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sabato, luglio 02, 2016

nuova versione del libro del prof. Vittorio Lingiardi "Citizen Gay"












ROMA - 6 LUGLIO 2016
Presentazione della nuova versione del libro del prof. Vittorio Lingiardi "Citizen Gay", già edito nel 2007 e 2012.



La versione, completamente rinnovata, comprende anche una riflessione sulla Legge Cirinnà, approvata recentemente.
Una buona occasione per un confronto sulla tematica calda delle unioni civili, dei diritti delle persone omosessuali e dell'omogenitorialità.

Roma,  Sala Caduti di Nassiriya del Senato | piazza Madama 1, Roma
Mercoledì 6 luglio, ore 11.00
Con l’autore intervengono la Sen. Monica Cirinnà, il Sen. Sergio Lo Giudice e l’On. Ivan Scalfarotto
 OBBLIGATORIA PRENOTAZIONE
Ingresso solo su prenotazione via e-mail: stampa@ilsaggiatore.com
Per gli uomini è d’obbligo indossare giacca e cravatta

Per info: 02 20230202 | stampa@ilsaggiatore.com | www.ilsaggiatore.com

martedì, agosto 05, 2014

Operazione Idigov, come il Partito Radicale ha sconfitto la Russia di Putin alle Nazioni unite- Invito alla presentazione

Martedì 12 Agosto ore 21,15 alla Terrazza Parrini in Viale Italia 97 a Follonica , privincia di Grosseto, si terrà la presentazione del libro"Operazione Idigov, come il Partito Radicale ha sconfitto la Russia di Putin alle Nazioni unite" il mio primo libro. 

Qui  tutte le informazioni sul testo con le prime recensioni uscite. Si prega di confermare la presenza. Alla terrazza Parrini sarà possibile acquistare il libro. 

Ci vediamo martedì.
Marco Perduca

E' uscito “Operazione Idigov, come il Partito Radicale ha sconfitto la Russia di Putin alle Nazioni unite” il primo libro dell'ex Senatore Radicale Marco Perduca con l'introduzione di Emma Bonino 
Operazione Idigov racconta come, nella primavera del 2000, la Federazione russa di Vladimir Putin chiese l'espulsione del Pr dalle Nazioni unite per aver fatto parlare davanti alla Commissione diritti umani di Ginevra il parlamentare ceceno Akhyad Idigov.
Leggi qui le recensioni apparse su Formiche, Il Foglio , l'Opinione , Strade , l'Avanti  e Notizie Radicali . Qui il link al blog dell'autore.
Operazione Idigov racconta come, nella primavera del 2000, la Federazione russa di Vladimir Putin chiese l'espulsione del Pr dalle Nazioni unite per aver fatto parlare davanti alla Commissione diritti umani di Ginevra il parlamentare ceceno Akhyad Idigov.
Attraverso la pubblicazione di documenti ufficiali del governo Russo e delle Nazioni unite, memorandum interni del Partito e ricordi personali di Perduca, all'epoca rappresentante radicale all'Onu, Operazione Idigov ripercorre le iniziative istituzionali, politiche e parlamentari messe in atto tra Roma, Bruxelles e New York perché l'Onu rigettasse la richiesta russa.
Pur non volendo essere un manuale di lobby, questo libro rappresenta un documento singolare nel suo genere poiché racconta come l'unico Partito politico che è riconosciuto all'Onu come organizzazione non-governativa sia riuscito a suscitare il sostegno di decine di paesi non solo per se stesso ma anche per quello che negli anni esso ha rappresentato all'Onu: un partito al servizio dei silenziati e degli oppressi di mezzo mondo.
Il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito è affiliato al Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite dal 1995. Negli anni i Radicali sono riusciti a mobilitare con successo l'opinione pubblica e i governi di mezzo mondo nel perseguimento di obiettivi di rilevanza globale come la creazione dei tribunali ad hoc per la ex Yugoslavia e il Ruanda, l'istituzione della Corte penale internazionale, la proclamazione di una Moratoria Universale della pena di morte e la messa al bando delle mutilazioni genitali femminili.
Nella postfazione di Operazione Idigov, Marco Perduca solleva l'interrogativo di cosa succederebbe oggi se un altro Stato membro delle Nazioni Unite attivasse nuovamente la procedura di sanzione nei confronti del Partito Radicale.
Nei prossimi giorni si terrà una prima presentazione pubblica del libro presso la sede del Partito Radicale a Roma.
Sull'autore:
Marco Perduca (Firenze 1967) è stato Senatore Radicale dal 2008 al 2013 in Commissione esteri e giustizia e segretario della Commissione speciale per la tutela dei dritti umani del Senato della Repubblica. Prima di una breve parentesi come consulente alla Farnesina dal 2006 al 2008, Perduca ha rappresentato il Partito Radicale alle Nazioni Unite tra New York, Ginevra e Vienna – responsabilità che ha ripreso dall'inizio del 2014. Per due anni è stato il coordinatore del gruppo italiano della Ong Parliamentarians for Global Action ed è membro dei consigli direttivi di Nessuno Tocchi Caino e Non c'è Pace senza Giustizia. Ha un blog su HuffingtonPost.it e su twitter è @perdukistan .
In allegato la copertina del libro di Aurelio Candido.
Operazione Idigov può esser acquistato online ai siti: 

lunedì, luglio 14, 2014

"Operazione Idigov, come il Partito Radicale ha sconfitto la Russia di Putin alle Nazioni Unite" è un libro

Ricevo da Marco Perduca e condivido subito !!!
AMg

è finalmente uscito Operazione Idigov, come il Partito Radicale ha sconfitto la Russia di Putin alle Nazioni Unite, il mio primo libro con un'introduzione di Emma Bonino pubblicato da Reality Book.
 
Operazione Idigov racconta come, nella primavera del 2000, la Federazione russa di Vladimir Putin chiese l'espulsione del Partito Radicale dalle Nazioni unite per aver fatto parlare davanti alla Commissione diritti umani di Ginevra il parlamentare ceceno Akhyad Idigov.
Attraverso la pubblicazione di documenti ufficiali del governo russo e delle Nazioni unite, memorandum interni del Partito e dei miei ricordi personali, all'epoca rappresentante radicale all'Onu, Operazione Idigov ripercorre le iniziative istituzionali, politiche e parlamentari messe in atto tra Roma, Bruxelles e New York perché l'Onu rigettasse la richiesta russa.
Pur non volendo essere un manuale di lobby, questo libro rappresenta un documento singolare nel suo genere poiché racconta come l'unico Partito politico che è riconosciuto all'Onu come organizzazione non-governativa sia riuscito a mobilitare decine di paesi a sostegno non solo di se stesso ma anche di quello che negli anni ha rappresentato all'Onu: un partito al servizio dei silenziati e degli oppressi di mezzo mondo.
Operazione Idigov si chiude sollevando un interrogativo: cosa succederebbe oggi se un altro Stato membro delle Nazioni Unite attivasse nuovamente la procedura di sanzione nei confronti del Partito Radicale.
Nei prossimi giorni terremo una prima presentazione pubblica del libro presso il Partito Radicale a Roma, nel frattempo Operazione Idigov può esser acquistato online ai siti: Mondadori , Feltrinelli , Ibs , Libreria universitaria , UniLibro .
Per chi è a Roma, o ci passerà nelle prossime settimane, il libro può esser acquistato presso il Partito Radicale scrivendomi direttamente aperdukistan@gmail.com , agli iscritti al Partito Radicale che lo compreranno di persona verrà praticato uno sconto sul prezzo di copertina.



A presto e buona lettura!

Marco Perduca

Marco Perduca (Firenze 1967) è stato Senatore Radicale dal 2008 al 2013 in Commissione esteri e giustizia e segretario della Commissione speciale per la tutela dei dritti umani del Senato della Repubblica. Prima di una breve parentesi come consulente alla Farnesina dal 2006 al 2008, Perduca ha rappresentato il Partito Radicale alle Nazioni Unite tra New York, Ginevra e Vienna – responsabilità che ha ripreso dall'inizio del 2014. E' membro dei consigli direttivi diNessuno Tocchi Caino e Non c'è Pace senza Giustizia e per due anni è stato il coordinatore del gruppo italiano della Ong Parliamentarians for Global Action. Ha un blog su HuffingtonPost.it e su twitter è @perdukistan .
Informazioni per iscriversi e contribuire alle iniziative del Partito Radicale

Partito Radicale, quota minima: 200 euro (0,55 euro al giorno)
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PACCHETTO ISCRIZIONI (Partito Radicale, Radicali italiani, Associazione Luca Coscioni, Nessuno Tocchi Caino, Non c'è Pace senza Giustizia, Associazione Radicale "Esperanto", Lega internazionale antiproibizionista, Anticlericale,net, Certi Diritti) E CONTRIBUZIONI (Lista Pannella)
A TUTTI I SOGGETTI DELL'AREA RADICALE 590 euro anziché 1.100.

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1) carta di credito : collegandosi al sito del Partito Radicale
2) vaglia postale e assegno : per il pacchetto iscrizioni l'intestazione deve essere "Partito Radicale - Via di Torre Argentina, 76 Roma".
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PARTITO RADICALE NONVIOLENTO 
TRANSNAZIONALE E TRANSPARTITOONG con Status Consultivo Generale di prima categoria presso l'ECOSOC delle Nazioni Unite

giovedì, luglio 10, 2014

"La memoria di Sciascia", collezione di saggi e articoli dello scrittore messicano Federico Campbell



10-07-2014
Leonardo Sciascia, scrittore politico per eccellenza e non certo per i suoi contrastanti rapporti con il Pci o per essere stato per un breve periodo consigliere comunale a Palermo e poi, nella legislatura 1979-1983, deputato radicale ma perché tutti i suoi libri - non solo gli articoli, i saggi, i pamphlet ma anche i romanzi e i racconti - sono sempre attraversati dagli interrogativi, dalle gravi questioni etico-politiche che riguardano la vita del paese e il governo della polis: i rapporti fra il Potere (i poteri) e i cittadini, fra lo Stato e il diritto, fra la verità e l’impostura.


A quasi un quarto di secolo dalla scomparsa di Leonardo Sciascia, questo libro dello scrittore messicano Federico Campbell ci offre l'occasione di una rilettura critica dell’intera sua opera letteraria e ci invita a una riflessione, oggi più che mai opportuna e necessaria, sull'importanza che essa ha avuto nella letteratura italian ed europea e nella vita politica e civile del nostro paese. Perché Sciascia è stato durante tutta la sua vita e in tutta la sua opera scrittore politico. Lo è stato più di qualsiasi altro uomo di lettere del suo tempo, più di Italo Calvino, più di Elio Vittorini, più dello stesso Pier Paolo Pasolini. Scrittore politico per eccellenza e non certo per i suoi contrastanti rapporti con il Pci o per essere stato per un breve periodo consigliere comunale a Palermo e poi, nella legislatura 1979-1983, deputato Radicale ma perché tutti i suoi libri - non solo gli articoli, i saggi, i pamphlet ma anche i romanzi e i racconti - sono sempre attraversati dagli interrogativi, dalle gravi questioni etico-politiche che riguardano la vita del paese e il governo della polis: i rapporti fra il Potere (i poteri) e i cittadini, fra lo Stato e il diritto, fra la verità e l’impostura.

E' strano che questa sua qualità di scrittore politico non si ritrovi fra le molte definizioni che di lui sono state date: da quella, perfino scontata, di "scrittore illuminista" per il suo costante riferirsi ai valori dell`Enciclopedia, e in particolare a Voltaire e a Diderot, a quella discussa di "scrittore barocco" (che Belpoliti riprende da Calvino), a quella singolare che Campbell in questo libro riprende da Bufalino di "scrittore secco" per la sua straordinaria concisione letteraria contrapposta a quella di "scrittore umido" che Bufalino attribuiva ad altri letterariamente più ridondanti scrittori e anche a se stesso. E’ come se gli estimatori di Sciascia ritenessero che la sottolineatura della politicità della sua opera potesse concorrere a offuscarne o a sminuirne in qualche misura la grandezza letteraria. Se fosse così si tratterebbe di una preoccupazione sbagliata perché politicità e qualità artistica e letteraria nell'opera di Sciascia vanno di pari passo e si alimentano a vicenda ma sarebbe anche una preoccupazione inutile perché proprio per la sua politicità ogni suo libro ha profondamente diviso sia l’opinione pubblica sia la stessa società letteraria. E' forse in base a queste preoccupazioni che Piero Citati, pur riconoscendone la qualità e la grandezza, è giunto ad affermare che dalla sua opera bisognerebbe cancellare "l’ultimo Sciascia (allo stesso modo del primo Calvino)" per essersi esposto troppo nell'agone politico.
A Citati però bisognerebbe chiedere dove secondo lui comincia l'ultimo Sciascia: comincia con "L’Affaire Moro" o bisogna risalire molto più indietro a "Il Contesto", a "Todo Modo", a "Candido"? D’altronde l’autore di questi romanzi non è affatto "l'ultimo Sciascia" perché, dopo "L’Affaire Moro", scrisse ancora saggi, racconti, romanzi che occupano una parte del secondo volume e quasi per intero il terzo volume delle "Opere complete", edite da Bompiani e curate da Claude Ambroise.

In altra circostanza ho riconosciuto il mio debito nei confronti di Sciascia per l’influenza che i suoi libri hanno avuto nella mia formazione culturale, sentimentale e politica fin da quando, giovanissimo, mi imbattei all`inizio degli anni 60 ne "Le Parrocchie di Regalpetra" e in "Morte dell`Inquisitore", molto prima dunque che le vicende politiche dei tardi anni 70 e dei primi anni 80 ci facessero trovare dalla stessa parte e perfino nello stesso gruppo parlamentare radicale. Il messicano Campbell, che ha studiato e amato lo scrittore siciliano fino al punto di servirsi anche delle sue lenti per leggere alcuni aspetti della realtà del Messico, conosce perfettamente le sue vicende politiche e letterarie e tuttavia, non influenzato dalle polemiche e dalle strumentalizzazioni italiane che le hanno accompagnate, ci restituisce l’immagine di uno scrittore eretico che in tutta la sua vita si confronta con una realtà siciliana e italiana rimasta, a sinistra non meno che a destra, profondamente controriformista e lo fa seguendo sempre la stessa ispirazione ideale. Ed esprime un’opinione uguale alla mia: "Non c’è opera di Sciascia che non sia politica. E’ un autore politico. E’ uno storico. E’ un romanziere. E’ uno scrittore".

Non c’è soluzione di continuità fra il primo e l’ultimo Sciascia, fra lo Sciascia di "Le parrocchie di Regalpetra", di "Morte dell’Inquisitore", del "Giorno della civetta", di "A ciascuno il suo" e lo Sciascia di "Todo modo", del "Contesto", di "Candido", de "L`Affaire Moro", fra lo Sciascia di prima della rottura con il Pci e lo Sciascia di dopo la rottura con il Pci. E infatti Alberto Asor Rosa ha spinto il proprio dissenso e la propria censura fino al punto di pretendere di cancellarne l`intera opera dalla storia della letteratura italiana. E un mediocre sociologo che non merita di essere citato, assurto per meriti giustizialisti agli onori della politica, dopo le polemiche sulla mafia dei primi anni Ottanta ha sentito il bisogno di coinvolgere nella propria polemica e nella propria condanna anche il "primo" Sciascia del "Giorno della civetta" e di "A ciascuno il suo", inventandosi un eccesso di compiacenza nei confronti dei protagonisti mafiosi dei due romanzi con i quali per primo affrontò il tema, fino ad allora negato o misconosciuto, dell’esistenza della mafia e dei rapporti oscuri fra classi dominanti, potere politico e criminalità mafiosa.

Con le sue scelte e prese di posizione politiche, ma soprattutto con i suoi libri, Sciascia ha diviso anche il suo campo. E non solo la sinistra, quella sinistra a cui ha fatto sia pure con grande autonomia e spirito critico a lungo riferimento perché in essa si riconoscevano le famiglie dei "carusi" che avevano frequentato le sue lezioni di maestro elementare a Racalmuto e gli operai delle solfare, la cui vita e le cui sofferenze conosceva da vicino per aver frequentato la solfara gestita da suo padre; divise anche il suo campo culturale, l’intellighentia laica, "liberal", non inquadrata e non inquadrabile negli apparati, sempre oscillante fra il sostegno ai governi centristi o di centro-sinistra e il sostegno offerto al Pci magari attraverso la cosiddetta "sinistra indipendente". Sciascia, che non amava la parola "intellettuale" a cui preferì sempre quella di letterato o di uomo di lettere, non fu mai, neppure nel periodo di vicinanza al Pci siciliano, intellettuale "impegnato" e tanto meno "organico". L’unico impegno che concepì, fu nei confronti delle proprie convinzioni e della propria coscienza.
Campbell ricorda che, per questo, ebbe come riferimenti Gide che, da comunista, si impegnò nella condanna di Stalin e dello stalinismo e Bernanos che, da cattolico, combatté il sostegno offerto al generale Franco da parte della chiesa cattolica nella guerra civile spagnola.

La prima rottura, a lungo maturata tra il colpo di stato cecoslovacco del 1968 (si pensi alla dedica della "Controversia liparitana" ad Alexander Dubcek, indicato con le iniziali A.D.) fino alla proposta berlingueriana del "compromesso storico", si manifestò pienamente nei confronti della politica della fermezza e al momento delle trattative per la formazione del governo di unità nazionale del 1976 ed esplose durante il "caso Moro". A causa di essa Sciascia divenne l’obiettivo di una feroce campagna polemica da parte del Pci e degli intellettuali più vicini al Pci, che lo indusse nel 1979 ad accettare la proposta di Marco Pannella di presiedere le liste radicali nelle elezioni politiche. Durante tutto questo periodo trovò però al suo fianco, oltre ai radicali, anche personalità come Norberto Bobbio, Dario Fo, Alessandro Galante Garrone, Giorgio Bocca per citare solo alcuni dei nomi più significativi. Questa coincidenza di posizioni e questa vicinanza politica vennero però meno quando Sciascia, che non era un garantista a senso unico, si trovò a sostenere negli anni 80 gli stessi princìpi che aveva sostenuto al momento del confronto con il terrorismo rosso e nero, per contrastare i poteri eccezionali che vennero invocati nella lotta alla mafia.

Non intendo attribuire a lui sentimenti miei. Parlerò quindi per me. Questa seconda rottura fu particolarmente dolorosa perché avveniva con personalità della sinistra democratica che ci erano state vicine e ci avevano sostenuto nelle nostre lotte per i diritti civili: Bobbio con i suoi scritti filosofici su socialismo democratico e comunismo aveva influenzato fortemente la nostra formazione, Alessandro Galante Garrone aveva fatto parte con Loris Fortuna della presidenza della Lega Italiana del Divorzio, quando fui arrestato per la disubbidienza civile contro il reato d`aborto uno dei primi telegrammi che mi giunse in carcere recava le firme di Dario Fo e Franca Rame. Le posizioni di Sciascia e dei radicali, condotte in difesa dello Stato di diritto e della legalità democratica in condizioni di minoranza, avevano fatto emergere il persistere all'interno della sinistra democratica, liberal socialista e azionista e anche all'interno del liberalismo italiano di una componente giacobina che da allora in poi ha fortemente influenzato la politica e la magistratura, imponendo soluzioni che sono state definite "giustizialiste" in contrapposizione al garantismo ma hanno poco a che fare con la giustizia e la legalità, anzi hanno nell'ultimo quarto di secolo largamente contribuito a devastarle.

E’ significativo che le aspre polemiche che accompagnarono le due rotture fossero innescate da due falsi, che lungi dall'esprimere il suo pensiero ne rappresentavano al massimo una grossolana estremizzazione. Nel 1977/78 gli fu attribuita una frase - "Né con lo Stato né con le Bierre" - che non aveva mai pronunciata (certo non con le Br, ma - era la legittima domanda - "con quale Stato?"). La seconda rottura fu provocata da un articolo sul Corriere della Sera in cui criticava i criteri improvvisamente modificati per la scelta dei capi delle Procure, che dovevano occuparsi di criminalità mafiosa: gli fu rinfacciata la frase "I professionisti dell'antimafia" che non compariva nel testo del suo articolo ed era invece il titolo scelto dalla redazione del Corriere. In entrambi i casi Leonardo Sciascia, al pari dei Radicali, fu accusato nella migliore delle ipotesi di equidistanza fra lo Stato e le Bierre e fra lo Stato e la mafia ma molti si spinsero oltre fino al punto di ipotizzare una vera e propria contiguità con le prime e con la seconda. Imperdonabili infamie se solo si pensi alla distanza siderale che separava l’illuminista Sciascia e i nonviolenti Radicali dal rozzo e violento stalinismo delle Brigate rosse e al fatto che nei primi anni Sessanta era stato nei suoi romanzi il primo uomo di lettere a occuparsi di mafia e della collusione fra essa e il potere. L'illuminista Sciascia, che si scopri antigiacobino, semplicemente pensava che contro i tentativi eversivi delle Bierre come contro la criminalità mafiosa lo Stato dovesse combattere in nome del diritto e dei propri principi costituzionali senza cedere, a causa dell`emergenza, a leggi e politiche eccezionali. Nessuna emergenza può giustificare la sospensione delle libertà individuali come delle garanzie giuridiche e costituzionali, se non a prezzo di un abbassamento dello Stato allo stesso livello dei criminali che deve combattere.

Allo stesso modo, durante e dopo il sequestro dell’onorevole Moro, per la sua polemica contro la politica della fermezza fu iscritto d’ufficio nel "partito della trattativa". In realtà anche a rileggere oggi le parole di Sciascia appare chiaro come fossero rivolte a sollecitare non un cedimento ma una maggiore iniziativa nelle indagini e nei rapporti mediatici nei confronti delle Br, impedita dalla conclamata fermezza della Stato che si traduceva purtroppo in inerzia e nella attesa immobile, fatalistica della morte di Moro. Sciascia infatti non mancò di manifestare la propria opposizione e di denunciare la contraddizione della Dc quando, qualche tempo dopo, i suoi dirigenti accettarono di trattare per la liberazione dell’assessore regionale Cirillo sequestrato in Campania. E mostrò cosa si dovesse intendere per politica di iniziativa nei confronti delle Br quando contribuì invece con i radicali a creare le condizioni per la liberazione di un altro sequestrato, il giudice D’Urso, che avvenne senza cedimenti, senza concessioni, ma attraverso un’iniziativa politica e mediatica e un confronto polemico condotto sotto gli occhi dell’opinione pubblica grazie ai microfoni di Radio Radicale e ad alcuni giornali e telegiornali che ebbero il coraggio di rompere un assurdo silenzio stampa. Quell'iniziativa, nella quale Sciascia si espose senza riserve, ruppe dunque l’unità corporativa dei giornalisti ma provocò anche una rottura fra i brigatisti in carcere e i terroristi che avevano operato il sequestro, che si rivelò determinante per la salvezza del giudice.

(...) Sciascia scrisse di sé che avrebbe voluto essere ricordato come un uomo che "contraddisse e che si contraddisse". (...) Quanto al "si contraddisse" sono invece possibili più letture e diverse spiegazioni. (...) Ad esempio a proposito della mafia. Non c’è uno Sciascia intransigente contro la mafia, che diventa improvvisamente lassista o peggio, come è stato insinuato, connivente nei confronti della mafia. Basta rileggere "Il Giorno della civetta" per rendersi conto che il Capitano Bellodi, nel momento in cui ha difficoltà a inchiodare alle sue responsabilità il capomafia Arena, respinge la tentazione delle scorciatoie e condanna con decisione i metodi del Prefetto Mori, adottati durante il fascismo. Al contrario invoca e in qualche modo prefigura più efficaci metodi di indagine che potrebbero consentirgli di risalire alle disponibilità finanziarie, penetrando nelle maglie del segreto bancario, allora un tabù per il nostro sistema giuridico, e di colpire i clan mafiosi nei loro patrimoni, anticipando così molto tempo prima la strada che sarà seguita da Falcone e Borsellino e che porterà, con successo, a celebrare il maxi processo di Palermo contro la Cupola di Cosa Nostra. Muta dunque l’obiettivo polemico - alle connivenze della Dc e dello Stato si sostituisce l`attacco alle strumentalizzazioni politiche dell’antimafia ma Sciascia continua a muoversi all'interno della medesima ispirazione e convinzione ideale. E anche se, come ho prima sottolineato, non pronunciò e non scrisse mai la frase "I professionisti dell’antimafia", coloro che lo avevano attaccato, insultato, indicato al pubblico disprezzo, furono gli stessi che, comportandosi proprio come tali, riuscirono a impedire la nomina da parte del Consiglio superiore della magistratura di Giovanni Falcone a capo della Procura nazionale Antimafia. "Io ho dovuto fare i conti, da trentanni a questa parte - scrisse poco prima di morire in "A futura memoria" - con coloro che non credevano o non volevano credere nell'esistenza della mafia e ora con coloro che non vedono altro che mafia. Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di aver scherzato su Stalin, i clericali di essere un senza Dio; e così via. Non sono infallibile ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità".

C’è tuttavia per quel "si contraddisse", io penso, una spiegazione più plausibile e una più intima ragione. "Scrivo su di me, per me e talvolta contro di me - disse a Marcelle Padovani nel libro-intervista La Sicilia come metafora - Prendiamo, ad esempio, la realtà siciliana nella quale vivo: un buon numero dei suoi componenti io li disapprovo e li condanno, ma li vedo ‘con dolore’ e ‘dal di dentro’: il mio ‘essere siciliano’ soffre indicibilmente del gioco al massacro che perseguo. Quando denuncio la mafia, nello stesso tempo soffro poiché in me, come in ogni siciliano, continuano ad essere presenti e vitali i residui del sentire mafioso. Così, lottando contro la mafia, io lotto anche contro me stesso, è come una scissione, una lacerazione. Lo stesso avviene per quanto riguarda la donna siciliana: nel mio modo di descriverla e di condannarla c’è anche una condanna di me stesso. Soffro di dover raccontare della donna di Sicilia nel suo ruolo storico, vale a dire come elemento negativo dell’evoluzione della società insulare, nella sua funzione matriarcale, schiacciante e conservatrice, quale ha pesato sui nostri nonni e padri e quale può pesare ancora oggigiorno. Ma nel momento stesso in cui la giudico, io mi sento responsabile della sua condizione, responsabile atavicamente".

(...) Questo non scalfisce in nulla il suo essere, anche, scrittore illuminista. Ho sempre pensato che la qualità e grandezza di Sciascia sia proprio in questa intima e vitale contraddizione tra l’adesione alla sua terra e alla cultura della sua terra e il suo costante, eretico contrapporvisi in nome di pochi, essenziali valori: la laicità, la democrazia, la tolleranza, una profonda religiosità, la giustizia, il rispetto della dignità umana, la verità. (...)


(da “Il Foglio”, stralci della prefazione di Gianfranco Spadaccia a "La memoria di Sciascia", collezione di saggi e articoli dello scrittore messicano Federico Campbell (1941-2014), pubblicata in Italia da Ipermedium Libri)

sabato, luglio 05, 2014

Adriano Sofri - Giustizia: se i libri negati dietro le sbarre diventano l’ultima pena

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04-07-2014
I volumi con copertina rigida vietati, gli altri limitati. Ancora oggi la lettura per i detenuti non è un diritto ma una concessione. Come dimostrano le polemiche inglesi e le proteste di Dell'Utri.
Dovete andare in galera: abbracciate i vostri cari, mettete nel sacco spazzolino, biancheria di ricambio, e due libri - forse i due libri prima dello spazzolino? - un romanzo da rileggere, e un saggio recente, o forse un dizionario portatile. All'arrivo, vi lasciano lo spazzolino, vi tolgono i libri. Se eravate novellini, e credevate che davvero le arance fossero permesse, e anche i libri rilegati, dovrete rassegnarvi allo scempio delle copertine rigide strappate via, per regolamento - ragioni di sicurezza. Ogni tanto si ricomincia, con la questione dei libri in cella: se siano una concessione, o un diritto.
In Inghilterra è appena successo con la breve detenzione di un ex-deputato laburista ed ex-ministro, Denis MacShane, condannato per aver falsificato i rimborsi (risonanza enorme, cifra modesta in confronto alle nostre) cui furono confiscati i libri che si era portato dietro.
Caso che ha fatto esplodere uno scandalo tuttora non sopito. Il ministro della giustizia, Chris Grayling, ha fatto sapere che il divieto di portarsi dietro libri o riceverli per pacco o dai parenti è una misura tesa a far sì che i detenuti li meritino: in sostanza, i libri devono essere un premio alla buona condotta. Per fortuna, un'insurrezione ha accolto la pretesa. Di spirito poetico dotata, la scrittrice Cathy Lette ha avvertito: "Lo impaleremo sui nostri pennini".
Altri hanno commentato che condannare a morire di fame di lettura è indegno della Gran Bretagna. Da noi, Marcello Dell'Utri ha minacciato lo sciopero della fame per il divieto (ora caduto) a tenere in cella più di due volumi: "Per me i libri sono come l'acqua", ha detto. I libri sono come l'acqua per tutti i carcerati, o come una zattera.
La prigione è un naufragio e non è un caso che all'inizio d'estate le pagine di varietà ricomincino con la domanda: "Che libro vi portereste su un'isola deserta?", Che libro vi portereste in carcere. Magari uno di quelli che in carcere sono stati dettati o concepiti, Il Milione, o il Don Chisciotte, o l'impressionante antologia raccolta da Daria Galateria, "Scritti galeotti. Narratori in catene dal Settecento a oggi" (Sellerio: ne mancano pochi). Ma la tradizione grandiosa della scrittura in carcere non è nemmeno paragonabile alla tradizione inaccertabile della lettura in carcere. In Inghilterra, avendola detta grossa, i responsabili delle carceri hanno ripiegato sulle ragioni di sicurezza: i pacchi vanno controllati, e il personale è poco, e i fondi sono tagliati... come le copertine rigide.
Sciocchezze. Poche cose sono facili da controllare come i libri. Ma il tema scatenato dall'ottusità penitenziaria porta lontanissimo. In Brasile, Dilma Roussef (ex-detenuta) sperimentò due anni fa la concessione di 4 giorni di riduzione della pena per ogni libro letto - per un massimo di 12 libri, 48 giorni. In ambedue i casi, quello che riduce la lettura a un premio alla buona condotta e quello che considera buona condotta la lettura, c'è un malinteso: che leggere libri renda migliori, e contribuisca a risocializzare. È vero per la gran parte delle persone, dentro e anche fuori del carcere: ma può anche non esserlo. Quello che conta è che la lettura - e il suo reciproco, la scrittura - è un'attività ormai connaturata all'homo sapiens sapiens, e lo è infinitamente di più dove è privato della libertà.
I libri e i giornali sono, oltre che la radio e la tv, ciascuno a suo modo, il mondo surrogato che permette ai carcerati di tirare avanti. In galera l'aria guadagna un senso diverso e calcolato: l'ora d'aria. Nemmeno l'aria che respiri ti rende migliore: semplicemente, ti impedisce di soffocare. Così la lettura. In ogni carcere italiano dovrebbe esserci una biblioteca: c'è nella maggioranza.
Spesso è ancora povera, specialmente di libri e giornali adatti alla popolazione straniera. Spessissimo non accoglie i detenuti in modo che possano guardare i libri, sfogliarli, sceglierli. Molto si fa, da volontari e enti locali (che hanno per legge la responsabilità delle biblioteche carcerarie) scontrandosi con gli impedimenti e a volte i boicottaggi quotidiani della vita carceraria. Perfino regalare libri alle biblioteche carcerarie è un'impresa, fra passaggi burocratici e questioni di catalogo e spazio. I detenuti chiedono soprattutto libri sulle questioni ultime, dicono gli esperti: filosofia, religione.
Può darsi, i letti a castello propiziano la metafisica. Cercano soprattutto storie d'amore, su cui vagare, e imparare a scrivere lettere d'amore. La vecchia categoria degli "scrivani" ha questo grande privilegio, di fare da Cyrano di mille Rossane, e intanto imparare dagli altri, da quelli che non trovano le parole appropriate, che non sanno scrivere, le parole sorprendenti che loro non avrebbero immaginato.
C'è un'ultima questione: per i liberi non solo la lettura dei libri è necessaria e naturale come l'aria e l'acqua, ma anche internet, e gli e-book, e il resto. Fino a quando penseremo che sia un lusso proibito per i detenuti, e che scrivere mail, per chi è autorizzato a scrivere e ricevere lettere senza censura, sia impensabile? I liberi si castigano spesso accontentandosi del mondo virtuale. I prigionieri sono mutilati anche di quello.
(da “Repubblica”)

venerdì, marzo 16, 2012

Libri radicali - Formigoni, biografia non autorizzata


16-03-2012
Lorenzo Lipparini, Formigoni, biografia non autorizzata. Editori Internazionali Riuniti, pagg.207 16 euro - Tutto poteva aspettarsi Roberto Formigoni, il quasi ventennale presidente della regione Lombardia che da anni si propone come successore di Silvio Berlusconi. Ma non che a scrivere la sua biografia non autorizzata fosse Lorenzo Lipparini, il suo incubo peggiore, il giovane radicale che ha fatto tremare lui e tutto il PdL lombardo, presentando l’esposto sulle firme irregolari che aveva lasciato il governatore senza lista e che qui viene raccontato in dettaglio come mai prima d’ora. Ma non solo: l’infanzia di Formigoni su quel “ramo del lago di Como”, le polemiche sul padre “fascistissimo”, le inchieste giudiziarie e il rapporto simbiotico con Comunione e Liberazione. Un Formigoni inedito, narrato con precisione chirurgica e con altrettanta correttezza: una biografia documentata e imparziale, che fuori da ogni logica politica, racconta l’uomo e il politico che ha plasmato intorno a sé l’intera regione Lombardia. Il cattolicissimo amico e discepolo di don Giussani che ha spalancato, senza batter ciglio, le porte del Consiglio regionale a Nicole Minetti, intrattenitrice dell’ex premier alle feste di Villa Certosa, con buona pace della sua guida spirituale.

da NotizieRadicali.it

domenica, maggio 01, 2011

Contro il regime. Panfilo Gentile e l’opposizione liberale alla partitocrazia (1945-1970),

Panfilo Gentile
28-04-2011
E’ da poco uscito nelle librerie un saggio storico-politico che sorprende per la sua attualità e precisione dei tempi. Ma vorrei omettere, almeno per qualche istante, il titolo di questo volume. Perché è un libro raro. E’ un testo che affronta il cammino dei liberali e democratici all’interno della partitocrazia italiana. La storia è sorprendente: come se sessanta anni fossero trascorsi generando sempre soluzioni riconducibili al solito Potere fine a se stesso della partitocrazia.
Dal 1945 fino ai nostri giorni. Senza esclusione di continuità. Proprio come spiegano e ripetono, in ogni occasione, Marco Pannella ed Emma Bonino. Eppure, le idee e le azioni dei Radicali, dal 1955 ad oggi, hanno saputo innestare, nei diversi processi sociali e civili del nostro Paese, un cammino di cambiamento in senso liberale e democratico segnando così un riconoscibile solco di libertà all’interno del sessantennale Regime partitocratico. Insomma, se si legge il libro a cui faccio riferimento si scopre che, in Italia, un percorso riformatore c’è stato e c’è. E viene da lontano: da Panfilo Gentile, da Giuseppe Maranini, Luigi Einaudi, Guido de Ruggiero, Ernesto Rossi, Mario Pannunzio. Si tratta del solco che hanno continuato a tracciare i Radicali di Pannella con l’aiuto di tutti i cittadini: di centro, di destra e di sinistra. Cittadini che hanno creduto in loro stessi, che hanno creduto nelle battaglie di libertà e per i diritti civili, che hanno riconosciuto loro stessi in queste battaglie, che si sono riconosciuti e mobilitati per le urgenze di tutti, per i loro sogni e per le ragioni di loro stessi, come per quelle degli altri.

Il libro di cui sto parlando, in altri termini, traccia la storia e la proposta liberale di un dibattito sempre attuale e delinea i primi venticinque anni dell’Italia post-fascista catturando il lettore dentro una riflessione che colpisce e lascia attoniti per la sua enorme corrispondenza con i problemi di oggi. Il libro a cui faccio riferimento, scritto da Alberto Giordano, si intitola Contro il regime. A cui segue un sottotitolo esplicativo: Panfilo Gentile e l’opposizione liberale alla partitocrazia (1945-1970), edito da Rubbettino (pag. 285, euro 14,00). Un testo da tenere sul comodino. Perché racconta le origini della situazione politica che ci portiamo dietro da troppo tempo. Infatti, già Panfilo Gentile e i liberaldemocratici dell’epoca immaginavano una democrazia dell’alternanza e un’economia liberale, non protezionistica e contro i monopoli.
Quando, però, i pensatori liberali si accorsero che il cammino intrapreso stava conducendo verso altri lidi, addirittura opposti a quelli da loro stessi sognati, denunciarono con forza le gravi illiberalità che il sistema partitocratico e clientelare stava producendo sulle nostre Istituzioni e che avrebbe finito con il distruggere qualsiasi possibilità di riforma in senso liberale e democratico dello Stato. Anzi, il risultato sarebbe divenuto presto quello della strada per le contro-riforme. Una cappa di piombo, insomma, avrebbe soffocato le idee e le proposte liberali. Non a caso, in quegli anni, come si legge nel libro di Giordano, la partita appariva già perduta. A peggiorare le cose, malgrado i continui ammonimenti degli spiriti liberali, fin dagli anni Quaranta, vi fu la scelta di preferire una legge elettorale di stampo proporzionale e di rinunciare a qualsivoglia riforma istituzionale sul modello anglosassone o americano e presidenziale. Quello che ne scaturì, si comprende bene leggendo il libro di Alberto Giordano, fu un vero e proprio regime illiberale, sostanzialmente non-democratico. Quello di oggi.

Membro della Giunta esecutiva di Radicali Italiani e Presidente dell'Associazione Radicale "Pier Paolo Pasolini" di Frosinone

venerdì, novembre 26, 2010

“Leonardo Sciascia e i comunisti”, di Emanuele Macaluso

Di Valter Vecellio da Notizie Radicali
18-10-2010
Un’avvertenza: non farsi trarre in inganno dalle dimensioni del libro, e neppure dallo stile scorrevole e godibile del suo autore: “Leonardo Sciascia e i comunisti” di Emanuele Macaluso (Feltrinelli, pagg.157, 14 euro), è un libro denso, ricco di spunti, pieno di “cose”, leggi una decina di pagine e ti costringe a ritornare sui tuoi passi, a rileggere quel brano che ti accorgi d’aver preso sottogamba, e che invece va meditato…Seconda avvertenza: la lettura di questo libro è bene farla avendo sottomano altri volumi: “Il maestro di Regalpetra”, la bella biografia di Sciascia scritta da Matteo Collura (Longanesi), come lo stesso Macaluso consiglia; ma non solo: è utile non perdere di vista, consultare e compulsare “Leonardo Sciascia, deputato radicale 1979-1983” (a cura di Lanfranco Palazzolo, Kaos editore); “L’Alfabeto eretico”, sempre di Collura, sempre Longanesi; se avete fortuna, perché ormai non son facili da reperire: “Leonardo Sciascia”, di Antonio Motta (Lacaita); “Conversazione in una stanza chiusa”, a cura di Davide Lajolo (Sperling & Kupfer); “Giorni felici con Leonardo Sciascia”, ancora di Motta (Casagrande).

Macaluso, esponente e militante del PCI, una vita ricca e densa come poche e ora, ad onta degli anni che ci sono, una vitalità e una lucidità di analisi e pensiero invidiabile e di cui il PD non sa fare tesoro (e tanto più visto che Macaluso è critico e scettico), è stato da sempre amico di Sciascia: un’amicizia che dissensi politici e divergenze di opinione non hanno incrinato. “Riflettere oggi su Sciascia e i comunisti significa riconsiderare il legame tra Leonardo e chi, come me, gli fu amico, ma pure dirigente del PCI siciliano e nazionale; significa rivivere i momenti in cui la polemica divampò aspra…Perché solo adesso? Forse perché sono ormai vecchio e la mia memoria richiama fatti e immagini del passato, sollecitandomi a fare i conti con me stesso…”. I conti di Macaluso con Sciascia, ma, insieme, con il PCI, con il suo partito di una vita; e i conti di Sciascia con il PCI e il mondo che il PCI rappresentava.

Per molti anni Sciascia, pur non essendo mai stato comunista, si era trovato a fianco del PCI, e di tanti comunisti Sciascia era amico. Per tante ragioni: il PCI era il partito che stava all’opposizione, anche se spesso era un tipo di opposizione che non gli garbava troppo, incline com’era a compromessi e concessioni con la Democrazia Cristiana; e poi, in terra di Sicilia, in una certa stagione, il PCI era certamente il partito che più si opponeva e meno era compromesso con il potere mafioso; i suoi militanti quelli che con maggiore determinazione l’avevano combattuto. Poi, certo, il “milazzismo”, il compromesso storico a livello locale e nazionale, l’infelice esperienza di consigliere comunale a Palermo, presto finita, fino agli scontri durissimi: non solo le polemiche attorno all’“Affaire Moro”, anche prima: per esempio, le polemiche sull’impegno che si esigeva agli intellettuali negli anni di piombo, quell’accusa di “nikodemismo” lanciata da Giorgio Amendola; la querela presentata dal segretario del PCI Enrico Berlinguer a proposito dei supposti legami tra terroristi delle BR e paesi dell’Est europeo…Alla fine un solco incolmabile. In più di una conversazione privata, Sciascia si limitava a definire i comunisti “loro”, e con il tono di chi ne era ormai irrimediabilmente deluso. Ne fa fede il libro “Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia”. Può aiutare un brano contenuto nella biografia di Collura, citato anche da Macaluso: “…Nel suo immaginario di scrittore, la DC diventerà un mostro, un Leviatano dal corpo metà sirena (quella che attrarrà a sé le forze popolari, i partiti della sinistra), e metà drago (quella che contribuirà alla corruzione generalizzata del Paese). E finirà col diventare una zattera della Medusa, uscendone a pezzi: i comunisti che accorreranno a spartirseli a governare con essi, anziché approfittarne per propiziare il vero cambiamento…”. E ancora: “…Quello comunista, per lui nato in una zona povera della Sicilia, ed educato agli ideali di libertà e di promozione umana, era stato l’unico partito possibile, e lo sarà ancora fino a quando esso dimostrerà di voler fare opposizione, di essere opposizione; lui è un comunista alla Gide, ha più del cristianesimo che del marxismo…”.

A Lajolo che lo sollecita, Sciascia confida che del PCI ormai gli interessa “soltanto la gente che ci sta dentro al di sotto del piano decisionale: e che continua a essere la parte migliore di questo nostro paese”. La gente, le persone come Calogero Boccadutri, l’operaio di Favara, antifascista e comunista, quella figura di militante che a Sciascia piaceva “non perché avessero letto Marx o Lenin”, chiosa Macaluso, ma perché incarna “quel partito che sapeva intrecciare la lotta per la libertà a quella per la giustizia, per un cambiamento sociale e per un mondo migliore”. Affermazione, e considerazione, che tuttavia non gli impedirà, intervistato da “Repubblica” nel maggio del 1979, alla domanda: secondo lei il qualunquismo oggi, che cos’è?, di rispondere secco: “E’ la mancanza di idee e di ideologie. E’ il PCI”.

Fondamentalmente Sciascia, pur se avrà coltivato come tutti qualche illusione e patito quale delusione, aveva una sua opinione che mantiene ben ferma negli anni. Nell’appendice del libro di Macaluso si riporta una lunga conversazione con Amendola, pubblicata su “Il Mondo” del marzo 1972: “…E’ proprio quando l’opposizione viene meno, quando l’opposizione non fa in pieno il suo dovere, che comincia la fine della democrazia. Mi sembra inammissibile, o almeno dovrebbe essere inammissibile in un paese democratico, che il Partito Comunista, dopo aver lottato per 25 anni contro la DC, dopo aver criticato il modo di governare del partito cattolico, rinunci ora a rappresentare un’alternativa e si mostri disponibile per un governo insieme con la DC…”. E’, in fondo, quello che dirà sette anni dopo, accettando la candidatura nelle liste radicali: “…Rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà, rompere questa specie di patto tra la stupidità e la violenza che si viene manifestando nelle cose italiane…come dice il titolo del recente libro di Jean Danierl, questa è l’era della rottura, o soltanto l’ora…”.

Sono davvero tante le cose che si potrebbero dire, le riflessioni che suscita la lettura del libro di Macaluso, come in un gioco di domino; tra le tante quelle che ancor oggi gli sono rinfacciate, e nel modo più vile, dal momento che non si può più difendere; e sono accuse, affermazioni di stupidità volgare e di volgarità stupida che lasciano senza fiato. Come quella che ciclicamente viene sollevata, ma la cui paternità è del sociologo Pino Arlacchi: che ha avuto la bella idea (si fa per dire) di affermare che con “Il Giorno della civetta” Sciascia in sostanza ha scritto qualcosa che piaceva alla mafia fosse scritto, e che fa l’apologia del capo-mafia don Mariano Arena. Affermazione via via poi ripresa anche da altri, fino ad Andrea Camilleri. Qui ci si ritrova nella analoga situazione raccontata proprio da Sciascia sul “Corriere della Sera” del gennaio 1979. Quando a proposito delle corbellerie negazioniste di Robert Faurisson, osserva che ha ottenuto quello che voleva; perché da una parte giustamente in tanti avevano contestato, e con dovizia di argomenti e fatti, la negazione che fossero esistite le camere a gas naziste…tuttavia, “ecco che nel fatto stesso di doverla difendere – a prescindere dal modo in cui la si difende – la verità subisce una specie di sminuzione, di degradazione. E si finisce, inevitabilmente col rendere un servizio alla menzogna…”. Difficile, insomma, spezzare questo circolo vizioso senza venir meno a dei principi, ma al tempo stesso è difficile mantenere dei principi senza spezzarlo. Per tornare a “Il Giorno della civetta”, romanzo di cui tutti, un po’ pappagallescamente, declinano le categorie con cui il capo-mafia suddivide l’umanità: consapevoli di rendere un servizio alla menzogna nel senso indicato da Sciascia, varrà la pena di ricordare che la pagina cruciale è la precedente: quella in cui il capitano Bellodi, sentendosi sfuggire di mano il capo-mafia, grazie alle protezioni politiche romane, per un attimo – un attimo solo – cade nella tentazione di utilizzare i metodi al di là e al di sopra della legge, quei metodi che sotto il fascismo poté usare il prefetto Cesare Mori, per estirpare il fenomeno del brigantaggio e della mafia spicciola (perché è pur vero che quando cominciò a voler prendere di mira i livelli alti della “Cosa Nostra”, che già si era fatta regime, venne prontamente e sveltamente nominato senatore del Regno, promosso e rimosso). Bellodi respinge subito quella tentazione, e dice che – piuttosto – bisogna fare come in America, e seguire la pista del denaro, magari dell’inadempienza fiscale come si fece per incastrare a vita Al Capone, e comunque mettere mani e menti esperte nella contabilità delle aziende, e far i raffronti tra il livello di vita di certi funzionari dello Stato e il loro stipendio, tirandone “il giusto senso”. Insomma, seguire il denaro; e così far terra bruciata ai don Mariano Arena, privandoli delle complicità su cui possono contare. In ogni caso, combattere il malaffare e i mafiosi con la legge e i suoi strumenti, non porsi sopra e al di là. Questa grande lezione di diritto, di legalità, questa pagina che andrebbe mandata a memoria nelle scuole, per gli Arlacchi e i Camilleri è esaltare i mafiosi…Valga per tutti quello che dice Tullio De Mauro, fratello di Mauro, il giornalista de “L’Ora” impegnato in inchieste coraggiose di mafia, scomparso un giorno del 1970 e mai più tornato (neppure il cadavere è stato restituito):

“I libri di Sciascia ci hanno aiutato ad aprire gli occhi sul fatto che la mafia non era un fenomeno folcloristico siciliano. E Sciascia si è sempre esposto in prima persona. Io sono stato coinvolto amaramente nel 1970 dalla scomparsa di mio fratello. A Palermo, dove insegnavo, gli amici, i colleghi, gli studenti, per strada non mi salutavano. Le persone che frequentavano la mia famiglia si contavano sulla punta delle dita. E Leonardo era lì, come in un’altra serie di innumerevoli circostanze. Un sociologo dovrebbe valutare queste cose, come dovrebbe aver capito che Sciascia aveva intuito perfettamente la struttura internazionale della mafia e i suoi stretti rapporti con il mondo della politica…”.

Va dato atto a Macaluso di riconoscere con nettezza che era Sciascia dalla parte giusta, la condanna dei suoi detrattori non può essere più netta e decisa. Macaluso inoltre, ripercorrendo le polemiche scoppiate dopo il famoso articolo sui “professionisti dell’antimafia”, è tra i pochi a ricordare la riflessione di Giovanni Falcone raccolta dal giornalista Luca Rossi. A Macaluso viene in mente una pagina della “Storia di Giovanni Falcone” di Francesco La Licata che cita l’episodio. Il brano, più esteso, è riportato dallo stesso Rossi ne “I disarmati”, libro che – curiosamente – dopo una prima edizione non ha più avuto altre ristampe. Il brano, la riflessione ad alta voce di Falcone, dall’interessato mai smentita, è questo: “Il fatto è che il sedere di Falcone ha fatto comodo a tutti. Anche a quelli che volevano cavalcare la lotta antimafia. Per me, invece, meno si parla, meglio è. Ne ho i ciglioni pieni di gente che giostra con il mio culo. La molla che comprime, la differenza: lo dicono loro, non io. Non siamo un’epopea, non siamo superuomini, e altri lo sono molto meno di me. Sciascia aveva perfettamente ragione: non mi riferisco agli esempi che faceva in concreto, ma più in generale. Questi personaggi, prima si lamentano perché ho fatto carriera; poi se mi presento per il posto di procuratore cominciano a vedere chissà quali manovre. Gente che occupa i quattro quinti del suo tempo a discutere in corridoio. Se lavorassero sarebbe molto meglio. Nel momento in cui non t’impegni, hai il tempo di criticare: guarda che cazzate fa quello, guarda quello che è passato al PCI, e via dicendo. Basta, questo non è serio. Lo so di essere estremamente impopolare, ma la verità è questa…”.

Tutto si tiene. Gli stessi che accusavano Falcone di aver “tradito” erano gli stessi che avevano polemizzato con Sciascia con attacchi di rara sguaiataggine.

Per tornare a Sciascia e ai suoi rapporti con il PCI. Intervistato nel giugno del 1978 da “Le Nouvel Observateur”, lo scrittore riassumeva così i termini della questione: “…I miei rapporti con il PCI hanno conosciuto alti e bassi, un po’ come quella poesia di Manzoni, quando parlando di Napoleone dice che fu trascinato ‘due volte nella polvere, due volte nell’altar…’. Prima di pubblicare ‘Il Contesto’ agli occhi del PCI ero uno scrittore ‘buono e coraggioso’. Candidato per le liste comuniste, fui promosso a ‘grande scrittore’. Dopo le dimissioni, sono diventato ‘codardo’…in realtà una simile retorica piena di ingiurie non solo non mi induce a riflettere, anzi qualche volta persino mi diverte. A lungo andare i fulmini del PCI finiscono con l’essere comici”.

Anche a leggere il libro di Macaluso, che spesso ne prende le parti e comunque quasi mai condivide le ragioni che sono alla base di quei “fulmini”, si capisce che hanno fatto di tutto perché Sciascia potesse divertirsi.

All’inizio abbiamo detto che con questo libro Macaluso fa i conti anche con quello che è stato per tutta una vita il suo partito, con la sua storia. Sciascia, annota Macaluso, “parla ancora alla società di oggi e…la sinistra dovrebbe ripensare al suo difficile rapporto con lo scrittore racalmutese, per ripensare anche alla sua politica sulla giustizia. Non so se queste pagine potranno aiutare questo ripensamento. Ne dubito. Io le ho scritte perché sentivo di avere un debito con Leonardo…”.

Auguriamoci, invece, che Macaluso sia, prima o poi, smentito. Anche se il suo dubbio è qualcosa che, lo si deve riconoscere, afferra anche noi. 

Giornalista professionista, attualmente lavora in RAI. Dirige il giornale telematico «Notizie Radicali», è iscritto al Partito Radicale dal 1972, è stato componente del Comitato Nazionale, della Direzione, della Segreteria Nazionale.

venerdì, marzo 19, 2010

due libri da leggere subito : Alfabeto Bonino, orti radicali

da Notizie Radicali giovedì 18 marzo 2010

di Valter Vecellio

C'è un bel libro che val la pena di consigliare, per quello che i consigli possono valere. Il libro si chiama "Alfabeto Bonino", lo ha curato Cristina Sivieri Tagliabue, lo ha pubblicato Bompiani, costa 14 euro. Un libro che non è un'autobiografia in senso classico, ma c'è tanto di Emma, di quell'Emma che conosciamo e anche quella meno "pubblica" e che conosciamo meno. Racconta Emma nella nota che apre il libro che quando le è stato proposto il progetto, ha risposto con un secco "No, grazie". Cristina Sivieri Tagliabue dev'essere cocciuta almeno quanto Emma, non si è persa d'animo, così ha chiesto di poter seguire la campagna elettorale, Emma l'ha lasciata fare pensando che dopo qualche giorno avrebbe gettato la spugna, e invece nel giro di pochi giorni "…ha messo sottosopra il mio staff, tutti i miei archivi. L'ho lasciata fare. In fin dei conti, non possiamo imparare a conoscere le persone quando vengono da noi; dobbiamo noi andare da loro per vedere quello che sono".

A giudicare dai risultati, è una fortuna che Emma abbia lasciato fare, e che Cristina Sivieri Tagliabue non si sia scoraggiata. Composto per "voci", sono poco più di 130, troviamo Giorgio Gaber, uno dei cantanti preferiti; e Gaetano Salvemini, ed Ernesto Rossi; oppure quella "Malcom X", che racconta di come per mantenersi abbia venduto per qualche tempo scarpe nel negozio più sfigato di New York. Non c'è una voce specifica Partito Radicale o Radicali: in ogni riga Emma parla da radicale dei radicali; e una pagina è dedicata a Marco Pannella: comincia con una domanda: "E' vero che dietro di me c'è Marco Pannella? Tra tutte questa mi sembra una cretinata. Gli italiani non sono né scemi, né smemorati. E' venticinque anni che ci vedono insieme me e Marco, non lo hanno certo scoperto da un mese che lavoriamo insieme. Non vedo una buona ragione perché dovrei prendere le distanze da lui. E' l'uomo più disinteressato, generoso e coraggioso che io conosca. Il nostro è un sodalizio umano e politico di una vita intera. Ripeto: chi cerca di dividerci mostra di non conoscere la nostra storia. A volte capita di litigare, e ognuno ha il suo modo di reagire, Marco è più esplicito, urla, io quasi sempre taccio. Le persone a cui devo di più sono mia madre e Marco Pannella. Lui nemmeno lo sa, ma mi ha insegnato a fare pagare in prima persona le cose che si suggeriscono agli altri".

E' un libro che racconta Emma, e raccontandola, si capisce cosa sa fare, cosa può fare una radicale al governo delle cose; e in proposito, alla voce "Governo", otto righe che si possono leggere interamene: "Per governare bene basta un buon Consiglio di Amministrazione, ma bisogna farlo mettendoci dei valori. A sinistra si discute tra cattolici e laici. Come dice Pannella, l'unica cosa concreta che fa girare il mondo sono le idee. Vi chiedo di mettere in questa sfida tutti voi stessi, di portare il vostro modo di essere, nelle diversità e nelle differenze. A Cordova il venerdì pregavano i musulmani, il sabato gli ebrei, la domenica i cristiani…".


Con altri 15 euro, se già non l'avete fatto, regalatevi "Le nostre storie sono i nostri orti, ma anche i nostri ghetti", il libro conversazione che Stefano Rolando ha realizzato con Marco Pannella (anche questo Bompiani). C'è una frase, a pagina 162, che credo condensi e dia la cifra di tutta la conversazione. Rolando chiede se un politico può non esser politico; e Pannella risponde: "No, ma deve "creare" politica. Deve cioè creare ciò che era impensabile. Che cosa abbiamo fatto d'altro se non dare dignità politica a cose che non l'avevano?".

Creare l'impensabile. Ha un po' il sapore dell'ultimo appello pasoliniano ad essere "irriconoscibili", se si vuole essere riconosciuti.

Due libri, che non sono solo due libri: sono racconti di storia e vita radicale, programma e manifesto di quello che si può e deve fare; e il solo fatto che siano stati pubblicati autorizza a un qualche ottimismo.


Va.vecellio@gmail.com

giovedì, marzo 04, 2010

da Il Foglio del 4 marzo 2010 Angiolo Bandinelli su "laicità" e "laicismo"

RIVELAZIONI

Insisto nel separare e distinguere i due termini fondamentali e ricorrenti nel discorso sul rapporto tra religiosità, chiesa e stato: "laicità" e "laicismo".
I laicisti negano che tra i due termini vi sia una differenza effettiva, e attribuiscono alle astuzie dei clericali un distinguo artificiosamente escogitato sostengono - per screditare il laicismo e poter indisturbati dialogare, adesso persino blandendoli, con i laici, isolati, stremati e ridotti a una laicità "sana" perché inoffensiva.
Un saggio di rigorosa qualità scientifica da poco in libreria (Luca Diotallevi: "Una alternativa alla laicità", Rubbettino 2010) mi dà invece ragione, sia pure utilizzando una terminologia differente dalla mia. Per Diotallevi, la "laicità" (in italiano) va distinta dalla "laicité" (in francese).

La "laicité" francese definisce e caratterizza quel movimento culturale/politico che, evolvendosi e via via irradiando dalla Francia nel corso del secolo XIX, portò alla realizzazione di un "progetto" e di una "pratica" di "assoluta autonomia del politico e di egemonia di questo sul pubblico", non solo nelle sfere dell'economia o della scienza ma anche sui temi della famiglia, dell'arte e - infine - della religione.
"Laicité" è dunque il "termine che giunge a denominare il progetto dello stato a riguardo della religione" esattamente nelle modalità con le quali lo analizza il mio "laicismo".

Sono molto lieto di una messa a punto, corretta ed esaustiva per chiunque non sia prevenuto, che ribadisce quanto già contenuto nella mia definizione che ha il laicismo al posto della "laicité". In qualche misura l'autore del bel saggio concorda anche con il seguito del mio ragionamento - tutto di stampo federalista - quando avverte che la crisi della "laicità" - concettualmente risucchiata a sua volta dalla/nella "laicité" - è conseguenza non tanto della "rinascita del ruolo pubblico della religione" quanto della crisi storica dello stato (nazionale, aggiungo io) e della sua "pretesa di sovranità" assoluta.
Alla "laicité" Diotallevi contrappone il modello statunitense della "religious freedom".
Dove è la differenza tra i due termini? L`autore sottolinea con forza che "il regime di 'religious freedom' è espressione di una visione nella quale la teoria non riassume in sé né esaurisce la realtà, non ne descrive per intero le condizioni di funzionamento né tantomeno le produce tutte e le impone...".
Nel presente clima di frenetici tentativi di ridefinizione della laicità, Diotallevi mostra una chiara indicazione per il percorso americano, nel quale le "religious clauses" del "Bill of Rights" - entrato in vigore quindici anni dopo la promulgazione della Costituzione del 1791 -tendono a realizzare un sistema politico imperniato sulla regola del "checks and balances" tra i poteri politici e le forze sociali.
E chi non prova ammirazione -persino, se è un europeo lacerato da contraddizioni, conflitti e dissensi, un bel po' di invidia - per questo flessibile sistema, aperto ad ampie forme di sussidiarietà? Beh, a me tanta ammirazione pare sia eccessiva, e sono convinto che il modello della "religious freedom" americana - una volta accantonata la rituale pratica (di stampo massonico?) del "God bless America", probabile calco dell'anglicano "God cave the Ring" non è troppo distante da quello europeo, magari nella versione italiana e cavourriana del "libera chiesa in libero stato".
Anzi, forse il modello d'oltreatlantico è di un rigore che nell'Italia di oggi susciterebbe l'indignazione dell'ufficialità cattolica e dei suoi dirimpettai di stato. Sentite J. F. Kennedy, in un discorso del settembre 1960, due mesi prima delle elezioni presidenziali:
"Credo in un'America in cui la separazione della chiesa e dello stato è assoluta, in cui nessun prelato cattolico dica al presidente (se è cattolico) che cosa fare; e nessun pastore protestante dica ai suoi parrocchiani per chi votare; un paese in cui nessuna chiesa o scuola confessionale riceva fondi pubblici o goda di privilegi; dove a nessuna persona venga negato l'accesso alla vita pubblica perché la sua religione è diversa da quella del presidente che ha il diritto di nominarlo, o degli elettori che potrebbero eleggerlo. Credo in un'America che non è ufficialmente né cattolica né protestante, né ebrea, nella quale nessun uomo pubblico chiede o accetta istruzioni, su questioni di pubblico interesse, dal Papa, dal Consiglio nazionale delle chiese o da qualsiasi fonte ecclesiastica, dove nessun organo religioso cerca d'imporre la propria volontà direttamente o indirettamente sulla popolazione o sugli atti pubblici dei suoi funzionari, e dove la libertà religiosa è così indivisibile che ogni azione contro una chiesa è un`azione contro tutte".

Il saggio di Diotallevi si raccomanda per altre importanti analisi, su cui sarà bene tornare.

rdo Sciascia su Pasolini