lunedì, febbraio 16, 2026

Menomale che Rushdie c'è

EFFETTO RUSHDIE 
Per i suoi "Versi satanici' nel 1988 l'ayatollah Khomeini invocò per Salman Rushdie  "la morte dolorosa" . Ci furono poche vere manifestazioni di solidarietà da parte di scrittori e intellettuali. Con una punta di provocatoria e consapevole baldanza, dichiarò che "la libertà di espressione cessa di esistere senza la libertà di offendere".  Nell'agosto del 2022  è sopravvissuto alle furiose coltellate di un fanatico, in un anfiteatro di Chautauqua nello stato di New York.  Gli hanno dato la caccia ma lui resiste in una lotta estrema e minoritaria per la libertà d'espressione

Pierluigi Battista su Il Foglio del 14 febbraio 2026

Meno male che Salman Rushdie c'è. Meno male che è scampato - sia pur con un occhio in meno e il corpo devastato - alle furiose coltellate di un fanatico che nell'agosto del 2022, in un anfiteatro di Chautauqua nel nord dello stato di New York, voleva dare compimento con trentaquattro anni di ritardo alla fatwa omicida di Khomeini nei confronti del blasfemo autore dei Versi satanici. Per fortuna in tutti questi anni, braccato e maledetto, lo spirito combattivo di Rushdie ha fieramente resistito. Per fortuna continua la sua battaglia uno scrittore che ha fatto della libertà d'espressione un valore assoluto e non negoziabile secondo convenienze e appartenenze. Meno male che Rushdie sia uno dei pochi a non farsi sommergere dall'ipocrisia di chi - in Italia ne abbiamo a bizzeffe, e sono tra i più ciarlieri e prepotenti - invoca la libertà per sé e per la propria tifoseria e la censura per gli altri. Meno male, ora è uscita la traduzione in Italia dei saggi di Rushdie, Linguaggi della verità (Mondadori): l'uscita di ogni suo libro è una boccata d'ossigeno e di libertà e in queste pagine Rushdie, lo ha ricordato sulla Lettura del Corriere della Sera Vanni Santoni, non manca nemmeno la libertà di aneddoti molto compromettenti per la sua famiglia: "Il nonno che si dava arie da saggio e si rivelò pedofilo e uno zio che collaborava con i servizi segreti pakistani che coprirono Osama Bin Laden". 

Rushdie non avrebbe certo desiderato diventare il simbolo della libertà martirizzata dal fanatismo e dal terrorismo ideologico e religioso. Ma quando nel 1988 l'ayatollah Khomeini invocò "la morte dolorosa" ("dolorosa", sottolineato) del blasfemo autore dei Versi satanici cominciò subito una spaventosa caccia all'uomo con punte di sadismo e - questo è il terreno della vergogna e dell'omertà - con poche vere manifestazioni di solidarietà da parte degli scrittori e degli intellettuali indotti dalla paura a non mettersi contro i potenti. I potenti veri, quelli dediti all'assassinio politico e all'annichilimento anche fisico di ogni dissidente. Nelle piazze islamiche incandescenti di odio per il Nemico, si accesero falò con il libro anatemizzato. Sui cartelli che raffiguravano Rushdie in sembianze diaboliche si incitava all'annientamento dello scrittore storpiandone il nome: "Impiccate Satan Rushdie". Khamenei, in questi ultimi mesi il carnefice numero uno dei manifestanti di Teheran, proclamò: "La freccia nera del castigo 
sta  per conficcarsi nel cuore di questo blasfemo bastardo". Il prezzo della taglia milionaria garantita per chi fosse stato in grado di scovare il rifugio di Rushdie aumentò da subito vertiginosamente. Il traduttore giapponese dei Versi satanici venne sgozzato. Quello norvegese accoltellato. Quello italiano, Ettore Capriolo, fu ritrovato miracolosamente vivo in una pozza di sangue, massacrato dalle pugnalate: da quel momento ha lasciato il mestiere di traduttore. Ma la libertà d'espressione, appunto, non godeva di grande favore, anche se non ai livelli miserevoli in cui è ridotta adesso, soffocata nella tenaglia di una doppia censura di opposti, della destra trumpiana da una parte e della sinistra immersa nell'oscurantismo woke dall'altra. 

In quell'anno l'allora principe Carlo si mostrò molto riluttante a spendere denaro monarchico per scorte e alloggi segreti a favore di uno scrittore minacciato di morte che aveva, a suo principesco avviso, offeso la religione (anche se, anni dopo, la saggia regina Elisabetta nominerà Rushdie baronetto). Cat Stevens, autore in passato di una canzone meravigliosa come Father and Son, diventato ("reincarnatosi", ha detto lui in estasi mistica) Yusuf Islam dopo la conversione, dichiarò di essere "disposto a chiamare gli squadroni della morte, se solo avesse saputo dove si trovava quel blasfemo". Lo storico Hugh Trevor-Roper, fresco di reputazione irrimediabilmente macchiata per avere perorato la causa dell'autenticità dei diari dí Hitler rivelatisi una patacca, non si risparmiò nell'abiezione adulatoria verso i carnefici: "Non verserei una lacrima se qualche musulmano inglese lo aspettasse ín un angolo buio per insegnargli le buone maniere". Al coro dei complici della fatwa si accodarono la femminista Germaine Greer, Roald Dahl (le cui opere sono ora purgate dalla follia della cancel culture: ben gli sta, postumo), persino Jimmy Carter e buona parte degli esponenti più in vista dei Conservatori inglesi.  

Per fortuna a questa ondata di umiliante sottomissione ai mandanti di un assassinio si ribellò una pattuglia agguerrita di intellettuali decisi a difendere in tutto il mondo la libertà d'espressione come valore universale violentemente messo in discussione dal fanatismo integralista: da Martin Amis a Christopher Hitchens, da Umberto Eco a Ian McEwan, da Susan Sontag a Paul Auster e pochi altri. Stephen King avvertì bruscamente le catene di librerie che avrebbe ritirato tutte le copie dei suoi bestseller se avessero messo in pratica la decisione di togliere dagli scaffali l'opera di Rushdie per inchinarsi al diktat degli ayatollah: "Se non vendete i Versi satanici non venderete Stephen King". La minaccia funzionò. Anche se l'offensiva dei fanatici era potente e pervasiva. Persino il premio Nobel per la letteratura, l'egiziano Nagib Mahfuz, già messo all'indice dagli integralisti che avevano considerato come "vilipendio all'Islam" meritevole di "dolorose" punizioni il romanzo Il rione dei ragazzi, ebbe qualche esitazione a venire in soccorso dell'amico Rushdie. Nel 1994 però, la "dolorosa" punizione violenta arrivò anche per l'ottantaduenne Mahfuz, colpito più volte alla gola con un coltello (sempre un coltello, un pugnale, un oggetto acuminato) in una strada del Cairo. "Terrorismo culturale", lo definì Rushdie. Ma alla fine Mahfuz si unì a un centinaio di scrittori e intellettuali musulmani che si erano schierati con un libro interamente dedicato allo scrittore braccato, For Rushdie: un atto di coraggio che nell'occidente dove non si rischiava nulla non venne nemmeno indicato come esempio. 

Se sulle librerie funzionò bene la minaccia di King, ebbe meno risultati la battaglia di Rushdie, negli anni e decenni successivi, a favore della libertà d'espressione. Dopo la carneficina islamista dei vignettisti di Charlie Hebdo nel gennaio del 2015, Rushdie si fece promotore con il Pen club degli Stati Uniti di un riconoscimento, il "Centenary Courage Award", come premio e omaggio al settimanale che aveva osato, dopo aver peraltro pubblicato vignette molto caustiche e corrosive sulla religione cristiana e su quella ebraica, mettere in copertina un disegno decisamente irriverente su Maometto. Ma molti autori, lo ricorda lo stesso Rushdie in Knife (Mondadori) - il racconto dei giorni che seguirono l'accoltellamento per mano del fanatico musulmano nel 2022 - giudicarono quella scelta "islamofobica e statalista": "C'era stata una bella baruffa. Alcune amicizie si erano interrotte, e lo dico per esperienza diretta, perché pensavo, e penso tuttora, che la scelta di non solidarizzare con i nostri colleghi massacrati dai terroristi islamisti per aver disegnato delle vignette sia indice di confusione morale". "Il terrore non deve terrorizzarci. La violenza non deve fermarci. La lutte continue. La lotta continua", disse in una cerimonia dove non era presente la principale avversaria del riconoscimento a Charlie Hebdo, la scrittrice Joyce Carol Oates. Ma il terrore terrorizzava allora e continua a terrorizzare, la violenza fermava e continua a fermare molti scrittori che hanno accettato volentieri, e con spirito di branco addomesticato, la soggezione, il silenzio, l'omertà, la condizione di procedere con la "lingua tagliata", secondo la celebre immagine di Elias Canetti, per non essere accusati di quella autentica impostura intellettuale chiamata "islamofobia" (per cui in Francia venne scaraventata sul banco degli imputati persino Oriana Fallaci). E del resto, proprio a pochi giorni dal massacro di Charlie Hebdo, con i corpi dei vignettisti crivellati dalle fucilate dei kalashnikov islamisti, Papa Francesco annunciò che non ci sarebbe stato nulla di cui stupirsi o indignarsi se qualcuno avesse deciso di reagire con un "pugno" a chi si fosse permesso di insultare la propria madre. Ma Rushdie tenne duro, allora e negli anni successivi, fino a dichiarare con una punta di provocatoria e consapevole baldanza che "la libertà di espressione cessa di esistere senza la libertà di offendere" e persino di "essere offesi". Una visione molto radicale (e rara in un mondo intellettuale incline alla censura preventiva di opinioni considerate "offensive") che vede nella libertà d'espressione la linfa vitale delle società aperte e non asfissiate da un Dogma indiscutibile. Un oltranzismo della libertà che ha indotto Rushdie a non retrocedere nemmeno in battaglie controverse e minoritarie. Come quando, in un'intervista alla Bild, Rushdie dopo il pogrom del 7 ottobre prese di mira i "giovani progressisti" il cui odio per Israele sconfinava nella simpatia per Hamas. "E' assolutamente giusto che le persone di tutto il mondo siano profondamente angosciate da ciò che sta accadendo a Gaza". Ma "vorrei solo che alcuni manifestanti menzionassero Hamas, perché è da lì che è iniziato tutto" e prendessero le distanze da una "organizzazione terroristica": è "molto strano che giovani studenti e attivisti progressisti sostengano un gruppo terroristico fascista" e un regime come quello imposto da Hamas a Gaza, identico a quello dei talebani, dove era sconosciuta ogni forma di libertà, di dissenso, di critica, di eguaglianza tra uomo e donna, di riconoscimento minimo dei diritti degli omosessuali. 

Nel disorientamento delle democrazie liberali, le minacce alla libertà e le giustificazioni più pretestuose per la sua limitazione, ha sostenuto Rushdie, sono partite dai luoghi dove meno te le saresti aspettate. In una lettera aperta a Harper's Magazine, ispirata da Salman Rushdie e sottoscritta da 150 intellettuali nel 2020 tra cui Margaret Atwood, J.K Rowling, Ian Buruma, Martin Amis, Anne Applebaum, Jeffrey Eugenides, si affermava che "le potenti proteste per la giustizia sociale e razziale" non devono e non possono trasformare "la resistenza in un brand dogmatico e coercitivo" senza capovolgersi nel suo contrario e soprattutto a scapito della libertà d'espressione. "Il libero scambio di informazioni e idee sta diventando sempre più limitato" e la censura, diceva la lettera, si sta diffondendo ampiamente in tutta la cultura attraverso la pratica del "public shaming", la "gogna pubblica", con il rischio di semplificare brutalmente e in modo intollerante la discussione culturale nel nome di una "accecante certezza morale". E così concludeva la lettera, anche con accenti disperati: "Le cattive idee si sconfiggono attraverso la loro esposizione, l'argomentazione e la persuasione, non cercando di zittire o allontanarle. Rifiutiamo qualsiasi falsa scelta tra giustizia e libertà. L'una senza l'altra non possono esistere". 

Un concetto che Rushdie ribadirà nel suo libro Knife in cui si descrive la progressiva atrofia della libertà d'espressione come un Armageddon finale tra due fanatismi contrapposti. La parola "libertà" era diventata un "campo minato", secondo Rushdie: "Da quando i conservatori avevano cominciato ad appropriarsene, liberal e progressisti la stavano pian piano abbandonando, in favore di nuove definizioni del bene secondo le quali la gente non avrebbe più il diritto di mettere in discussione i nuovi dogmi. In quest'ottica la protezione dei diritti dovrebbe avere la precedenza sulla libertà di parola". Ma "il progressivo allontanamento dai principi del Primo emendamento ha lasciato che questa pregevole parte della Costituzione americana cadesse nelle mani della destra che si è impadronita del Primo emendamento per mentire, insultare, calunniare". Non è facile resistere a questa duplice ondata di tentazioni censorie, ma Rushdie si aggrappa al testo esplicito e luminoso del Primo emendamento come a una scialuppa di salvataggio: "Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o della stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti". Un testo chiaro, che non ammette deroghe, in cui Rushdie si è orientato come in una bussola mentale e morale anche prima della fatwa khomeinista. Anche nel romanzo I figli della mezzanotte, che nel 1981 lo ha reso celebre in tutto il mondo: un trionfo dell'immaginazione, del simbolismo magico, perfino delle allucinazioni oniriche dove però non si nascondeva il prezzo enorme dell'intolleranza tra indù e musulmani esplosa con la Dichiarazione d'indipendenza dell'India: undici milioni di esseri umani trascinati nel vortice di un doppio esodo apocalittico, un milione di morti, territori ancora contesi e bagnati di sangue. Rushdie nasce culturalmente, assieme all'indipendenza dell'India, nel culto della libertà d'espressione: meno male che Rushdie c'è.

venerdì, gennaio 30, 2026

Giudea e Samaria nei Vangeli prima della questione Cisgiordania e coloni.


Lettera di Yosef Ben Hektor


La propaganda pro-Pal mette le mani sulla dottrina cattolica e dipinge un Gesù palestinese perseguitato dagli ebrei. Ma Gesù era ebreo e i Vangeli sono quasi tutti ambientati a Gerusalemme, in Giudea e Samaria, terre di Israele da sempre.

Salve Dame Devorah,

Recentemente ho scritto dell’ignoranza generalizzata, che impera e domina sulle coscienze degli improvvidi manifestanti pro-pal, ma anche di giornalisti, scrittori e dei cosiddetti intellettuali che dall’alto della loro incultura indulgono comunque nel pontificare e arringare le folle ignare e impenitenti. 

Pertanto, mi sembrava giusto, dare qualche spunto di riflessione, partendo dall’asse incontrovertibile che Yeshua (Gesù) fosse ebreo, di madre ebrea; Miriam (Maria) era di stirpe davidica, ossia discendente da Re David, a sua volta discendente dalla tribù di Yehudah (Giuda) - da cui prende il nome la regione Judea (Giudea); oggi mistificata e millantata come territori occupati, nei resoconti giornalistici e da libri scritti da militanti pro-pal e comunisti. 

I territori, erroneamente e con dolo, definiti “occupati”, sono insieme alla Samaria, regioni israelite/ebraiche, fin dalla notte dei tempi, narrate nel Testo biblico e occupate si, ma dagli arabi. (vedi anche l'editoriale di Deborah Fait di ieri, ndr) 

Infatti in questi territori Arafat fece confluire famiglie di arabi egiziani, siriani, giordani, libanesi, e da lì creò il falso storico di una terra araba occupata da Israele, pretendendo che perfino Gerusalemme, capitale israelita dal X secolo a.C., appartenesse all’islam. 

In realtà l’Islam si articola nel contesto arabo moltissimo tempo dopo, solo nel VII secolo dopo Cristo. 

Detto doverosamente tutto ciò, 

mi inoltro in un territorio religioso, perché oltre ad esser tale, rappresenta documentazione storica, che dovrebbe essere insegnata e discussa nelle scuole. 

Inoltre serve anche a quei cattolici, facilmente riconducibili alla corrente marxista, presente in Sud-America, che fa riferimento alla dottrina religiosa cattolica definita come “teologia della liberazione”, che ampiamente fa propria, come riferimento culturale, la corrente ideologica che fa capo agli scritti di una figura emblematica del comunismo, tale Carl Marx. 

Sembra paradossale, come un personaggio come Marx, ateo e oppositore di ogni religione, sia associato a una dottrina religiosa. Eppure, questo artifizio, oserei dire quasi latomistico (… massonico), ha una schiera enorme di fedeli, sparsi non solo in America Latina, ma ovunque nel mondo. 

Esponenti di tale corrente era il gesuita Papa Bergoglio e purtroppo anche l’attuale agostiniano Papa Prevost. 

Riporto la discussione dove volevo centrarla, per evidenziare come la bufala mediatica, innestata e finanziata dal Qatar, secondo la quale, Jesus/Gesú, fosse palestinese, non trovi riscontri storico-religiosi. 

Pertanto cerco di ricondurre in carreggiata il torpedone, slittato sul fango della diffamazione, calunnie e amenità, contro il popolo ebraico e Israele. 

Il “carrettone”, è l’ampio veicolo sgangherato su cui sono salite ampie folle urlanti, di gran villania ben dotate, costituite da reggimenti di militanti esagitati pro-pal, comunisti e arabi, sedicenti intellettuali, nonché i cantori dell’antisemitismo/antisionismo; scrittori, pubblicisti, giornalisti e sinistri politici. 

Queste nozioni religiose, possano servire a quei cattolici e cristiani, che pensano a Gesú come a un rivoluzionario, ad un individuo scollegato dagli ebrei e dal giudaismo, collegandolo artatamente e capziosamente ad una corrente religiosa che non esisteva, quella cristiana. 

Solo in seguito, Saul, un ebreo della corrente farisaica, conosciuto come Paolo, fu uno dei principali artefici della separazione concettuale dall’albero dell’ebraismo; quindi molto tempo dopo la morte di Gesù. 

Sebbene io sia ebreo, posso inoltrarmi nel territorio religioso del Vangelo, quindi di un’altra religione, perché comunque Yeshua (Gesù) era un ebreo, quindi appartenente a pieno titolo al popolo ebraico. 

Il ricollocamento di episodi, spesso sottaciuti e non considerati dalla Chiesa Cattolica, invece ben conosciuti e inseriti nell’alveo ebraico da confessioni protestanti principalmente anglosassoni, è il principale scopo di questa mia esplorazione identitaria nell’ebraismo/giudaismo di duemila anni fa. 

Una scoperta quindi per molti, ma non per noi ebrei, abituati come siamo alle annose discussioni religiose di Hillel e Shammai; due eminenti studiosi ebrei del I secolo a.C. e dell'inizio d.C., noti per le loro diverse interpretazioni della legge e dell'etica ebraica. I loro dibattiti hanno plasmato gran parte del giudaismo rabbinico, con Hillel che spesso sosteneva approcci più indulgenti e compassionevoli rispetto alle opinioni più rigide di Shammai. 

Ebbene, il Maestro Yeshua (Gesú), altro non era che uno dei molti predicatori che vivevano in Israele, sempre intenti in dialettiche interminabili, sui massimi sistemi… religiosi, etici e morali. 

Circoncisione di Yeshua (Gesù)

Vangelo di Luca 2:21  

21 Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Yeshua (Gesú), come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre. 

Presentazione di Yeshua (Gesù) al Tempio 

Vangelo di Luca 2,22-39[1]

La Presentazione al Tempio e Purificazione di Miriam (Maria) è un episodio dell'infanzia di Yeshua (Gesù) riferito dal Vangelo secondo Luca 2,22-39[1]. 

22 Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la legge di Moshe (Mosè), portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, 23 come è scritto nella Legge del Signore: 

ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; 24 e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.

Il Vangelo di Luca narra che Miriam (Maria) e Yosef (Giuseppe) portarono il bambino Yeshua al Tempio di Gerusalemme quaranta giorni dopo la sua nascita, per «offrirlo» a D-o. 

Questa cerimonia era prescritta per tutti i figli maschi primogeniti in ossequio al comandamento dell'Esodo (13,2.11-16[2]), e consiste ancor oggi per gli ebrei nel riscatto del primogenito tramite un'offerta (Pidyon HaBen). 

Simultaneamente, la puerpera compiva l'offerta prescritta dal Levitico 12,6-8[3] per la sua purificazione (… sacrale). 

* Il Pidyon Haben si applica solo al primogenito maschio della prima gravidanza di una madre, anche se non è il primogenito del padre. 

La Presentazione di Yeshua (Gesù) al Tempio è uno dei momenti più profondi del Vangelo, carico di simbolismo, compimento profetico e insegnamento spirituale. 

Nella Chiesa cattolica si celebra il 2 febbraio con la festa della

Presentazione del Signore, nota anche come festa della

Candelora. 

(Visione cristiana: 

questa solennità invita a riflettere sull'offerta totale a Dio, sulla purificazione spirituale e sulla missione di Cristo nel mondo.)

Il racconto della Presentazione di Yeshua (Gesú) si trova nel Vangelo in Luca 2,22-40. 

Miriam (Maria) e Yosef (Giuseppe), fedeli alla Legge di Moshe (Mosè), portano il bambino Yeshua (Gesú) al Tempio di Gerusalemme per

adempiere due importanti precetti:

1. La purificazione della madre (Levitico 12,2-8):.

Secondo la Legge mosaica, dopo il parto, una donna

era considerata impura (… impurità sacrale) per 40 giorni se aveva dato alla luce un maschio e 80 giorni se aveva dato alla luce una femmina. 

Alla fine di questo periodo, doveva offrire un sacrificio nel Tempio per la sua purificazione: un agnello e una tortora o un colombo.

Se le condizioni economiche della madre erano modeste, poteva offrire due tortore o due colombi. 

Miriam (Maria), nella sua umiltà, offre l’offerta dei poveri, segno della semplicità e della povertà in cui viveva la famiglia. 

Inoltre Miriam (Maria), come ogni donna ebrea, compiva il ripristino della purità (… sacrale) dopo la gravidanza, dovendo quindi sottoporsi al bagno rituale, in ebraico Tevilah (immersione completa del corpo), in una vasca chiamata Mikveh (raccolta d’acqua). 

2. La consacrazione del primogenito (Bibbia Esodo 13,2.12-15): 

Ogni primogenito maschio doveva essere presentato al Signore e “riscattato” con un’offerta. 

Questo rito ricordava la liberazione degli Israeliti

dall’Egitto, quando D-o aveva risparmiato i primogeniti degli Ebrei. 

Quello che sembra un atto ordinario della vita ebraica si

trasforma in un evento, perché, nel Tempio, incontrano Shimon (Simeone) e Hannah (Anna), due anziani pieni di fede, che riconoscono nel Bambino il Messia atteso (… come raccontato nel Vangelo). 

Il Bar Mitzvah di Yeshua (Gesú)

Nel Vangelo di Luca (2,41-50[1]), viene rappresentato l'episodio descritto dai vangeli circa la tarda infanzia di Yeshua (Gesù). 

Yeshua (Gesù) dodicenne si intrattenne nel Tempio di Gerusalemme, con sacerdoti e saggi della legge mosaica. 

Trattasi del Bar Mitzvah, che segna al tredicesimo anno, l’ingresso del giovane ebreo nella vita religiosa, fatta di prescrizioni da seguire con devozione verso D-o, secondo le disposizioni millenarie previste dal giudaismo. 

Festa delle luci; Hanukkah. 

Giovanni capitolo 10 versetto 22 - 23

Era inverno. In quel periodo si celebrava a Gerusalemme la festa della *Dedicazione. 
Yeshua (Gesù) si trovava nel Tempio e passeggiava sotto il portico di Salomone. 
*(… riconsacrazione del Tempio in seguito alla riconquista dei maccabei, con conseguente ripristino che comportò la rimozione delle statue/idoli poste dai seleucidi [ellenisti] e l’episodio delle luci rimaste accese otto giorni sebbene l’olio fosse decisamente insufficiente a mantenere accese le luci del candelabro) 

Matteo 17

Moshe (Mosè) ed Elihu (profeta Elia) appaiono con Yeshua (Gesù).

17 Dopo sei giorni, Gesù prese Pietro, Giacomo e Giovanni (fratello di Giacomo) e li condusse su un alto monte dove potessero stare soli.

2 L'aspetto di Gesù cambiò davanti a loro. Il suo volto divenne luminoso come il sole e le sue vesti bianche come la luce. 3 All'improvviso apparvero loro Mosè ed Elia e conversavano con Gesù.

4 Pietro disse a Gesù: 

"Signore, è bello per noi essere qui. Se vuoi, pianterò qui tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia".

5 Stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse. 

Allora una voce uscì dalla nuvola e disse: 

"Questo è mio Figlio, che amo e nel quale mi compiaccio. Ascoltatelo!".

6 All'udire ciò, i discepoli furono presi da grande paura e caddero con la faccia a terra. 7 Ma Gesù li toccò e disse: «Alzatevi e non temete!». 8 Quando alzarono il capo, non videro nessuno tranne Gesù.

9 Mentre scendevano dalla montagna, Gesù ordinò loro: «Non raccontate a nessuno quello che avete visto, ma aspettate che il Figlio dell'uomo sia riportato in vita».

10 Allora i discepoli gli domandarono: 

«Perché gli esperti degli insegnamenti di Mosè dicono che prima deve venire Elia?».

11 Gesù rispose: 

"Elia viene e rimetterà tutto a posto. 12 Anzi, posso garantire che Elia è già venuto. Ma la gente lo trattava come voleva, perché non lo riconoscevano. Così faranno soffrire il Figlio dell'uomo".

Yeshua (Gesù) e i farisei. 

I farisei nella Bibbia compaiono spesso nelle discussioni e nei racconti, ma per capire chi fossero veramente è necessario guardare oltre le Scritture. 

Questi individui erano profondamente devoti alla Torah e alla sua interpretazione, enfatizzando la pietà, la comprensione umana, la purezza rituale e l'adesione alle tradizioni. 

Gli insegnamenti e il loro complesso rapporto con Gesù, sono argomento complesso. 

Nicodemo era un fariseo, così come Gamaliele e Giuseppe D’Arimatea, questi ebrei della

corrente farisaica, stettero vicino a Yeshua (Gesù) fino alla sua morte; quindi chi parla impropriamente e male dei farisei, fa di tutta un’erba un fascio, mentre Gesù non lo faceva, perché si rivolgeva a singoli o a un manipolo di essi, non all’enorme movimento religioso farisaico, nel quale si riconosceva, adoperandosi come parte integrante e operosa presenza, da Maestro ebreo di divulgazione religiosa ebraica, tra i tanti Maestri che gravitavano a

Gerusalemme e dintorni

I Farisei erano un'importante corrente ebraica nel periodo del Secondo Tempio, che enfatizzava la stretta aderenza alla Torah e alla Legge orale, mirando alla santità personale e al comportamento etico. 

Hanno servito come insegnanti e interpreti, promuovendo l’inclusività nelle pratiche religiose, che hanno contribuito a unificare e coinvolgere la comunità più ampia nelle attività spirituali. 

Fariseismo come eredità nel giudaismo rabbinico: i principi stabiliti dai farisei gettarono le basi per il giudaismo rabbinico, influenzando il pensiero e le pratiche ebraiche moderne. Gli insegnamenti dei farisei incoraggiano i credenti contemporanei a esaminare l'equilibrio tra l'osservanza rituale e la fede genuina, offrendo spunti di riflessione sulla spiritualità personale e sulla vita etica. 

Nel Nuovo Testamento, Yeshua (Gesù) spesso criticava i farisei per il loro legalismo e per la loro attenzione ai rituali esterni, evidenziando la necessità di moralità interna e compassione, ma lo faceva come ogni Maestro fa con i suoi alunni, perché i farisei erano la compagine più afferente a lui, quindi il dialogo era più informale e diretto, senza giri di parole, perché sapeva che erano quelli più vicini a lui e al popolo. 

Per quando predicato e commentato dalla Chiesa Cattolica, il rapporto tra Yeshua (Gesù) e i generalmente definiti “farisei” era tutt’altro che conflittuale e discriminatorio. 

Mi trovai insieme ad altri correligionari, tra i quali il Prof. Morselli che ha scritto molto sul rabbino cabalista di Livorno Elijah Benamozegh (24 Aprile 1823 – 6 Febbraio 1900), ad un convegno, invitati da un vescovo, nel quale tra gli altri temi si discuteva dei farisei e di Gesù. Eravamo stati invitati per aggiungere la visione ebraica ai temi da approfondire. 

Sull’argomento dal palco dissi la mia, riscontrando negli astanti cattolici, perplessità; a ben vedere legittimata da centinaia di anni di predicazione cattolica, avversa ai farisei. 

Ebbene, come dicevo, la narrazione, mai estinta, della Chiesa Cattolica, è sfavorevole ai farisei; addirittura grazie a questa pessima interpretazione (… ma è un eufemismo), nacque un sostantivo dispregiativo, diffuso e abusato, quando si vuole intendere l’ipocrita: “fariseo”. 

In realtà, Yeshua apparteneva a questa corrente religiosa, che si contrapponeva a quella dei Sadducei, costituita primariamente dalla classe sacerdotale del Tempio, rigorosa e ostativa, molto seguita negli strati abbienti della società di Gerusalemme. 

Quella farisaica, prossimale al popolo e alle classi più modeste, si imponeva per la sua flessibilità e capacità di raggiungere un vasto numero di persone poco avvezze ai temi religiosi; queste larghe fasce di popolazione dovendo industriarsi per sbarcare il lunario, non avevano molto tempo da dedicare allo studio approfondito della Torah. 

Quando Yeshua voleva riprendere e bacchettare alcuni farisei, lo faceva con il suo personale stile, diretto e pragmatico, come a voler dire: 

“… dovete essere voi gli esempi che la gente deve avere come modello, pertanto dovete astenervi dal predicare bene e razzolare male” (… detta da me, in parole semplici ma dal senso facilmente comprensibile).

Della serie, da Maestro, quale era Yeshua, usava riprendere coloro che sbagliavano, così da poter colmare lacune e poter correggere comportamenti dissonanti e distonici, non consoni alla dottrina religiosa, alla pratica della predicazione e all’esempio da dare agli altri. 

D’altronde è uno dei tanti compiti dei rabbini che l’hanno seguito, fino ad oggi; aiutare le persone a perseguire quotidianamente comportamenti virtuosi, adeguati ai precetti religiosi. 

Che tutti i farisei fossero fallaci, è una superficiale semplificazione quanto errata generalizzazione, divenuta divulgazione ufficiale della Chiesa Cattolica, che in questo modo tendeva (… ma ancora indulge a farlo) ad accusare gli ebrei di qualsiasi nefandezza, per sostenere la famigerata quanto perniciosa accusa di “popolo deicida”, creando così persecuzioni, conversioni forzate, violenze, segregazioni, fino a giungere all’apogeo della Shoah. 

Quindi, per me, quel termine usato in forma diffamatoria, altro non è che uno strumento politico-religioso usato e abusato dalla Chiesa Romana Cattolica, ma anche da Lutero e schiere di confessioni, per denigrare e delegittimare gli ebrei.  

Naturalmente anche le interpretazioni attribuite agli apostoli hanno contribuito ad innalzare questo bastione antiebraico. 

Circa la Samaria e i samaritani. 

I Samaritani vengono menzionati per la prima volta nella Bibbia nei libri di Esdra e Neemia nel V secolo a.C. 

A questo punto Babilonia aveva ceduto il passo all’impero persiano. 

Neemia, un ebreo, ottenne il favore del re e poté tornare a Gerusalemme per ricostruirla. Tuttavia, i Samaritani rimasti nel paese si opposero agli sforzi di ricostruzione e causarono problemi a Neemia e ai suoi collaboratori (Neemia 6:1-14). Questo fu l'inizio di un odio duraturo tra ebrei e samaritani. 

Samaria come città era la capitale del regno settentrionale di Israele. 

Dopo la caduta di Israele, la Samaria, come regione, si trovava nella zona centrale di quello che era il regno settentrionale. 

Al tempo di Gesù, la Samaria si trovava tra la Galilea a nord e la Giudea a sud.

Oggi la Samaria si trova in quella che è stata artificiosamente nominata “Cisgiordania”. 

Diverse centinaia di Samaritani vivono ancora in Israele e continuano a praticare la loro fede incentrata sul Pentateuco e sul Monte Garizim. 

I Samaritani, essendo un misto di Israeliti, crearono per loro stessi una religione che gli ebrei consideravano un'eresia. 

Stabilirono come centro di culto, un tempio sul monte Gherizim, sostenendo che era il luogo in cui Moshe (Mosè) aveva originariamente previsto che gli israeliti adorassero. 

Avevano la loro versione unica dei cinque libri scritti da Moshe(Mosè), il Pentateuco, ma rifiutavano gli scritti dei profeti e le tradizioni ebraiche. 

Quando gli ebrei tornarono per ricostruire Gerusalemme distrutta dagli assiri, incontrarono l'opposizione dei Samaritani. Ciò portò ad ulteriore ostilità poiché le due etnie si stabilirono nel paese in opposizione l'una all'altra. 

I samaritani, sono pressoché conosciuti per la parabola del buon samaritano. Questo evento accadde molto tempo dopo la ricostruzione di Gerusalemme, proprio nel periodo di Gesù. 

Tuttavia voglio esporre un fatto differente, narrato nel Vangelo. 

Una volta Gesù stava attraversando la Samaria mentre andava dalla Giudea alla Galilea. Stanco, si sedette presso un pozzo.

Quando una donna samaritana venne ad attingere acqua, Gesù le chiese da bere. 

La donna rimase scioccata. 

"Tu sei ebreo e io sono una samaritana. Come puoi chiedermi da bere?" (Giovanni 4:9).

In risposta, Gesù disse che se glielo avesse chiesto, avrebbe potuto darle acqua viva. 

Ha chiesto dell'acqua e Lui ha risposto che avrebbe dovuto prendere suo marito e tornare indietro. 

Quando lei rispose che non aveva marito, Egli disse: 

"Hai ragione quando dici che non hai marito. Il fatto è che hai avuto cinque mariti, e l'uomo che hai ora non è tuo marito" (Giovanni 4:17-18).

A questo punto, la donna capì che doveva essere una specie di profeta. Gli chiese allora quale fosse il vero culto, se fosse quello dei Giudei o dei Samaritani. 

Gesù diede la sua risposta inattesa:

"'Tuttavia viene il tempo, ed è ormai giunto, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre nello Spirito e in verità, perché sono il tipo di adoratori che il Padre cerca. Dio è spirito, e i suoi adoratori devono adorare nello Spirito e nella verità.'” 

Le differenze dogmatiche tra ebrei e samaritani, costituirono una diatriba che era motivo di divisione. Gesù raccomanda alla donna di non soffermarsi sulle divisioni, bensì credere in D-o.

Nel racconto ben narrato è evidente come le due regioni già preesistenti al periodo di Gesù, fossero pertinenze regionali all’interno del regno d’Israele; questo per dire come quelle regioni siano patrimonio storico di Israele. 

Nel 2024, la comunità samaritana contava circa 900 persone, divise tra Israele (circa 460 a Holon) e Cisgiordania (circa 380 a Kiryat Luza). 

I Samaritani di Kiryat Luza parlano arabo sud-levantino, mentre quelli di Holon parlano principalmente ebraico moderno. Per scopi liturgici usano anche l'ebraico samaritano e l'aramaico samaritano, entrambi scritti in caratteri samaritani. 

Nei censimenti, la legge israeliana classifica i Samaritani come una comunità religiosa distinta. 

Tutti i Samaritani sia a Holon che a Kiryat Luza hanno la cittadinanza israeliana, ma quelli a Kiryat Luza hanno anche la cittadinanza palestinese; quest'ultimo gruppo non è soggetto alla coscrizione militare obbligatoria. 

Come è ben dimostrato da questi dati statistico-amministrativi, Israele distingue e rispetta le diverse comunità etniche e religiose presenti sul suo territorio, quindi è destituita di qualsiasi fondamento la perfida accusa di esercitare l’apartheid. 

Nei territori collocati nella cosiddetta Cisgiordania, in realtà Samaria è Giudea, è in atto da decenni una lunga lotta di autodifesa che gli ebrei sono costretti a sostenere per la loro sopravvivenza. 

Definire “coloni” e “occupanti” gli ebrei, è profondamente errato, perché come abbiamo letto nei passi del Vangelo, gli ebrei erano già lì presenti da centinaia e centinaia di anni. 

In verità i veri autoctoni di quei luoghi sono proprio gli ebrei e le centinaia di samaritani, che li vivono, nonostante rischino la vita quotidianamente. 

Lunga ma necessaria escursione, come necessario ed efficace strumento di conoscenza, che si contrappone alle menzogne che quotidianamente ascoltiamo. 

Mi sembrava giusto e doveroso fare luce su argomenti storici, per sgombrare dubbi e perplessità dalle menti, che non sono avvezze allo studio storico-religioso di quella meravigliosa parte del mondo chiamata Terra d’Israele.

Un forte abbraccio con l’augurio di buona salute e vicinanza familiare

Yosef ben Hektor


takinut3@gmail.com

lunedì, dicembre 08, 2025

" Alfredo Ormando: Altre poesie e prose d’impegno civile " di Piero Montana, da sabato 6 dicembre nelle librerie Antigone.


COMUNICATO STAMPA

Alfredo Ormando Altre poesie e prose d’impegno civile, il nuovo e sconvolgente libro
di Piero Montana sulla vita e l’opera dello scrittore gay nisseno, che per protesta
contro la Chiesa si bruciò vivo in Vaticano il 13 gennaio del ’98, è già in libreria a
Bagheria e presto anche a Roma e Milano nelle librerie Antigone.

Alfredo Ormando, scrittore gay nisseno, il 13 gennaio del 1998 si diede fuoco in piazza
San Pietro a Roma per protestare contro la Chiesa Cattolica e la sua tradizionale
morale repressiva nei confronti dei gay. Morirà in ospedale dopo 9 giorni di agonia,
ma il suo gesto secondo la Santa Sede è quello di un alienato, di un uomo con forti
problemi psichici. Solo dopo un anno dal suo suicidio l’autore di questo libro scopre
tra le carte di Ormando la sua lettera autografa datata Natale ’97 e riservata ai
posteri. In tale lettera Ormando scrive: "  … penseranno che sia un pazzo perché ho
deciso Piazza S. Pietro per darmi fuoco, mentre potevo farlo anche a Palermo. Spero
che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa
che demonizza l’omosessualità, demonizzando al contempo la natura, perché la
omosessualità è sua figlia."
Massimo Consoli, fondatore del movimento gay italiano, nel suo libro Ecce Homo
L’omosessualità nella Bibbia, impropriamente, in una dedica, definisce Ormando
martire pagano, ma lo scrittore nisseno di fede cattolica era stato in gioventù anche
in convento, uscendone tuttavia presto, disgustato dall’ipocrita moralismo di
sacerdoti e frati. Lo racconta egli stesso nel suo solo, tra i suoi tanti inediti, romanzo
pubblicato in vita, Il Fratacchione e ripubblicato dopo la sua morte con una
prefazione dello stesso Montana, unico fino ad oggi studioso di tutta l’opera di
Ormando.
Le poesie e le prose, gli articoli sullo scrittore gay nisseno, già pubblicati nel mensile
Babilonia e on line da Arcigay nazionale ma anche da diversi siti religiosi, ad
eccezione della prefazione al Fratacchione(1998), che in questo libro sono raccolti,
sono stati scritti nel periodo 1999-2015, in cui l’autore, sotto diverse sindacature, 
é stato consulente del sindaco per la realtà omosessuale della città di Bagheria.
Esse testimoniano tutte dell’impegno culturale e politico, nella lotta all’intolleranza
e al pregiudizio antigay, impegno volto alla salvaguardia della dignità delle persone
glbtq, che l’autore, uno dei fondatori nel lontano 1976 del FUORI! di Palermo
(Movimento di liberazione omosessuale) in tutta la sua vita non ha mai dismesso.

Il libro ha una prefazione di Giovanni Mapelli Arcivescovo, dal 2006 Vescovo di una
Chiesa di origine orientale ortodossa, che porta il nome di Chiesa Cristiana Cattolica
Apostolica che accoglie anche divorziati e risposati secondo l’antica tradizione e le
coppie omosessuali, alle quali viene conferita la benedizione delle nozze.
Mapelli è stato docente di teologia e di religione cattolica in scuole statali e private.
Ha ricevuto nel 2015 una laurea honoris causa di dottorato in teologia dal Collegium
Augustinianum di Orlando-Florida negli Stati Uniti.
In appendice al libro viene pubblicata con materiale di documentazione un’intervista
all’autore di Luca Locati Luciani per CulturaGay.it


Piero Montana (Bagheria-1950), poeta, gallerista e scrittore, attivista gay, consegue
un dottorato in Filosofia nel 1975. Nel ’76 fonda con altri il FUORI! di Palermo, e nello
stesso anno riceve da Massimo Consoli il premio Triangolo Rosa Pier Paolo Pasolini
per una sua raccolta clandestina di poesie autobiografiche, Breve Rosario di Sodoma,
che sarà pubblicata con altri suoi libri di poesia W.C., L’Angelo perverso, Estasi,
Sodoma Divinizzata e I Canti della lue solo, nel 2015.
Nominato nel 1999 consulente del sindaco per la realtà omosessuale della città di
Bagheria, si interessa anzitutto del caso Ormando. A questo suo interessamento
infatti si deve se le opere dello scrittore gay nisseno si trovano oggi tutte custodite
nella Biblioteca Comunale “Francesco Scaduto” di Bagheria, dove più agevolmente
le ha potuto consultare per scrivere gli unici articoli che si sono occupati con la
dovuta attenzione e serietà della vita e dell’opera di Ormando.
Come gallerista nel 2001 Montana chiama 10 dei più prestigiosi artisti siciliani ed il
transgender Massimo Milani a partecipare alla sua mostra d’arte contemporanea
Alfredo Ormando, una vita bruciata, allestita nei locali del suo Centro d’Arte e
Cultura di Bagheria.
Nel 2004 con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura della sua città pubblica il suo
libro Omocaust, che raccoglie tre dei suoi più significativi componimenti poetici: Agli
uomini del triangolo rosa, Le ceneri di Ormando, Sulla Lapide di Pasolini.
Nel 2005 è invece la stessa città di Bagheria che edita e pubblica Giarre 1980 La
caccia, il suo poemetto sul duplice omicidio di due giovani omosessuali, Giorgio
Agatino e Tony Galatola.
Nel 2018 inaugura con non poco clamore, sempre nella sua città nativa, una Galleria
dell’eros, di cui attualmente è direttore.

CENTRO D’ARTE E CULTURA
GALLERIA DELL’EROS
BAGHERIA
Cell. 3886416109


 

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