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domenica, settembre 29, 2024

La lingua latina e le altre

Come parlavano gli Antichi Romani?
Io invece ti dirò come NON parlavano gli antichi romani: non parlavano il latino.




Sorpreso? Non dovresti esserlo. Ragioniamoci un po’ sopra: i romani hanno conquistato gran parte della penisola italiana già in epoca repubblicana. Sconfitti gli Etruschi, sottomessi altri popoli meno potenti come gli Osci e i Volsci, la lingua del Lazio, ovvero il latino, si diffonde in tutta la penisola romanizzata. Sicuramente questa lingua non era un monolito ma un “continuo dialettale”: è difficile credere che in tutto il Lazio del V secolo A.C. tutti parlassero la stessa identica lingua, dato che questo non accade neanche oggi. E la lingua latina parlata nell’Italia romana certamente si è diversificata e arricchita grazie al (o per colpa del) contatto con le lingue non latine parlate dai popoli romanizzati, generando nuovi dialetti e lingue locali nell’Italia centro-meridionale.

Il grande limite all’espansione romana fuori dalla penisola viene superato dopo oltre un secolo di guerre, con la sofferta vittoria sui Punici, che dominavano il Mediterraneo e avevano colonie lungo tutte le sue coste, dall’odierno Libano fino a Gibilterra e perfino sull’oceano Atlantico. Vinti i Punici, Roma conquista prima la Sardegna e la Corsica (III secolo A.C.) poi la costa mediterranea dell’Iberia e le isole Baleari (II secolo A.C.). Da questo punto in poi l’espansione romana in Europa e nord Africa è incontenibile.

Ma dal punto di vista linguistico la cosa più interessante è evidente da quello che è rimasto oggi da queste conquiste: le lingue locali non latine sono scomparse totalmente dai paesi conqustati dai romani (con l’eccezione del basco); tutti i popoli sottomessi ai romani hanno cominciato a parlare lingue e dialetti derivati dalle lingue parlate nel Lazio, adattati alle parlate locali, contaminati dalle lingue preesistenti, e certamente dalle parlate dei romani che hanno fisicamente conquistato e governato questi nuovi territori. Le lingue generate dalla romanizzazione di questi primi territori conquistati sono tantissime: conosciamo lo spagnolo, il portoghese e il francese, ma ci sono il galiziano, il catalano, il sardo, l’occitano, e tante altre che vengono chiamate spesso “dialetti” ma che dialetti non sono affatto. Queste lingue sono tutte diverse ma hanno chiaramente una matrice comune, che si ritrova nella grammatica, nel lessico e nella pronuncia. Ma derivano davvero dal latino?

Vediamo cosa hanno in comune queste lingue che il latino non ha:

tutte possiedono gli articoli determinativi, che nel latino mancano del tutto. Gli articoli determinativi hanno due origini precise: la parola “illum” che ha generato gli articoli dell’italiano, del francese e del castigliano, e la parola “ipsum” che ha generato gli articoli del sardo e del catalano antico,
nessuna (eccetto il rumeno) possiede il genere neutro, che in latino invece esiste,
nessuna (ancora una volta, eccetto il rumeno) usa le declinazioni, se non in modo “embrionale” (io, me, mi; tu, te, ti…), che in latino esistono e sono una parte fondamentale della grammatica,
tutte fanno il plurale aggiungendo una “s” al singolare, senza eccezioni fuori dalla penisola italiana e della Romania, mentre in latino il plurale ha regole complesse, parzialmente conservate nell'italiano e nella maggior parte delle lingue della penisola italiana
tutte fanno esteso uso di preposizioni per sostituire i casi: in italiano, come sappiamo dalle elementari, queste sono di, a, da, in, con, su, per, tra, fra, nelle altre lingue romanze sono diverse ma molto simili. In latino queste preposizioni esistono, ma il loro uso è limitato, dato che la declinazione dei sostantivi permette di farne a meno.
tutte costruiscono il futuro aggiungendo "avere" al verbo, in modo più o meno trasparente. In italiano "farò" è una forma non trasparente di "fare ho" inteso come "ho da fare". In sardo è rimasto "appo a faghere" cioè "ho da fare" in modo perfettamente trasparente.
Tutte queste caratteristiche straordinariamente simili in tutte le lingue romanze moderne, fanno sospettare una origine comune. E’ molto difficile giustificare la convinzione diffusa che le lingue romanze siano nate solo nel medioevo, con il graduale declino del latino come lingua parlata. Se così fosse accaduto, in un’Europa dove già si parlasse il latino in posti lontani fra loro come Reims e Catania, Lisbona e Bucarest, sarebbe impossibile che le caratteristiche elencate sopra si potessero sviluppare indipendentemente e così sorprendentemente uguali in luoghi tanto diversi.

Ma è anche difficile ipotizzare che ci sia stata una comunicazione linguistica che ha coinvolto tutti i paesi di lingua romanza, tanto forte da unificarne le caratteristiche grammaticali su caratteri non latini. Se questo si può ammettere per la parlata di popolazioni vicine e che commerciavano assiduamente fra loro, come i popoli della penisola italiana e quelli dell’Iberia, ciò non si può certamente estendere a tutta l’Europa latinizzata.

Resta una sola spiegazione: esisteva, fin dal III secolo A.C. e certamente anche prima, una lingua diversa dal latino (inteso come “latino classico”, quello insegnato a scuola) che veniva parlata comunemente, tanto da evolvere nelle lingue parlate nelle provincie romane, e infine nelle lingue romanze moderne, e che conviveva con il latino “classico”, quello che oggi chiamiamo latino.

Questa lingua la possiamo chiamare “latino volgare” ovvero il latino (inteso come lingua del Lazio) parlato dal volgo, dal popolo. Era certamente parlata dalla gente comune, ovvero dalla grande maggioranza dei romani, ed era certamente suddivisa in molti dialetti, non essendo una lingua scritta né codificata nella grammatica, nel lessico e nella pronuncia. Anzi, per dirla tutta, il "latino volgare" non è altro che una comoda denominazione collettiva per raccogliere insieme tutti i dialetti della romanità eccetto il latino cosiddetto "classico".

Il latino volgare non appariva nella letteratura, se non sporadicamente, perché i suoi parlanti non consumavano né producevano letteratura, essendo in gran parte analfabeti. Ma era certamente parlata a molti livelli: non solo dai braccianti agricoli e dai lavoratori di basso rango nelle città, ma da commercianti e militari, burocrati e pubblici dirigenti, altrimenti non avrebbe potuto lasciare tracce così forti come sono tutte le lingue neolatine esistenti oggi. Infatti una lingua “volgare” parlata solo da braccianti e manovali non avrebbe potuto dare origine a tutte (tutte!) le lingue romanze che esistono in Europa, mentre il latino “classico” non ne ha generata nessuna (con il dubbio caso del rumeno). Certamente nelle provincie i romani non potevano parlare altro che il volgare con i popoli locali a tutti i livelli: lavoro, comando, giustizia, burocrazia e commercio.

E il latino classico? Era la lingua della letteratura e della burocrazia, della legge e della religione. Era una lingua scritta, colta, usata da pochi o da nessuno nelle relazioni quotidiane con gli altri. Si può pensare che chi parlava latino fosse fluente anche in almeno un dialetto volgare, e che, ad esempio, un senatore, recitasse le sue orazioni in latino classico, ma poi, fuori dalle aule del Senato, parlasse volgare con i suoi pari, così come non tanti anni fa, e a volte ancora oggi, un avvocato siciliano o romagnolo avrebbe pronunciato in italiano la sua arringa in tribunale, per poi passare alla lingua locale, il cosiddetto “dialetto”, fuori dall’aula, per parlare informalmente con i colleghi.

E come nell’Italia dell’unione non c’era nessuno che parlasse solo, esclusivamente italiano, è difficile pensare che nella Roma repubblicana, e nei territori romanizzati, ci fosse qualcuno che parlava solo, esclusivamente latino classico. La situazione più verosimile è quella di una “diglossia” in cui le persone più colte parlavano almeno due lingue: un dialetto volgare e latino classico, mentre il volgo parlava solo latino volgare, o al più aveva una conoscenza passiva del latino classico: lo capiva senza essere capace di parlarlo.

Chi ha più di cinquant’anni e ha vissuto in un ambiente rurale, o almeno lontano dalle grandi città italiane, conosce certamente questa situazione: in un piccolo paese italiano, dovunque, dalla Sardegna al Friuli, dalla Val d’Aosta alla Puglia, tutti parlavano la lingua locale, e solo alcuni sapevano parlare bene l’italiano. Per uno straniero che parlasse solo italiano la comunicazione era difficile, ma non impossibile dato che molte persone capivano l’italiano pur senza parlarlo. Nelle zone di frontiera non era raro imparare tre o quattro lingue fin dall’infanzia. Il mono-linguismo limitato alla lingua ufficiale della Nazione, che è la norma oggi, solo pochi decenni fa era una rarità. Se uno parlava una sola lingua, questa era certamente la lingua locale, o dialetto, o volgare, e non l’italiano. Non c’è motivo di credere che le cose fossero molto diverse negli stessi luoghi, 2500 anni fa.

La storia di Jasper Maskelyne by Ioannis

Persone insospettabili hanno mai cambiato le sorti di una guerra?
Perché ho lo stimolo di urinare quasi ogni ora durante la notte? Mi devo preoccupare? (nel caso servisse l'informazione, l'urina è quasi trasparente)
Da un po' di tempo a questa parte non riesco più a trattenere la pipì e rischio sempre di farmela addosso, quale potrebbe essere la causa?
Quale immagine fa riflettere sulla vita?
Chi fu un eroe italiano pressoché dimenticato da tutti?

LUCA GUALA   da QUORA

giovedì, agosto 04, 2022

I libri di testo online gratuiti funzionano davvero

 E altre lezioni da un decennio di creazione di strumenti digitali per gli insegnanti.

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(Altri esempi del progetto OER includono un video sul cambiamento climatico e uno sul vaiolo , con l'eminente epidemiologo Larry Brilliant.)

Per vedere quanto possono essere efficaci questi corsi, guarda l'impatto di Big History sulle capacità di scrittura degli studenti e in particolare come aiuta a colmare il divario tra studenti ad alto e basso reddito. All'inizio e alla fine dell'anno scolastico, gli insegnanti che usano il corso ottengono una misura di quanto bene ciascuno dei loro studenti stia scrivendo. Secondo i dati interni del progetto OER, in media, solo il 26 per cento degli studenti che frequentano Big History nelle scuole a basso reddito iniziano l'anno accademico valutati come "competenti" o migliori per iscritto. Entro la fine dell'anno scolastico, quel numero è balzato al 62%, che è più o meno alla pari con gli studenti di Big History nelle scuole private.

Inoltre, gli insegnanti dicono che gli piace il materiale. Viene utilizzato in più di 2.200 scuole e l'anno scorso il 95% degli insegnanti che hanno tenuto un corso del progetto OER ha dichiarato che lo consiglierebbe ai propri studenti. E sempre più stati stanno incoraggiando i distretti scolastici e gli insegnanti a utilizzare le risorse educative online, comprese quelle del progetto OER.

"Ci piacerebbe che molti altri fossero coinvolti e continuassero ad aumentare la qualità degli strumenti digitali".

Dato il successo che abbiamo riscontrato, sono piuttosto ottimista sull'ampio impatto che i materiali OER possono avere nell'istruzione. Il progetto ha raggiunto 1 milione di studenti nel suo primo decennio; tra un decennio, spero che possa raggiungere 1 milione di studenti ogni anno. Ma il nostro obiettivo non è che il progetto OER sia l'unica fonte di risorse educative aperte, e nemmeno la più grande. Ci piacerebbe che molti altri fossero coinvolti e continuassero ad aumentare la qualità degli strumenti digitali che gli insegnanti possono utilizzare. Un grande obiettivo per l'intero campo sarebbe quello di creare corsi e sviluppo professionale per ogni materia e ogni grado. Il potenziale qui è enorme.

Poiché sempre più persone creano risorse educative aperte, ci sono alcune lezioni del progetto OER che vale la pena tenere a mente. Per prima cosa, indipendentemente dal corso o dal grado di cui parli, il contenuto deve essere sviluppato da esperti nel campo e nell'istruzione in classe.

Inoltre, gli insegnanti hanno bisogno di supporto che li aiuti a svolgere al meglio il proprio lavoro. I nuovi insegnanti potrebbero aver bisogno di assistenza, ad esempio, nell'insegnamento della lettura, mentre i veterani potrebbero apprezzare l'ascolto di docenti universitari che discutono delle ultime ricerche. E la necessità di supporto è diventata dolorosamente ovvia quando il COVID-19 ha colpito, poiché gli insegnanti hanno dovuto capire come utilizzare i nuovi sistemi digitali, coinvolgere gli studenti mentre erano online e fornire istruzioni ibride. I materiali di alta qualità che possono essere consegnati digitalmente e in sicurezza non erano un lusso; erano una necessità. Ma scarseggiavano.

Il progetto OER è stato in grado di offrire sviluppo professionale su richiesta, sessioni di formazione virtuale e una comunità online in cui gli insegnanti possono condividere idee e risorse. Se un nuovo insegnante pubblica un post sulla prova di una nuova lezione dal progetto OER, un veterano ti ricontatterà tra poche settimane e chiederà come è andata. È un modo semplice ma efficace per gli educatori di diffondere le migliori pratiche.

L'ultima e forse la lezione più importante è che il contenuto deve essere rivisto in base al feedback degli insegnanti che lo stanno utilizzando. Dopotutto, sono quelli che sanno di più su cosa funziona per i loro studenti e cosa no. E più sono coinvolti nel corso, più efficacemente lo insegneranno.

Questo è uno dei grandi vantaggi di lavorare con i contenuti digitali: possono essere aggiornati più frequentemente rispetto alle pubblicazioni cartacee. Molti libri di testo sono notoriamente obsoleti. Un'insegnante ha detto al team del progetto OER che i suoi libri di testo sull'attualità si riferiscono ancora all'Unione Sovietica! La differenza tra stampa e digitale è come aggiornare il software utilizzando i floppy disk che arrivano nella posta anziché semplicemente aggiornare un'app sul telefono.

So che la scelta di un curriculum e dei libri di testo può essere un processo complicato. Ma è difficile discutere con le intuizioni fondamentali del lavoro del progetto OER. I corsi dovrebbero essere creati da educatori ed esperti in materia, integrati con lo sviluppo professionale e regolarmente migliorati con il feedback degli insegnanti che li utilizzano. Nel crescente campo delle risorse educative aperte, gli editori di programmi di studio che tengono a mente questi principi saranno nella posizione migliore per avere successo.

Tutti i materiali del progetto OER sono disponibili gratuitamente sul suo sito web .

mercoledì, luglio 06, 2022

Il QI e il linguaggio.

 Il problema linguaggio non si può superare con un clic e se permettete trovo che sia bello che sia così.

Bisogna impegnarcisi in prima persona e coinvolgere la gente con la quale si con-vive.
Insomma è una sfida costante che si arricchisce attraverso la lettura e la scrittura.
Ma attualmente per la maggior parte della popolazione italiana assisto ad un progressivo impoverimento del linguaggio, sia scritto ( con evidenti fenomeni di analfabetismo di ritorno), sia parlato, tanto che rischia sempre più di diventare assai difficile comunicare attraverso la parola, parlata o scritta che sia, emozioni, pensieri e ragionamenti che siano minimamente complessi. La stessa scrittura adottata da una gran quantità di persone per comunicare sui social tramite smartphone o tablet  è sincopata, semplificata, spesso abbreviata utilizzando lettere che non sono nel nostro alfabeto o locuzioni brevi mutuate da altre lingue a cominciare dall'inglese. Ma il linguaggio sui social costituisce un discorso che per il momento accenno appena perché merita un discorso a parte.

La maggior parte della popolazione si informa e apprende attualmente, e già da una trentina di anni almeno, attraverso la televisione, di cui c'è dalla metà circa degli anni 70 del secolo scorso una notevole varietà, offerta sia dalle emittenti pubbliche che da quelle private, a cui si sono aggiunte da alcuni anni altre emittenti come le tv-web e i podcast. Ne consegue che il linguaggio della maggior parte delle persone ovviamente è stato ed è sempre più condizionato proprio dal linguaggio televisivo.

 Nella televisione attualmente noto inoltre che  è spesso più chiaro e anche più complesso il linguaggio usato in pubblicità, perché deve convincere il più possibile, anche chi non sarebbe magari italiofono. Invece quello dei cosiddetti programmi di intrattenimento risulta sempre più povero e incrementa l'incomprensione e la rissa, sempre più protagonista delle serate e dei dibattiti (!), mentre quello degli attori delle delle cosiddette fiction nostrane ( una volta si chiamavano sceneggiati) è invece poverissimo, troppo spesso infarcito di dialetti improbabili e bofonchiato o urlato a renderlo poco al di sopra del grugnito...
Quanto ai telegiornali imperversa lo stereotipo: un acquazzone violento è sempre definito bomba d'acqua, il caldo è sempre torrido, la temperatura percepita (da chi?) superiore di almeno 5 gradi a quella reale, la parola epocale viene usata a profusione  assieme ad altre amenità del genere ripetute fino alla nausea. Quanto al "cambiamento climatico" viene citato ossessivamente per attribuirgli tutte le responsabilità  che in realtà sono assolutamente e pressoché totalmente "umane".

 Poiché a quanto mi risulta è ancora la nostra scuola pubblica che dovrebbe essere il luogo dove si apprende la lingua in tutte le sue molteplici sfumature di vocabolario, grammaticali e sintattiche e quella italiana ne è ricchissima, come succede che venga praticamente soppiantata dalla televisione ? 
 La scuola italiana  di Stato esiste ancora e vive in mezzo a noi, perciò cosa fanno i suoi docenti/educatori per incrementare la conoscenza e l'uso diffuso della lingua italiana e come lo fanno nell'ambito delle loro professionalità??

 Visto che richiede attenzione e studio, sì STUDIO ovvero impegno personale da parte loro, dei docenti a usarla, e imparare ad aiutare i loro discenti a fare altrettanto, come procedere nella pratica? 
 Si SEMPLIFICA, tipo si passa dalla lettura e scrittura, con esercitazioni singole e collettive partendo dai testi in buon italiano, di storia, geografia, avventure , romanzi, saggi, di tutto e di più, alla visione di film di autori italiani e non solo. Cioè si sostituisce da parte del docente per lo studente alla pratica personale attiva, la fruizione collettiva del tutto passiva: una rivoluzione totale nella capacità di uso e rielaborazione del linguaggio nonché di analisi e sintesi critica del messaggio, che non può non rimanerne decurtata a e deprivata in modo quasi irrimediabile.

Francamente me ne sono sempre infischiata di quello che il potere mi imponeva di fare a scuola come nella vita.
 Un docente professionalmente preparato e consapevole sa benissimo di essere assolutamente libero di interpretare il proprio ruolo di educatore  e di esserne l'unico responsabile nei confronti dei suoi discenti. Che l'efficacia della propria azione educativa si valuta a breve, ma soprattutto a lungo termine, nelle capacità che i discenti una volta adulti e ormai fuori dall'istituzione scolastica sono in grado di usare e trasmettere col loro lavoro nella società civile.

 Da quando esiste la Scuola è fatta dal Docente coi suoi allievi, in libertà e responsabilità personale, ed è fuorviante pensare che sia altri a potere e magari dovere indirizzare lo studio e l'apprendimento. Ma senza la ginnastica dello studio e dell'apprendimento e dell'uso del linguaggio complesso il cervello smette di funzionare... e il QI diminuisce.
Che fare ?


AMg



"Il Quoziente d'Intelligenza (QI) medio della popolazione mondiale è in continuo aumento (effetto Flynn). Questo almeno dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni 90. Da allora il QI è invece in diminuzione... È l'inversione dell'Effetto Flynn. La tesi è ancora discussa e molti studi sono in corso da anni senza riuscire a placare il dibattito. Sembra che il livello d'intelligenza misurato dai test diminuisca nei Paesi più sviluppati. Molte possono essere le cause di questo fenomeno. Una di queste potrebbe essere l'impoverimento del linguaggio. Diversi studi dimostrano infatti la diminuzione della conoscenza lessicale e l'impoverimento della lingua: non si tratta solo della riduzione del vocabolario utilizzato, ma anche delle sottigliezze linguistiche che permettono di elaborare e formulare un pensiero complesso.

La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato) dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente, limitato al momento: incapace di proiezioni nel tempo. La semplificazione dei tutorial, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono esempi di «colpi mortali» alla precisione e alla varietà dell'espressione. Solo un esempio: eliminare la parola «signorina» (ormai desueta) non vuol dire solo rinunciare all'estetica di una parola, ma anche promuovere involontariamente l'idea che tra una bambina e una donna non ci siano fasi intermedie.

Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero. Gli studi hanno dimostrato come parte della violenza nella sfera pubblica e privata derivi direttamente dall'incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole. Senza parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso è reso impossibile. Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare. La storia è ricca di esempi e molti libri (Georges Orwell - 1984; Ray Bradbury - Fahrenheit 451) hanno raccontato come tutti i regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c'è pensiero senza parole.

Come si può costruire un pensiero ipotetico-deduttivo senza il condizionale? Come si può prendere in considerazione il futuro senza una coniugazione al futuro? Come è possibile catturare una temporalità, una successione di elementi nel tempo, siano essi passati o futuri, e la loro durata relativa, senza una lingua che distingue tra ciò che avrebbe potuto essere, ciò che è stato, ciò che è, ciò che potrebbe essere, e ciò che sarà dopo che ciò che sarebbe potuto accadere, è realmente accaduto?

Cari genitori e insegnanti: facciamo parlare, leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Insegnare e praticare la lingua nelle sue forme più diverse. Anche se sembra complicata. Soprattutto se è complicata. Perché in questo sforzo c'è la libertà. Coloro che affermano la necessità di semplificare l'ortografia, scontare la lingua dei suoi «difetti», abolire i generi, i tempi, le sfumature, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell'impoverimento della mente umana.

"Non c'è libertà senza necessità. Non c'è bellezza senza il pensiero della bellezza."

martedì, novembre 16, 2021

Inaugurato Il Museo dedicato a Rodari

 

Ambiente Rodari: un album e una mostra ‘immersivi’

Ambiente Rodari raccoglie 20 tavole di illustratori, dedicate alla natura nelle storie di Rodari e raccolte in una mostra che inaugurata il 19 ottobre a Castiglione del Lago.

> Come partecipare

Vuoi incontrare il Maestro della fantasia? Vieni al Museo Rodari!

Il 23 ottobre 2021 si è inaugurato il Museo di Gianni Rodari nella sua città natale, Omegna.

> Come e quando visitarlo.

In Italia le favole di Rodari in versione stelle e strisce

Le favole al telefono pubblicate da Enchanted Lion negli Stati Uniti ora in edizione italiana con le illustrazioni di Valerio Vidali.

> Scopri qui tutti i dettagli.

venerdì, maggio 11, 2018

Educare i giovani alla bellezza del conoscere.

Il BUON ESEMPIO È MEGLIO DELLE PAROLE PER EDUCARE I GIOVANI.

Tema di quinta elementare di Antonio Gramsci

Il tema ( quinta elementare):
”Se un tuo compagno benestante e molto intelligente ti avesse espresso il proposito di abbandonare gli studi, che cosa gli rispon­deresti?”

Svolgimento

Ghilarza, addì 15 luglio 1903

Carissimo amico,

Poco fa ricevetti la tua carissima lettera, e molto mi rallegra il sapere che tu stia bene di salute.

Un punto solo mi fa stupire di te; dici che non ripren­derai più gli studi, perché ti sono venuti a noia. Come, tu che sei tanto intelli­gente, che, grazie a Dio, non ti manca il necessario, tu vuoi abbandonare gli studi?

Dici a me di far lo stesso, perché è molto meglio scorrazzare per i campi, andare ai balli e ai pubblici ritrovi, anziché rinchiudersi per quattro ore al giorno in una camera, col maestro che ci predica sempre di studiare perché se no reste­remo zucconi. Ma io, caro amico, non potrò mai abbandonare gli studi che sono la mia unica speranza di vivere onoratamente quando sarò adulto, perché come sai, la mia famiglia non è ricca di beni di fortuna.

Quanti ragazzi poveri ti invidiano, loro che avrebbero voglia di studiare, ma a cui Dio non ha dato il necessario, non solo per studiare, ma molte volte, neanche per sfamarsi.
Io li vedo dalla mia finestra, con che occhi guardano i ragazzi che passano con la cartella a tracolla, loro che non possono andare che alla scuola serale.

Tu dici che sei ricco, che non avrai bisogno degli studi per camparti, ma bada al proverbio “l’ozio è il padre dei vizi.”

Chi non studia in gioventù se ne pentirà amaramente nella vecchiaia. Un rovescio di fortuna, una lite perduta, possono portare alla miseria il più ricco degli uomini. Ricordati del signor Fran­cesco; egli era figlio di una famiglia abbastanza ricca; passò una gioventù brillan­tissima, andava ai teatri, alle bische, e finì per rovinarsi completamente, ed ora fa lo scrivano presso un avvocato che gli da sessanta lire al mese, tanto per vivacchiare.
Questi esempi dovrebbero bastare a farti dissuadere dal tuo proposito.

Torna agli studi, caro Giovanni, e vi troverai tutti i beni possibili.

Non pigliarti a male se ti parlo col cuore alla mano, perché ti voglio bene, e uso dire tutto in faccia, e non adularti come molti.

Addio, saluta i tuoi genitori e ricevi un bacio dal
Tuo aff.mo amico Antonio

mercoledì, aprile 04, 2018

Buon 90° compleanno, Maya Angelou !

https://www.google.com/doodles/dr-maya-angelous-90th-birthday

"Ho imparato che
 la gente dimenticherà quello che hai detto, 
la gente dimenticherà quello che hai fatto, 
ma la gente non dimenticherà mai come li hai fatti sentire ".

Breve storia di Maya Angelou -  che nacque oggi 90 anni fa.


Nata Marguerite Ann Johnson è stata una poetessa e scrittrice, considerata tra le più influenti intellettuali afroamericane di sempre: nacque il 4 aprile 1928.

Oggi Maya Angelou – grande poetessa e scrittrice afroamericana, tra le più importanti e amate del Novecento – avrebbe compiuto 90 anni: nacque il 4 aprile del 1928 a Saint Louis nel Missouri, negli Stati Uniti. È famosa soprattutto per essersi impegnata a sostenere le lotte dei movimenti per i diritti civili dei neri insieme a Malcom X e Martin Luther King, e per avere scritto sette libri autobiografici di successo in circa cinquant’anni.

Quello noto in tutto il mondo è il primo, I Know When the Caged Bird Sings. In italiano si chiama Io so perché canta l’uccello in gabbia, ma in passato il titolo è stato tradotto anche con Il canto del silenzio.
Racconta la sua vita fino all’età di diciassette anni, e parla di quando Angelou fu stuprata dal compagno della madre. L’uomo fu condannato e finì in prigione; quando uscì fu picchiato a morte.

«Pensai di aver causato io la sua morte perché avevo fatto il suo nome alla mia famiglia – scrisse Angelou nel 2005 sul Guardian – Decisi che la mia voce era così potente che poteva uccidere le persone».


– 15 consigli da Maya Angelou


Angelou scrisse decine di libri, drammi, poesie e sceneggiature, e ebbe una vita ricca e movimentata.

Veniva da una famiglia molto povera, iniziò a lavorare a 15 anni – la prima conduttrice afroamericana a condurre la funicolare di San Francisco –, divenne ragazza madre a 17 anni, e poi lavorò come cuoca, cameriera, attrice, prostituta, spogliarellista e ballerina, viaggiando a lungo in Africa, insegnando all’università, lottando per i diritti degli afroamericani, ricevendo decine di premi e lauree honoris causa e ottenendo fama e rispetto internazionale che la portarono nel 1993 a recitare una poesia durante la prima cerimonia di insediamento del presidente statunitense Bill Clinton.


Morì nel 2014 a 86 anni, nella sua casa di Winston-Salem, nel North Carolina.

È considerata una delle più influenti intellettuali afroamericane di sempre, soprattutto per quel che riguarda la capacità di raccontare se stessi e la propria vita inserendosi in un contesto più ampio e generale. Il suo lavoro ha influenzato quello di decine di altri e altre intellettuali, anche in campi apparentemente lontani dalla letteratura come la musica hip hop: tra i tanti premi che ha ricevuto ci sono anche tre Grammy per il miglior disco parlato, nel 1993, 1995 e 2002 per On The Pulse Of Morning, Phenomenal Woman, e A Song Flung Up To Heaven.

Una volta disse:
«Ho imparato che puoi capire molto di una persona dal modo in cui affronta queste tre cose: una giornata di pioggia, la perdita del bagaglio, e l’intrico delle luci dell’albero di Natale»




Scrisse il suo ultimo racconto di memorie, Mom & Me & Mom, due anni prima di morire e come disse in un’intervista a Time, «Probabilmente starò scrivendo quando il Signore dirà “Maya, Maya Angelou, è ora”».

lunedì, dicembre 11, 2017

« Per la scrittura io ho fatto tutto, mi sono ridotto persino a vivere. »(Aldo Busi, Sodomie in corpo 11)

Aldo Busi (Montichiari, 25 febbraio 1948) è uno scrittore, traduttore, opinionista, personaggio televisivo e reporter di viaggio italiano.
Nasce il 25 febbraio 1948 a Montichiari, in provincia di Brescia, terzo figlio di Marcello Busi (1913 – 1982) e Maria Bonora (1914 – 2008).Ivi cresce, in condizioni di indigenza, con il padre, la madre e i fratelli, facendosi notare per la predisposizione alla scrittura (a detta dello stesso autore, già quando frequentava la terza elementare i suoi temi erano attesi).

A 13 anni è costretto dal padre, gestore di osterie, ad abbandonare gli studi e comincia a lavorare come cameriere in diverse località del Garda. Si trasferisce quindi a Milano; nel 1968 ottiene l'esonero dal servizio militare grazie all'articolo 28/a, che dispensava gli omosessuali dichiarati. Decide poi di vivere e lavorare all'estero, dapprima in Francia tra il 1969 e il 1970 (Lille e poi Parigi), poi in Inghilterra (Londra tra il '70 e il 71), Germania (Monaco di Baviera, 1971 e 1972, Berlino nel 1974), Spagna(Barcellona nel 1973) e Stati Uniti d'America (New York, nel 1976), lavorando come cameriere, spazzino, portiere di notte o sguattero per guadagnarsi da vivere.
Impara quindi diverse lingue straniere (francese, tedesco, inglese) e continua a rivedere Il Monoclino (il libro che nel 1984 sarà pubblicato da Adelphi con il titolo definitivo di Seminario sulla gioventù).Tornato in Italia, lavora saltuariamente come interprete (esperienza che sarà alla base della stesura del suo secondo romanzo Vita standard di un venditore provvisorio di collant) e si cimenta con importanti traduzioni dall'inglese e dal tedesco (Joe Ackerley, H. von Doderer, J.W. Goethe, M. Wolitzer, C. Stead). Nel frattempo si diploma a Firenze nel 1976 (da privatista) e nel 1981 si laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l'Università di Verona, presentando una tesi sul poeta statunitense John Ashbery. Dello stesso Ashbery nel 1983Busi traduce Autoritratto in uno specchio convesso.

Il suo esordio letterario risale al 1984 con Seminario sulla gioventù. Il libro è accolto con molto favore dal pubblico, meno dalla critica. Ciò nonostante nello stesso anno vince il Premio Mondello"Opera prima". Negli anni il romanzo è stato rimaneggiato più volte dallo stesso Busi, fino all'ultima versione per Adelphi del 2003, che presenta in appendice l'inedito e incompiuto Seminario sulla vecchiaia e un commento dello stesso Busi sulle fortune e disgrazie della sua opera prima. Libro di culto per diverse generazioni in diversi paesi, è tra le opere di maggior successo dello scrittore bresciano insieme al Manuale della perfetta Gentildonna e a Sentire le donne.

 Nel 1987 è finalista al Premio Bergamo. Nel 1989 subisce un processo per oscenità a Trento per Sodomie in corpo 11, a causa delle scene di sesso tra uomini contenute nel libro; processo dal quale esce assolto con formula piena perché «il fatto non sussiste». Il processo è stato trasmesso in televisione dalla trasmissione di RaiTre Un giorno in Pretura. Un'accurata ricostruzione degli eventi di Trento si trova in appendice all'edizione economica di Sodomie in corpo 11 per la penna di Carmen Covito.

Aldo Busi nel corso degli anni ha assunto rilievo pubblico esprimendo apertamente le sue posizioni su temi che ritiene particolarmente sensibili quali l'omofobia, il maschilismo e la conseguente condizione subalterna della donna nella società, l'eccessiva drammatizzazione della sfera sessuale dell'individuo e quello che egli rileva come un eccesso di clericalismo; temi questi che sono ricorrenti nella sua produzione letteraria.
 Oltre questi temi alcune sue esternazioni in tema di pedofilia hanno sollevato critiche: in una puntata del Maurizio Costanzo Show del 1996, Busi ha spiegato che «non vedo nulla di scandaloso se un ragazzino di 13 anni viene masturbato da una persona adulta». In un'intervista in risposta alle polemiche sollevate da quell'intervento, ha incalzato: «Ipocriti. Siete i soliti cattolici che nascete e crescete con l'idea di sesso legata alla colpa e al peccato. Io faccio una fondamentale distinzione tra la criminalità legata alle pornocassette o al turismo sessuale e alla pratica di una pedofilia blanda, quella praticata dai bambini sugli adulti. I bambini sono in certi casi corruttori degli adulti». E ancora: «È arrivato il momento di capire che anche i bambini hanno la loro brava sessualità e che gli adulti non devono più reprimerla».

Sulla rivista "Babilonia", nel 1996, ha invece scritto: «ci sono paesi in cui le bambine e i bambini o vengono sfruttati nella prostituzione o vengono ammazzati (Brasile, Cina, India). Allora, cos'è meglio per questi bambini, una scopata o una coltellata? E non mi si venga a dire che entrambe le soluzioni sono aberranti. E allora che sarà mai se un ragazzino di 5 o 10 o 12 anni fa una sega a uno più in là negli anni o se la fa fare? All'offerta sessuale del bambino bisogna che l'adulto responsabile dia una risposta sensuale e non una risposta astratta a base di rimproveri, ammonizioni e di sfiducia verso la propria sessualità e di orrore verso quella degli altri, tutti potenziali mostri dietro l'angolo. Se per fare questo gli si prende in mano il pisello o le si accarezza la passerina che sarà mai?».
Busi chiariva la sua posizione sull'argomento della pedofilia alle pagg. 233-240 del suo Manuale della perfetta umanità uscito nelle librerie il 16 febbraio 2010 (otto giorni prima del suo approdo al programma televisivo L'isola dei famosi): «Vorrei, di nuovo, sintetizzare il mio pensiero in tema di pedofilia. [...] a) Non c'è nessuna relazione fra omosessualità e pedofilia e chi, per suo comodo, le sovrappone, commette un crimine contro l'umanità; b) Anche se i mostri si fabbricano di preferenza in casa, tenere fuori controllo genitoriale i bambini è altrettanto criminale che adescarli [...]; c) Non ho particolare livore contro i pedofili "deboli" se deboli, quasi contemplativi, restano [...] distinzione primaria fra violenza carnale (che nei confronti del bambino è violenza carnale anche con l'assenso del bambino) e la carezza del prete o dell'insegnante sulla coscia o sui capelli; a me preme innanzitutto salvaguardare l'integrità del bambino [...] d) [...] i bambini sono vittime totali nessun caso escluso, i minori sono vittime parziali, ammesso e non concesso che lo siano in qualche percentuale, sempre che non ci sia di mezzo la violenza carnale comprovata [...] È quindi tempo, per tutelare i bambini in modo categorico, visto che si tratta della precedenza assoluta, di stabilire che un minore non è più un bambino affinché un bambino sia e resti un bambino di fatto e non vada confuso con un minore [...].»
In un'intervista al programma televisivo "Reputescion, quanto vali sul web?" Busi afferma che, secondo il suo punto di vista, fino ai 14 anni l'essere umano è intangibile sessualmente, ma è contentissimo se due bambini di 8 o anche 4 anni entrambi, sia di sesso opposto che dello stesso sesso, compissero tra loro atti sessuali di ogni genere.

Sono molti i titoli al suo attivo. Sei i romanzi: Seminario sulla gioventù, Vita standard di un venditore provvisorio di collant, La Delfina Bizantina, Vendita galline km 2, Suicidi dovuti e Casanova di se stessi. Diverse le prose di viaggio: da Sodomie in Corpo 11 ad Altri Abusi, da La camicia di Hanta a Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo.
E poi la serie di Manuali «per una perfetta umanità», e libri di non immediata catalogazione (romanzi brevi ma anche prose di viaggio o pamphlet "di fine millennio": Un cuore di troppo, Cazzi e canguri (pochissimi i canguri), Per un'Apocalisse più svelta, ecc.) che pure hanno contribuito alla fama di Busi quale polemista e capace narratore.

Le sue opere sono tradotte in undici lingue. Busi ha tradotto diversi libri dall'inglese, dall'italiano antico e dal tedesco anche dopo la sua affermazione come romanziere. Tra questi Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll, il Decamerone di Giovanni Boccaccio, Il Cortegiano di Baldassare Castiglione e Intrigo e amore di Friedrich Schiller. Dirigeva inoltre la collana I Classici Classici per l'editore Frassinelli di Milano. Autore controverso, è spesso stato al centro di discussioni e polemiche per le sue posizioni fortemente anticlericali.

Nel 2002 vince il Premio Letterario Frignano per il romanzo breve La signorina Gentilin dell'omonima cartoleria. Dal 2003 partecipa al programma televisivo di Canale 5 Amici di Maria De Filippi in qualità di insegnante di cultura generale e comportamento. Nel 2003 scrive un testo teatrale, Guancia di Tulipano, adattato dalle didascalie dell'opera di Gaspare Spontini (e ispirata alle Ballate irlandesi di Thomas Moore) Lalla Rükh e recitata dallo stesso Busi il 23 agosto 2003 a Jesi con la regia e i video di Cristian Taraborrelli.

Nel 2006 il critico letterario Marco Cavalli ha dato alle stampe la prima importante monografia sull'opera omnia di Busi. Il libro, Busi in Corpo 11 (ed. Il Saggiatore), descrive, analizza e commenta l'opera dello scrittore bresciano e include importanti interventi dello stesso Busi e due racconti inediti. Nel 2010, dopo quasi sette anni di deliberata astinenza dalla scrittura, Busi pubblica una raccolta di tre racconti per l'editore Bompiani dal titolo Aaa!. Della raccolta fanno parte un racconto lungo, già apparso nell'edizione 2008 di Sentire le donne, dal titolo Il Casto, sua Moglie e l'Innominabile, insieme a due racconti brevi del tutto inediti.

Nel febbraio del 2010 lo scrittore prende parte alla settima edizione del programma TV l'Isola dei famosi, accettando di trascorrere 10 settimane su un'isola deserta insieme ad altri concorrenti cosiddetti VIP (da Sandra Milo a Clarissa Burt, al doppiatore Luca Ward). Tuttavia, si ritira il mese successivo, dopo appena tre settimane, lasciando dietro di sé vari coloriti litigi e una scia di polemiche, culminata nella decisione della RAI di bandire Aldo Busi da tutti i suoi programmi. Dichiarerà più tardi di aver ricevuto per la partecipazione al programma un cachet di 420 000 euro.
Ha fatto ritorno in televisione nel gennaio 2011 entrando a far parte del cast fisso della trasmissione di prima serata di Canale 5 Stasera che sera!, condotta da Barbara d'Urso, dopo la precedente partecipazione a programmi come Otto e mezzo (1º ottobre 2010) di La 7 e L'ultima parola (3 dicembre) di Rai 2 (segnando così il termine del "bando" emanato dalla Rai mesi prima). Sulla rivista Rolling Stone Italia ha tenuto La Posta del Cuore fino al 2011, per poi essere sostituito da Gianni Vattimo.

Il 13 novembre 2012, a dodici anni di distanza dall'ultimo romanzo, pubblica El especialista de Barcelona per l'editore Dalai, che gli vale la candidatura al Premio Strega. Busi non partecipa polemicamente alle undici tappe di presentazione dello Strega che si tengono in varie città italiane e straniere, dopo aver chiesto 5 000 euro per ciascuna tappa. A concorrere con lui al premio Walter Siti, a proposito del quale lo scrittore dichiara:
« Siccome in estetica non esiste la pubblicità negativa, non voglio spendere una parola in favore del romanzo di Walter Siti di cui ho letto con raccapriccio le prime venti pagine. Io non l'avrei pubblicato nemmeno dietro falso nome. »
(citato in Corriere della Sera, 10 maggio 2013, p. 41)

Il 24 settembre 2013 esce, per i tipi de Il Fatto Quotidiano, E baci, che raccoglie interventi, sms, e-mail dello Scrittore (alcuni inediti, altri precedentemente apparsi sul sito Altriabusi.it).
Il 10 giugno 2014 esce (sempre con Il Fatto Quotidiano) la nuova edizione di Sentire le donne, riveduta e ampliata (la prima pubblicazione risale agli anni Novanta).
Il 19 marzo 2015 esce, edito da Marsilio, il nuovo romanzo Vacche amiche (un'autobiografia non autorizzata)
Il 26 novembre 2015 esce, edito ancora da Marsilio, il romanzo "L'altra mammella delle vacche amiche" (un'autobiografia non autorizzata).

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In un fax per Renata Colorni, riportato integralmente da Marco Cavalli nella monografia Busi in corpo 11, lo stesso scrittore di Montichiari specifica la suddivisione delle sue opere che vorrebbe riportata fedelmente in un futuro Meridiano a lui dedicato:

Romanzi:

* Seminario sulla gioventù, Milano, Adelphi, 1984; con una postfazione di Massimo Bacigalupo, Milano, Mondadori, 1988; IV ed. riveduta Milano, Adelphi, 1989; nuova edizione totalmente riveduta dall'autore Milano, Mondadori, 1992; nuova ed. accresciuta con una postfazione dell'autore, una nota di Piero Bertolucci e con lo scritto inedito Seminario sulla vecchiaia, Milano, Mondadori, 2004.
* Vita standard di un venditore provvisorio di collant, Milano, Mondadori, 1985; Vita standard di un venditore provvisorio di collant. Iniziato nel 1979, pubblicato nel 1985, revisionato dal 1991 al 1996, totalmente riscritto nel 2001, con episodi inediti e un nuovo finale, Milano, Oscar Mondadori, 2002.
* La Delfina Bizantina, Milano, Mondadori, 1986.
* Vendita galline Km 2, Milano, Mondadori, 1993.
* Suicidi dovuti, Milano, Frassinelli, 1996.
* Casanova di se stessi, Milano, Mondadori, 2000.
* El especialista de Barcelona, Milano, Dalai Editore, 2012.
* Vacche amiche (un'autobiografia non autorizzata), Venezia, Marsilio Editore, 2015
* L'altra mammella delle vacche amiche (un'autobiografia non autorizzata) Venezia, Marsilio Editore, 2015

Libri di Viaggio:

* Sodomie in corpo 11. Non viaggio, non sesso e scrittura, Milano, Mondadori, 1988.
* Altri abusi. Viaggi, sonnambulismi e giri dell'oca, Milano, Leonardo, 1989.
* Cazzi e canguri. Pochissimi i canguri, Milano, Frassinelli, 1994.
* Aloha!!!!! (Gli uomini, le donne e le Hawaii), Milano, Bompiani, 1998.
* La camicia di Hanta. Viaggio in Madagascar, Milano, Mondadori, 2003.
* E io, che ho le rose fiorite anche d'inverno?. Scrittura in viaggio, Milano, Mondadori, 2004.
* Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo, Milano, Mondadori, 2006.

Manuali "per una perfetta umanità":

* Manuale del perfetto Gentilomo, come monsignor Aldo Busi, Milano, Sperling & Kupfer, 1992; *Manuale del perfetto gentilomo. Con preziose imbeccate anche per lei, Milano, Mondadori, 1999.
* Manuale della perfetta Gentildonna, Milano, Sperling & Kupfer, 1994; Manuale della perfetta gentildonna. Con preziosi cazzeggiamenti anche per lui, Milano, Oscar Mondadori, 2000.
* Nudo di madre. Manuale del perfetto Scrittore, Milano, Bompiani, 1997.
* Manuale della perfetta Mamma. Con qualche contrazione anche per il papà, Milano, Mondadori, 2000.
* Manuale del perfetto Papà. Beati gli orfani!, Milano, Mondadori, 2001.
* Manuale del perfetto Single (e della piuccheperfetta fetta per fetta), Milano, Mondadori, 2002.

Altri scritti:

* Una pioggia angelica, Edizioni L'Obliquo, 1987.
* Paté d'homme. Tragoedia peninsulare in tre atti, uno strappo, due estrazioni e taglio finale, Milano, Mondadori, 1989.
* Pazza, con musicassetta, Milano, Bompiani, 1990. 9 canzoni cantate da Aldo Busi.
* L'amore è una budella gentile. Flirt con Liala, Milano, Leonardo, 1991.
* Sentire le donne, Milano, Bompiani, 1991; 1993; Milano, Tascabili Bompiani, 2002; Milano, Bompiani, 2008; Roma, Editoriale Il Fatto Quotidiano, 2014.
* Le persone normali. Dieta di Uscio, Milano, Mondadori, 1992.
* Madre Asdrubala. All'asilo si sta bene e s'imparan tante cose!, Milano, Mondadori, 1995.
* Grazie del pensiero, Milano, Mondadori, 1995.
* La vergine Alatiel. Che con otto uomini forse diecimila volte giaciuta era, Milano, Mondadori, 1996.
* L'amore trasparente. Canzoniere, Milano, Mondadori, 1997.
* Per un'Apocalisse più svelta, Milano, Bompiani, 1999.
* Un cuore di troppo, Milano, Mondadori, 2001.
* La signorina Gentilin dell'omonima cartoleria, Milano, Oscar Mondadori, 2002.
* Guancia di Tulipano, Milano, Oscar Mondadori, 2003.
* Incipit, Roma, L. Sossella, 2004. Fascicolo di 36 pagine con compact disc dove Aldo Busi legge brani tratti da Seminario sulla gioventù, Seminario sulla vecchiaia, Vita standard di un venditore provvisorio di collant, La delfina bizantina, Sodomie in corpo 11, Cazzi e canguri (pochissimi i canguri), Nudo di madre, Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo.
* Dritte per l'aspirante artista (televisivo), Milano, Mondadori, 2005.
* Aaa!, Milano, Bompiani, 2010.
* E baci, Roma, Editoriale Il Fatto Quotidiano, 2013.

Mauro Caruso su
 Ex Redattori LAMBDA


sabato, luglio 08, 2017

La teoria della montagna di merda

Leggere con attenzione e senza pregiudizi e buon divertimento!
AMg


"A grande richiesta, mi chiedono di ripostare la “Teoria della montagna di merda” dal vecchio blog. Essa risale a qualche anno fa (26 marzo 2010). Eccola qui.

Alcune persone godono nel particolare hobby di fare “debunking“. Il debunking e’ l’abitudine di dimostrare, punto per punto, che le teorie cospirazioniste (UFO, HAARP, rettiliani & co) siano false.

Non ho voglia di spiegare che la cosa piu’ difficile da dimostrare al mondo sono proprio le verita’ piu’ semplici, direi quasi gli assiomi, se non fosse che non si dimostrano affatto, ci si limita a constatare che siano assiomi e che siano necessari o presenti, per chi si occupa di matematica inversa.

Quanto piu’ vicini siamo alle evidenze ed agli assiomi, quanto piu’ complesso sara’ dimostrare qualcosa, nella media. I problemi sulle qualita’ di base dei numeri sono quelli che, come la congettura di Riemann, resistono di piu’ all’assalto intellettuale dei dimostratori.
Allo stesso modo, dimostrare che nessuna industria farmaceutica ci stia irrorando gratis di anticoncezionali perche’ agli azionisti piace venderli, e’ di una complessita immensa; entrerebbero in gioco Peano e Pareto, e come scrive qualcuno tutti mi darebbero immediatamente del fascista.

Il guaio e’ un altro: cento milioni di scimmie che battano tasti a casaccio su cento milioni di macchine da scrivere per cento milioni di anni probabilmente scriveranno l’opera magna della letteratura di ogni tempo e luogo.

Il problema e’ che produrranno anche una cataclismica, spaventosa, leviatanica, galattica Montagna di Merda.

La proporzione tra le due cose, catastroficamente a favore della merda, e’ tale che normalmente si danno le macchine da scrivere in mano a persone delle quali si presume che scriveranno qualcosa di buono.

Il motivo e’ molto semplice: se anche le nostre scimmie scrivessero l’opera magna di ogni tempo e di ogni luogo, il tempo necessario a scartare tutte le altre opere sarebbe infame.

Questo e’ alla base di quella che io chiamo “La teoria della montagna di merda“. Essa dice, in sostanza, che un idiota puo’ produrre piu’ merda di quanta tu non possa spalarne.

Prendiamo per esempio il famoso motore di Schietti1

Si tratta di una bufala catastrofica; e’ vero che i palloncini saliranno in alto, ma per gonfiarli in fondo al cilindro abbiamo usato piu’ dell’energia che otterremo.

Questa cosa e’ stata fatta presente a chietti, dicendogli che un certo Boyle e un certo Mariotte hanno detto delle cose sensate qualche tempo fa.

Il risultato e’ stato che lo Schietti1 se n’e’ uscito con un ulteriore delirio “Schietti dimostra falsa la legge di Boyle-Mariotte“.

La cosiddetta dimostrazione consiste nell’introdurre ulteriore complessita’: una macchina fatta di due componenti e’ difficile da falsificare, una macchina composta da stantuffi, leve, ingranaggi, miliardi di circuiti logici, eccetera, e’ dialetticamente impossibile da debunkare completamente, perche’ mancano le competenze.

Prendiamo per esempio il processore del vostro PC: si potrebbe dire che possa parlare con l’aldila’. Se siamo ciarlatani, intendo. A quel punto arriverebbe un tizio che lavora in Verilog o in VHDL e ci spiegherebbe che niente in un processore parla con l’aldila’.

La risposta del cialtrone a quel punto sara’ qualcosa di relativo alla fisica del silicio. Il guaio e’ che a quel punto l’esperto di Verilog esaurisce la sua competenza, perche’ la parte al silicio gli e’ nota solo in parte (quel tanto che serve a scrivere codice eseguibile dall’hardware nei tempi previsti), ma se andiamo allo stato dell’arte ci saranno esperti di fisica della materia che passano la vita sul silicio, e chi ha visto la modellazione matematica di un singolo nucleo di idrogeno (un delirio di operatori hermitiani) sa bene che “l’atomo di Silicio” non e’ per nulla una cosa semplice.

In pratica, se facciamo affermazioni riferite allo stato dell’arte ci vorra’ un intero team di esperti per contraddirci, a patto di riferirci ad una complessita’ abbastanza grande di fenomeni fisici. Non esiste una sola persona in grado di discutere allo stato dell’arte di una CPU, ci vuole una squadra intera.

Il problema e’ che radunare la suddetta squadra ci costera’ uno sforzo immenso rispetto a quello che costa al cialtrone affermare di pingare la madonna in persona attraverso la sua VPN.

In pratica, economicamente parlando vinceranno sempre i cialtroni, perche’ la competenza costa piu’ dell’incompetenza.

Ma c’e’ un motivo di tipo umano che mi impedisce di darmi a quest’attivita’. Il fatto, cioe’, che queste persone siano arrabbiate.

Oh, non arrabbiate come mi arrabbio io con il cane se mi scava una pianta di susini per seppellirci il pane.

Sono arrabbiate come stile di vita, nel senso adleriano del termine. (1) La rabbia per loro e’ una condizione permanente, ontologica, e’ un metodo di ricerca: la tal cosa e’ vera nella misura in cui pensarla sostiene la mia rabbia.

Poiche’ molte delle verita’ che sono passate alla storia sono state inizialmente scomode (2), queste persone ritengono che ogni affermazione che suscita rabbia sia scomoda, ergo vera.

Il problema e’ che esse non suscitano una vera e propria rabbia, e non sono nella media nemmeno “scomode“: si tratta quasi esclusivamente di affermazioni fastidiose. Fastidiose perche’ il buon Schietti si ostina ad ammorbare i commenti dei blog di mezzo mondo con la sua parafilosofia.

La strategia di queste persone e’ di ammorbare la vita alla gente con la propaganda delle loro idiozie. Poiche’ ad un certo punto ricevono una reazione di fastidio, deducono che la loro “verita‘” sia “scomoda” anziche’ capire che il problema sta nella loro fastidiosa presenza, e non nella loro scomoda verita’.

Lo scopo e’ quello di arrivare ad uno scontro, appunto, rabbioso. E questo e’ dovuto molto semplicemente al fatto che, come ho gia’ scritto, la rabbia e’ la loro condizione esistenziale: rabbia perche’ si sentono impotenti di fronte a banche e multinazionali, rabbia perche’ non riescono a realizzarsi, rabbia perche’ si sentono maltrattati dalla societa’, eccetera.

La colpa di tutto questo, ovvero delle loro disgrazie ultime, sta proprio nelle leggende, nei mulini a vento che combattono; e verso i quali rivolgono la loro rabbia. Ma il fatto che la rabbia sia la loro condizione ontologica fa si che essa non sia l’effetto dei mulini a vento,ma la causa.

La loro condizione esistenziale e’ di essere arrabbiati, soprattutto, prima di ogni cosa ed a prescindere. Di fatto questi individui si sono aggirati per il mondo, digrignando bile e vomitando odio astioso, con una vocina dentro che chiedeva loro “perche’ tanto odio?”

Perche’ tanta ingiustificata rabbia?

Improvvisamente arriva il ciarlatano e gli dice: ecco qui, puoi scegliere tra “sono arrabbiato perche’ mi nascondono la verita’ sull’ 11 settembre“, “sono arrabbiato perche’ ci stanno uccidendo con le scie chimiche“, “sono arrabbiato perche’ la free energy viene nascosta al mondo“, eccetera.

In altre parole, le teorie cospirazioniste sono solo un vestito, una copertura che serve a dare una motivazione apparente per una rabbia che altrimenti non si spiega; Blondet e’ arrabbiato perche’ come giornalista e’ una sega fritta, perche’ non ha credito in alcun ambiente giornalistico serio, denunciare il grande complotto degli ebrei gli serve perche’ dire “sono arrabbiato perche’ la mia carriera di giornalista e’ una montagna di letame” suona male, mentre “sono arrabbiato perche’ gli ebrei dominano il mondo e vogliono tagliare un pezzo di pisello a tutti” suona meglio: non contiene un’ammissione di implicito fallimento esistenziale.

Ora, qual’e’ la realizzazione massima della rabbia? Contrariamente a quanto si pensa, la massima realizzazione e’ la sua stessa diffusione; perche’ ogni volta che l’arrabbiato vede che qualcuno si arrabbia con lui trae conferma del fatto che fa bene ad arrabbiarsi, e quando qualcuno si arrabbia contro di lui, ha conferma del fatto che le sue teorie sono scomode (quando invece e’ la sua presenza ad essere fastidiosa).

Come scriveva Adler in Psicologia Individuale, “il nevrotico trovera’ nella propria nevrosi le energie per sostenere la nevrosi stessa, per quante ne siano necessarie“. (3)
O, tradotto in soldoni, essi produrranno sempre piu’ rabbia di quanta ne possiate sopportare; piu’ provocazioni di quanto possiate mantenere la calma, piu’ fastidio di quanto possiate tollerare: l’energia libidica a loro disposizione, la grandezza della forza che li spinge in questo processo ha la cardinalita’ del continuo.

C’e’ un solo modo di neutralizzare questa gente: stabilito che lo scopo principe di queste persone sia di perpetuare e di diffondere lo stato di rabbia “a priori” che produce il loro stato esistenziale, il solo modo di fermarli e’ di evitare i contatti con loro.

Essi sono profondamente malati, di una malattia invisibile che si chiama rabbia. Lo scopo ultimo di questa malattia e’ il contagio, e nient’altro che il contagio; non cambierebbe nulla nell’esistenza materiale di queste persone se si scoprisse che la CIA ha demolito le torri gemelle, ne’ se si scoprisse che gli USA vogliono sacrificare la quinta flotta alla guerra contro l’Iran come dice Blondet, in entrambi i casi la nostra italianissima esistenza ne sarebbe inficiata assai poco, ne sarebbero inficiati poco i nostri successi ed insuccessi personali, eccetera.

Lo scopo ultimo della rabbia e’ propagarsi.

E la sua sconfitta e’ il fatto che gli altri abbiano una vita serena, gioiosa, per nulla arrabbiata.

Quindi, caro Schietti1, ti dico una cosa: il tuo motore funziona alla perfezione, la free energy e’ alla portata di tutti, la pila di Zamboni potrebbe produrre energia gratis per tutti, (4) ma io sono felice cosi’.

E siccome sono felice, non voglio nulla di quanto dici.

E sempre sia lodato iptables.

Uriel

(1) Ok, ok. Ho conosciuto psicologi adleriani capaci di mettere a posto, in pochi mesi, anni di disastri di apprendisti stregoni. Siccome sono un tecnico, la prima cosa che ho fatto e’ stata di ficcare le mani nella scatola, e ho letto un sacco di cose di Adler.

(2) Nella maggior parte dei casi la verita’ e’ comodissima. Sono salito sulla metro stamattina pensando che mi avrebbe portato qui. Era vero. Sarebbe stato peggio se fosse stato falso, e io sbagliando il senso di marcia mi fossi trovato a Cascina Gobba. In questo caso, la verita’ sarebbe comoda mentre la falsita’ sarebbe un rompimento di coglioni.

(3) Adler contestava l’affermazione freudiana secondo la quale la rappresentazione della nevrosi di fronte all’analista fosse uno sfogo energetico, un calo libidico sufficiente a fermarla.

(4) Non lo penso davvero, ma si tratta di un’affermazione che Schietti non puo’ contestare, visto che gli da’ ragione. La sua rabbia non avra’ quindi espressione, e il meccanismo di tossicita’ della rabbia sara’ fermato."

Uriel Fanelli.

lunedì, febbraio 15, 2016

MANIFESTO CONTRO IL LAVORO

Il primo maggio del 2015 avevo postato un assaggio del manifesto contro il lavoro.
Ora sono in grado di proporvelo per intero.
AMg

1- LA SANGUINOSA AFFERMAZIONE DEL LAVORO


“Il Barbaro è pigro, e si distingue dall’uomo istruito per il fatto che se ne sta lì a rimuginare apaticamente; infatti la formazione pratica consiste appunto nell’abitudine e nell’avere bisogno di un’occupazione”.
Georg W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del Diritto, 1821

“In fondo, [...] si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare”.

Friedrich Nietzsche
, Aurora, 1881

La storia della modernità è la storia dell’imposizione del lavoro, che ha lasciato sull’intero pianeta una lunga scia di desolazione e di orrori. Infatti la sfacciata richiesta di sprecare la maggior parte dell’energia vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è stata sempre a tal punto interiorizzata come oggi. Ci sono voluti diversi secoli di violenza aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli uomini al servizio incondizionato dell’idolo “lavoro”.

All’inizio non ci fu l’espansione delle relazioni di mercato, come “portatrice di benessere”, ma l’insaziabile fame di denaro degli apparati statali assolutistici, che dovevano finanziare le macchine militari dell’ inizio dell’era moderna. Soltanto attraverso l’interesse di questi apparati, che per la prima volta nella storia strinsero l’intera società nella morsa della burocrazia, si accelerò lo sviluppo del capitale finanziario e mercantile al di là delle tradizionali relazioni commerciali. Soltanto in questo modo il denaro diventò un motivo sociale decisivo, e il “lavoro” un’ esigenza sociale decisiva, senza riguardo per i bisogni.

La maggior parte degli uomini non si è dedicata spontaneamente alla produzione per mercati anonimi, e dunque alla generale economia monetaria, ma perchè l’avidità degli Stati assolutistici monetarizzò le tasse e contemporaneamente le aumentò in maniera esorbitante. Non per se stessa la maggior parte degli uomini dovette “guadagnare soldi”, ma per lo Stato proto-moderno militarizzato e le sue armi da fuoco, la sua logistica e la sua burocrazia. Così, e non diversamente, è venuto al mondo l’assurdo fine in sè della valorizzazione del capitale, e quindi del lavoro.

Presto le imposte e i tributi non bastarono più. I burocrati assolutistici e gli amministratori del capitalismo finanziario si dettero allora a organizzare direttamente e con la forza gli esseri umani, come materia prima di una macchina sociale per trasformare lavoro in denaro. Il modus vivendi tradizionale delle popolazioni fu distrutto; non perchè queste popolazioni si fossero spontaneamente e autonomamente “sviluppate”, ma perchè dovevano servire da materiale umano per far funzionare la macchina della valorizzazione ormai messa in moto. Gli uomini furono scacciati con la forza delle armi dai loro campi, per far posto alle greggi per i lanifici. Antichi diritti, come quello di cacciare, pescare e raccogliere legna nei boschi, furono aboliti. E quando le masse impoverite si misero a vagare nella campagna rubando e mendicando, furono rinchiuse in case di lavoro e manifatture, dove furono torturate con i primi macchinari, e fu loro imposta a bastonate una coscienza da schiavi, docili come animali da lavoro.

Ma anche questa trasformazione graduale dei loro sudditi nella materia prima dell’idolo “lavoro”, creatore di denaro, non bastava ancora ai mostruosi Stati assolutistici. Questi estesero le loro pretese anche ad altri continenti. La colonizzazione interna dell’Europa andò di pari passo con quella esterna, inizialmente nelle due Americhe, e in regioni dell’ Africa. Qui gli aguzzini del lavoro misero da parte definitivamente ogni remora. In spedizioni, fino ad allora senza precedenti, di rapina, distruzione e sterminio si scagliarono sui nuovi mondi appena “scoperti”, tanto più che le vittime locali non erano neppure considerate come esseri umani. Le potenze europee divoratrici di uomini definirono, agli albori della società del lavoro, le culture soggiogate come composte da “selvaggi” e cannibali.

E così si sentirono legittimate a sterminarli o a renderli schiavi a milioni. La vera e propria schiavitù nell’economia coloniale, basata sulle piantagioni e sullo sfruttamento delle materie prime, che superò nelle sue dimensioni perfino l’utilizzazione di schiavi nell’antichità, appartiene ai crimini sui quali è fondato il sistema produttore di merci. Qui, per la prima volta, fu praticato in grande stile l’”annientamento per mezzo del lavoro”. Questa fu la seconda fondazione della società del lavoro. L’uomo bianco, già segnato dall’autodisciplina, potè sfogare l’odio di se stesso e il suo complesso di inferiorità sui “selvaggi”. Come fece anche nei confronti della “donna”, li considerava esseri vicini alla natura e primitivi, a metà strada fra l’animale e l’uomo. Immanuel Kant ipotizzò acutamente che i babbuini sarebbero in grado di parlare, se soltanto lo volessero, ma che non lo facevano soltanto perchè temevano di essere messi a lavorare.

Questo grottesco ragionamento getta una luce rivelatrice sull’illuminismo. L’etica repressiva del lavoro, che si richiamava, nella sua versione originaria protestante, alla grazia di Dio, e, a partire dall’illuminismo, alla legge naturale, fu mascherata da “missione civilizzatrice”. In questo senso, la cultura è una sottomissione spontanea al lavoro; e il lavoro è bianco, maschile e “occidentale”. Il contrario, e cioè la natura, non-umana, informe e senza cultura, è femminile, di colore e “esotica”, e quindi da sottomettere alla costrizione. In una parola, l’ “universalismo” della società del lavoro è contraddistinto alla radice dal razzismo. L’astrazione universale “lavoro” si può sempre e solo definire con la delimitazione da tutto ciò che non ne fa parte.

Non furono i pacifici mercanti delle antiche vie del commercio i precursori della moderna borghesia, che in fin dei conti fu l’erede dell’assolutismo. Furono piuttosto i “condottieri” dei soldati di ventura agli inizi dell’era moderna, i direttori delle case di lavoro, gli esattori, i sorveglianti di schiavi e altri tagliagola a costituire il terreno sociale fertile per l’ “imprenditoria” moderna. Le rivoluzioni borghesi del diciottesimo e diciannovesimo secolo non ebbero niente a che fare con l’emancipazione sociale; esse rovesciarono semplicemente i rapporti di forza all’interno del sistema coercitivo esistente, liberarono le istituzioni della società del lavoro da interessi dinastici ormai antiquati, e rappresentarono un passo ulteriore verso la loro oggettivazione e spersonalizzazione. Fu la gloriosa Rivoluzione francese a proclamare con particolare fervore il dovere del lavoro, e a introdurre nuove case di correzione per mezzo del lavoro con una “legge per l’abolizione della mendicità”.

Questo fu l’esatto contrario di ciò che si proponevano i movimenti di ribellione sociale, che divamparono ai margini delle rivoluzioni borghesi senza fondersi con esse. Già molto tempo prima c’erano state delle forme affatto particolari di resistenza e di renitenza, di cui la storiografia ufficiale della società del lavoro e della modernizzazione non ha mai tenuto il debito conto. I produttori delle antiche società agrarie, che non si erano mai completamente rassegnati neanche ai rapporti di dominio feudale, avevano ancora meno intenzione di rassegnarsi a farsi trasformare in “classe lavoratrice” in un sistema loro estraneo. Dalle guerre contadine del Quattrocento e Cinquecento, fino alle sollevazioni dei movimenti denunciati in seguito come “luddisti” in Inghilterra, e alla rivolta dei tessitori del 1844 in Slesia, si snoda una lunga catena di accanite battaglie combattute per resistere al lavoro. L’imposizione della società del lavoro, e una guerra civile, a volte aperta, a volte latente, furono nel corso dei secoli le due facce della stessa medaglia.

Le antiche società agrarie erano tutt’altro che paradisiache. Ma la spaventosa coercizione esercitata dall’irrompente società del lavoro, fu vissuta dalla maggioranza soltanto come un peggioramento e come un’ “età della disperazione”. In effetti, nonostante la ristrettezza dei rapporti, gli uomini avevano ancora qualcosa da perdere. Ciò che, nella falsa coscienza del mondo moderno, appare come l’oscurità e il tormento di un Medioevo inventato, erano in realtà gli orrori della propria storia. Nelle culture pre- e non-capitalististiche, dentro e fuori l’Europa, sia la durata quotidiana sia quella annuale dell’attività produttiva erano di gran lunga più ridotte perfino di quelle degli odierni “occupati” in fabbrica e in ufficio. E questa produzione non era affatto così concentrata come lo è nella società del lavoro, ma era caratterizzata da una spiccata cultura dell ‘ozio e da una relativa “lentezza”. Fatta eccezione per le catastrofi naturali, i bisogni materiali di base erano assicurati per i più molto meglio che durante lunghi periodi della storia della modernizzazione – e anche meglio che nei ghetti dell’orrore dell’odierno mondo in crisi. Inoltre il potere non era così presente nella vita di ciascuno come nell’odierna società burocratizzata del lavoro.

Perciò la resistenza al lavoro potè essere vinta soltanto manu militari. Fino ad oggi gli ideologi della società del lavoro hanno fatto finta di non vedere che la cultura dei produttori pre-moderni non fu “sviluppata”, ma estinta nel proprio sangue. Gli illuminati democratici del lavoro di oggi amano attribuire tutte queste mostruosità alle “condizioni pre-democratiche” di un passato con il quale essi non hanno più niente a che fare. Non vogliono prendere atto del fatto che la storia terroristica dei primordi della modernità svela proditoriamente anche l’essenza dell’odierna società del lavoro. L’amministrazione burocratica del lavoro, e la gestione degli uomini da parte dello Stato nelle democrazie industriali, non sono mai riuscite a nascondere la loro origine coloniale e assolutistica. L’amministrazione repressiva degli uomini in nome dell’idolo “lavoro”, nella sua forma oggettivata di un sistema impersonale, si è anzi ancora estesa e ora abbraccia tutti gli ambiti della vita.

Proprio oggi, nell’agonia del lavoro, si sente nuovamente la morsa ferrea della burocrazia come nel periodo iniziale della società del lavoro. Nell’organizzazione dell’apartheid sociale e nell’inutile tentativo di esorcizzare la crisi per mezzo di una schiavitù democratica di Stato, la gestione del lavoro si rivela essere il sistema coercitivo che è sempre stato. Allo stesso modo, lo spirito maligno coloniale fa di nuovo capolino nel commissariamento, affidato al Fondo monetario internazionale, dei già numerosi Paesi periferici in bancarotta. Dopo la morte del suo idolo, la società del lavoro ritorna, da ogni punto di vista, ai metodi già usati per il suo crimine fondatore: ma anche questi non la potranno salvare.
(continua)

 * 2 - IL MOVIMENTO DEI LAVORATORI FU UN MOVIMENTO PER IL LAVORO
 
“Il lavoro deve tenere lo scettro, deve essere servo soltanto chi ozioso se ne sta, il lavoro dove governare il mondo perchè soltanto il lavoro fa girare il mondo”
 
Friedrich Stampfer, In onore del lavoro, 1903
 
Il classico movimento dei lavoratori, che iniziò la sua ascesa soltanto dopo la sconfitta delle antiche rivolte sociali, non combattè più contro le imposizioni del lavoro, ma sviluppò addirittura un’iperidentificazione con ciò che sembrava ineluttabile. Quel che importava erano soltanto i “diritti” e i miglioramenti all’interno della società del lavoro, i cui vincoli erano già stati profondamente interiorizzati. Invece di criticare radicalmente, come un irrazionale fine tautologico, la trasformazione di energia umana in denaro, il movimento dei lavoratori assunse in prima persona il “punto di vista del lavoro” e concepì la valorizzazione come un dato di fatto positivo e neutrale.
 
Così, a modo suo, il movimento dei lavoratori continuò la tradizione dell’ assolutismo, del protestantesimo e dell’illuminismo borghese. L’infelicità del lavoro divenne il falso orgoglio del lavoro, che ridefinì come un “diritto umano” la propria trasformazione in materiale umano, a disposizione del moderno idolo. Gli iloti addomesticati del lavoro rigirarono ideologicamente la frittata, e svilupparono uno zelo missionario, nel reclamare da una parte il “diritto al lavoro” e dall’altra il “dovere del lavoro per tutti”. La borghesia non fu combattuta in quanto titolare di funzioni nella società del lavoro, ma al contrario insultata con l’epiteto di “parassita” proprio in nome del lavoro. Tutti i membri della società, senza eccezioni, dovevano essere reclutati negli “eserciti del lavoro”.
 
E così lo stesso movimento dei lavoratori divenne un battistrada della società del lavoro capitalistica. Fu il movimento dei lavoratori a imporre, contro gli ottusi borghesi, nel diciannovesimo e all’inizio del ventesimo secolo, i livelli ulteriori di depersonalizzazione nello sviluppo del lavoro, come un secolo prima la borghesia aveva avuto in eredità il sistema assolutistico. E questo fu possibile soltanto perchè i partiti dei lavoratori e i sindacati avevano avuto, nella loro adorazione del dio lavoro, una relazione positiva anche con l’apparato statale e con le istituzioni della gestione repressiva del lavoro, che non volevano più abolire, ma occupare loro stessi, in una sorta di “lunga marcia attraverso le istituzioni”. In tal modo ripresero, proprio come aveva fatto in precedenza la borghesia, la tradizione burocratica dell’amministrazione d’ uomini nella società del lavoro, cominciata nell’età dell’assolutismo.
 
L’ideologia di una generalizzazione sociale del lavoro richiedeva però anche un nuovo sistema politico. Al posto della suddivisione in ceti con differenti “diritti” politici (per esempio il diritto di voto censitario) nella società dove il lavoro si era imposto solo in parte, dovette farsi strada la generale uguaglianza democratica nello “Stato del lavoro” compiuto. E le irregolarità nel funzionamento della macchina della valorizzazione, non appena questa determinò l’intera vita sociale, dovettero essere appianate con lo “Stato sociale”. E anche di questo processo il movimento dei lavoratori offrì il modello. Con il nome di “socialdemocrazia” diventò il più grande “movimento dei cittadini” della storia, che però si rivelò soltanto un autoinganno. Infatti in democrazia tutto è trattabile, tranne i vincoli della società del lavoro, che invece sono presupposti come un assioma. Ciò di cui si può discutere, sono soltanto le modalità e le forme che prendono questi vincoli. C’è sempre e soltanto la scelta tra Pronto e Dixan, tra peste e colera, tra volgarità e stupidità, tra Kohl e Schroeder, tra D’Alema e Berlusconi.
 
La democrazia della società del lavoro è il più perfido sistema di dominio della storia: un sistema dell’autorepressione. Perciò questa democrazia non organizza mai la libera autodeterminazione dei componenti della società riguardo alle risorse comuni, ma soltanto la forma giuridica che regola i rapporti fra le monadi lavoratrici, separate socialmente l’una dall’altra, che si devono vendere sui mercati del lavoro. La democrazia è il contrario della libertà. E così necessariamente i democratici uomini da lavoro finiscono per dividersi in amministratori e amministrati, in imprenditori e dipendenti, in élites funzionali e materiale umano. I partiti politici, anzi proprio i partiti dei lavoratori, rispecchiano fedelmente questa relazione nella loro struttura. Leader e militanti, vip e popolino, cordate e simpatizzanti, tutte queste suddivisioni rimandano a un rapporto che non ha niente a che fare con un dibattito aperto e la ricerca di soluzioni. E’ una parte integrale della logica del sistema il fatto che le stesse élites siano meri funzionari dell’idolo “lavoro” e esecutori delle sue cieche deliberazioni.
 
Almeno da quello nazista in poi, tutti i partiti sono partiti dei lavoratori e nello stesso tempo del capitale. Nelle “società in via di sviluppo” dell’Est e del Sud, il movimento dei lavoratori si trasformò nel partito del terrore di Stato, che organizzò la modernizzazione; a Ovest si trasformò in un sistema di “partiti popolari” con programmi intercambiabili e leaders d’immagine per i media. La lotta di classe è finita perchè la società del lavoro è finita. Le classi si dimostrano essere categorie funzionali sociali di un sistema feticistico comune, nella stessa misura in cui questo sistema si esaurisce. Quando socialdemocratici, verdi ed ex-comunisti si fanno avanti nella gestione della crisi e sviluppano programmi repressivi particolarmente infami, allora dimostrano di non essere altro che i legittimi eredi di un movimento dei lavoratori, che non ha mai voluto altro che lavoro a qualsiasi prezzo.

 * 3 - LA CRISI DEL LAVORO
 
“Il principio morale fondamentale è il diritto dell’essere umano al suo lavoro. [...] A mio parere non esiste nulla di più rivoltante di una vita oziosa. Nessuno di noi ne ha diritto. Nella civiltà non c’è posto per gli oziosi.”
 
Henry Ford
 
“Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, [per il fatto] che esso interviene come elemento perturbatore nel processo di riduzione del tempo di lavoro a un minimo mentre d’altro canto pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. [...] Per un verso chiama in vita tutte le potenze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e del traffico sociale, allo scopo di rendere indipendente (relativamente) la creazione della ricchezza dal tempo di lavoro in essa impiegato. Per l’altro verso vuole misurare con il tempo di lavoro le gigantesche forze sociali così create e relegarle nei limiti che sono richiesti per conservare come valore il valore già creato”.
 
Karl Marx, Elementi per una critica dell’economia politica, 1857-58
 
Dopo la Seconda guerra mondiale, e per un breve periodo storico, potè sembrare che la società del lavoro si fosse consolidata nelle industrie fordiste in un sistema di “perenne prosperità”, nel quale l’insopportabile fine a se stesso potesse essere soddisfatto in maniera duratura, grazie al consumo di massa e allo Stato sociale. A prescindere dal fatto che questa è stata sempre un’idea da ilota democratico, e che si riferiva per di più soltanto a una piccola minoranza della popolazione mondiale, essa doveva rivelarsi sbagliata anche al centro del sistema. Con la terza rivoluzione industriale della microelettronica il lavoro si scontra con il suo limite storico assoluto.
 
Che questo limite dovesse essere raggiunto prima o poi, era prevedibile da un punto di vista logico. Infatti, il sistema di produzione di beni soffre fin dalla nascita di un’irrisolvibile contraddizione interna. Da una parte vive dell’assorbimento in massa di energia umana, tramite l’impiego di forza-lavoro, nel suo apparato, e quanta più ne assorbe meglio è. D’altra parte però la legge della concorrenza fra le imprese costringe ad aumentare permanentemente la produttivtà, e la forza-lavoro umana viene sostituita con il capitale fisso ottenuto grazie al progresso scientifico.
 
Questa contraddizione interna fu già la causa profonda di tutte le crisi precedenti, come quella devastante dell’economia mondiale del 1929-33. Tuttavia le crisi si sono sempre potute superare tramite un meccanismo di compensazione: a un livello di volta in volta più elevato di produttività, e dopo un periodo di incubazione, è sempre stato assorbito, in termini assoluti, più lavoro, grazie all’espansione dei mercati a nuove fasce di consumatori, di quanto ne fosse cancellato razionalizzando la produzione. L’ impiego di forza-lavoro per unità di prodotto è diminuito, ma in termini assoluti si è prodotto di più, e in una misura tale che questa diminuzione potesse essere ipercompensata. Fin quando dunque le innovazioni nei prodotti sono state più importanti delle innovazioni nei processi di produzione, la contraddizione interna del sistema potè essere tradotta in un movimento espansivo.
 
L’esempio storico per eccellenza è l’automobile: grazie alla catena di montaggio e ad altre tecniche della razionalizzazione basata sulla “scienza del lavoro” (dapprima nella fabbrica di automobili di Henry Ford a Detroit), la durata del lavoro per produrre un’automobile si ridusse a un minimo. Nello stesso tempo, però, il lavoro venne tremendamente intensificato, e dunque nello stesso periodo di tempo la materia umana fu spremuta in misura molto maggiore. Soprattutto grazie alla diminuzione di prezzo che ne derivò, l’automobile, che fino a quel momento era stato un prodotto di lusso per le classi superiori, potè entrare a far parte dei beni di consumo di massa.
 
In questo modo, nonostante la produzione razionalizzata alla catena di montaggio nella seconda rivoluzione industriale del “fordismo”, fu soddisfatto l’appetito insaziabile di energia umana che ha l’idolo”lavoro” a un livello più alto. Nello stesso tempo, l’automobile è un esempio incisivo del carattere distruttivo del modo di produrre e di consumare nella società del lavoro altamente sviluppata. Nell’interesse del trasporto individuale di massa e della produzione di massa di automobili, i paesaggi vengono asfaltati e imbruttiti, l’ambiente viene inquinato, e si accetta cinicamente che sulle strade del mondo di anno in anno si combatta una terza guerra mondiale non dichiarata, con milioni di morti e di feriti.
 
Nella terza rivoluzione industriale della microelettronica viene meno il meccanismo, valido fino ad allora, della compensazione tramite l’espansione. Certo, anche grazie alla microelettronica molti prodotti sono più a buon mercato, e ne vengono creati altri (soprattutto nel settore dei media). Ma per la prima volta la velocità dell’innovazione nei processi è superiore a quella dell’innovazione nei prodotti. Per la prima volta il lavoro che viene cancellato con la razionalizzazione è maggiore di quello che può essere riassorbito grazie all’espansione dei mercati. Nella continuazione logica del processo di razionalizzazione, la robotica elettronica sostituisce l’ energia umana, oppure sono le nuove tecnologie della comunicazione a rendere il lavoro superfluo. Interi settori del montaggio, della produzione, del marketing, dello stoccaggio, della distribuzione e persino del management scompaiono. Per la prima volta, l’idolo “lavoro” si mette, involontariamente, ma durevolmente, a razioni da fame per molto tempo. Ma così provocherà la propria morte da solo.
 
Essendo la società democratica del lavoro un sistema autoreferenziale d’impiego di forza-lavoro, all’interno delle sue forme non è possibile un passaggio alla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro. La razionalità d’impresa esige che, da una parte, masse sempre più ampie restino “disoccupate” in maniera duratura e così siano tagliate fuori dalla riproduzione della loro vita in termini immanenti al sistema, mentre dall’ altra un numero sempre più striminzito di “occupati” sia aizzato sempre più freneticamente a lavorare e a fornire prestazioni sempre più efficienti. Perfino nei centri capitalistici, al centro della ricchezza, fanno il loro ritorno la povertà e la fame, mezzi di produzione e campi coltivabili giacciono inutilizzati in grandi quantità, abitazioni e edifici pubblici restano vuoti ovunque, mentre cresce incessantemente il numero dei senzatetto.
 
Il capitalismo diventa l’affare globale di una minoranza. L’idolo “lavoro” in agonia è ormai costretto dal bisogno a mangiare se stesso. Alla ricerca di quel che di lavoro-nutrimento è rimasto, il capitale fa saltare i confini delle economie nazionali e si globalizza in una concorrenza nomadica sulla localizzazione degli investimenti. Intere regioni del mondo vengono tagliate fuori dai flussi globali di merci e capitali. Con un’ondata storicamente senza pari di fusioni e “scalate ostili”, i conglomerati si armano per l’ ultima battaglia dell’economia d’impresa. Nazioni e Stati disorganizzati implodono, le popolazioni spinte alla pazzia dalla concorrenza per sopravvivere si avventano l’una contro l’altra in guerre etniche per bande.
 (continua)

* 4 - LA FINE DELLA POLITICA
 
La crisi del lavoro implica necessariamente la crisi dello Stato, e quindi della politica. In linea di principio, lo Stato moderno deve la sua carriera al fatto che il sistema produttore di merci ha bisogno di un’istanza sovraordinata che garantisca il quadro di riferimento della concorrenza, i princìpi giuridici e i presupposti generali della valorizzazione, inclusi anche gli apparati repressivi, nel caso che la materia umana dovesse mai diventare disobbediente e opporsi al sistema. Nella sua forma pienamente matura di una democrazia di massa, lo Stato dovette assumere nel ventesimo secolo, in misura crescente, anche compiti socioeconomici: ne fanno parte non soltanto il sistema di sicurezza sociale, ma anche l’istruzione, l’ assistenza sanitaria, le reti di trasporto e comunicazione, infrastrutture di ogni tipo, che sono diventate indispensabili per il funzionamento della società del lavoro industrialmente sviluppata, ma che di per se non possono essere organizzate secondo un principio di valorizzazione imprenditoriale. Infatti, queste infrastrutture devono restare a disposizione della società intera in maniera duratura e completa, e dunque non possono seguire il gioco della domanda e dell’offerta.
 
Ma poichè lo Stato non è un’unità autonoma di valorizzazione e perciò non può trasformare da solo lavoro in denaro, deve prelevare denaro dal reale processo di valorizzazione, per finanziare le sue attività. Se si esaurisce la valorizzazione, si esauriscono anche le finanze dello Stato. Il presunto sovrano della società si rivela come totalmente dipendente nei confronti della cieca e feticistica economia della società del lavoro. Può anche proclamare leggi a suo piacimento; se le forze produttive crescono oltre il sistema del lavoro, il diritto positivo dello Stato, che si può riferire sempre e soltanto a soggetti del lavoro, gira a vuoto.
 
Con una sempre crescente disoccupazione di massa, si assottigliano le entrate dello Stato derivanti dalla tassazione dei redditi da lavoro. Le reti di sicurezza sociale si strappano non appena si raggiunge una massa critica di “esuberi”, che può essere nutrita capitalisticamente soltanto con una ridistribuzione di redditi monetari. Con il rapido processo di concentrazione del capitale nella crisi, processo che va oltre i confini delle economie nazionali, si volatilizzano anche le entrate dello Stato derivanti dalla tassazione dei profitti. I conglomerati transnazionali costringono gli Stati che sono in concorrenza per ricevere investimenti a un dumping fiscale, sociale ed ecologico.
 
Ed è proprio questa evoluzione che trasforma lo Stato in un semplice amministratore delle crisi. Quanto più esso si avvicina a una situazione di emergenza finanziaria, tanto più si riduce al suo nocciolo repressivo. Le infrastrutture vengono adattate ai bisogni del capitale transnazionale. Come un tempo nei territori coloniali, la logistica sociale si limita sempre di più a pochi centri economici, mentre il resto va in rovina. Si privatizza tutto quello che si può privatizzare, anche se così si esclude un numero sempre crescente di persone dalle più elementari prestazioni di assistenza. Laddove la valorizzazione del capitale si concentra su sempre più ristrette isole di mercato mondiale, non è più importante un’assistenza estesa a tutta la popolazione.
 
Finchè non si toccano settori direttamente rilevanti da un punto di vista economico, non ha nessuna importanza se i treni viaggino o se le lettere arrivino. L’istruzione diventa un privilegio dei vincitori della globalizzazione. La cultura spirituale, artistica e teoretica deve seguire il criterio di redditività e deperisce. L’assistenza sanitaria diventa non più finanziabile e si sbriciola in un sistema classistico. Dapprima furtivamente e a bassa voce, poi alla luce del sole, viene proclamata la legge dell’eutanasia sociale: poichè sei povero e “in esubero”, devi morire prima.
 
Mentre tutte le conoscenze, le capacità e i mezzi della medicina, dell’ istruzione, della cultura e delle infrastrutture generali abbondano, vengono tenute sotto chiave, smobilitate e demolite secondo l’irrazionale legge della società del lavoro, oggettivata nella “riserva di finanziabilità”, – proprio come i mezzi di produzione industriali e agrari che non sono più “redditizi”. Oltre alla simulazione repressiva del lavoro tramite forme di lavoro sottopagato, e alla riduzione di tutte le prestazioni, lo Stato democratico trasformato in sistema dell’apartheid non ha più nulla da offrire ai suoi ex-cittadini lavoratori. In uno stadio ulteriore, l’ amministrazione dello Stato si sgretola completamente. Gli apparati dello Stato si imbarbariscono, diventando una cleptocrazia corrotta, l’esercito si trasforma in un insieme di bande mafiose da guerra, la polizia una combriccola di briganti di strada.
 
Nessuna politica al mondo può fermare o addirittura invertire questa evoluzione. Infatti la politica è per sua natura riferita allo Stato, e quindi rimane senza fondamento se lo Stato viene a mancare. L’”intervento politico” sui rapporti sociali, questa parola d’ordine dalla sinistra democratica, si rende ogni giorno più ridicola. Oltre alla repressione senza fine, alla demolizione della civiltà e all’aiuto concesso al “terrore dell’ economia”, non c’è più modo di “intervenire”. Poichè il fine a se stesso della società del lavoro è presupposto assiomaticamente, per la crisi del lavoro non può esserci alcuna regolazione politico-democratica. La fine del lavoro diventa anche la fine della politica.

* 5 - LA SIMULAZIONE DELLA SOCIETA’ DEL LAVORO NEL CAPITALISMO DA CASINO’.
 
“Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte di ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la misura, e quindi il valore di scambio cessa e deve cessare di essere la misura del valore d’uso. [...] Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo produttivo materiale immediato viene a perdere esso stesso la forma della miseria e dell’antagonismo”,
 
Karl Marx, “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica”, 1857-58
 
La coscienza sociale dominante mente sistematicamente a se stessa sulla reale condizione della società del lavoro. Le regioni disastrate vengono scomunicate ideologicamente, le statistiche del mercato del lavoro spudoratamente falsificate, le forme della miseria spariscono nelle simulazioni dei mass media. Anzi, la simulazione è la caratteristica principale del capitalismo in crisi. Questo vale anche per l’economia. Se fino ad ora sembra, almeno nei Paesi-chiave occidentali, che il capitale possa accumularsi anche senza lavoro, e la pura forma del denaro privo di sostanza garantire, moltiplicandosi, l’ulteriore valorizzazione del valore, allora questa apparenza è dovuta a un processo simulativo dei mercati finanziari. Specularmente alla simulazione del lavoro tramite misure coercitive dell’amministrazione democratica del lavoro, si è formata una simulazione della valorizzazione del capitale, grazie allo sganciamento speculativo del sistema creditizio e dei mercati azionari dall’economia reale.
 
L’utilizzo di lavoro presente viene sostituito con una scommessa sull’ utilizzo di lavoro futuro, che però non si realizzerà mai. Si tratta, in una certa misura, di un’accumulazione di capitale in un “futuro anteriore” del tutto fittizio. Il capitale monetario, che non può più essere reinvestito con profitto nell’economia reale, e perciò non può più assorbire lavoro, deve maggiormente rifugiarsi nei mercati finanziari.
 
Già la fase fordista di valorizzazione all’epoca del “miracolo economico”, dopo la Seconda guerra mondiale, non era più completamente autosufficiente. Lo Stato si indebitò in una misura fino ad allora sconosciuta, molto al di là di quel che gli permettevano le sue entrate fiscali, perchè le condizioni generali della società del lavoro non erano più finanziabili diversamente. Lo Stato ipotecò dunque le sue future entrate reali. In questo modo si creò da una parte per il capitale monetario “in eccedenza” una possibilità d’investimento finanziario – si prestò denaro allo Stato in cambio del pagamento d’interessi. Quest’ultimo pagò gli interessi con nuovi crediti, e reimmise immediatamente il denaro avuto in prestito nel ciclo economico. Così finanziò, da un lato, le spese sociali e gli investimenti per le infrastrutture, creando una domanda che in senso capitalistico era artificiale, perchè non coperta da alcun utilizzo produttivo di forza-lavoro. Così il boom fordista fu prolungato oltre la sua reale portata, attingendo la società del lavoro al proprio futuro.
 
Questo elemento simulativo del processo di valorizzazione, apparentemente ancora intatto, trovò i suoi limiti insieme con l’indebitamento dello Stato. Le “crisi debitorie” degli Stati, non soltanto nel Terzo mondo, ma anche nel cuore del capitalismo, non permisero più un’ulteriore espansione su tale strada. Questa fu la base obiettiva per il trionfo della deregulation neo-liberista, che, secondo i proclami ideologici, sarebbe dovuta andare di pari passo con una drastica diminuzione della quota dello Stato nel prodotto interno. In realtà, la deregulation e l’abbattimento delle spese sociali vengono compensate dai costi della crisi, fosse anche nella forma dei costi della repressione e della simulazione. In molti Paesi, la quota dello Stato in questo modo addirittura aumenta.
 
Ma non è più possibile simulare l’ulteriore accumulazione di capitale con l’indebitamento dello Stato. Perciò la creazione aggiuntiva di capitale fittizio si concentrò negli anni ’80 sui mercati azionari, dove l’importante non sono più i dividendi, la quota di profitto ottenuta grazie alla produzione reale, ma sono l’utile di scambio e l’aumento speculativo del valore del titolo di proprietà, fino ad ordini di grandezza astronomici. Il rapporto fra economia reale e i movimenti speculativi dei mercati finanziari si è rovesciato. La crescita speculativa dei titoli non anticipa più l’ espansione economica reale, ma al contrario, il rialzo dovuto alla creazione fittizia di valore simula un’accumulazione reale, che già da tempo non esiste più.
 
L’idolo “lavoro” è clinicamente morto, ma viene tenuto in vita artificialmente grazie all’espansione, apparentemente autonoma, dei mercati finanziari. Molte aziende industriali fanno profitti che non derivano più dalla produzione e dalla vendita di beni reali, che sono da tempo diventate attività in perdita, ma dalla partecipazione di una “scaltra” divisione finanziaria alla speculazione sui titoli e sulle valute. Gli Stati mettono a bilancio entrate che non derivano più dalle tasse o dall’assunzione di crediti, ma dalla frenetica partecipazione dell’amministrazione finanziaria ai mercati speculativi. E i bilanci privati, le cui entrate reali, basate sui salari, diminuiscono drammaticamente, si permettono ancora un alto livello di consumi contando sui guadagni in borsa. Nasce dunque una nuova forma di domanda artificiale, che poi, da parte sua, comporta una reale produzione, e reali entrate fiscali dello Stato “senza terreno sotto i piedi”.
 
In questo modo, la crisi economica mondiale viene differita grazie al processo speculativo. Ma poichè l’aumento fittizio di valore dei titoli di proprietà può essere soltanto l’anticipazione di una futura e reale utilizzazione di lavoro (in una misura altrettanto astronomica), che però non arriverà mai più, dopo un certo periodo di incubazione il bubbone truffaldino, quale è nei fatti, dovrà scoppiare. Il crollo dei “mercati emergenti” in Asia, America latina e Europa orientale è stato soltanto un primo assaggio. E’ soltanto una questione di tempo, e anche i mercati finanziari dei centri capitalistici, negli Stati Uniti, nell’Unione europea e in Giappone collasseranno.
 
Nella coscienza feticistica della società del lavoro questo nesso viene percepito in maniera totalmente distorta, anche e soprattutto dai tradizionali “critici del capitalismo” di destra e di sinistra. Fissati sul fantasma del lavoro, nobilitato fino a diventare una positiva, astorica condizione di esistenza, essi confondono sistematicamente causa ed effetto. Il provvisorio rinvio della crisi, dovuto all’espansione speculativa dei mercati finanziari appare allora, tutt’al contrario, come la presunta causa della crisi. I “cattivi speculatori”, come si dice più o meno nel panico, avrebbero distrutto tutta la bella società del lavoro, perchè, tanto per divertirsi e fare un po’ di casino, avrebbero giocato d’azzardo con il “buon denaro”, di cui “ce n’è abbastanza”, invece di investirlo, come si deve e senza grilli per la testa, in meravigliosi “posti di lavoro”, in modo che un ‘umanità di iloti pazzi per il lavoro potesse continuare ad essere “pienamente occupata”.
 
Queste persone, semplicemente, non vogliono comprendere che non è affatto stata la speculazione a bloccare gli investimenti sull’economia reale, ma che questi non sono più redditizi a causa della terza rivoluzione industriale, e che il decollo speculativo è soltanto un sintomo di questa situazione. Il denaro, che sembra circolare in quantità apparentemente inesauribili, non è più da tempo, perfino in senso capitalistico, denaro “buono”, ma soltanto “aria calda”, con la quale è stata gonfiata la bolla speculativa. Ogni tentativo di pungere questa bolla con progetti di tassazione di vario tipo come la “tassa Tobin”, per dirottare nuovamente il capitale finanziario su presunte “reali” attività economiche, che creano lavoro, potrebbe finire soltanto per far scoppiare più rapidamente la bolla.
 
Invece di capire che noi tutti siamo sempre meno redditizi, e che quindi lo stesso criterio della redditività, con tutti i suoi presupposti nella società del lavoro, deve essere considerato obsoleto, si preferisce demonizzare “gli speculatori” – non è un caso che questa immagine negativa e banale sia comune a radicali di destra e a autonomi, a bravi funzionari sindacali e a nostalgici keynesiani, a teologi sociali e a conduttori di talk-show, e soprattutto a tutti gli apostoli dell’ “onesto lavoro”. Pochissimi si rendono conto che da questa posizione a una ripresa in grande stile del delirio antisemita il passo è breve. L’evocazione del capitale reale “produttivo”, di sangue nazionale, contro il “rapace” capitale internazionale-”ebraico”, minaccia di essere l’ultima parola della sinistra pro-lavoro, intellettualmente disorientata. Ma è già l’ultima parola della destra pro-lavoro, schiettamente razzista, antisemita e antiamericana.
(continua)

* 6 - LA CRISI DEL CONFLITTO FRA GLI INTERESSI
 
“Si è rivelato che in conseguenza delle inesorabili leggi della natura umana alcuni esseri umani saranno soggetti alla miseria. Queste sono le persone infelici, alle quali nella grande lotteria della vita non è toccato un biglietto vincente”.
 
Thomas Robert Malthus
 
Per quanto si tenti ancora di rimuoverla e tabuizzarla, la fondamentale crisi del lavoro contraddistingue oggi ogni conflitto sociale. Il passaggio da una società dell’integrazione di massa a un ordine basato sulla selezione e sull’apartheid, non ha portato a un nuovo round nella vecchia lotta di classe fra capitale e lavoro, ma a una crisi categoriale della stessa “lotta tra opposti interessi” immanente al sistema. Già all’epoca della prosperità, dopo la Seconda guerra mondiale, l’antica enfasi sulla lotta di classe si era attenuata. Ma non perchè il soggetto rivoluzionario “in se” era stato “integrato”, corrompendolo con un discutibile benessere, e grazie a manipolazioni e intrighi, ma perchè, all’inverso, nello stadio di sviluppo fordistico era venuta alla luce la logica identità di capitale e lavoro, come categorie sociali funzionali a una comune forma feticistica sociale. Il desiderio, immanente al sistema, di vendere il bene forza-lavoro alle migliori condizioni possibili perse ogni spinta trascendente.
 
Se, fino agli anni ’70, si era ancora trattato di strappare la partecipazione di una fascia, il più possibile estesa, della popolazione ai frutti velenosi della società del lavoro, ora questo stesso impulso si è esaurito per le nuove condizioni della crisi dovuta alla terza rivoluzione industriale. Soltanto finchè la società del lavoro si espanse, fu possibile combattere su larga scala la battaglia degli interessi fra le sue categorie sociali funzionali. Ma nella stessa misura in cui viene meno la base comune, gli interessi immanenti al sistema non possono più essere sintetizzati a un livello sociale complessivo. Si verifica invece una generale desolidarizzazione. I lavoratori salariati disertano i sindacati, i manager disertano le associazioni imprenditoriali. Ognuno per se e il dio “sistema capitalista” contro tutti: quell’individualizzazione che è sulla bocca di tutti, non è altro che un ulteriore sintomo della crisi della società del lavoro.
 
Per quanto possano ancora essere aggregati interessi individuali, questo accade soltanto in un ordine di grandezza micro-economico. Infatti nella stessa misura in cui – vero scherno verso la liberazione sociale – è finito per diventare addirittura un privilegio farsi rovinare la vita in omaggio alle logiche aziendali, la rappresentanza degli interessi della merce forza-lavoro degenera nella spietata politica lobbystica di segmenti sociali sempre più ridotti. Chi accetta la logica del lavoro, deve accettare ora anche la logica dell’apartheid. Ormai, si tratta soltanto di assicurare alla propria limitata clientela la vendibilità della propria pelle a spese di tutte le altre. Le maestranze e i consigli di fabbrica, ormai da tempo, non trovano più il loro vero avversario nel management della loro impresa, bensì nei dipendenti delle imprese e dei “siti produttivi” concorrenti, non importa se nelle vicinanze o in Estremo Oriente. E quando si pone la domanda su chi, alla prossima ondata di razionalizzazione aziendale, sarà la vittima, anche il reparto vicino e il collega a fianco diventano nemici.
 
La desolidarizzazione radicale non riguarda soltanto il confronto fra imprenditori e sindacati. Poichè proprio nella crisi della società del lavoro tutte le categorie funzionali si aggrappano ancora più fanaticamente alla logica che a questa è inerente, e cioè che ogni benessere umano non può essere altro che il sotto-prodotto di una valorizzazione redditizia, il principio dello scaricabarile domina tutti i conflitti di interesse. Tutte le lobbies conoscono le regole del gioco e agiscono di conseguenza. Ogni lira che guadagna l’altra clientela, è una lira persa per la propria. Ogni taglio all’altro lembo della rete sociale aumenta le possibilità di strappare un’ultima proroga per se. I pensionati diventano l’avversario naturale di tutti i contribuenti, il malato diventa il nemico di tutti gli assicurati e l’immigrato diventa il bersaglio dell’odio di tutti gli indigeni impazziti.
 
Si esaurisce così irrversibilmente il progetto di voler usare il conflitto fra gli interessi, immanente al sistema, come leva per l’emancipazione sociale. E così la sinistra classica è arrivata al capolinea. Una rinascita della critica radicale al capitalismo presuppone la rottura con la categoria del lavoro. Soltanto quando si stabilirà un nuovo fine dell’emancipazione sociale al di là del lavoro e delle categorie feticistiche che ne derivano (valore, merce, denaro, Stato, forma giuridica, nazione, democrazia, ecc.), sarà possibile una ri-solidarizzazione ad alto livello e su scala sociale complessiva. E soltanto in questa prospettiva possono essere ri-aggregate anche delle battaglie di difesa, immanenti al sistema, contro la logica della lobbizzazione e dell’individualizzazione; comunque in un rapporto non più positivo, ma soltanto di negazione strategica, con le categorie dominanti.
 
Fino ad ora, la sinistra esita a rompere con la categoria del lavoro. Essa minimizza i vincoli del sistema, riducendoli a semplice ideologia, e la logica della crisi, riducendola al semplice progetto politico delle classi “dominanti”. Invece di una rottura categoriale, si fa strada una nostalgia socialdemocratica e keynesiana. La sinistra non tende a creare una nuova, concreta universalità, per una società che vada oltre il lavoro astratto e la forma monetaria, ma tenta di aggrapparsi spasmodicamente alla vecchia, astratta universalità dell’interesse immanente al sistema. Tuttavia questi tentativi restano di per sè astratti, e non possono più integrare alcun movimento di massa, perchè chiudono gli occhi davanti alle reali circostanze della crisi.
 
Tutto ciò vale in particolar modo per la richiesta di un salario di cittadinanza o di un reddito minimo garantito. Invece di collegare concrete battaglie sociali, di resistenza contro determinate misure del regime dell’ apartheid, con un programma generale contro il lavoro, questa richiesta punta a mettere in piedi una falsa universalità della critica sociale, che da ogni punto di vista resta astratta, immanente al sistema e impotente. Non si può superare con questi palliativi la concorrenza sociale dovuta alla crisi. Si presuppone, ignari, che la società del lavoro globale continui a funzionare in eterno, perchè da dove arriverebbe il denaro necessario per finanziare questo reddito di base garantito dallo Stato, se non da processi riusciti di valorizzazione? Chi vuole costruire su tali “dividendi sociali” (e già l’espressione dice tutto), deve, nello stesso tempo ma tacitamente, presupporre una posizione privilegiata del “proprio” Paese nella concorrenza globale. Infatti, soltanto la vittoria nella guerra mondiale dei mercati permetterebbe transitoriamente di mantenere alcuni milioni di commensali “superflui” a casa propria, naturalmente escludendo tutti gli uomini senza il passaporto giusti.
 
I riformatori fai-da-te, che propongono il reddito di cittadinanza, ignorano da ogni punto di vista la struttura capitalistica della forma monetaria. In fin dei conti, a loro importa soltanto di salvare, tra il soggetto capitalistico del lavoro e quello del consumo di merci, almeno quest’ultimo. Invece di mettere in discussione il modo di vivere capitalistico, il mondo deve continuare a essere seppellito, nonostante la crisi del lavoro, sotto valanghe di catorci puzzolenti, odiosi blocchi di cemento e carcasse di paccottiglia, e tutto purchè gli uomini conservino l’ unica, miserevole libertà che essi possono ancora immaginarsi: la libertà di scelta davanti ai banconi del supermercato.
 
Ma perfino questa prospettiva triste e limitata non è altro che un’ illusione. I suoi sostenitori di sinistra, e i suoi teorici analfabeti, hanno dimenticato che il consumo capitalistico di merci non serve mai semplicemente alla soddisfazione di bisogni, ma non può essere altro che una funzione del movimento di valorizzazione. Se non si può più vendere la forza-lavoro, perfino bisogni elementari vengono considerati come pretese sfacciate e esagerate, che devono essere ridotte al minimo. E il reddito di cittadinanza sarà un mezzo per arrivare proprio a questo risultato, in quanto strumento di riduzione dei costi per lo Stato, e in quanto versione miserevole dei sussidi sociali, che prende il posto del sistema di protezione sociale ormai al collasso. In questo senso Milton Friedman, figura di punta del neo-liberismo, ha originariamente sviluppato il progetto del reddito minimo, prima che una sinistra in disarmo lo scoprisse come presunta àncora di salvezza. E con questo contenuto tale progetto diventerà realtà – o non lo diventerà mai.

* 7 - IL SUPERAMENTO DEL LAVORO
 
“Il ‘lavoro’ è per sua essenza l’attività non-libera, inumana, asociale; esso è condizionato dalla proprietà privata e la crea a sua volta. L’abolizione della proprietà privata diventa dunque realtà solo quando è concepita come abolizione del ‘lavoro’ “.
 
Karl Marx, Sul saggio di Friedrich List “Il sistema nazionale dell’economia politica”, 1845
 
La rottura con la categoria del “lavoro” non troverà delle parti sociali pronte e obiettivemente determinate come ne trovava il conflitto fra gli interessi immanenti al sistema. Si tratta di una rottura con la legalità falsamente oggettiva di una “seconda natura”, dunque non di un’altra realizzazione quasi automatica, ma di una coscienza che nega – un rifiuto e una ribellione che non hanno dietro di se una qualsiasi “legge della storia” . Il punto di partenza non può essere un nuovo principio astratto generale, ma soltanto il disgusto di fronte alla propria esistenza come soggetto del lavoro e della concorrenza, e il rifiuto di continuare a funzionare così a un livello sempre più misero.
 
Nonostante la sua predominanza assoluta, al lavoro non è mai riuscito di cancellare completamente l’opposizione aivincoli da esso stabiliti. Accanto a tutti i fondamentalismi repressivi e alla mania di concorrenza della selezione sociale, esiste anche un potenziale di protesta e di resistenza. Il disagio nel capitalismo è massicciamente presente, ma relegato nei bassifondi sociopsichici. Non viene chiamato alla luce. Perciò c’è bisogno di un nuovo spazio di libertà mentale, affinchè l’impensabile possa diventare pensabile. Bisogna spezzare il monopolio tenuto dal “campo del lavoro” sull’interpretazione del mondo. Alla critica teorica del lavoro spetta in quest’azione il ruolo di catalizzatrice. Essa ha il dovere di attaccare frontalmente i divieti di pensiero dominanti, e di esprimere tanto chiaramente quanto apertamente quel che nessuno ha il coraggio di sapere, e che tuttavia molti percepiscono confusamente: la società del lavoro è giunta alla sua fine. E non esiste la sia pur minima ragione di prendere il lutto per la sua dipartita.
 
Soltanto la critica del lavoro, espressamente formulata, e un dibattito teoretico adeguato, possono creare quella nuova contro-opinione pubblica, la quale rappresenta il presupposto irrinunciabile per la costituzione di un concreto movimento sociale contro il lavoro. Le controversie interne al “campo del lavoro” si sono esaurite e diventano sempre più assurde. Tanto più urgente è allora ridefinire i contorni del conflitto sociale, lungo i quali si può formare un’Alleanza contro il lavoro.
 
È opportuno perciò chiarire a grandi linee quali obiettivi siano possibili per un mondo al di là del lavoro. Il programma contro il lavoro non si alimenta da un canone di principi positivi, ma dalla forza della negazione. Se l’affermazione del lavoro è andata di pari passo con l’espropriazione totale dell’uomo delle sue condizioni di vita, la negazione della società del lavoro può consistere soltanto nella riappropriazione, da parte dell’ uomo, a un livello storico più elevato, del suo nesso sociale con gli altri. Perciò gli avversari del lavoro punteranno alla formazione di alleanze, di portata mondiale, fra individui associati liberamente, che strapperanno i mezzi di produzione e di esistenza alla macchina del lavoro e della valorizzazione, che gira ormai a vuoto, e ne prenderanno il controllo. Soltanto nella battaglia contro la monopolizzazione di tutte le risorse sociali, e di ogni potenziale di ricchezza, da parte dei poteri alienati, cioè mercato e Stato, si potranno conquistare spazi sociali di emancipazione.
 
In questo contesto bisogna attaccare la proprietà privata in maniera nuova e diversa. Fino ad ora, per la sinistra la proprietà privata non è stata la forma giuridica del sistema produttore di merci, bensì una misteriosa “facoltà di disporre” soggettivamente delle risorse da parte dei capitalisti. Così si è potuta far strada l’assurda idea di voler superare la proprietà privata sul terreno della produzione di merci. Sicchè, di regola, alla proprietà privata fece da contraltare la proprietà di Stato (“nazionalizzazione”). Ma lo Stato non è altro che la comunità coatta ed esteriore, o l’astratta universalità, dei produttori di merci socialmente atomizzati, e dunque la proprietà statale è soltanto una forma derivata della proprietà privata – e non importa se vi venga aggiunto l’aggettivo “socialista”.
 
Nella crisi della società del lavoro, diventano obsolete tanto la proprietà privata quanto quella dello Stato, perchè ambedue queste forme di proprietà presuppongono il processo di valorizzazione. Proprio per questo, i mezzi concreti restano in misura crescente inutilizzati e inaccessibili. E i funzionari statali, aziendali e giuridici vegliano gelosamente affinchè tutto rimanga così, e i mezzi di produzione vadano in malora piuttosto che essere impiegati per un fine diverso. La conquista dei mezzi di produzione, grazie a libere associazioni, contro la gestione coercitiva dello Stato e dell’apparato giudiziario, può dunque significare soltanto che questi mezzi di produzione non vengono più mobilitati nella forma della produzione di merci per anonimi mercati.
 
Al posto della produzione di merci ci sarà la discussione diretta, l’intesa e la decisione comune dei membri della società sull’uso sensato delle risorse. Verrà stabilita l’identità sociale e istituzionale di produttore e consumatore, impensabile con il dominio del fine in sè capitalistico. Le istituzioni alienate, come Stato e mercato, verranno sostituite con un sistema, a diversi livelli, di Consigli, nei quali, dal quartiere fino alla scala planetaria, le libere associazioni decidono dell’allocazione delle risorse secondo una ragione sensibile, sociale ed ecologica.
 
Non sarà più il fine tautologico del lavoro e dell’ “occupazione” a determinare la vita, ma l’organizzazione dell’uso sensato delle possibilità comuni, che non vengono dirette da una “mano invisibile” automatica, ma dall ‘agire sociale cosciente. Ci si approprierà direttamente della ricchezza prodotta secondo i bisogni, non secondo la “solvibilità”. Insieme con il lavoro, scompariranno l’astratta universalità del denaro e quella dello Stato. Al posto delle nazioni divise, ci sarà una società mondiale, che non avrà più bisogno di confini, nella quale tutti gli uomini si muoveranno liberamente, e potranno esigere il diritto universale di ospitalità in qualsiasi regione del globo.
 
La critica del lavoro è una dichiarazione di guerra all’ordine dominante, non una pacifica coesistenza, in una nicchia, con i suoi vincoli. La parola d’ordine dell’emancipazione sociale può essere soltanto: “Prendiamoci quello che ci serve!” Non strisciamo più ginocchioni sotto il giogo dei mercati del lavoro e della gestione democratica della crisi! Il presupposto per tutto ciò è che nuove forme di organizzazione sociale (libere associazioni, Consigli) controllino le condizioni di riproduzione a livello sociale complessivo. Questa esigenza fa sì che gli avversari del lavoro siano sostanzialmente diversi da tutti i politicanti e dalle mezze calzette di un socialismo piccolo piccolo.
 
Il dominio del lavoro scinde la persona umana. Esso divide il soggetto economico dal cittadino dello Stato, l’animale da lavoro dall’uomo del tempo libero, la sfera astrattamente pubblica da quella astrattamente privata, la virilità prodotta dalla femminilità prodotta, e contrappone i singoli isolati al loro nesso sociale come a una potenza estranea, che li domina. Gli avversari del lavoro lottano per superare questa schizofrenia nell’ appropriazione concreta del nesso sociale da parte di uomini coscienti e autoriflessivi.

* 8 - UN PROGRAMMA DI ABOLIZIONI CONTRO GLI AMANTI DEL LAVORO
 
“Ma che il lavoro stesso sia non solo nelle attuali condizioni, ma in quanto il suo scopo in generale è il puro e semplice accrescimento della ricchezza, voglio dire che il lavoro stesso sia dannoso e disastroso, risulta, senza che l’economista (Adam Smith) lo sappia, dalle sue analisi”.
 
Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844
 
Agli avversari del lavoro si rimprovererà di non essere altro che sognatori. “La storia ha dimostrato – si argomenterà – che una società che non si basa sui principi del lavoro, della prestazione obbligata, della concorrenza di mercato e dell’interesse del singolo non può funzionare”. Si risponderà: “Allora voi, apologeti dello status quo, volete affermare che la produzione capitalistica di merci ha donato effettivamente alla maggioranza degli uomini una vita anche solo lontanamente accettabile? Chiamate tutto ciò ‘funzionare’, quando proprio la crescita vertiginosa delle forze produttive esclude dall’umanità miliardi di uomini, che possono ritenersi soddisfatti se sopravvivono di rifiuti? Quando altri miliardi di persone riescono a sopportare ancora una vita vissuta sotto la sferza del lavoro soltanto isolandosi, stordendosi e ammalandosi fisicamente e psichicamente? Quando il mondo viene trasformato in un deserto, soltanto per trarre dal denaro altro denaro? Bene: questo è effettivamente il modo in cui il vostro grandioso sistema del lavoro ‘funziona’. Ma noi non vogliamo fornire questo tipo di prestazioni!”.
 
“Il vostro autocompiacimento riposa sulla vostra ignoranza e sulla vostra debole memoria. L’unica giustificazione che riuscite a trovare per i vostri crimini presenti e futuri, è lo stato del mondo, che si basa sui vostri crimini passati. Avete dimenticato e rimosso, di quali massacri di Stato si ebbe bisogno, finchè agli uomini fu bene impressa nel cervello, con le torture, la vostra menzognera “legge naturale”, secondo cui è addirittura una gioia essere “occupati” eteronomamente, e farsi succhiare l’energia vitale per l’astratto fine a se stesso del vostro idolo-sistema”.
 
“Prima si dovettero annientare tutte le istituzioni dell’autorganizzazione e della cooperazione autodeterminata nelle antiche società agrarie, finchè l ‘umanità interiorizzò il dominio del lavoro e dell’egoismo. Forse il lavoro fu compiuto fino in fondo. Non siamo ottimisti a tutti i costi. Non possiamo sapere se la liberazione da quest’esistenza condizionata sarà possibile. Resta una questione aperta, se il tramonto del lavoro porterà al superamento della follia del lavoro, oppure alla fine della civiltà.
 
“Voi obietterete che con il superamento della proprietà privata, e dell’ obbligo a guadagnare denaro, ogni attività cesserà e si instaurerà una pigrizia generalizzata. Ammettete dunque che il vostro intero sistema ‘naturale’ riposa sulla pura e semplice costrizione? E che per questo temete la pigrizia come un peccato mortale contro l’idolo ‘lavoro’? Eppure gli avversari del lavoro non hanno niente contro la pigrizia. Uno dei loro obiettivi principali è anzi quello di far rinascere la cultura dell’ozio, che una volta tutte le società conoscevano, e che fu annientata per imporre un produrre indiavolato e assurdo. Per questo gli avversari del lavoro fermeranno prima di tutto, senza sostituirli, tutti quei numerosi settori produttivi che servono soltanto a conservare – senza tenere conto delle perdite – il folle fine tautologico del sistema produttore di merci?” “Noi non parliamo soltanto di quei settori lavorativi che sono chiaramente pericolosi per tutti, come l’industria automobilistica, quella degli armamenti e quella atomica, maanche della produzione di quelle numerose protesi di senso e di quegli stupidi oggetti da divertimento, che dovrebbero rappresentare per l’uomo da lavoro un surrogato della sua vita sprecata. Scomparirà anche quella enorme quantità di attività che esistono soltanto perchè i prodotti di massa devono essere fatti passare attraverso la cruna d ‘ago della forma monetaria e della mediazione del mercato. Oppure pensate che saranno ancora necessari ragionieri e revisori dei conti, specialisti di marketing e venditori, legali rappresentanti e creativi pubblicitari, non appena le cose saranno prodotte secondo il bisogno, e tutti si prenderanno semplicemente quel che a loro serve? E a che scopo dovrebbero ancora esistere funzionari delle finanze e poliziotti, assistenti sociali e amministratori della povertà, quando non ci sarà più una proprietà privata da difendere, non si dovrà più gestire la miseria sociale e nessuno dovrà essere addestrato per le necessità alienate del sistema?”
 
“Ci sembra di sentire già il grido di dolore: ‘Quanti posti di lavoro persi!’ Giusto. Ma provate a calcolare quanto tempo di vita l’umanità si ruba ogni giorno, soltanto per accumulare ‘lavoro morto’, per amministrare esseri umani e per lubrificare il sistema dominante. Quanto tempo potremmo passare stesi tutti al sole, invece di tormentarci per cose, sul cui carattere grottesco, repressivo e distruttivo sono già state scritte intere biblioteche! Ma non temete. Non cesserà ogni attività quando scompariranno gli obblighi del lavoro. Però, ogni attività avrà un carattere diverso, quando non sarà più incanalata in una sfera, tautologica e desensualizzata, di tempi continui astratti, ma potrà seguire la propria misura del tempo, variabile a seconda degli individui, e sarà integrata in rapporti di vita personali, quando, anche in grandi forme organizzative della produzione, gli uomini stessi ne determineranno il corso, invece di essere determinati dal diktat della valorizzazione aziendale. Perchè lasciarsi pungolare dalle sfacciate pretese di una concorrenza imposta? Occorre riscoprire il valore della lentezza.
 
“Naturalmente non scompariranno quelle attività legate alla gestione della casa e alla cura degli uomini, che nella società del lavoro vengono rese invisibili, scisse e definite come ‘femminili’. Nè cucinare nè cambiare i bambini dev’essere automatizzato. Se, insieme con il lavoro, verrà superata anche la divisione delle sfere sociali, queste attività necessarie potranno diventare oggetto di una cosciente organizzazione sociale, al di là delle attribuzioni sulla base del sesso. Perderanno il loro carattere repressivo, non appena non governeranno più gli esseri umani, ma saranno eseguite nella stessa misura da uomini e donne, a seconda dei bisogni e delle situazioni.”
 
“Noi non vogliamo dire che così ogni attività diventerà un piacere. Alcune lo saranno di più, altre di meno. Naturalmente ci sarà sempre qualcosa di necessario, che deve essere fatto. Ma chi dovrebbe spaventarsene, se la vita non ne sarà più completamente divorata? Prevarrà comunque tutto ciò che si potrà fare per libera scelta. Infatti, essere attivi è un bisogno tanto quanto oziare. Nemmeno il lavoro è riuscito a cancellare interamente questo bisogno, ma lo ha strumentalizzato a suo favore e se lo è succhiato da vero vampiro”.
 
“Gli avversari del lavoro non sono fanatici di un attivismo cieco nè di un cieco farniente. Ozio, attività necessarie e attività liberamente scelte dovranno essere conciliate in un rapporto sensato, che si realizzerà a seconda dei bisogni e dei contesti vitali. Una volta sottratte ai vincoli concreti del lavoro, le moderne forze produttive potranno estendere enormemente il tempo libero disponibile per tutti. Perchè passare tante ore, giorno dopo giorno, nei capannoni delle fabbriche e negli uffici, se robot di ogni tipo possono risparmiarci la maggior parte di queste attività? Perchè far sudare centinaia di corpi umani, se bastano alcune trebbiatrici? Perchè sprecare energie in compiti di routine, che un computer può tranquillamente eseguire?”
 
“Tuttavia, si può utilizzare a questi fini soltanto una minima parte della tecnica nella sua forma capitalistica. Il grosso degli apparati tecnici dovrà essere completamente ristrutturato, perchè è stato costruito secondo il criterio limitato della redditività astratta. D’altra parte, molte possibilità tecniche, per la stessa ragione, non sono state per nulla sviluppate. Sebbene si possa ottenere energia solare ad ogni angolo di strada, la società del lavoro mette al mondo centrali atomiche centralizzate e pericolose. E sebbene siano da tempo noti metodi di produzione agricola rispettosi della natura, il calcolo finanziario astratto rovescia nell’acqua veleni di ogni tipo, distrugge il terreno e appesta l’aria. Per ragioni di pura redditività, materiali da costruzione e alimenti fanno tre volte il giro del mondo, sebbene la maggior parte delle cose possa essere prodotta facilmente sul posto senza troppi trasporti. Una parte consistente della tecnica capitalistica è tanto insensata e superflua quanto l’impiego corrispondente di energia umana”.
 
“Con tutto ciò non vi diciamo niente di nuovo. E tuttavia non trarrete mai le conseguenze di ciò che voi sapete benissimo da soli. Infatti vi rifiutate di decidere coscientemente quali mezzi di produzione, trasporto e comunicazione si possano utilizzare in maniera sensata, e quali siano dannosi o semplicemente inutili. Tanto più freneticamente reciterete il vostro mantra della libertà democratica, tanto più ostinatamente respingerete la più elementare libertà sociale di scelta, perchè volete continuare a servire il cadavere dominante del lavoro e le sue pseudo-leggi ‘naturali’.”

* 9 - LA BATTAGLIA CONTRO IL LAVORO È ANTI-POLITICA
 
La nostra vita è un assassinio attraverso il lavoro, ci fanno penzolare appesi alla corda per 60 anni e ci dimeniamo, ma noi ci libereremo”.
 
Georg Büchner, La morte di Danton, 1835
 
Il superamento del lavoro è tutt’altro che una vaga utopia. Nelle forme attuali, la società mondiale non può andare avanti per altri 50 o 100 anni. Il fatto che gli avversari del lavoro debbano vedersela con un idolo del “lavoro” già clinicamente morto, non rende necessariamente più facile il loro compito. Infatti, tanto più la crisi della società del lavoro si acuisce, e tutti i tentativi di aggiustamento falliscono il bersaglio, tanto più si allarga il divario tra l’isolamento delle monadi sociali impotenti e le esigenze di un movimento di appropriazione della società nel suo complesso. Il crescente imbarbarimento dei rapporti sociali, in ampie regioni del mondo, dimostra che la vecchia coscienza del lavoro e della concorrenza si perpetua a un livello sempre più basso. La decadenza progressiva della civiltà sembra essere, nonostante tutti i sintomi di un disagio nel capitalismo, la forma spontanea in cui si sviluppa la crisi.
 
Proprio con prospettive talmente negative, sarebbe fatale mettere da parte la critica pratica del lavoro in quanto programma sociale, e limitarsi a costruire una precaria economia di sopravvivenza fra le rovine della società del lavoro. La critica del lavoro ha una chance soltanto se combatte contro il processo di desocializzazione, invece di lasciarsi trascinare da questa corrente. Gli standard di civiltà non si possono più difendere con la politica democratica, bensì soltanto contro di essa.
 
Chi punta sull’appropriazione emancipatrice e sulla trasformazione dell’ intero edificio dei rapporti sociali, non può permettersi di ignorare l’ istanza che fino ad ora ne ha organizzato le condizioni generali di esistenza. E’ impossibile ribellarsi contro l’espropriazione delle proprie potenzialità sociali senza confrontarsi con lo Stato. Infatti lo Stato amministra non soltanto circa la metà della ricchezza sociale, ma assicura anche la sottomissione obbligatoria di ogni potenzialità sociale ai comandamenti della valorizzazione. Nè gli avversari del lavoro possono ignorare lo Stato e la politica, nè vi possono partecipare.
 
Se la fine del lavoro è anche la fine della politica, allora un movimento politico a favore del superamento del lavoro sarebbe una contraddizione in termini. Gli avversari del lavoro rivolgono richieste allo Stato, ma non costituiscono un partito politico, nè mai ne creeranno uno. Il fine della politica può essere soltanto quello di conquistare l’apparato dello Stato per andare avanti con la società del lavoro. Dunque gli avversari del lavoro non vogliono occupare i centri nevralgici del potere, bensì metterli fuori uso. La loro battaglia non è politica ma anti-politica.
 
Lo Stato e la politica dell’era moderna sono uniti inseparabilmente al sistema coercitivo del lavoro, e perciò devono scomparire insieme con esso. Le chiacchiere su una rinascita della politica sono soltanto il tentativo di riportare la critica del terrore economico a un rapporto positivo con lo Stato. L’auto-organizzazione e l’autodeterminazione sono però l’esatto contrario dello Stato e della politica. La conquista di spazi di libertà socio-economica e culturale non si realizza seguendo i labirinti della politica, ma costituendo una contro-società.
 
Libertà significa non farsi accoppare dal mercato nè farsi amministrare dallo Stato, ma organizzare le relazioni sociali secondo la propria regia, senza l’intromissione di apparati alienati. In questo senso, per gli avversari del lavoro si tratta di trovare nuove forme per i movimenti sociali e di conquistare teste di ponte per una riproduzione della vita al di là del lavoro. Occorre legare le forme di una contro-società con il rifiuto aperto del lavoro.
 
Che le potenze dominanti ci dichiarino pure pazzi, perchè vogliamo provare a rompere con il loro irrazionale sistema coercitivo. Noi non abbiamo nient’ altro da perdere se non la prospettiva della catastrofe verso la quale ci stanno guidando. Abbiamo invece da guadagnare un mondo al di là del lavoro.
 
Proletari di tutto il mondo, dite basta!

Fine

dal blog Nutopia, a hippie dream (http://nutopia2sergiofalcone.blogsport.it/) il 30 Aprile 2013 dc.
 in realtà l’articolo era già comparso in italiano nel blog in lingua tedesca Krisis ( http://www.krisis.org/ ) fin dal 31 Dicembre 1999 dc:

rdo Sciascia su Pasolini