venerdì, settembre 04, 2026

la banalità del maschio

La storia del filosofo LOUIS ALTHUSSER che uccise la moglie, la sociologa Hélène Rytmann-Legotien, e “inventò” il mascolinismo.
26 Luglio 2026
Francesca Barca. 

La storia del filosofo Louis Althusser che uccise la moglie, la sociologa Hélène Rytmann-Legotien, e “inventò” il mascolinismo
Hélène Rytmann-Legotien è morta, strangolata dal marito, il filosofo Louis Althusser (1918-1990) nel loro appartamento di funzione all’Ecole normale supérieure (Ens) di Parigi, istituzione della quale Althusser era segretario. Erano le 7:55 di mattina del 16 novembre 1980. 

Althusser, che soffriva di depressione da mesi e a cui già nel 1947 era stato diagnosticato un disturbo maniaco-depressivo, si è immediatamente auto-accusato del crimine ed è stato internato all’ospedale psichiatrico Sainte-Anne a Parigi.

Althusser era una personalità e un’autorità all’epoca; l’Ens è una delle istituzioni universitarie più prestigiose e più selettive di Francia. Il caso viene archiviato nel febbraio 1981: Althusser viene dichiarato irresponsabile ai sensi dell’articolo 64 del Codice penale francese. 

Morirà nel 1990 e gli verranno tributati ampi omaggi per il suo contributo alla cultura. 

Di cosa parliamo in questo articolo:
La banalità del mâle
L’assassino protagonista della storia
Althusser e il mascolinismo: il femminsimo come avversario ideologico? 
La banalità del mâle
Ci sono voluti oltre 40 anni perché (anche) questo omicidio venisse riconosciuto come femminicidio: un risultato ottenuto grazie alle ricerche, alle lotte e alle mobilitazioni di femministe, ricercatrici e militanti che hanno continuato a tenere viva questa storia.  

Nel 2023 un libro ha avuto una particolare eco mediatica: Althusser assassin, La banalité du mâle (“Althusser assassino. La banalità del maschio”,  Remue-Ménage editore, 2023), scritto dal politologo canadese Francis Dupuis-Déri, esperto di movimenti sociali, antifemminismo e questione maschile. Il gioco di parole in francese tra maschio (“mâle”) e male (“mal”), che si pronunciano allo stesso modo, è riuscitissimo – e spesso usato dalle femministe.

Il testo è stato tradotto in inglese  e indonesiano nel 2025 e in tedesco nel 2026. Altre traduzioni sono in corso, tra cui il greco. 

Chi era Hélène Legotien? 

“Quando ho fatto le ricerche su questo assassinio”, mi racconta Dupuis-Déri, “pensavo che fosse veramente una storia del passato, di un altro secolo”. Invece, come racconta nella postfazione del suo testo in inglese e tedesco, ha ricevuto decine di lettere, a testimonianza di una memoria che era viva, e non abbastanza raccontata ed elaborata. 

“Ho l’impressione che la prima cosa che ho mai saputo su Althusser era che aveva ucciso sua moglie, e che lo aveva fatto all’Ens”, mi dice Lucie Rondeau du Noyer, che ho incontrato in un appartamento haussmaniano nel nord di Parigi lo scorso aprile. Dottoranda in storia del pensiero economico e storica di formazione, ex allieva dell’Ens, Rondeau du Noyer ha lavorato meticolosamente per ricostruire la vita e l’opera di Legotien. 

“Se l'obiettivo è restituire la voce a qualcuno, è un buon inizio farlo usando il nome che quella persona si era scelta”, continua Rondeau du Noyer. La ricercatrice si riferisce al fatto che spesso si legge Hélène Rytmann, Hélène Legotien o, ancora, Helène Rytmann-Legotien. 

Hélène Legotien è nata nel 1910 a Parigi: la sua famiglia, di origine ebraica, era scappata dai pogrom russi. A partire dal 1944, spiega Rondeau du Noyer, Hélène Rytmann ha iniziato ad usare Legotien come cognome, senza cambiarlo all’anagrafe. Probabilmente fa riferimento al suo passato nella Resistenza, ma non ci sono sufficienti fonti per affermarlo. 

Althusser e Hélène Legotien, di otto anni più grande di lui, si incontrano nel 1945, e si sposano nel 1976. Hélène Legotien ha lavorato come ricercatrice all’Organizzazione europea della cooperazione economica (Oece) tra il 1951 et il 1954, e come sociologa per la Société d’études pour le développement économique et social (Sédés). Si è occupata soprattutto di agricoltura e sistemi di sviluppo rurale: fa parte dei nomi che, negli anni Sessanta e Settanta, hanno costruito “un pensiero critico e marxista sullo sviluppo”, scrive Rondeau du Noyer. 

Gli ultimi mesi di vita di Legotien sono stati raccontati in un articolo di Johanna Luyssen per Libération uscito nel natale del 2023, che ha il merito di aver dato una nuova eco a questa vicenda. Il pezzo raccoglie la testimonianza di Jo Ros, che nel 1980, pochi mesi prima dell'omicidio, ha lavorato con Legotien a Port-de-Bouc, cittadina del sud della Francia, su un progetto di valorizzazione della memoria operaia locale.

La sociologa, ormai in pensione, entra nell'ufficio di Ros nel febbraio del 1980 per chiedere di lavorare come volontaria al progetto. Si presenta come Hélène Legotien. Racconterà in seguito di essere la moglie di Althusser, chiedendo di mantenere il segreto. In quel momento ha 70 anni, e la voglia e l’energia di arrivare in un posto che non conosce perché ha sentito parlare alla radio di un progetto al quale vuole partecipare. 

Quello che interessava Legotien, spiega Rondeau du Noyer, erano “le ragioni del loro [delle classi lavoratrici] persistente malessere e dello sfruttamento di cui erano vittime, nonostante i tre decenni di forte crescita che la Francia aveva appena attraversato dal 1945”. 

La notizia dell’omicidio ha profondamente segnato il collettivo che con lei ha lavorato nel 1980: la ricerca è stata pubblicata nel 1984 “in memoria di Hélène Legotien”, con il titolo Du chantier naval à la ville : la mémoire ouvrière de Port-de-Bouc (“Dal cantiere navale alla città: la memoria operaia di Port-de-Bouc”).

“Hélène Legotien è stata una persona che, con i mezzi a sua disposizione e nonostante i limiti dell'epoca, ha costruito una brillante carriera come ricercatrice. E che ha ispirato persone ancora in vita, le quali testimoniano che è stata lei a insegnare loro delle cose, a formarle”, aggiunge Rondeau du Noyer. 

L’assassino protagonista della storia
Nonostante la sua carriera, per anni Hélène Legotien è stata sempre la “sposa di”, la “moglie di” la "strangolata della rue d’Ulm”. Il suo nome, se appariva, era in fondo agli articoli, spiega l’inchiesta di Libération. 

Allo stesso modo, il racconto del suo femminicidio è stato fatto in primo luogo da Louis Althusser stesso nella sua autobiografia, L’Avenir dure longtemps (L’avvenire dura a lungo): pubblicato postumo nel 1992, il testo ha inizialmente venduto 35mila copie ed è stato tradotto in una dozzina di lingue.

Althusser, nel testo, scrive la sua storia, racconta la sua depressione, le sue sofferenze, in un racconto autogiustificativo che dà alla vicenda il senso che lui gli attribuisce.  Il libro fu presentato come un “testo sincero”, “salutato dagli intellettuali come un ‘capolavoro della letteratura autobiografica’”, scrive Dupuis-Déri, che lo considera come “spesso insignificante e in generale, disgustoso”. 

Nella sua autobiografia, Althusser racconta che Legotien negli ultimi anni della sua vita aveva avuto idee suicide, quasi che lui avesse realizzato il sogno di lei. 

Nel 1985 su Le Monde, il giornalista Claude Sarraute, parlando di un altro assassino, il giapponese Issei Sagawa, scrive: “Noi nei mezzi d’informazione, non appena vediamo un nome prestigioso coinvolto in un processo succoso, Althusser, […] ne facciamo un gran parlare. La vittima? Non merita due righe. Il protagonista assoluto è il colpevole”. 

Un articolo di Der Spiegel del 1992 a proposito del racconto di Althusser del proprio crimine, scrive “Con chiarezza e in una prosa impeccabile, Althusser descrive un dramma interiore”. Sulla vittima, nemmeno una parola.

“È possibile confrontare le osservazioni empatiche su Althusser con quelle espresse in circostanze simili, ad esempio dopo l’omicidio dell’attrice Marie Trintignant nel 2003 da parte del compagno, il cantante Bertrand Cantat [dei Noir Désir]. In entrambi i casi, gli assassini erano uomini appartenenti all’élite intellettuale o culturale”, continua Dupuis-Déri, che cita la studiosa canadese Lucile Cipriani:

“Il discorso di un abusante può occupare tutto lo spazio, deviando totalmente l’attenzione dalla sofferenza della vittima a quella dell’abusante. […] Le disgrazie avvenute durante l’infanzia, i tormenti della gelosia e delle rotture, le ferite dell’ego, il mal di vivere e il desiderio di controllo di chi abusa delle donne sono regolarmente descritti dai media. […] La cultura garantisce uno spazio al discorso degli aggressori – un discorso [che] non solo distoglie l’attenzione dalla sofferenza delle vittime a quella dell’abusante, ma contribuisce a perpetuare la violenza”.

La spiegazione, accolta da tutti e tutte all’epoca, è quella della “follia” dell’omicida, tesi che Althusser stesso usa nella sua autobiografia. Un problema personale, singolare, quindi, che non si inscrive in alcuna pratica strutturale. 

“Tanta fantasia per formulare ipotesi apparentemente sofisticate, ma anche tanto impegno per dimenticare un fatto relativamente semplice: filosofo o no, marxista o no, pazzo o no, Althusser non è né più né meno che uno dei tantissimi uomini che, ogni anno, uccidono la propria compagna o ex compagna. Questa trascuratezza delle regolarità e delle categorie sociali è un po’ eccessiva, visto che l’assassino era il teorico marxista più influente del suo tempo”,  scrive Dupuis-Déri. 

Althusser e il mascolinismo: il femminsimo come avversario ideologico? 
Secondo il giornalista di Libération Robert Maggiori “per capire questa vicenda bisogna capire la grande influenza e il peso che Althusser aveva sul mondo intellettuale francese. (…) Era un guru (...) Nella Francia pre-68, [Althusser] esercitava una grande influenza. Régis Debray, Bernard-Henri Lévy, Alain Badiou, André Comte-Sponville… Erano tutti suoi discepoli; a volte tagliavano i ponti con lui in modo clamoroso. Essere althusseriani era come aderire a una religione. [Althusser] Ha officiato al tempo dei guru intellettuali: Deleuze, Derrida, Foucault”

“Negli anni Settanta in tutto il mondo, e in Inghilterra in particolare”, l’influenza di Althusser è stata fondamentale, nell’accademia ma anche nei gruppi politici della sinistra comunista, mi spega Michel Lacroix, docente presso il Dipartimento di studi letterari dell'Uqam.  

“L’influenza di Althusser ha dato legittimità universitaria al marxismo, soprattutto con Lire le Capital (“Leggere Il Capitale”, 1965) e Pour Marx (“Per Marx”, 1965)”, aggiunge. “Althusser è stato uno dei pensatori più letti e più citati”, anche se oggi non è più così. 

Lavorando negli archivi di Althusser all’Institut Mémoires de l'édition contemporaine (Imec) Michel Lacroix ha trovato due testi inediti del filosofo marxista. Ho potuto consultare entrambi grazie al suo aiuto e a quello di Francis Dupuis-Déri. 

In questi scritti, Althusser parla del femminismo come un “movimento ideologico” che identifica l’uomo come principale responsabile dello sfruttamento della donna; questo movimento, ai suoi occhi, sta prendendo una “vendetta storica” e arriva al punto di “provocare la separazione fisica e sociale di certi gruppi di donne”. 

Il teorico marxista continua sostenendo che si potrebbe avanzare l’ipotesi che “possa costituirsi ‘un’ideologia mascolinista’” che denunci “lo sfruttamento e l’oppressione secolare che la Donna impone all'Uomo”. 

Francis Dupuis-Déri, che usa parte di queste citazioni nella postfazione del suo libro in inglese e tedesco, mi spiega che molto probabilmente si leggono come una  reazione al femminismo radicale e in particolare a un testo di Christine Delphy, “L'ennemi principal” (Il nemico principale), uscito nel 1970 sulla rivista Partisans e diventato successivamente un libro. 

Il testo di Althusser riesumato dai suoi archivi è un scritto antifemminista piuttosto classico, che dipinge gli uomini come vittime delle donne, ma il cui autore è un uomo che ha ucciso la propria compagna. Come scrive Dupuis-Déri, “oggi sappiamo bene a quali atti di violenza omicida possa portare un risentimento così pieno di vittimismo”.

In generale, nei circoli marxisti il femminismo era soprattutto visto come una questione secondaria (visione che fa ancora parte del discorso di alcuni gruppi politici) perché la prima battaglia era quella della classe operaia. “Se le femministe hanno dato vita a un proprio movimento è perché nei movimenti marxisti la lotta delle donne veniva sempre relegata a un ruolo secondario”, aggiunge sorridendo Lacroix. Da questo punto di vista l’"antifemminismo" di Althusser si inscrive nel paternalismo classico, nella gerarchia delle lotte, come per la "stragrande maggioranza dei marxisti dell’epoca”. 

Ma, aggiunge Lacroix, “Althusser va oltre”. Quello che emerge è “l’impressione che l’antifemminismo primitivo che associamo al mascolinismo odierno potesse essere presente anche in un teorico di altissimo livello e di portata internazionale come Althusser: questo mostra una base patriarcale potente, ma anche qualcosa di forse nuovo: Althusser si inventa il mascolinismo”. Questo racconta, spiega lo studioso, una “sorta di terrore, di risentimento, che lo fa andare oltre punti di riferimento abituali”; Il femminismo non è più un “alleato secondario”, ma diventa un “avversario ideologico, una deviazione da combattere, ad ogni costo”. 

Il mascolinismo è, secondo la definizione di Francis Dupuis-Déri, una “corrente antifemminista, basata sull'idea errata che gli uomini soffrano a causa delle donne, delle femministe e della femminilizzazione della società”, costruendo il mito (dal titolo dell’omonimo libro dell’autore) che esista una “crisi della mascolinità”. Questo non significa che ogni persona che aderisce a elementi del discorso mascolinista è pronta a uccidere; quello che è importante ricordarci, aggiunge Dupuis-Déri, è che, nella “logica globale del discorso e dell’ideologia mascolinista”, ci sono elementi che possono essere riutilizzati per giustificare dei femminicidi. 

A seguito delle ricerche di Lucie Rondeau du Noyer, Nathalie Léger, direttrice dell’Imec, ha avviato un progetto volto a costituire un archivio Legotien all’interno del centro di ricerca.

Nel marzo 2023, alcuni studenti hanno ribattezzato la sala Aron “sala Hélène Legotien Rytmann; Resistente e sociologa; Vittima di un femminicidio all’Ens nel 1980”: in seguito, la direzione della scuola ha deciso di dedicare un’altra sala alla memoria di Hélène Legotien Rytmann: l’annuncio è stato dato il 25 novembre 2024 durante una cerimonia e i lavori sono in corso. 

La sala dovrebbe essere aperta agli studenti dell’ENS nel corso dell’anno accademico 2026-2027.

* Questo articolo è pubblicato su Voxeurop nell'ambito del progetto PULSE e fa parte di una serie sul maschilismo e la violenza di genere.

domenica, maggio 03, 2026

una poesia di Giovanni Papini


🔴C'È UN CANTO DENTRO DI ME
  (Giovanni Papini) 

C'è un canto dentro di me
che non potrà mai uscire dalla mia bocca -
che la mia mano non saprà scrivere
sopra nessun pezzo di carta. 

C'è un canto dentro di me
che devo ascoltare io solo -
che devo soffrire e sopportare
soltanto io. 

C'è un canto chiuso nelle mie vene
come gli adagi celestiali
nelle canne argentate degli organi
- c'è un canto che non fiorirà
come la radice del giaggiolo
sepolta sotto la frana. 

C'è un canto dentro di me
che resterà sempre dentro di me. 
Se questo canto uscisse
dal mio cuore
romperebbe il mio cuore. 
Se questo canto fosse scritto
dalla mia mano
nessun'altra parola più
potrebbe scrivere la mia mano. 

Questo canto non sarà detto
che nell'ultima ora della mia vita;
questo canto sarà il principio
d'una felice agonia. 

C'è un canto dentro di me
che non può uscire fuori di me
perché non furono ancor
create le parole necessarie. 
Un canto senza misura e senza tempo;
senza ritmo e senza leggi. 

Un canto che non può adagiarsi
in nessuna forma
e che spezzerebbe qualunque linguaggio. 
Un canto che nessuno potrebbe ascoltare
senza che la sua anima fosse
sgomenta dalla sorpresa
e ricolorata da un altro sole. 

Un canto più respirato che detto,
più presentito che manifestato:
suono di luci, raggio d'accordi. 
Un canto che non desidera
nessuna musica
perché sarebbe più melodioso
d'ogni strumento conosciuto. 

Dentro il mio cuore così grande
che a giorni contiene l'universo
questo canto è così grande
che ci sta a gran fatica.
Nei minuti più angosciosi della vita
questo canto vorrebbe traboccare
dal mio cuore troppo stretto
come il pianto dagli occhi
di chi piange se stesso. 

Ma lo respingo e lo ringhiotto
perché insieme a lui
anche il sangue del mio cuore
traboccherebbe con la stessa furia voluttuosa.
Lo rinchiudo in me stesso
perché non voglio ancora morire. 
Son la vittima docile
di questo canto divino e omicida. 

Debbo serrare il cuore
come la porta di un carcere
e soffocare i suoi battiti soprumani
come tanti rimorsi.
Ed essere, con tutta la mia tenerezza,
il feroce a cui non s'accostano i deboli. 

Perché il mio canto sarebbe
uno spaventoso canto d'amore
e quest'amore brucerebbe
tutto quello che tocca. 
L'amore che riscalda soltanto
è appena tiepido
ma il vero amore nel medesimo soffio
bacia e distrugge. 

Quest'amore sarebbe così splendente
d'infocata bramosia che in quel giorno
la terra illuminerebbe il sole
e la mezzanotte sarebbe più ardente
del più bruciato meriggio.
Ma io non canterò mai
questo terribile canto che mi consuma senza che nessuno abbia compassione del mio tormento. 

Non canterò questo canto meraviglioso
che la mia paura rinnega
e che fa tremare la mia debolezza.
Non canterò questo canto
perché nessuno potrebbe sostenerne
l'infinita, la straziante, la dolorosa dolcezza.

martedì, aprile 21, 2026

ORIANA FALLACI . INTERVISTA A KOMEINI - 1979

*. L’intervista a Khomeini  qui sotto, è stata  pubblicata sul Corriere della Sera il 26 settembre 1979, ed era preceduta da una lunga introduzione-racconto che potete leggere qui 

L'INTERVISTA

ORIANA FALLACI: Imam Khomeini *, l’intero Paese è nelle sue mani: ogni sua decisione è un ordine. Così sono molti coloro che ormai dicono: in Iran non c’è libertà, la rivoluzione non ha portato la libertà. RUHOLLAH KHOMEINI: «L’Iran non è nelle mie mani, l’Iran è nelle mani del popolo perché è stato il popolo a consegnare il Paese a chi è suo servitore e vuole il suo bene. Lei ha ben visto che dopo la morte dell’ayatollah Talegani la gente si è riversata nelle strade a milioni senza la minaccia delle baionette. Questo significa che c’è libertà. Significa anche che il popolo segue soltanto gli uomini di Dio. E questa è libertà».

Mi permetta di insistere, Imam Khomeini, di spiegarmi meglio. Intendo dire che oggi in Persia molti la definiscono un dittatore. Anzi il nuovo dittatore, il nuovo padrone. Cosa mi risponde: che ciò le dispiace o che la lascia indifferente?
«Da una parte mi dispiace, sì, mi dà dolore, perché è ingiusto e disumano chiamarmi dittatore. Dall’altra invece non me ne importa nulla perché so che certe cattiverie rientrano nel comportamento umano e vengono dai nostri nemici. Con la via che abbiamo intrapreso, una via che va contro gli interessi delle superpotenze, è normale che i servi dello straniero mi pungano col loro veleno e mi lancino addosso ogni sorta di calunnie. Né mi illudo che Paesi abituati a saccheggiarci e a mangiarci si mettano lì zitti e tranquilli. Oh, i mercenari dello Scià dicono tante cose: anche che Khomeini ha ordinato di tagliare i seni alle donne. Dica, lei che è qui: le risulta che Khomeini abbia commesso una simile mostruosità, che abbia tagliato i seni alle donne?».

No, questo non mi risulta, Imam. Però lei fa paura alla gente. E anche questa folla che la invoca fa paura. Ma cosa prova a sentirli gridare così, giorno e notte, sapere che se ne stanno lì in piedi per ore a farsi pestare, a soffrire, per vederla un istante e inneggiarla?
«Ne godo. Io godo quando li ascolto e li vedo. Perché sono gli stessi che si sono sollevati per cacciare i nemici interni ed esterni, perché il loro applauso è la continuazione del grido con cui cacciarono l’usurpatore, perché è bene che continuino a bollire così. I nemici non sono scomparsi. Finché il Paese non si assesta bisogna che restino accesi, pronti a marciare e attaccare di nuovo. E poi il loro è amore, amore intelligente. Non si può non goderne».

Amore o fanatismo, Imam? A me sembra fanatismo e del genere più pericoloso, cioè quello fascista. Infatti non sono pochi coloro che oggi vedono in Iran una minaccia fascista o addirittura sostengono che si sta già consolidando un fascismo in Iran.
«No, il fascismo non c’entra, il fanatismo non c’entra. Io ripeto che gridano così perché mi amano. E mi amano perché sentono che voglio il loro bene, che agisco per il loro bene, cioè per applicare i comandamenti dell’Islam. L’Islam è giustizia, nell’Islam la dittatura è il più grande dei peccati: fascismo e islamismo sono due contraddizioni inconciliabili, il fascismo si verifica da voi in Occidente, non tra i popoli di cultura islamica».

Forse non ci comprendiamo sul significato della parola fascismo, Imam. Io parlo del fascismo come fenomeno popolare, cioè come lo avevamo noi in Italia quando le folle applaudivano Mussolini come qui applaudono lei. E gli obbedivano come qui obbediscono a lei.
«No. Perché la nostra massa è una massa musulmana, educata dal clero, cioè da uomini che predicano la spiritualità e la bontà, il fascismo qui sarebbe possibile solo se tornasse lo Scià, cosa da escludere, oppure se venisse il comunismo. Sì, quello che dice lei potrebbe verificarsi soltanto se venisse il comunismo. Gridare per me significa amare la libertà e la democrazia».

L’Islam anti libertà dell’Imam Khomeini: «Le donne giovani e perbene vestono il chador»

10 marzo 1979: un gruppo di donne iraniane protesta nelle strade di Teheran contro l’imposizione del velo decisa dall’ayatollah Khomeini al termine della rivoluzione islamica di febbraio (Bettmann/GettyImages)

Allora parliamo di libertà e di democrazia, Imam. E facciamolo così. In uno dei suoi primi discorsi a Qom lei disse che il nuovo governo islamico avrebbe garantito libertà di pensiero e di espressione a tutti, compresi i comunisti e le minoranze etniche. Ma questa promessa non è stata mantenuta e ora lei definisce i comunisti «Figli di Satana», i capi delle minoranze etniche in rivolta «Male sulla Terra».
«Lei prima afferma e poi pretende che io spieghi le sue affermazioni. Addirittura pretenderebbe che io permettessi le congiure di chi vorrebbe portare il Paese all’anarchia e alla corruzione: come se la libertà di pensare e di esprimersi fosse libertà di complottare e corrompere. Quindi rispondo: per più di cinque mesi ho tollerato, abbiamo tollerato, coloro che non la pensavano come noi. Ed essi sono stati liberi, assolutamente liberi, di fare tutto ciò che volevano, godersi in pieno le libertà che gli concedevamo. Attraverso il signor Bani Sadr, qui presente, ho perfino invitato i comunisti a dialogare con noi. Ma in risposta essi hanno bruciato i raccolti di grano, hanno dato fuoco alle urne degli uffici elettorali, e con armi e fucili hanno reagito alla nostra offerta di dialogare. Infatti sono stati loro a riesumare il problema dei Curdi. Così abbiamo capito che approfittavano della nostra tolleranza per sabotarci, che non volevano la libertà ma la licenza di sovvertire, e abbiamo deciso di impedirglielo. E quando abbiamo scoperto che ispirati dall’ex regime e da forze straniere essi miravano alla nostra distruzione anche con altri complotti e altri mezzi, li abbiamo messi a tacere per prevenire altri guai».

Chiudendo i giornali di opposizione, ad esempio. In quel discorso di Qom lei aveva anche detto che essere moderni significa formare uomini che abbiano diritto di scegliere e di criticare. Però il giornale Ajadegan, liberale, è stato chiuso. E cosi tutti i giornali di sinistra.
«Il giornale Ajadegan faceva parte della congiura di cui parlavo. Aveva rapporti coi sionisti, da loro prendeva suggerimenti per colpire la patria e il Paese. Lo stesso tutti i giornali che il Procuratore generale della Rivoluzione ha giudicato sovversivi e ha chiuso. Giornali che attraverso una falsa opposizione miravano a restaurare l’antico regime e a servire lo straniero. Li abbiamo zittiti perché si sapesse chi erano e a che cosa miravano. E questo non è contro la libertà. Si fa ovunque».

No, Imam. E, in ogni caso, come può definire «nostalgici dello Scià» coloro che contro lo Scià si sono battuti, che da lui sono stati perseguitati e arrestati e torturati? Come può definirli nemici, come può negare spazio e diritto di esistere a una sinistra che ha tanto combattuto e sofferto?
«Nessuno di loro ha combattuto e sofferto. Semmai hanno sfruttato per i loro scopi il dolore del popolo che combatteva e soffriva. Lei non è bene informata: buona parte della sinistra cui allude era all’estero durante il regime imperiale, ed è tornata soltanto dopo che il popolo aveva cacciato lo Scià. Un altro gruppo stava qui, è vero, nascosto nei suoi covi clandestini e nelle sue case, e soltanto dopo che il popolo ha dato il suo sangue sono usciti per servirsi di quel sangue. Ma finora non è successo nulla che limitasse la loro libertà».

Scusi, Imam: voglio essere certa d’aver capito bene. Lei afferma che la sinistra non ha avuto niente a che fare con la cacciata dello Scià. Neanche la sinistra che ha dato tanti arrestati, tanti torturati, tanti assassinati. Né i vivi né i morti, a sinistra, contano nulla.
«Non hanno contribuito a nulla. Non hanno servito in nessun senso la rivoluzione. Alcuni hanno lottato, sì, ma per le loro idee e basta, i loro scopi e basta, i loro interessi e basta. Non hanno pesato per niente sulla vittoria, non vi hanno portato niente. Non hanno avuto nessun rapporto col nostro movimento, non hanno esercitato nessuna influenza su di esso. No, le sinistre non hanno mai collaborato con noi: ci hanno messo i bastoni fra le ruote e basta. Durante il regime dello Scià erano contro di noi quanto e come lo sono ora, e a tal punto che la loro ostilità nei nostri confronti superava quella dello Scià: era molto più profonda, il nostro è sempre stato un movimento islamico, e le sinistre sono sempre state contro di esso: non a caso l’attuale complotto ci viene da loro. E il mio punto di vista è che non si tratti nemmeno di una sinistra vera ma di una sinistra artificiale, voluta dagli americani».

Una sinistra made in Usa, Imam?!
«Sì, partorita e sostenuta dagli americani per lanciare calunnie contro di noi e sabotarci e distruggerci».

Dunque quando lei parla del popolo, Imam, si riferisce a un popolo legato esclusivamente al movimento islamico. Ma secondo lei questa gente che si è fatta ammazzare a migliaia, decine di migliaia, è morta per la libertà o per l’Islam?
«Per l’Islam, il popolo si è battuto per l’Islam. E l’Islam significa tutto: anche ciò che nel suo mondo viene definito libertà, democrazia. Sì, l’Islam contiene tutto. L’Islam ingloba tutto. L’Islam è tutto».

A questo punto, Imam, devo chiederle che cosa intende per libertà.
«La libertà... Non è facile definire questo concetto. Diciamo che la libertà è quando si può scegliere le proprie idee e pensarle quanto si vuole, senza essere costretti a pensarne altre, e alloggiare dove si vuole, ed esercitare il mestiere che si vuole».

Capisco... Pensare, dunque, non esprimere e materializzare quello che si pensa. E per democrazia cosa intende, Imam? Pongo questa domanda con particolare curiosità perché nel referendum repubblica o monarchia lei ha proibito l’espressione Repubblica Democratica Islamica. Ha cancellato la parola «democratica» e ha detto: «Non una parola di più, non una parola di meno». Risultato, le masse che credono in lei pronunciano la parola democrazia come se fosse una parolaccia. Cos’è che non va in questo vocabolo che a noi occidentali sembra tanto bello?
«Per incominciare, la parola Islam non ha bisogno di aggettivi come l’aggettivo democratico. Proprio perché l’Islam è tutto, vuol dire tutto. Per noi è triste mettere un’altra parola accanto alla parola Islam che è perfetta. Se vogliamo l’Islam, che bisogno c’è di specificare che vogliamo la democrazia? Sarebbe come dire che vogliamo l’Islam e che bisogna credere in Dio. Poi questa democrazia a lei tanto cara e secondo lei tanto preziosa non ha un significato preciso. La democrazia di Aristotele è una cosa, quella dei sovietici è un’altra, quella dei capitalisti un’altra ancora. Non possiamo quindi permetterci di infilare nella nostra Costituzione un concetto così equivoco. Infine ecco quello che intendo per democrazia: le do un esemplo storico. Quando Alì divenne successore del Profeta e capo dello Stato Islamico, e il suo regno andava dall’Arabia Saudita all’Egitto, e comprendeva gran parte dell’Asia e anche dell’Europa, e questa confederazione aveva tutto il potere, gli accadde di avere una divergenza con un ebreo. E l’ebreo lo fece chiamare dal giudice. E Alì accettò la chiamata del giudice. E andò. E vedendolo entrare il giudice si alzò in piedi, ma Alì gli disse adirato: “Perché ti alzi quando entro io e non quando entra l’ebreo? Davanti al giudice i due contendenti devono esser trattati nell’identico modo!”. Poi si sottomise alla sentenza che gli fu contraria. Chiedo a lei che ha viaggiato e conosce ogni tipo di governo e la storia: può fornirmi un esempio di democrazia migliore?».

Imam, democrazia significa molto di più. E questo lo dicono anche i persiani che come noi stranieri non capiscono dove vada a parare la sua Repubblica Islamica.
«Se voi stranieri non capite, peggio per voi. Tanto la faccenda non vi riguarda: non avete nulla a che fare con le nostre scelte. Se non lo capiscono certi iraniani, peggio per loro. Significa che non hanno capito l’Islam».

L’Islam anti libertà dell’Imam Khomeini: «Le donne giovani e perbene vestono il chador»

Una ragazza iraniana senza velo fa il segno di vittoria in una manifestazione a Teheran del 1° ottobre 2022 dopo la morte a metà settembre della giovane Mahsa Amini, detenuta dalla polizia islamica (Anonymous / Middle East Images / Middle East Images via AFP)

Però hanno capito il dispotismo che oggi viene esercitato dal clero, Imam. Nella stesura della nuova Costituzione l’Assemblea degli Esperti ha passato un articolo, il Quinto Principio, secondo cui il capo del Paese dovrà essere la suprema autorità religiosa, cioè lei, e le decisioni definitive dovranno essere prese soltanto da coloro che conoscono bene il Corano, cioè dal clero. Ciò non significa che, per Costituzione, la politica continuerà ad essere fatta dai preti e basta?
«Questa legge che il popolo ratificherà non è affatto in contraddizione con la democrazia. Poiché il popolo ama il clero, ha fiducia nel clero, vuol essere guidato dal clero, è giusto che la massima autorità religiosa sovrintenda l’operato del primo ministro o del presidente della Repubblica per impedire che sbaglino e che vadano contro la legge, cioè contro il Corano. O la massima autorità religiosa o un gruppo rappresentativo del clero. Ad esempio cinque Saggi dell’Islam, capaci di amministrare la giustizia secondo l’Islam».

Allora occupiamoci della giustizia amministrata dal clero. Parliamo delle cinquecento fucilazioni che dopo la vittoria sono state eseguite in Iran. Lei approva il modo sommario in cui vengono celebrati questi processi senza avvocato e senza appello?
«Evidentemente voi occidentali ignorate chi erano coloro che sono stati fucilati, o fingete di ignorarlo. Si trattava di persone che avevano partecipato ai massacri nelle strade e nelle piazze, oppure di persone che avevano ordinato massacri, oppure di persone che avevano bruciato case, torturato, segato gambe e braccia durante gli interrogatori. Sì, gente che segava da vivi i nostri giovani, oppure li friggeva su griglie di ferro. Che cosa avremmo dovuto fare di costoro: perdonarli, lasciarli andare? Il permesso di difendersi, rispondere alle accuse, noi glielo abbiamo dato: potevano replicare quel che volevano. Ma una volta accertata la loro colpevolezza, che bisogno c’era o c’è dell’appello? Scriva il contrario, se vuole, la penna ce l’ha in mano lei. Però il mio popolo non si pone le sue domande. E aggiungo: se noi non fossimo intervenuti con le fucilazioni, la vendetta popolare si sarebbe scatenata senza controllo: qualsiasi funzionario del regime sarebbe stato giustiziato. Allora altro che cinquecento: i morti sarebbero stati migliaia».

D’accordo, però io non alludevo necessariamente ai torturatori e agli assassini della Savak. Mi riferivo ai fucilati che con le colpe del regime non avevano nulla a che fare, alle persone che ancora oggi vengono giustiziate per adulterio o prostituzione od omosessualità. È giustizia, secondo lei, fucilare una povera prostituta o una donna che tradisce il marito o un uomo che ama un altro uomo?
«Se un dito va in cancrena, cosa si deve fare? Lasciare che vada in cancrena tutta la mano e poi tutto il corpo oppure tagliare il dito? Le cose che portano corruzione a un popolo intero devono essere sradicate come erbe cattive che infestano un campo di grano. Lo so, vi sono società che permettono alle donne di regalarsi in godimento a uomini che non sono loro mariti, e agli uomini di regalarsi in godimento ad altri uomini: ma la società che noi vogliamo costruire non lo permette. Nell’Islam noi vogliamo condurre una politica che purifichi la società, e perché questo avvenga è necessario punire coloro che portano il male corrompendo la nostra gioventù. Che a voi piaccia o non piaccia, non possiamo sopportare che i cattivi diffondano la loro cattiveria. Del resto, voi non fate lo stesso? Quando un ladro è ladro, non lo mettete in prigione? In molti Paesi, non giustiziate forse gli assassini? Non usate quel sistema perché, se restano liberi e vivi, infettano gli altri ed allargano la macchia della malvagità? Sì, i malvagi vanno eliminati, estirpati come erbacce. Solo estirpandoli il Paese si purificherà».

Imam, ma come è possibile mettere sullo stesso piano una belva della Savak e un cittadino che esercita la sua libertà sessuale? Prenda il caso del giovanotto che ieri è stato fucilato per sodomia...
«Corruzione, corruzione. Bisogna eliminare la corruzione».

Prenda il caso della diciottenne incinta che poche settimane fa è stata fucilata a Beshar per adulterio.
«Incinta? Bugie. Bugie come quelle dei seni tagliati alle donne. Nell’Islam non accadono queste cose. Non si fucilano le donne incinte».

Non sono bugie, Imam. Tutti i giornali persiani ne hanno parlato e alla televisione c’è stato anche dibattito perché al suo amante avevano dato solo cento frustate.
«Se è così vuol dire che meritava la pena. Io che ne so. La donna avrà fatto qualcos’altro di grave, lo chieda al tribunale che l’ha condannata. E poi basta parlare di queste cose. Mi stanca. Non sono cose importanti».

Allora parliamo dei Curdi che vengono fucilati perché vogliono l’autonomia.
«Questi Curdi che vengono fucilati non sono il popolo curdo. Sono sovversivi che agiscono contro il popolo e la rivoluzione come quello che è stato fucilato ieri e che aveva ammazzato tredici persone. Io preferirei che nessuno venisse fucilato ma quando catturano un tipo come quello e lo fucilano, ecco: ne provo grande piacere».

E quando vengono arrestati, come i cinque di stamani, perché distribuiscono manifestini comunisti?
«Se li hanno arrestati vuol dire che se lo meritavano, che erano comunisti al servizio dello straniero come i falsi comunisti che agiscono per l’America e per lo Scià. Basta. Ho detto basta parlare di queste cose».

Va bene, parliamo dello Scià. È stato lei, Imam, a ordinare che lo Scià venisse giustiziato all’estero e a dire che chiunque lo avesse fatto sarebbe stato considerato un eroe sicché se fosse rimasto ucciso nell’azione sarebbe andato in Paradiso?
«No! Io no. Perché io voglio che sia portato in Iran e processato pubblicamente per cinquant’anni di reati contro il popolo persiano, incluso il reato di tradimento e di furto di capitali. Se viene ucciso all’estero, quel denaro va perduto; se lo processiamo qui, invece, quel denaro ce lo riprendiamo. No, no, io non voglio che venga ucciso all’estero. Io lo voglio qui, qui. E perché ciò avvenga prego per la sua salute come l’ayatollah Modarrés pregava per la salute di Reza Pahlevi, il padre di questo Pahlevi, che era fuggito anche lui portandosi via un mucchio di soldi. E va da sé che eran meno di quelli che s’è portato via suo figlio».

Ma se lo Scià restituisse il denaro, la smettereste di dargli la caccia?
«Per il denaro, se davvero lo restituisse, sì: in quel senso il conto sarebbe saldato. Per il tradimento del suo Paese e dell’Islam, invece no. Come si può perdonargli il massacro del 15 Kordat, il massacro di sedici anni fa, e il massacro del Venerdì Nero, un anno fa, come si può perdonargli tutti i morti che ha lasciato dietro di sé? Soltanto se i morti resuscitassero io potrei perdonarlo accontentandomi di riavere il denaro rubato al popolo da lui e dalla sua famiglia».

E l’ordine di riportarlo in Iran, attraverso l’azione di un commando simile a quello che catturò Eichmann in Argentina, suppongo, vale solo per lo Scià o anche per la sua famiglia?
«Colpevole è colui che ha commesso il reato. Se la famiglia non ha partecipato a nessun reato, non vedo perché dovrebbe essere condannata. Appartenere alla famiglia dello Scià non è mica un crimine. Suo figlio Reza, ad esempio, non mi risulta che si sia macchiato di crimini. Quindi non ho nulla contro di lui: può rientrare in Persia quando vuole e viverci come un normale cittadino. Che venga».

Io dico che non viene. E Farah Diba?
«Per lei deciderà il tribunale».

E Ashraf?
«Ashraf è la gemellaccia dello Scià, una traditrice come lui. E per i crimini che ha commesso deve essere processata, condannata come lui».

E l’ex ministro Baktiar? Baktiar dice che tornerà al suo posto, che ha già pronto un governo con cui sostituire questo governo.
«Se Baktiar dev’essere fucilato o no, ancora non posso dirlo. Però so che dev’essere processato. Che torni, che torni: magari insieme al suo nuovo governo. Che torni, che torni: magari a braccetto del suo Scià. Cosi in tribunale ci finiscono insieme. Sì, devo ammettere che mi piacerebbe molto vedermi riportare Baktiar insieme allo Scià, mano nella mano. Lo aspetto».

A morte anche Baktiar, dunque. Imam Komeini, ma lei ha mai perdonato nessuno? Ha mai provato pietà, comprensione per qualcuno? E, visto che ci siamo, ha mai pianto?
«Io piango, rido, soffro: pensa che non sia un essere umano? Quanto al perdonare, ho perdonato la maggior parte di coloro che ci hanno fatto del male: ho concesso l’amnistia ai poliziotti, ai gendarmi, a una quantità di gente. Purché, beninteso, non avessero torturato o commesso infamie troppo gravi. Ora ho concesso perfino l’amnistia ai Curdi ribelli, e con questo penso di aver mostrato pietà. Ma per coloro di cui abbiamo discusso non c’è perdono, non c’è pietà. Ora basta. Sono stanco, basta».

La prego, Imam: devo chiederle ancora molte cose. Di questo “chador” a esempio, che mi hanno messo addosso per venire da lei e che lei impone alle donne. Mi dica; perché le costringe a nascondersi come fagotti sotto un indumento scomodo e assurdo con cui non si può lavorare né muoversi? Eppure anche qui le donne hanno dimostrato d’essere uguali agli uomini. Come gli uomini si sono battute, sono state imprigionate, torturate, come gli uomini hanno fatto la rivoluzione...
«Le donne che hanno fatto la rivoluzione erano e sono donne con la veste islamica, non donne eleganti e truccate come lei che se ne vanno in giro tutte scoperte trascinandosi dietro un codazzo di uomini. Le civette che si truccano ed escono per strada mostrando il collo, i capelli, le forme, non hanno combattuto lo Scià. Non hanno mai fatto nulla di buono quelle. Non sanno mai rendersi utili: né socialmente, né politicamente, né professionalmente. E questo perché, scoprendosi, distraggono gli uomini e li turbano. Poi distraggono e turbano anche le altre donne».

Non è vero, Imam. E comunque non mi riferisco soltanto a un indumento ma a ciò che esso rappresenta: cioè la segregazione in cui le donne sono state rigettate dopo la rivoluzione. Il fatto stesso che non possano studiare all’università con gli uomini, ad esempio, né lavorare con gli uomini, né fare il bagno in mare o in piscina con gli uomini. Devono tuffarsi a parte con il “chador”. A proposito, come si fa a nuotare con il “chador”?
«Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non vi riguardano. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene».

Molto gentile. E, visto che mi dice così, mi tolgo subito questo stupido cencio da Medioevo. Ecco fatto. Però mi dica: una donna che come me ha sempre vissuto tra gli uomini mostrando il collo e i capelli e gli orecchi, che è stata alla guerra e ha dormito al fronte con i soldati, è secondo lei una donna immorale, una vecchiaccia poco perbene?
«Questo lo sa la sua coscienza. Io non giudico i casi personali, non posso sapere se la sua vita è morale o immorale, se si è comportata bene o no coi soldati alla guerra. Però so che nella mia lunga vita ho sempre avuto conferma di quello che ho detto. Se non esistesse questo indumento, le donne non potrebbero lavorare in modo utile e sano. E nemmeno gli uomini. Le nostre leggi, sono valide leggi».

Compresa la legge che consente a un uomo di prendersi quattro mogli, Imam?
«La legge delle quattro mogli è una legge molto progressista ed è stata scritta per il bene delle donne in quanto le donne sono più numerose degli uomini: nascono più donne che uomini, le guerre uccidono più uomini che donne. Una donna ha bisogno di un uomo, e cosa dobbiamo fare visto che al mondo vi sono più donne che uomini? Preferisce che le donne in avanzo diventino puttane oppure che sposino un uomo con più mogli? Non mi sembra giusto che le donne sole diventino puttane perché mancano gli uomini. E dico: anche nelle condizioni difficili che l’Islam impone a un uomo con due o tre o quattro mogli, uguale trattamento e uguale affetto e uguale tempo, questa legge è migliore della monogamia».

Ma si tratta di leggi o usanze che risalgono a millequattrocento anni fa, Imam Khomeini! Non le pare che il mondo, nel frattempo, sia andato avanti? In osservanza a quelle leggi, lei ha riesumato perfino il divieto della musica e dell’alcool. Mi spieghi: perché bere un bicchiere di vino o di birra quando si ha sete o si mangia è peccato? E perché ascoltare la musica è peccato? I nostri preti bevono e cantano. Anche il Papa. Ciò significa che il Papa è un peccatore?
«Le regole dei vostri preti non mi interessano. L’Islam proibisce le bevande alcooliche e basta. Le proibisce in modo assoluto perché fanno perdere la testa e impediscono di pensare in modo sano. Anche la musica appanna la mente, perché porta in sé godimenti ed estasi uguali alla droga. La vostra musica, intendo. Di solito essa non esalta lo spirito: lo addormenta. E distrae i nostri giovani che ne risultano avvelenati e non si preoccupano più del loro Paese».

Anche la musica di Bach, Beethoven, Verdi?
«Chi sono questi nomi non lo so. Se non appannano la mente non saranno vietati. Alcune delle vostre musiche non sono vietate: ad esempio le marce e gli inni per marciare. Noi vogliamo musiche che ci esaltino come le marce, che facciano muovere i giovani anziché paralizzarli, che li inducano a preoccuparsi del loro Paese. Sì, le vostre marce sono permesse».
Imam Khomeini, lei si esprime sempre in termini molto duri verso l’Occidente. Da ogni suo giudizio su noi si conclude che lei ci vede come campioni di ogni bruttezza, di ogni perversità. Eppure l’Occidente l’ha accolta in esilio e molti dei suoi collaboratori hanno studiato in Occidente. 

Non le pare che ci sia anche qualcosa di buono in noi?
«Qualcosa c’è, c’è. Ma quando siamo stati morsi dal serpente temiamo anche uno spago che assomigli da lontano a un serpente. E voi ci avete morso troppo. E troppo a lungo. In noi avete sempre visto un mercato e basta, a noi avete sempre esportato le cose cattive e basta. Le cose buone, come il progresso materiale, ve le siete tenute per voi. Sì, abbiamo ricevuto tanto male dall’Occidente, tante sofferenze, e ora abbiamo tutti i motivi per temere l’Occidente, impedire ai nostri giovani di avvicinarsi all’Occidente e farsi ulteriormente influenzare dall’Occidente. No, non mi piace che i nostri giovani vadano a studiare in Occidente dove vengono corrotti dall’alcool, dalla musica che impedisce di pensare, dalla droga, e dalle donne scoperte. Senza contare che i nostri giovani non li trattate come i vostri in Occidente. Perché gli regalate subito un diploma anche se sono ignoranti».

Sì, Imam, però anche l’aereo sul quale è tornato in patria è un prodotto dell’Occidente. Anche il telefono con cui comunica da Qom, anche la televisione con cui si rivolge al Paese così spesso, anche questo condizionatore d’aria che le permette di starsene al fresco nella calura del deserto. Se siamo così corrotti e così corruttori, perché usa i nostri strumenti di male?
«Perché queste sono le cose buone dell’Occidente. E non ne abbiamo paura e le usiamo. Noi non temiamo la vostra scienza e la vostra tecnologia, temiamo le vostre idee e i vostri costumi, il che significa che vi temiamo politicamente, socialmente. E vogliamo che il Paese sia nostro, vogliamo che non interferiate più nella nostra politica e nella nostra economia e nelle nostre usanze e nelle nostre faccende. E d’ora in avanti andremo contro chiunque ci proverà, a destra e a sinistra, di qua e di là. E ora basta. Via, via».

Un’ultima domanda, Imam. In questi giorni che ho trascorso in Iran io ho visto molto scontento, molto disordine, molto caos. La rivoluzione non ha portato i buoni frutti che aveva promesso. Il Paese naviga in acque oscure e c’è chi vede molto buio per l’Iran. C’è addirittura chi vede maturare, sia pure in un futuro non immediato, i presupposti d’una guerra civile o d’un colpo di Stato. Che cosa mi risponde?
«Questo le rispondo: noi siamo un bambino di sei mesi. La nostra rivoluzione ha soltanto sei mesi. Ed è una rivoluzione che è avvenuta in un Paese mangiato dalle disgrazie come un campo di grano infestato dalle cavallette: siamo all’inizio della nostra strada. E cosa volete da un bambino di sei mesi che nasce in un campo di grano infestato dalle cavallette, dopo duemilacinquecento anni di cattivo raccolto e cinquanta anni di raccolto velenoso? Quel passato non si può cancellare in pochi mesi, e neanche in pochi anni. Abbiamo bisogno di tempo. Chiediamo tempo. E lo chiediamo soprattutto a coloro che si definiscono comunisti o democratici o diosacché. Sono loro che non ci danno tempo. Sono loro che ci attaccano e mettono in giro chiacchiere su guerre civili e colpi di Stato che non accadranno perché il popolo è unito. Sono loro che aumentano il caos. Loro, ripeto, che si definiscono comunisti o democratici e diosacché. E con ciò la saluto. Addio. Insciallah».

* Nel testo originale, Oriana Fallaci utilizza la grafia KOMEINI, da noi cambiata in KHOMEINI seguendo quella oggi maggiormente in uso sulla stampa italiana e internazionale

© Corriere della Sera
Tratto da Oriana Fallaci, Intervista con il Potere, Rizzoli, Milano 2009

© 2018 Mondadori Libri S.p.A., Milano / BUR Rizzoli

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