nella legislazione prussiana del famigerato Paragrafo 175, era proprio il giorno del suo 42° compleanno.
  Ma la sua coraggiosa difesa del diritto alla libertà sessuale non riuscì a impedire che esso diventasse legge nella Prussia prima, nella Germania poi, rimanendo in vigore dal 15 maggio 1871  fino al 10 marzo 1994, perseguendo come crimine i rapporti sessuali di tipo omosessuale tra uomini

 In seguito a questo suo  coming out, il primo che si conosca, la vita del Nostro cambiò radicalmente. La legge poteva colpirlo, ma non lo fece. Fu però costretto ad emigrare, e dopo molte vicissitudini trovò asilo in un paese più tollerante, il Regno delle due Sicilie, prima a Napoli, infine a L'Aquila.
 Proprio a L'Aquila la sua eccellente cultura di latinista e le sue amicizie tra gli appassionati di lingue classiche in tutta Europa lo spinsero a creare la rivista in latino, Alaudae, seguita tra gli altri da Carducci e dalla Regina Margherita. Divenne amico e ospite del Marchese Persichetti, che, alla sua morte, si preoccupò di procurargli uno spazio accanto alla cappella di famiglia per la sua tomba, al Cimitero Monumentale cittadino.

 Massimo Consoli per anni ha raccolto un patrimonio di documentazione sulla cultura Lgbt: all'incirca nel 1970 venne a conoscenza della sua storia e le sue opere grazie alle ricerche di  Paul Nash con il suo compagno Michael Lombardi, conosciuti allora in USA. Assieme decisero di restituire a Ulrichs il posto nella Storia che gli spettava di diritto, di far conoscere le sue opere e di onorarne la memoria.  Visto che era morto a L'Aquila lì Consoli  iniziò le ricerche per ritrovare la sua tomba, ricerche difficili  ma alla fine coronate da successo.
  Così Massimo Consoli, assieme a Paul Nash e Michael Lombardi, decisero che andasse ricordato e festeggiato il giorno della sua nascita, il Compleanno del Nonno del Movimento di liberazione LGBT e scelsero di farlo pubblicamente ogni ultima domenica di agosto.

Da più di venti anni nell'ultima domenica di agosto decine di attivisti e esponenti della cultura Gay si incontrano sulla sua tomba, a mezzogiorno.
 Si ricorda la sua storia, si parla dell'influenza di quel coming out sulla storia del Movimento Lgbt italiano, europeo, americano, si celebra assieme  la sua memoria.
 Chi vuole porta doni e fiori e  si condivide la torta di compleanno e si brinda alla sua salute,  a L'Aquila come in contemporanea altri fanno altrettanto lì dove si trovano, per ricordare e celebrare lil Capostipite della nostra  vera famiglia.

 L'appuntamento è per chi vorrà esserci alle 12 di domenica 25 agosto all'ingresso del Cimitero Monumentale de L'Aquila.

Vivat semper Carolus.


Fondazione Luciano Massimo Consoli


Qui sotto l'ultimo testo diffuso da Massimo Consoli per invitare a celebrare  Compleanno di Ulrichs a cui è stato presente di persona personalmente, malgrado pensasse di non riuscirci...

"  Roma, 8 agosto 2007, mercoledi’

Avrete notato che e’ un po’ che non mi faccio sentire. Purtroppo le mie condizioni di salute peggiorano di continuo e mi lasciano poco tempo per scrivervi. Oggi lo faccio per preannunciarvi che non potrò partecipare a due avvenimenti che considero importanti.

Il prossimo 15 agosto e’ l’anniversario della morte di Anselmo Cadelli (Sassari, 2 marzo 1950 – Roma, 15 agosto 2001), una colonna portante del nostro movimento nella Roma degli anni Settanta (soprattutto, ma non solo). Chi vuole può andarlo a trovare, al cimitero di Prima Porta (Riquadro numero 113 bis, Fila 53, Fossa 3), mercoledì prossimo a mezzogiorno. Io, purtroppo, non potrò esserci.

Per saperne di più su di lui:

http://www.cybercore.com/consoli/cadelli.htm

Il secondo appuntamento e’ la tradizionale commemorazione di Karl Heinrich Ulrichs al cimitero dell’Aquila. Da quando vi ho dato inizio (era il 1988…!) non sono mai mancato una sola volta. Quest’anno credo proprio che non ce la faro’. Ce la metterò tutta (lo giuro!), ma non credo di riuscirci.

Ma vi scrivo soprattutto per un motivo. Non voglio, nella maniera più assoluta non voglio, che queste cerimonie siano troppo collegate alla mia persona. Io le ho cominciate, è vero, ma poi devono andare avanti da se.

Ulrichs (Aurich, 28 agosto 1825 – L’Aquila, 14 luglio 1895) è importante per tutto quello che ha fatto, e va ricordato per la sua opera di precursore del nostro movimento, di anticipatore delle nostre richieste e rivendicazioni.

Quest’anno, poi, e’ particolarmente importante perché il comune dell’Aquila gli ha dedicato, finalmente, un piazzale proprio di fronte l’ingresso del Castello Spagnolo. E sarebbe stato bello fare un salto dal cimitero al Castello. E’ un mio sogno che finalmente vedo realizzato. Ma è il sogno di tanti altri di noi che si sentono legati a questo personaggio straordinario che, nell’Ottocento, e primo fra tutti, ha dedicato la sua vita a combattere il pregiudizio, la stupidità e l’ignoranza fino ad abbandonare la Germania e decidere di ritirarsi in esilio nel nostro paese.

Ricordatevi che se Ulrichs è oggi conosciuto in tutto il mondo è proprio grazie a queste iniziative. Vent’anni fa ben pochi sapevano chi fosse, mentre ora gli dedicano vie, piazze, premi letterari, siti internet, conferenze…

Ve lo chiedo, perciò, con tutto il cuore: domenica 26 agosto 2007, a mezzogiorno, fate un salto al cimitero monumentale dell’Aquila per ricordare il nonno del movimento glbt, Karl Heinrich Ulrichs.

Io farò di tutto per esserci, ma andate avanti anche senza di me, che lo state facendo benissimo, anyway…

Per ulteriori informazioni, all’Aquila potete rivolgervi a Giorgio Piccinini del Centro Studi Ulrichs, csu_laquila@hotmail.com

Giorgio si muove tra mille problemi in una realtà così difficile come quella della provincia abruzzese. Ciononostante riesce a fare un gran bel lavoro e bisogna essergliene grati.

Per saperne di più su Ulrichs:
http://www.angelfire.com/fl3/celebration2000/
http://xoomer.alice.it/csulaquila/_sgt/f10000.htm


Massimo Consoli

lunedì, giugno 24, 2019

Cassazione & Parolacce

by  Avv. Antonio Pascucci e Dott.ssa Sabrina Pisani per FronteVerso Network
sul Magazine ORA LEGALE, diritti & dintorni  https://www.oralegalenews.it/

“Questione di misura, più che confine e limite. Anche per la Corte di Cassazione. Parolacce e il turpiloquio fanno parte del linguaggio umano fin dall’antichità: si trovano testimonianze negli scritti in lingua latina, inglese dell’anno mille e in molte altre lingue, sia europee che non. Con il passare del tempo la loro accettazione sociale è aumentata fino all’utilizzo indiscriminato che negli ultimi anni caratterizza non solo le conversazioni private ma anche quelle di politici, giornalisti, personaggi pubblici, spesso nel talk show televisivi.
Sono state studiate e sdoganate anche dagli scienziati. Il primo studio scientifico sulle parolacce risale agli anni '50, quando un gruppo di naturalisti norvegesi trascorse alcuni mesi invernali nella regione artica sottoponendosi a una serie di esperimenti, che condussero alle seguenti conclusioni:  si ricorre all’uso delle parolacce sostanzialmente per due ragioni. La prima, positiva, per esprimere fratellanza e sentirsi parte integrante di un gruppo con il quale si condividono momenti di divertimento. L'altra serve a controllare lo stress o il dolore.
Per altri studiosi, come lo psicologo Richard Stephens, il linguaggio scurrile è un valido strumento di persuasione.
Non manca, di contro, chi è fortemente critico con l’utilizzo di tale linguaggio, definito  da autori, alcuni di chiara fama, il “linguaggio dell’inciviltà”, chiaro sintomo di un degrado culturale che interessa le persone di tutte le estrazioni sociali.
Umberto Eco, in una delle sue note rubriche intitolate “La bustina di Minerva”, pubblicata nel 2000 sulle pagine de L’Espresso, afferma: “Vedo nel nuovo romanzo di Kurt Vonnegut (Hocus pocus, Bompiani) che il protagonista decide di non usare parolacce. L'invito giunge opportuno in un momento in cui i giornali registrano, da parte degli uomini politici, insulti da carrettiere, e sui teleschermi si affacciano signori distinti che si appellano a vicenda con riferimenti espliciti a parti del corpo solitamente coperte da biancheria detta, appunto, intima”.
Alle parole del noto semiologo fanno eco altri autori o commentatori, che denunciano “l’allarme educazione”, ovvero la mancata percezione da parte di molti giovani, e non solo, dei valori della buona educazione, del rispetto reciproco e della proprietà del linguaggio.
Ma come la pensano sul punto i giudici, ovvero coloro che sono chiamati ad applicare, per decidere, le norme di civiltà che sono alla base di ogni ordinamento giuridico garantista e democratico?
Abbiamo esaminato tre precedenti della Corte di Cassazione – Sezione Lavoro, che hanno deciso su casi di utilizzo di un linguaggio scurrile nell’ambiente lavorativo, sia ad opera del datore di lavoro che da parte dei lavoratori.
Una prima sentenza, la meno recente, della Corte di Cassazione (n. 4067/2008) ha  ritenuto legittimo il licenziamento intimato al dirigente (che ricopre cariche gerarchiche nell’interesse e in rappresentanza del datore di lavoro) che abbia utilizzato un linguaggio volgare e scurrile nei confronti dei propri dipendenti. La Corte ha infatti osservato che l'utilizzo di espressioni scurrili e volgari ferisce "la dignità e l'amor proprio" del personale e che, in ogni ambiente di lavoro, a prescindere dalla formalità che si instaura tra dirigenti e dipendenti, occorre che tutti osservino un comportamento civile e rispettoso delle regole di correttezza, e ciò a tutela della personalità morale dei lavoratori.
La Corte di Cassazione ha applicato tali rigorosi principi anche nei casi in cui al linguaggio ineducato e scurrile fosse ricorso il lavoratore, e ciò anche al di fuori dell’orario lavorativo, come risulta dalle seguenti più recenti decisioni.
Con la sentenza n 3380/2017 la Corte ha affermato il seguenti principio:  È legittimo licenziare un proprio dipendente  che si contraddistingue per un linguaggio un linguaggio scurrile e caratterizzato dal frequente uso di parolacce.  Il caso è di grande interesse poiché l’uso del linguaggio scurrile non era avvenuto durante  l’orario lavorativo bensì nella pausa pranzo, circostanza che, però, non ha impedito alla Corte di considerare la condotta del lavoratore - che prima del licenziamento era stato ripetutamente invitato dal proprio datore a tenere un comportamento più consono all’ambiente di lavoro – a tal punto grave da ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario.
Infine, si segnala la sentenza n. 10280/2018, una delle tante recenti decisioni con le quali la Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento per giusta causa dei lavoratori che postano o condividono sui social commenti denigratori nei confronti del datore di lavoro.
Con tali sentenze la Corte si adegua alle nuove tecnologie virtuali, ribadendo, però, la fermezza dei principi affermati nei precedenti su riportati - e in molti altri -  sul rispetto nei confronti delle altre persone (siano datori di lavoro o colleghi) attraverso l’uso di un linguaggio corretto e responsabile”. 

mercoledì, maggio 15, 2019

Intervista con Fernanda Pivano - 1973

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Gennaio Febbraio 1973
 Fernanda Pivano, dopo tre numeri da collaboratrice entusiasta lascia il FUORI! e ne spiega le ragioni in questa intervista ad Alfredo Cohen e Angelo Pezzana

 da FUORI! gen./feb. 73.

Alfredo
- Nanda è stata la persona che ha scritto sul numero zero di FUORI! e poi sul numero uno. Questo per noi è stato molto importante, per noi ed anche per te, noi pensiamo.
 Ecco, questo è in linea con tutta quanta la vita di Fernanda Pivano, cioè una vita dedicata interamente ad una impostazione che è andata sempre controcorrente, ma nel termine più esatto di questa parola, cioè controcorrente non soltanto nei confronti di un certo sistema di vita che mortificava le coscienze, controcorrente anche con chi trovava molto facile inserirsi in un sistema di contestazione accettato dallo stesso sistema generale.
 Noi vorremmo che tu ci dicessi perché l’hai fatto.

Nanda
-proprio per le ragioni che tu hai detto.
 Non vorrei neanche pronunciare la parola controcorrente, perché “contro“ è già qualcosa che indica uno stato di lotta, quasi fisica, che sicuramente è fuori dalle mie intenzioni.
 In generale tutte le cose che ho scritto sono state per fare delle proposte che aiutassero a trovare vie e soluzioni tali da sciogliere le repressioni o liberarsi dalle repressioni o trovare il coraggio per reagire alle repressioni; qualsiasi repressione, le repressioni sessuali, le repressioni sociali, le repressioni politiche, di qualsiasi genere.
 Il mio atteggiamento è sempre stato solamente un atteggiamento libertario o comunque teso verso la libertà o comunque ansioso di libertà, avido di libertà.
 Nel caso specifico del vostro giornale sono stata molto orgogliosa che mi abbiate chiamato tra voi, anche se dal punto di vista della mia vita pratica partecipo soltanto intellettualmente al vostro problema, come sapete, perché intellettualmente ci partecipo fin in fondo, dato che la situazione sociale quale si è venuta determinando nei paesi di sinistra e nei paesi di destra, nei paesi capitalistici e nei paesi razionali, è una situazione di totale repressione.
 I paesi capitalistici perché chi non rientra nel canale dell’eterosessualità è represso e umiliato e impedito in tutti modi, e non solamente nei modi sindacalisti, ma proprio nei modi umani, quelli che umiliano la vita privata; per esempio quando nella vita pubblica riducono l’omosessuale a dover avere -si deve dire coraggio, figurarsi,- per poter semplicemente esprimere i suoi sentimenti, le sue esigenze, se si vuole anche soltanto i suoi piaceri, perché no? 
Invece nei paesi razionali perché semplicemente uno viene espulso, radiato dalla cosiddetta vita pubblica e civile. E questo lo sappiamo benissimo: che ci sono leggi antiomosessuali molto severe nei paesi a civiltà razionale, in Russia, in Cina, a Cuba, queste cose le sappiamo, sono pubblicamente note.

Alfredo
- tu Nanda non ti sei incontrata con un problema omosessuale soltanto con quelli del FUORI! Evidentemente in te già precedentemente a questa tua esperienza di scrittrice all’interno del FUORI! c’era stato un rapporto con gli omosessuali; tu come vedi questo tuo rapporto, tu Nanda Pivano eterosessuale con degli omosessuali. Come erano questi omosessuali?

Nanda
- il mio rapporto è stato molto facile, perché il mio è stato sempre un rapporto con gli omosessuali e non con le omosessuali, per cui il fatto che io fossi o non fossi eterosessuale non importava niente ai miei amici omosessuali. Forse se avessi avuto delle amiche omosessuali sarebbe stato più difficile perché ci sarebbe stato lo scarto tra i miei pensieri di tentativi di liberazione della repressione (della repressione umana, personale sociale, ma non della repressione sindacalista). Invece, per quello che gliene importava ai miei amici omosessuali che io avessi abitudini omosessuali o no…Non gliene importava proprio niente.
 A parte poi il fatto che la mia vita privata è stata una vita di repressione per altri versi, perché anche come eterosessuale la società patriarcale/fallocratica/feudale nella quale viviamo mi ha costretto da tutte le parti ad uno stato di totale castrazione, prima con le intimidazioni paterne, poi con le lacrime materne, poi con la gelosia-possesso coniugale.
 Insomma, questo problema della repressione sessuale l’ho sentito anche io, pur essendo eterosessuale. Sicché non ho avuto nessun tipo di problema con i miei amici omosessuali; e questo problema dell’omosessualità d’altra parte l’ho visto da vicino appunto perché avevo tanti amici omosessuali tra poeti e scrittori, tra gli artisti, soprattutto fuori d’Italia perché sai che il maggior numero di amici io li ho avuti fuori d’Italia, perché per il mestiere che faccio ho avvicinato soprattutto scrittori e artisti americani.

Alfredo
- tu hai collaborato inizialmente a scatola chiusa, cioè c’era da parte nostra, del movimento che andava nascendo, l’esigenza di uscire fuori, di uscire fuori in un certo modo. Tu hai subito avvertito l’importanza di questo tipo di esigenza e sei stata subito con noi, come al solito, in un tipo di battaglia che ti vedeva impegnata da un punto di vista della disobbedienza civile…

Nanda
- certo…

Alfredo
- ora vorrei che tu ci parlassi del nostro giornale, una tua impressione, cioè come tu lo vedi, come tu vorresti che fosse, quello che ha, quello che manca.

Nanda
- sì, di nuovo mi fai una domanda molto difficile.
 Sarei molto presuntuosa se potessi risponderti, perché sono sicura che se voi il giornale lo fate così, non potreste farlo in un altro modo, perché voi sapete cosa volete fare.
 È vero che ho partecipato con voi fin dal principio che sono molto orgogliosa della fiducia che mi avete dimostrato venendo qui in questa casa a Milano a fare la vostra prima seduta. Quando c’è stata quella prima serata qui, si è visto subito che c’erano questi due canali che minacciosamente si profilavano, un canale rivoluzionario nel senso delle esigenze umane e un altro canale nel senso delle esigenze (dico una parola detestabile, ma tutte le etichette, tutte le definizioni sono detestabili) partitiche. Se pronunciate questa parola nell’intervista metteteci anche per piacere questa mia precisazione, che secondo me tutte le definizioni sono imprecise perché sono delle generalizzazioni. Cioè io dico che la parola”rivoluzionario” o la parola “ribelle“ è una parola che si addice a tutti e due questi gruppi, sia il gruppo che si preoccupa della posizione dell’omosessuale nella società privata sia il gruppo che si preoccupa dell’omosessuale nella società come lotta di classe.
Ora, ti dico sinceramente che la lotta di classe la considero un mezzo, una metodologia antiquata e ormai rozza per condurre un’operazione oggi, cioè ora che la rivoluzione industriale è alle nostre spalle da mezzo secolo, o forse di più, è quasi un secolo, e casomai la società non è più quella industriale e dunque la rivoluzione non è più industriale ma tecnologica. Questo fa una grande differenza, perché non essendoci più da difendere un proletariato come c’era al momento della rivoluzione industriale, anche le esigenze sono cambiate.
 Un giornale socio-culturale mi pare che dovrebbe soprattutto rivolgersi a quei problemi che nessuno protegge e nessuno affronta perché non “importano “a nessuno; questi problemi non si risolvono con la lotta di classe, ma raggiungendo le consapevolezze.
 Anche la mia è una proposta antiquata, ma antiquata di vent’anni, mentre l’altra è una proposta antiquata di 100: se il problema è quello di essere antiquati bisogna appena vedere chi è più antiquato dell’altro. E per il resto io considero il gesto singolo di un uomo che per raggiungere le consapevolezze dice: “la mia nudità non è la mia nudità fisica, ma è la mia nudità interiore di fronte alla impossibilità di comunicare con la società“, altrettanto rivoluzionario che una serie di gesti tesi a ottenere che vengono riassunti quelli che vengono licenziati dagli uffici perché sono omosessuali.   D'altronde questi problemi sono stati affrontati e risolti al loro tempo, forse risolti no ma affrontati, inseriti in un tipo di battaglia di quei gruppi omosessuali e riformisti che voi conoscete meglio di me, la Mattachine society eccetera.

Alfredo
puoi dirmi qualcosa di più sul giornale, così come è impostato, come lo vedi tu, come vorresti che fosse…

Nanda
- io “vorrei“ che il giornale si svolgesse dappertutto, ma non soltanto in qualcosa, se no sarebbe di nuovo fare del razzismo, come fare della politica di esclusione. Sicché vorrei che il giornale facesse tutto, ma facesse tutto davvero, cioè per esempio che non succedesse come in questo numero che la parola amore non viene mai pronunciata. Così il giornale non fa tutto: a questo punto è arrivato a fare solo una certa cosa, mentre dapprincipio voleva fare tutto, era di totale apertura; e nel giornale di tutta l’apertura io sto con assoluta chiarezza e senza nessun problema. Ma se il giornale si pone dei limiti a questi limiti non posso non reagire; voglio dire, sia chiaro che quando dico “tutto” intendo “tutto” partendo da una base che è quella marxista, non metto neanche in discussione questo. D’altronde la parola “libertario“ è una parola abbastanza chiara, non si può usare l’espressione “libertario, in un sistema capitalistico o in un sistema fascista, questo è chiaro la parola “libertario”implica un concetto di totale uguaglianza, per esempio anche di tutte le uguaglianze nei riguardi della burocrazia, perché se si fissano dei concetti di burocrazia già l’uguaglianza scompare.

Angelo
- noi abbiamo ricevuto, dopo la pubblicazione sul numero due di FUORI! della poesia di Ginsberg e dopo i tuoi tre articoli moltissime lettere da parte di lettori omosessuali, ma anche eterosessuali, che ci ringraziavano per aver pubblicato sul giornale una poesia di Ginsberg e per aver ospitato una pagina con i tuoi articoli. Ovviamente eterosessuali in misura minore perché i nostri lettori sono chiaramente in maggioranza omosessuali. Però questo è molto indicativo.
 Ora mi sembra che tutta una critica, diciamo così, ufficiale, non solo italiana ma anche americana o comunque internazionale, non ha mai messo sufficientemente in rilievo tutta la componente umana di Allen in Ginsberg come poeta, come poeta-uomo. Anche in Italia, anche nella presentazione sua al lettore italiano la sua omosessualità è sempre stata forse dal punto di vista culturale messa in secondo piano, forse perché anche lui vive in questo modo, non lo so.
 Vorrei sapere da te fino a che punto si può parlare di Allen Ginsberg come di un poeta omosessuale, non come etichetta, ma perché Ginsberg è profondamente omosessuale, in quanto poeta… Vorrei riproporti la domanda in modo più diretto: vorrei sapere come vive Ginsberg in rapporto alla sua posizione letteraria in rapporto al suo modo di vivere, cioè perché si parla di un Nuovo Stile di Vita, e si afferma negli anni ‘70 una omosessualità che negli anni ‘60 non si affermava ancora, ma si viveva in modo ancora oppressivo… Cioè si veniva cacciati da Praga con certe motivazioni…

Nanda
da Cuba…

Angelo
- da Cuba, con le stesse motivazioni, però nei resoconti che noi leggevamo sui giornali non si diceva che Ginsberg era omosessuale, ma si parlava solo di contrasti di natura politica o di influenze nefaste sulla gioventù. Ora, negli anni ‘70 invece questo tipo di condizionamento che veniva imposto ad un essere umano, in questo caso Allen Ginsberg , poeta, era proprio repressione anche omosessuale. Tu, per quello che oggi rappresenta Ginsberg, non solo a livello omosessuale, anzi, direi in misura minima, ma a livello di Nuovo Stile di Vita, qual è la misura dell’omosessualità nella sua vita?

Nanda
- credo di aver capito la tua domanda. Forse questa omosessualità è importante proprio per quello che riguarda la sua posizione nell’impostazione di uno stile di vita.
 Il Nuovo Stile di Vita vuol dire soprattutto sottrarsi a qualsiasi tipo di repressione, vuol dire impostare l’esistenza su una base totale di libertarietà: questo è un punto di partenza.
 Ora, ricordiamoci che la prima persona che è salita su un palcoscenico e di fronte a un teatro gremito ha detto: “io sono omosessuale“ è stato Ginsberg nel ‘56, e in pieni anni ‘50 era una dichiarazione molto pesante da fare perché non costumava affatto farla. Sicché se vogliamo dire che lui è stato il precorritore di un tentativo di affermazione del suo diritto umano, privato, all’omosessualità (e anche del suo diritto pubblico all’omosessualità) non c’è dubbio che lo è stato, che l’azione è partita da Ginsberg. Dunque non è che il nuovo stile di vita si imposti sulla dichiarazione dell’omosessualità ma, come dicevamo al principio, la possibilità di reagire alla repressione dell’omosessualità è stata uno degli innumerevoli aspetti delle innumerevoli proposte per reagire ad ogni tipo di repressione, tra le quali la repressione all’omosessualità.
 Poi si capisce queste cose hanno preso forma più avanti, è la stessa storia dei movimenti di liberazione della donna; queste cose sono cominciate sul finire degli anni ‘60, anche se i movimenti di liberazione della donna sono cominciati un po’ prima, ma questi rivoluzionari veri e propri…
 Il primo gruppo organizzato è stato quello delle NOW della Betty Friedan, che non si basava sicuramente sull’omosessualità, L’accenno all’omosessualità è avvenuto con la famosa rivolta dell’orgasmo clitorideo di Anna Koegt.
 Adesso rispondo alla tua domanda …

Alfredo
- vorrei aggiungere una cosa: leggendo i giornali underground americani, la free press, ed anche giornali di liberazione omosessuale, il nome di Ginsberg viene citato molto sovente, gli fanno interviste, lui risponde, viene fotografato, pubblicano qualche sua poesia, parlano cioè spessissimo di lui; ora l’America è piena di poeti omosessuali anche bravi, anche grandi poeti, però nessuno ha mai avuto del credito presso i movimenti di liberazione omosessuale, l’unico è stato Ginsberg . Perché?

Nanda
- ma intanto perché Ginsberg è -io non so se si può dire, lui sicuramente si infurierebbe se me lo sentisse dire- senza dubbio il genio della poesia americana di questo tempo, come a suo tempo era stato Withman , come ci sono queste persone, di queste creature fortunate, ispirate…

Angelo
- e infatti i giornali del Gay Lib. ripubblicano poesie di Walt Withman…

Nanda
- eccetera…

Angelo
- e pubblicano Allen Ginsberg .

Nanda
- e pubblicano Allen Ginsberg . Cioè: questi sono valori di poeta che vanno aldilà della caratteristica omosessuale. Solo si dà il caso che siano dei poeti omosessuali che questa cosa l’abbiamo dichiarato invece di tenerla nascosta.
 Ora, le ragioni per cui la dichiarava Withman erano ragioni non diversissime da quelle per le quali la dichiara Ginsberg. Whitman parlava di “adesività“, se ti ricordi; adesività voleva poi dire questo amore per tutti gli esseri umani e questo amore doveva essere così grande da comprendere anche l’omosessualità.
 Ginsberg parla di una sincerità globale: questa sincerità, che poi è la reazione alla repressione, la proposta di liberazione da tutte le repressioni, comprende anche l’omosessualità. La sua idea è che la poesia deve trattare esattamente tutto quello che si pensa, deve essere assolutamente aderente alla vita, alla esistenza. Se in quel momento si pensa alla omosessualità, la poesia che si scrive è una poesia dedicata alla omosessualità.
 In tutta la WichIta Vortex Sutra di omosessualità si parla proprio poco; perché si parla di tutt’altro problema si parla del problema del linguaggio come manipolazione del pensiero, di una manipolazione del pensiero spinta a un livello tale che può condurre alla guerra: questo, come vedi, con la omosessualità non c’entra, ma c’entra invece con la repressione del linguaggio. Per esempio. Tuttavia, nel corso di questa poesia, che è stata molto più importante di quello che è stato capito, forse perché non tutti hanno capito questo problema della repressione del linguaggio, della manipolazione del linguaggio, in questa poesia tutte le volte che si parla d’amore, si parla di amore nel senso omosessuale. D’altra parte che Ginsberg abbia descritto i suoi amori omosessuali nelle sue poesie, è abbastanza chiaro.
 Una volta avevamo avuto una discussione io, non ricordo come, gli ho fatto una domanda molto ingenua dicendo: “in questo modo non puoi scrivere una poesia d’amore. A chi lo scrivi tu una poesia d’amore?“. E lui mi ha risposto: “ma come, non c’è poesia in cui io non abbia parlato del mio amore per Peter“.

Angelo
- vorrei che tu mi parlassi adesso del legame di Allen Ginsberg con Peter Orlowsky che forse è poco conosciuto dal lettore italiano, ma chi conosce bene l’opera e la vita di Ginsberg sa che rappresenta qualcosa di molto importante. Vorrei che tu mi parlassi di questo legame che va al di là del legame culturale (per esempio Gertrude Stein e Alice B.Toklas), qualcosa di molto più vitale, molto più viscerale. Per Ginsberg e per Orlowsky questo rapporto ha significato qualcosa di molto grosso, però nessuno lo conosce bene. Puoi raccontare qualcosa in proposito?

Nanda
- sì. E, posso farlo senza paura di tradire nessuna intimità e senza paura di fare indiscrezioni perché mi limito a riferire quello che Allen Ginsberg ha detto in un’intervista che è stata pubblicata sui giornali, sicché basterebbe tradurre questa intervista. Se vuoi te la vado a cercare perché se la vuoi pubblicare sul tuo giornale sono sicura che a Ginsberg non importerebbe affatto.
 In questa intervista Ginsberg ha parlato di questo suo rapporto, straordinario, con Peter (e non c’è dubbio che questa resterà una delle grandi coppie storiche, uno dei grandi amori storici del mondo letterario di tutti tempi), e ha detto esplicitamente che i suoi rapporti con Peter si erano conclusi, come avviene in tanti rapporti coniugali eterosessuali, anche quando questa fine è davvero imprevedibile; però ha detto che questa conclusione dei suoi rapporti “coniugali “non aveva tolto nulla ai suoi rapporti affettivi con Peter e che Peter continua a essere il compagno più dolce…
 Le parole esatte che lui ha detto sono “has far has tenderness and understanding Is concerned “. Dunque, per quello che riguarda la tenerezza e la comprensione senza dubbio i suoi rapporti con Peter hanno continuato a essere assolutamente totali, assolutamente perfetti. Effettivamente Peter e Allen sono veramente dei compagni ancora adesso e straordinariamente affettuosi; Peter l’anno scorso, dopo la malattia, ha vissuto con una ragazza che ha avuto cura di lui, molto simpatica, molto carina; e vive con Ginsberg solo che per circostanze professionali non vivono sempre tutti e tre insieme; vivono tutti insieme quando sono nella Farm di Cherry Valley, li è molto grande, è una specie di comunità a carattere ecologico aperta a tutti gli antichi amici poeti.
 E' da Peter che si riesce a sapere dov’è Ginsberg quando lo si cerca. Ad esempio, quando sono andata a Denver, è stato Peter a venire all’aeroporto a consegnare il manoscritto che dovevo portare a Ginsberg: il manoscritto di Kerouac che uscirà postumo, il grande capolavoro, che Kerouac ha favoleggiato per tutta la sua povera, troppo breve esistenza, e al quale Ginsberg ha fatto una prefazione; al punto che lui era a Denver per rivedere i luoghi dove Kerouac era stato con Cassidy perché voleva fare un’introduzione il più possibile connessa con la vita di Kerouac con Cassidy. E a Peter mi ero rivolta per sapere dov’era in quel momento Ginsberg , che poteva essere nel monastero di quel lama tibetano che gli ha insegnato il mantra dello A Ah Sha Sa Ma o in certe università di quella zona, dove faceva dei reading , e Peter sapeva sempre dove lui era.

Alfredo
- tu hai letto questo manoscritto?

Nanda
- sì, l’ho letto.

Alfredo
- e com’è?

Nanda
- è molto bello, è però il Kerouac della grande maniera, il Kerouac della mano di leone.
 Sono convinta, ora che la prospettiva storica si è ristabilita, che Kerouac verrà fuori come uno dei più grandi scrittori che abbia avuto l’America. Anche se gli ultimi romanzi sono più deboli dei primi, ma questo è avvenuto a molti grandi scrittori americani.

Alfredo
- uscirà in America, questo manoscritto?

Nanda
- sì, mi ha scritto Ginsberg che ha appena finito l’introduzione, sicché tra un paio di mesi uscirà; è un grosso manoscritto. E questo era un libro di cui mi scriveva Kerouac; mi diceva:”non parlare più di me come beat, non voglio più essere uno scrittore beat, io sono lo scrittore di questo libro”. Era già uscito in parte, per le “new direction”, in un’edizione rilegata, “Vision of Cody“, ma in misura molto abbreviata e adesso invece uscirà nella forma completa. E contiene i famosi nastri registrati, le famose conversazioni di Neal Cassidy registrate in nastri.

Alfredo
- senti, proprio perché tu sei Fernanda Pivano…

Nanda
- one of Them…

Alfredo
- bisognerebbe dire the one… Quindi proprio per quello che significa il tuo nome in relazione alla cultura americana, e noi proprio per onestà dobbiamo riconoscere che tutti i movimenti di liberazione sessuale sono nati in America e poi sono arrivati in Europa; quindi anche il movimento di liberazione omosessuale è nato in America, prima in forme molto riformiste, di accettazione, e poi, come esplosione di enorme voglia di liberazione, dal ‘69 in avanti, perciò i riferimenti con i movimenti di liberazione americani sono inevitabili e anche giusti e doverosi; e per questa esperienza dunque, che tu hai della cultura americana e quindi anche dei movimenti di liberazione omosessuale, ti chiediamo come vedi tu la situazione italiana in relazione a quella situazione americana.

Nanda
- qui il discorso va al di là dell’omosessualità. Tutto il periodo del fulgore di questa proposta libertaria, che ha cercato di svincolare le consapevolezze, di aprire la comunicazione, di allargare il più possibile il dialogo fra gli uomini, tutta questa fase è stata praticamente ignorata dalla cultura italiana; ignorata nel senso che la cultura italiana l’ha respinta, l’ha rigettata, non ne ha voluto sapere e forse questo si spiega perché in Italia c’erano già dei gruppi di critica che venivano dalla sinistra: l’Italia è un paese dove il 50% dei voti sono per le sinistre; un fenomeno che assolutamente non corrisponde a quello americano e questo fa una colossale differenza, perché quelle proposte libertarie potevano in un modo o nell’altro entrare nel filone di una proposta marxista. Infatti era una proposta marxista anche se aveva questa forma che non era diciamo così di marxismo partitico.
 Invece qui i problemi hanno cominciato a interessare il nostro pubblico quando hanno assunto un carattere tipicamente partitico: quello che è stato accettato in Italia è stato il cosiddetto “Movimento“, ma non quello nato in America per la liberazione dei negri quando ha mandato i volontari nel sud per ottenere il voto dei negri (perché così è nata l’espressione “movimento“), bensì quello già diventato movimento rivoluzionario a carattere marxista-leninista. È stato a quel punto che il movimento americano ha colpito i gruppi italiani; e li ha colpiti come un movimento già politico nella direzione dell’organizzazione partitica, dell’organizzazione rivoluzionaria POLITICA vera e proprio: non rivoluzionaria di pensiero, rivoluzionaria nel senso della radicalizzazione, per intenderci; per radicalizzazione si intende non tanto la metodologia di una rivoluzione, ma lo scoprire se una rivoluzione è necessaria o no, e dunque lo scoprire che la rivoluzione è necessaria e la rivoluzione non ha da essere necessariamente una rivoluzione che sovrapponga un potere all’altro: può anche essere una rivoluzione che sovrappone uno stato mentale a un altro cioè, l’idea che la rivoluzione può anche raggiungere le consapevolezze dei burocrati nelle società e nei governi razionali, così come si propone sicuramente di raggiungere le consapevolezze dei burocrati negli Stati capitalisti.
 Ma così come in origine erano stati impostati questi problemi , il problema è quello di raggiungere le consapevolezze. 
 Il movimento ha spostato questa impostazione verso una interpretazione puramente rivoluzionaria, ambientata nella grande azione internazionale in tutto il mondo, per esempio quella che doveva creare un’opinione pubblica per l’ammissione di Mao all’ONU. Tanto è vero che una volta che Mao è stato ammesso all’ONU, che ha cominciato a comprare gli aviogetti in Inghilterra, che ha fatto gli accordi commerciali con il Giappone, che ha fatto -mi pare- gli accordi commerciali anche con l’America, questo movimento dell’Amerika con il K è praticamente caduto e quei gruppi che si erano costituiti come esponenti di questi passaggi, di queste azioni, si sono messi a fare dell’azione elettorale a Miami; insomma, siamo rientrati nel grande canale della propaganda elettorale, rivoluzionaria finché basta, però sempre “rientrata” nei canali per sostenere un certo candidato e non un altro. Credo.

Angelo
- usando una formula da Stop o Grand Hotel vorremmo rivolgerti…

Alfredo
- un’invito…

Angelo
- sì, se tu dovessi esprimere molto sinteticamente una tua opinione personale sul movimento di liberazione omosessuale in Italia oggi, cosa diresti?

Nanda
- direi che in generale qualsiasi movimento di liberazione ha da essere accolto con le braccia spalancate e bruciando incensi, perché qualsiasi movimento di liberazione evidentemente nasce da un’esigenza di liberazione, e quale che sia la cosa da liberare va liberata se si sente la necessità di liberarla; a condizione che questa liberazione sia una liberazione sul serio.
 E qui scatta la molla per la quale ho scritto sul vostro numero zero.
 Ora la mia preoccupazione in questo caso è che quello che è partito come un movimento di liberazione diventi in realtà un metodo di assestamento o un metodo addirittura di fagocitamento in ridurre queste esigenze -che sono delle esigenze drammatiche, tali da porre problematiche molto ansiose, molto reali, molto fisiche, molto carnali… insomma molto vere- a semplici mezzi, semplici pedine, in certi tipi di conquista dei poteri, certi tipi di esemplificazione di lotta di classe, in modo tale da diventare elementi di odio invece di essere delle proposte di apertura, di apertura globale. Questo mi interessa. Le competizioni non mi interessano, a nessun livello, neanche a livello per esempio di gruppi che devono avere un capo piuttosto che un altro.
 Fino a quando ci devono essere delle scissioni perché uno deve essere un capo e l’altro no, fino a quando ci devono essere delle scissioni perché se uno fa un giornale gli altri se ne vogliono impadronire, e se ne vogliono impadronire perché… Questo l’ho proprio visto succedere in America con tanti giornali underground.
 Per esempio quale era stato quel giornale dove questa cosa era avvenuta in un modo così chiaro? Dunque c’era un giornale, mi pare lo “SPECTATOR“, un piccolo giornale, non un grosso giornale underground, c’era questo giornale dove si pubblicavano gli articoli via via che questi articoli venivano presentati, e la regola era che gli articoli venivano pubblicati sia quando avevano un certo valore letterario sia quando non lo avevano. Quando pareva al direttore del giornale che non lo avessero, invece di essere pubblicati come articoli, venivano pubblicati come lettere, però il giornale essendo un giornale underground, era aperto a tutte le collaborazioni.
 Poi si è cominciato a creare piano piano nella redazione del giornale un certo clima per cui articoli andavano approvati da una certa commissione redazionale, da un certo staff redazionale. E vedi caso, questo staff redazionale preposto alla scelta è diventato sempre più collegato con i gruppi della SDS (Students for a Democratic Society, ndr) che in quel momento erano i gruppi super rivoluzionari, no? Che via via sono diventati sempre più legati ai movimenti marxisti-leninisti. La situazione è diventata così cristallizzata che a un certo punto il direttore ha dato le dimissioni e ha detto: “io mi ritiro perché questo giornale che è cominciato con un giornale di proposte di libertà e di totale apertura adesso si ritrova a non pubblicare più altro che gli articoli in perfetta coerenza con il programma degli SDS“. Per esempio questo è stato un tipico caso di fagocitamento.
 Bada che io non ho niente contro il programma degli SDS. Se gli SDS avevano questo programma facevano benissimo ad averlo. Ed è, era sicuramente un programma salutare, forse più salutare diciamo, per esempio, del programma di Wallace. Io non lo so, non lo conosco molto bene, ma insomma credo che si possa dire senza odiare nessuno e, senza fare lotte contro nessuno e competizioni contro nessuno, che noi siamo d’accordo casomai con il programma degli SDS, forse perché facciamo molta fatica a capire quali sono le meccaniche del programma di Wallace. Tuttavia non c’è dubbio che in quel momento l’azione degli SDS è stata un’azione che ha contenuto, bloccato e incamerato, fagocitato in qualche modo queste possibilità, questi organi, queste possibilità di espressione per azioni che non erano rigorosamente impegnate in una certa direzione, in un certo canale con quella degli SDS. E che sia andato, poi, questo canale, sempre più restringendosi.

 Ora, ricordiamoci che il movimento di liberazione femminile rivoluzionario, come rivoluzione è nato proprio dalla frangia femminile degli SDS. Mica per niente.
 Ora, in Italia ho l’impressione che ci sia lo stesso pericolo. Che sia nato questo FUORI! come una proposta di liberazione della repressione omosessuale e che in qualche maniera altri canali abbiano teso a impadronirsi di questo grosso mezzo di comunicazione inventato da voi per servirsene per le loro esigenze, per le loro sia pur giustificate necessità di espressione, per raggiungere i loro strati di lettori, per divulgare il loro pensiero. Ora, per me va benissimo che si divulghino questi pensieri, perché sono pensieri che vanno divulgati, non c’è dubbio. Tuttavia mi sembravano più incalzanti i pensieri che il giornale divulgava all’inizio, che erano quelli del tentativo di liberazione dalla repressione anche omosessuale. Questa era la posizione che non solo non facevo alcuna fatica ad accettare, ma che mi sentivo di condividere, e per la quale ho collaborato al numero zero.

 Appena ho visto che nel vostro giornale non si pronuncia più la parola amore, gli ho detto che non mi sento di collaborare con un giornale che mette la censura alla parola amore, perché allora non mi sembra più un giornale che libera dalla repressione.
 Cioè, nel momento che si stabilisce un certo razzismo, io non ci sto più, il razzismo può essere di tanti tipi. Questo non perché non creda in quel particolare tipo di razzismo, va benissimo.

 Però mi piacerebbe che la vostra azione venisse condotta in stato di apertura. In stato di reazione alla repressione. Invece viene il pensiero, viene il sospetto, viene alla diffidenza, che possa diventare una repressione essa stessa se si può censurare delle parole. Non so se mi sono spiegata. Ma, badate, io ho fatto del mio meglio, ho fatto delle proposte, però non sono né una persona politica, né un’organizzatrice, né un leader, né niente. Sono solo una che ha fatto delle proposte, che ha sentito queste cose: non le ho neanche inventate, queste cose, però le ho capite; le ho capite e ci ho sperato moltissimo.

L'immagine può contenere: 1 persona, con sorriso Intervista con Fernanda Pivano
a cura di:
Alfredo Cohen
Angelo Pezzana

Si ringrazia Mauro Caruso per la condivisione 

venerdì, aprile 26, 2019

Ajello, la cultura di destra la pagliuzza e il trave. da Luigi De Marchi 2009

Questo è un invito a una lettura attenta e a una riflessione senza pregiudizi. 

Il pezzo, come si vede , è datato al settembre di 10 ani fa, ma la situazione, per così dire, "culturale" lungi dalla capacità di una serena e consapevole autocritica in questo lasso di tempo si è solo sclerotizzata drammaticamente e costituisce purtroppo la base dell'informazione politica nazionale e del relativo dibattito, o meglio disputa. La prova è nelle litanie di luoghi ormai comuni fascismo/antifascismo che ci è toccato sorbirci avanti, durante e dopo il XXV Aprile e relative celebrazioni della Festa della Liberazione. 
I Poeta scrisse:
"libertà vo cercando, ch'è si cara
come sa chi per lei vita rifiuta"
ma io voglio vivere e voglio farlo libera, anche dalle sceneggiate.
AMg

venerdì 4 settembre 2009


Ajello, la cultura di destra
la pagliuzza e il trave


Leggendo su “Repubblica”dell’11 luglio (2006) un lungo articolo di Nello Ajello sulla cultura (o incultura) di destra mi sono subito balzati in mente due motti famosi: “Se Cartagine piange, Roma non ride” e “Vedono la pagliuzza nell’occhio altrui ma non vedono il trave nel proprio occhio”.
Ajello si prodiga per due intere pagine a dimostrare l’inconsistenza, per non dire l’inesistenza, d’una cultura di destra ed arriva a una conclusione severa e inesorabile sintetizzata nel titolo della sua articolessa: “Il partito senza idee”. E tutto sommato non posso non concordare con lui. La destra non ha idee e sa soltanto baloccarsi con i residui riciclati della tradizione: un po’ di tiepido nazionalismo, un po’ di sbiadito cattolicesimo, un po’ di astiose nostalgie fasciste. Ma la filippica e il titolo di Ajello poggiano su un assunto gabbato per solido e che, invece, è non solo fragile ma addirittura comico: e cioè che la sinistra abbia oggi una cultura. Naturalmente qui bisogna intendersi sul termine “cultura”.
Certo la sinistra ha oggi quadrate legioni di celebrati intellettuali, gragnuole di manifestazioni, celebrazioni e premiazioni culturali, piramidi di cattedre universitarie (anche perché è stata sempre abilissima nel corteggiare e piazzare bene i personaggi che un tempo erano definiti utili idioti e che si sono invece rivelati inutili furbetti). Ma se per cultura s’intende, come lo stesso Ajello sembra intendere col suo titolo, un fermento intenso di ricerche innovative, di creatività, insomma di idee, allora davvero la sinistra sta anche peggio della destra, per il semplice motivo che, in quanto sinistra, essa avrebbe il dovere d’incarnare il cambiamento e l’innovazione. E viceversa, in quella gragnola di manifestazioni, in quelle legioni d’intellettuali, in quella catasta di cattedratici non si riesce a vedere una sola idea nuova, magari solitaria e smarrita come la molecola di sodio della pubblicità d’una famosa acqua minerale.
Perfino la battuta famosa rivolta dal protagonista d’un film di Moretti al leader comunista “Di’ qualcosa di sinistra !” rivela inconsapevolmente lo smarrimento dell’accusatore, che non sa lontanamente precisare che in che consista quel “qualcosa di sinistra”. E difatti quando, qualche anno dopo, lo stesso Moretti scese in campo accusando d’incapacità i leaders del partito e candidandosi al ruolo d’ispiratore del rinnovamento, che cosa ha saputo produrre ? I girotondi e i girotondini che, dopo un po’ di chiassate, come è tipico di quel gioco, sono finiti “tutti giù per terra”.
Esattamente come la destra, la cultura della cosiddetta sinistra si balocca con i residui della sua tradizione: riciclando un po’ di invettive rivoluzionarie, o riscoprendo l’ombrello della socialdemocrazia, o celebrando senza convinzione i mummificati e impolverati idoli del suo passato (da Foucault a Brecht a Sartre), oppure mobilitando i suoi pompatissimi intellettuali odierni che si riveriscono e si premiano tra loro o infine ripetendo nelle università i rituali insulsi della didattica nozionistica e dell’indottrinamento degli allievi, che da sempre caratterizzano la tradizione accademica conservatrice.
E del resto tutto ciò è non solo comprensibile, ma inevitabile, perché la cultura di sinistra è composta da sacerdoti officianti ma non più credenti, da zeloti d’un Dio che non solo è fallito, come diceva Silone, ma è morto. Come scrisse Alberoni negli anni in cui si profilava il crollo del comunismo: “I marxisti europei non devono oggi abbandonare un punto di vista o un’ipotesi stimolante, devono abbandonare una fede, una sponda sicura, una casa, una fratellanza che travalica i paesi. Io non credo che questa separazione sarà indolore perché molti di loro avranno soprattutto un bisogno di fede che il relativismo scettico di tanta cultura contemporanea è destinato a frustrare. In questo momento di svolta della cultura comunista in Italia sono perciò portato a domandarmi dove condurrà la perdita di un’ideologia sicura e ritenuta inviolabile…Una delle ipotesi più probabili è che molti credenti della sinistra finiranno nei movimenti religiosi”.
Questa ipotesi di Alberoni ha trovato molte conferme, anche se molti altri credenti del mito comunista sono finiti invece nei movimenti ecologisti o addirittura nella droga, il che è perfettamente comprensibile alla luce dell’analisi psicopolitica, perché da un lato l’ecologismo consente di conservare il meccanismo psicologico della religione dogmatica sostituendo a Dio la Natura e a Satana il capitalismo mentre, dall’altro, la droga offre coi suoi paradisi chimici un surrogato del Paradiso terrestre dell’utopia rivoluzionaria o di quello celeste delle religioni dogmatiche. Ma il “grosso” del gregge e del clero comunista è rimasto a metà del guado: dotato di ogni tipo di salmeria e privilegio castale, ma privo delle vecchie idee entusiasmanti e incapace di darsene di nuove.