rdo Sciascia su Pasolini

domenica, novembre 04, 2018

C'è a Roma una grandissima colonna dedicata a un imperatore di nome Traiano...

Della Colonna Traiana se ne parla molto e da secoli, ma quanti conoscono la storia raccontata su di essa dalle immagini?
Vi piacerebbe che qualcuno ve le illustrasse una dopo l'altra, no?
E se a raccontarvela fosse  addirittura un grande scrittore come Italo Calvino?
Sono sicura che ve la godreste proprio!
E allora ecco qua, leggetevela,
La Colonna Traiana raccontata da Italo Calvino:
(...) 

" Il racconto comincia rappresentando la situazione immediatamente precedente all'inizio della campagna, quando i confini dell'Impero erano ancora sul Danubio.
La striscia narrativa s'apre (dapprima bassa bassa e poi man mano alzandosi) col paesaggio d'una città romana fortificata sul fiume, le mura, la torre di guardia, i dispositivi per le segnalazioni ottiche in caso d'incursione dei Daci: cataste di legno per i fuochi, mucchi di fieno per le colonne di fumo. Tutti elementi che devono creare un effetto d'allarme, d'attesa, di pericolo, come in un western di John Ford.
Sono così poste le premesse per la scena seguente: i Romani che attraversano il Danubio su ponti di barche per attestarsi sull'altra sponda; chi può dubitare della necessità di rinforzare quel confine così esposto agli attacchi dei barbari stabilendo avamposti nei loro territori? Le file dei soldati s'incamminano sui ponti, con in testa le insegne delle legioni; le figure evocano il calpestio sferragliante della truppa in marcia, con gli elmetti che pendono legati sulle spalle, gavette e tegami appesi a pertiche.

Il protagonista del racconto è naturalmente l'imperatore Traiano in persona, raffigurato sessanta volte in questi bassorilievi; si può dire che ogni episodio è segnato dalla ricomparsa della sua immagine. Ma come si distingue l'Imperatore dagli altri personaggi? Né l'aspetto fisico né l'abito presentano segni distintivi; è la posizione in rapporto agli altri che lo denota senz'ombra di dubbio. Se ci sono tre figure togate, Traiano è quello in mezzo; difatti i due ai lati guardano verso di lui ed è lui che gestisce; se c'è una fila i persone, Traiano è il primo: oppure è in atto d'esortare la folla o d'accettare la sottomissione dei vinti; egli si trova sempre nel punto in cui convergono gli sguardi degli altri personaggi, e le sue mani s'alzano in gesti significativi. Qui per esempio lo si vede ordinare una fortificazione indicando il legionario che sporge da una fossa (o dai flutti del fiume?) con sulle spalle una cesta di terra degli scavi delle fondamenta. Più in là è ritratto sullo sfondo dell'accampamento romano (in mezzo c'è la tenda imperiale) mentre i legionari spingono davanti a lui un prigioniero tenendolo per le chiome (i Daci si distinguono per i capelli lunghi e le barbe) e con una ginocchiata (quasi uno sgambetto) lo obbligano a genuflettersi ai suoi piedi.
Tutto è molto preciso: i legionari sono contraddistinti dalla lorica segmentata (una corazza a strisce orizzontali), e siccome a loro spettavano anche compiti di genieri, li vediamo murare pietre o abbattere alberi con la lorica indosso, dettaglio poco verosimile ma che serve a far capire chi sono; mentre è un giubbetto di cuoio quello che portano gli auxilia, dall'armamento più leggero, spesso raffigurati a cavallo. Poi ci sono i mercenari appartenenti a popolazioni assoggettate, a torso nudo, armati di clava, con fattezze che indicano la loro provenienza esotica, anche mori della Mauritania. Tutti i soldati scolpiti nei bassorilievi, migliaia e migliaia, sono stati catalogati con precisione perché la Colonna Traiana è stata studiata finora soprattutto come documento di storia militare.
Più incerta la classificazione degli alberi, rappresentati in forma semplificata e quasi ideogrammatica, ma raggruppabili in un ristretto numero di specie ben distinte: c'è un tipo d'albero a foglie ovali e un altro con fronde a ciuffo; poi querce, dalla foglia inconfondibile; credo di riconoscere anche un fico che sporge da un muro. Gli alberi sono l'elemento di paesaggio che più ricorre; e spesso li si vedono cadere sotto le scuri dei taglialegna romani: per fornire di travi per le fortificazioni ma anche per far posto alle strade: l'avanzata romana s'apre la via nella foresta primigenia così come il racconto scolpito s'apre la via nel blocco di marmo.
Anche le battaglie sono ognuna diversa dall'altra, come nei grandi poemi epici. Lo scultore le fissa sinteticamente nel momento in cui se ne decidono le sorti, impaginandole secondo una sintassi visuale di netta evidenza e una grande eleganza e nobiltà formale: i caduti in basso come un fregio di corpi riversi sul bordo della striscia, il movimento delle schiere che si scontrano, con i vincitori in posizione dominante, più in su ancora l'Imperatore e, in cielo, un'apparizione divina. E come nei poemi epici, non manca mai un dettaglio macabro o truculento: ecco un romano che regge coi denti la testa mozzata d'un nemico dace, penzolante dai lunghi capelli; e altre teste mozze vengono presentate a Traiano.
Si direbbe che ogni battaglia sia contraddistinta anche da un motivo di stilizzazione geometrica sempre diversa: per esempio qui vediamo i romani tutti con l'avambraccio destro alzato ad angolo retto nella stessa direzione, come a scagliare un giavellotto; e subito sopra c'è Giove, volante nella vela del suo manto, che alza la destra nell'identico gesto brandendo certamente un fulmine dorato ora scomparso (i bassorilievi dovremmo immaginarceli colorati com'erano in origine), segno indubbio che il favore degli dei è dalla parte dei Romani.
La rotta dei Daci non è scomposta, ma mantiene pur nell'affanno una dignità dolente; fuori dalla mischia due soldati daci stanno trasportando un compagno ferito o morto; è uno dei luoghi più belli della Colonna Traiana e forse di tutta la scultura romana; un dettaglio che fu certo la fonte di molte Deposizioni cristiane. Poco più sopra, tra gli alberi d'un bosco, il re Decebalo contempla con tristezza la sconfitta dei suoi.
Nella scena seguente un romano con una torcia appicca l'incendio a una città dei Daci. E' Traiano in persona che gli dà l'ordine, lì in piedi dietro a lui. Dalle finestre escono lingue di fiamme (immaginiamole dipinte di rosso) mentre i Daci si danno alla fuga. Già stiamo per giudicare spietata la condotta di guerra romana, quando osservando meglio vediamo sporgere dalle mura della città dace dei pali con infitte delle teste mozzate. Ora siamo pronti a condannare i Daci crudeli e a giustificare la vendetta di Roma: il regista dei bassorilievi sapeva amministrare bene gli effetti emotivi delle immagini in vista della sua strategia celebrativa.
Poi Traiano riceve un'ambasceria dei nemici. Ma ora abbiamo imparato a distinguere tra i Daci quelli col pilleus (berrettino tondo) che sono i nobili, e quelli che portano scoperte le lunghe chiome, cioè la gente comune. Ebbene, l'ambasceria è composta di teste chiomate; per questo Traiano non l'accetta (il gesto con tre dita è un segno di rifiuto); certo egli esige contatti a più alto livello (che non tarderanno a venire, dopo altre sconfitte dei Daci).
Apparizione insolita, in questa storia tutta maschile come tanti film di guerra, ecco una giovane donna dall'aria desolata su una nave che s'allontana da un porto. C'è folla che la saluta dal molo, e una donna protende un bambino verso la partente, certo un figlioletto da cui la madre è costretta a separarsi. C'è anche l'immancabile Traiano che assiste a questo addio. Le fonti storiche chiariscono il significato della scena: costei è la sorella di Decebalo, che viene mandata a Roma come preda di guerra. L'imperatore alza una mano a salutare la bella prigioniera, e con l'altra mano indica il bambino: per ricordarle che tiene il piccolo in ostaggio? o per prometterle che lo farà educare romanamente per farne un re sottomesso all'Impero? Comunque sia, la scena ha un pathos misterioso, accentuato dal fatto che nella stessa sequenza, non si sa perché, abbiamo appena assistito a una razzia di bestiame, con figure d'agnelli uccisi.
Figure femminili compaiono anche in una delle scene più crudeli della colonna: donne come in preda alla collera stanno torturando degli uomini nudi: romani, si direbbe, dato che hanno i capelli corti; ma il senso della scena resta oscuro.
Lo stacco tra le sequenze è marcato da un elemento verticale, per esempio un albero. Ma talora c'è anche un motivo che continua oltre quel limite, da un episodio all'altro, per esempio i flutti del mare su cui parte la principessa prigioniera diventano la corrente del fiume che nella scena seguente travolge i Daci dopo un loro vano assalto a una piazzaforte romana.
Insieme alla continuità orizzontale (o meglio obliqua, dato che si tratta d'una spirale che avvolge il fusto di marmo) si notano motivi che si collegano in senso verticale da una scena all'altra lungo l'altezza della colonna. Per esempio: con i Daci combattono i Roxolani, cavalieri dal corpo interamente ricoperto d'una armatura di squame di bronzo, coi cavalli anch'essi tutti squame; la loro vistosa presenza, come un annuncio dell'imagerie medievale, domina in una battaglia sul fiume; ma nella scena d'un'altra battaglia che capita immediatamente sopra a questa vediamo giacere morto un altro di questi esseri squamosi, allungato come una specie d'uomo-pesce o uomo-rettile. Più avanti, il movimento d'una battaglia è dato da uno schieramento di scudi ovali che fanno fronte in linea diagonale; nella porzione di colonna sovrastante vediamo ripetersi una serie di scudi dello stesso tipo ma questa volta disposti a striscia orizzontale, gettati al suolo dai nemici che si sono arresi in un'altra battaglia.
La spirale gira e segue insieme lo svolgersi della storia nel tempo e l'itinerario nello spazio, per cui il racconto non ritorna mai negli stessi luoghi: qua Traiano s'imbarca in un porto, là approda e si mette in marcia per inseguire il nemico, ecco una fortezza presa d'assalto con le "testuggini", e più in là entrare in scena le artiglierie da campo: carrobalistae ossia catapulte montate su carri. Dappertutto si ricordano i morti e i feriti, da ambo le parti, e le cure mediche, per cui Traiano andò famoso. E' evidente l'attenzione a non mettere in sottordine i contributi di nessun corpo dell'esercito romano: se si presenta un ferito legionario, gli si affianca un altro appartenente agli auxilia.
Dopo la battaglia finale della prima campagna dacica, si vede Traiano ricevere la supplica dei vinti, uno dei quali gli abbraccia i ginocchi. Anche re Decebalo è tra i supplici, più discosto e dignitoso. Una Vittoria alata separa la fine del racconto della prima campagna dall'inizio della seconda, con Traiano che s'imbarca dal porto d'Ancona. (...)"
Peccato che ci racconti soltanto la prima guerra dacica, ma scommetto che vi piacerebbe poter rileggere questa storia confrontandola, punto per punto, con le immagini corrispondenti: non c'è problema, basta chiedere. Cliccate sul link di seguito e, quando ritroverete questa storia, vi basterà cliccare sulle parti sottolineate. Buon divertimento.

https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&cad=rja&uact=8&ved=0ahUKEwjg7M-C8JjXAhWOZ1AKHb9aCOIQFggtMAA&url=http%3A%2F%2Fkidslink.bo.cnr.it%2Firrsaeer%2Femilia%2Fcol%2Fcolonna%2Fcalvino.htm&usg=AOvVaw368tYkGtd34K29CKarDHTc

venerdì, settembre 21, 2018

Golena/Malatempora cerca nuov* autrici/autori ! Tirate fuori i vostri racconti dai cassetti!



Dopo il successo degli anni passati della vecchia Malatempora con il libro "Altri Amori", selezione di racconti gay e lesbo, oggi vogliamo partire con una selezione di racconti attorno alla sessualità per generare altri immaginari specialmente in questi tempi bui e sempre più eteronormativi e fascisti.

Una collezione aperta e apribile non di farfalle ma di esperienze, desideri, perversioni, emozioni, giochi dove protagonista sia il corpo che desidera e racconta in tutte le sfaccettature del margine e del confine (vecchix, grassx, stoprpix, razializzatx, asessuali, lesbicx, frocix, queer, transfemministi, xxxxxxxxxxx , noir, no border...)

Alla selezione potranno partecipare anche illustrazioni e disegni purché rientrino nello stesso tema.

Quindi mandateci i vostri racconti e le vostre illustrazioni!!

I racconti devono
- rientrare in tre cartelle
- essere attinenti al tema
- essere presentati entro e non oltre il 15 novembre 2018

   alla mail: 
selezione_altri.immaginari@golenaedizioni.com

E' possibile utilizzare uno pseudonimo, ma in caso di selezione si dovra' rilasciare una liberatoria che restera' riservata al solo scopo di autorizzare la pubblicazione.

mercoledì, settembre 05, 2018

La nascita del "CANTO DEGLI ITALIANI"

Fratelli d'Italia
L'Italia s'è desta,
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci,
l'Unione, e l'amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

testo originale di Goffredo Mameli - musica di Michele Novaro
scritto nell'autunno 1847  a Torino:    "Colà, in una sera di mezzo settembre...

http://www.heredom1224.it/area-pubblica/i-nostri-studi/scritti-massonici/inno-di-mameli.html

 Giuseppe Verdi, nel suo Inno delle Nazioni del 1862, affidò proprio al Canto degli Italiani - e non alla Marcia Reale - il compito di simboleggiare la nostra Patria, ponendolo accanto a God Save the Queen e alla Marsigliese. 

domenica, agosto 12, 2018

Religione e massoneria

PUBBLICATO IL10 AGOSTO 2018 DI LOGGIA MICHAEL

http://loggiamichael.it/2018/08/10/dogma-dogmatismo-e-massoneria-ovvero-della-compatibilita-tra-cristianesimo-e-massoneria/


Dogma, dogmatismo e Massoneria, ovvero della compatibilità tra Cristianesimo e Massoneria

Da che è nata la moderna Massoneria, ci si è posti il problema della compatibilità tra l’appartenenza massonica e la fede cristiana.
Il discorso è ovviamente complesso e non si può ridurre a un semplice articolo. Cercherò comunque di dare un quadro di massima della questione.
Finché la Massoneria fu operativa, formata, cioè, da muratori veri e propri che costruivano cattedrali, palazzi ed edifici vari, la questione non si pose. Le congregazioni muratorie, infatti, nascono nel medioevo in ambiente cattolico-romano e del cattolicesimoadottano la dottrina religiosa (salvo poi accogliere in segreto filosofi e artisti portatori di idee e dottrine diverse ed “eretiche”). Ne è segno la presenza di sacerdoti cattolico-romani tra i membri delle Logge. Fin dall’inizio, infatti, alle corporazioni non appartenevano solo muratori, ma anche membri che svolgevano altre funzioni. Questi venivano detti “Muratori Accettati” in quanto, pur non essendo muratori veri e propri, venivano accettati come tali. Tra di loro c’erano filosofi, teologi, artisti e letterati che contribuivano con la loro sapienza alla progettazione degli edifici e alle decorazioni degli stessi. Ma i due membri accettati sempre presenti, in ogni Loggia, erano il medico e, appunto, il prete. In quell’epoca, la religione era centrale nella vita delle persone e della società. Per questo le Logge necessitavano di un prete per svolgere le funzioni ordinarie (la messa) e per garantire i conforti religiosi a coloro che incappavano in incidenti e malattie. Fino a pochi decenni fa, infatti, poteva bastare una scheggia di sasso nell’occhio, o un’altra incidente anche banale, per causare infezioni mortali. Se poi pensiamo che i medici agivano in base a idee filosofiche, basate sul mero ragionamento speculativo e senza nessuna base esperienziale ed empirica, possiamo ben capire che il prete dovesse spesso subentrare con l’estrema unzione dopo i tentativi, vani, se non dannosi, di cura.
secoli XVI e XVII videro però un drastico cambiamento nella cultura, nella politica e anche nella religiosità delle persone. A partire dalla riforma luterananulla fu più come prima. Il potere monolitico della chiesa di Romasi stava sgretolando. E in una roccia crepata basta infilare una leva e far forza perché la roccia si rompa. Lutero fu la leva con cui diversi principi tedeschi prima, e monarchi poi, scardinarono l’egemonia di Roma. L’era moderna si stava aprendo. Per la prima volta dopo un millennio e mezzo l’Europa non era più unita sotto una sola Chiesa, ma era divisa e discorde sulla dottrina. Per due secoli il continente si coprì del sangue delle vittime delle guerre di religione, i cattolici massacrarono i protestanti e i protestanti ricambiarono senza risparmiarsi. Ma tale clima di guerra e violenza era destinato a finire.
L’inizio del XVIII secolo, in Inghilterra, vedeva una società non più dominata reda un unico pensiero religioso. Non solo: non si riusciva a intravedere una maggioranza tale da potersi imporre sulle altre fazioni. Il popolo inglese era cristiano, ma i vari Cristianesimi (cattolico-romanoanglicanoluterano…) erano numericamente simili e nessuno quindi poteva prevalere. In una simile situazione nacque la necessità e la volontà di un modo diverso di approcciarsi alla questione, un modo differente di fare spiritualitàfilosofia e società. Al contempo, la Massoneria operativa andava sempre più in crisi a causa dei cambiamenti socio-economicidell’Inghilterra (e dell’Europa in generale) dell’epoca. Il nascente capitalismo rese obsolete le corporazioni di mestiere che si videro superare da aziende edili di tipo moderno, più snelle nella struttura e quindi molto più a buon mercato. I muratori quindi entravano sempre meno nelle Logge e, al contempo, queste si riempivano di membri Accettati, portatori di idee sociali, religiose e filosofiche spesso rivoluzionarie per l’epoca. Il fermento ideologico e filosofico della Massoneria del primo XVIII secolo fu, senza dubbio alcuno, il seme che fece germogliare, pochi decenni più tardi, l’illuminismo.
Il 24 giugno 1717, alla Taverna dell’Oca e della Graticola, nacque la prima Obbedienza massonica moderna: La Gran Loggia di Londra, poi divenuta Gran Loggia Unita d’Inghilterra. I suoi fondatori unirono quattro Logge preesistenti in una struttura più ampia, ma il vero cambiamento fu il passaggio dalla Massoneria operativa alla Massoneria speculativa. I membri della nuova Obbedienza non erano più muratori veri e propri, ma erano costruttori del Tempio interiore, filosofi, nel senso più nobile del termine, che lavoravano al bene dell’Umanità. E lo facevano dialogando in modo fraterno, guidati da un’ortoprassi fatta di simboli e Rituali, e da valori universali da tutti condivisi. In questo modo il luterano, il cattolico-romano, l’anglicano potevano dialogare tra loro senza conflitto, ma, anzi, con un proficuo e costruttivo confronto tra le diversità. E per poterlo fare la Massoneria non poteva più essere confessionale.
Nelle sue “Costituzioni” del 1723, primo Statuto massonicomoderno da cui tutti i successivi prendono spunto e principio, James Anderson cercò di salvare la situazione impostando le regole della Massoneria in modo da non dare appiglio a nessuno per accusare l’Istituzione di irreligiosità o di contrarietà al Cristianesimo. Per prima cosa quindi fece una lunga e dettagliata storia della Massoneria. Si tratta di una storia mitologica e non reale, da leggersi in chiave simbolica e allegorica. Essa prende l’abbrivio da Adamo e, passando per Noè e altri grandi personaggi della Bibbia e non solo, racconta la storia dell’Arte Muratoria.
Ciò che più conta, però, e che ancor oggi risuona di un’attualità luminosa ed eccezionale, è il primo articolo delle Costituzioni che così recita:
Un Muratore è tenuto per la sua condizione a obbedire alla legge morale; e se intende rettamente l’Arte non sarà mai un ateo stupido né un libertino irreligioso. Ma sebbene nei tempi antichi i Muratori fossero obbligati in ogni Paese ad essere della religione di tale Paese o Nazione, quale essa fosse, oggi peraltro si reputa più conveniente obbligarli soltanto a quella Religione nella quale tutti gli uomini convengono, lasciando loro le loro particolari opinioni; ossia essere uomini buoni e sinceri o uomini di onore ed onestà, quali che siano le denominazioni o le persuasioni che li possono distinguere; per cui la Muratoria diviene il Centro di Unione, e il mezzo per conciliare sincera amicizia fra persone che sarebbero rimaste perpetuamente distanti.
L’Anderson aveva colto appieno l’importanza di un tema tanto delicato, soprattutto in un’epoca dove in diverse parti d’Europa ancora si bruciavano sul rogo eretici e streghe[1].
Se l’impegno dell’Anderson fu sufficiente a evitare discordie interne tali da distruggere l’Ordine e fu in grado di rendere la Massoneria un’istituzione funzionante e ricca di contenuti, non poté però evitare la scomunica papale, che nella Massoneria nascente vedeva il rischio della legittimazione delle “eresie” anglicana e protestanti. E come dargli torto? Dopotutto la Massoneria prendeva spunto e vitalità proprio da quella pluralità di vedute e da quel rispetto per la diversità che erano il pericolo più grande per il pensiero unicoed egemonico che ancora la Chiesa Cattolica Apostolica Romana ambiva imporre a tutti.
Fu Clemente XII a scomunicare i Massoni con la lettera “In eminenti apostolatus” del 1738. Ecco una parte del testo:
…decretiamo doversi condannare e proibire, come con la presente Nostra Costituzione, da valere in perpetuo, condanniamo e proibiamo le predette Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole dei Liberi Muratori o Massoni, o con qualunque altro nome chiamate. Pertanto, severamente, ed in virtù di santa obbedienza, comandiamo a tutti ed ai singoli fedeli di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità o preminenza, sia Laici, sia Chierici, tanto Secolari quanto Regolari, ancorché degni di speciale ed individuale menzione e citazione, che nessuno ardisca o presuma sotto qualunque pretesto o apparenza di istituire, propagare o favorire le predette Società dei Liberi Muratori o Massoni o altrimenti denominate; di ospitarle o nasconderle nelle proprie case o altrove; di iscriversi ed aggregarsi ad esse; di procurare loro mezzi, facoltà o possibilità di convocarsi in qualche luogo; di somministrare loro qualche cosa od anche di prestare in qualunque modo consiglio, aiuto o favore, palesemente o in segreto, direttamente o indirettamente, in proprio o per altri, nonché di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi o ad intervenire a simili Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole, sotto pena di scomunica per tutti i contravventori, come sopra, da incorrersi ipso facto, e senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno possa essere assolto, se non in punto di morte, da altri all’infuori del Romano Pontefice pro tempore.
Come si può vedere la reazione fu feroce. Se infatti in Inghilterra il re era capo della Chiesa Anglicana e quindi la scomunica papale poco contava, nel resto d’Europa e in particolare nei paesi cattolici (Spagna, Francia, i vari stati italiani…) la scomunica era ancora una cosa pesante, che poteva significare problemi giudiziari, prigionia (se non peggio) o, nel migliore dei casi, isolamento e morte sociale. Proprio questo è lo scopo della scomunica: non solo il Massone è scomunicato, ma lo è anche chiunque lo aiuti o abbia rapporti con lui. Il Papa voleva dunque fare terra bruciata intorno alla Massoneria e ai Massoni.
Nei secoli successivi altri Papi hanno aggiunto ulteriori pene, o precisato meglio la scomunica. Benedetto XV, per esempio, nel 1917 sentenziò la negazione delle esequie cattoliche ai Massoni, la proibizione dei libri che presentassero la Massoneria come utile e non dannosa, la scomunica per chiunque aderisse a Logge massoniche e l’obbligo di denunciare al Sant’Uffizio[2] quei sacerdoti e quei chierici che facessero parte di Logge massoniche.
La situazione oggi è migliore, ma non di molto. La scomunica è stata tolta ed è stata sostituita dalla colpa grave. Per il Massone insomma è vigente l’interdizione dai sacramentiGiovanni Paolo II, con il nuovo codice canonicodel 1983, eliminò la dizione “Massoneria” e sostituì la condanna della stessa con la condanna di qualunque associazione cospiri contro la Chiesa. Per chi poi facesse parte di una tale associazione è prevista un’opportuna punizione e, nei casi più gravi, l’interdizione dai sacramenti. Il testo fu redatto dalla Congrega per la Dottrina della Fede, erede del Sant’Uffizio, diretta dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger e approvato dal Papa. La Congrega per la Dottrina della Fede precisò che la Massoneria era da ritenersi incompatibile con la fede cattolico-romana e che, quindi, rientrava nelle associazioni che cospirano contro la Chiesa. Divenuto Benedetto XVI, Ratzinger non mutò nulla a riguardo e l’attuale Papa Francesco I sembra del tutto disinteressato all’argomento.
Ma da dove viene tutto questo astio? Si tratta solo di una questione politica, relativa al potere temporale della Chiesa di Roma? Personalmente non credo. Certo, l’aspetto politico fu senza dubbio importante, forse determinante. Ma c’è dell’altro: c’è un modo differente di vedere il mondo, di ragionare, di rapportarsi con l’altro.
Va fatto, per comprendere meglio il discorso della compatibilità o incompatibilità di Massoneria e religione, un discorso su cosa sia il Dogma di Fede.
I Dogmi sono la base della dottrina cristiana in generale e cattolica in particolare. Sono quelle premesse ritenute certe e indubitabili su cui poggia l’intero edificio della dottrina e della teologia. I Dogmi sono i pilastri della Fede e della Religione, gli unici veri “punti fermi”. Tutto il resto è, seppur nei limiti del metodo teologico, discutibile.
I Dogmi riguardano la natura di Dio (per quel poco che possiamo comprenderne) e altri temi della più alta dottrina. Non toccano argomenti relativi quali la morale (variabile a seconda dei tempi e delle nazioni) o altre questioni contingenti. Il Dogma è eterno (o per lo meno ritenuto tale dai credenti) e non può essere legato alla contingenza delle cose umane.
Altro conto è, invece, il dogmatismo, ovvero quel modo di pensare totalitario, che vorrebbe imporre a tutti una sola verità come unica accettabile. Un simile atteggiamento si riscontra spesso non solo nei religiosi (che tendono ad assolutizzare anche ciò che assoluto non è), ma anche in persone che non si interessano alla religione o che si definiscono atee. C’è spesso un rifiuto di ascoltare l’altro e le discussioni si riducono al tentativo di soverchiare l’interlocutore con i propri argomenti o, peggio, cercando di non lasciarlo parlare. Questo atteggiamento (sempre più diffuso nella società italiana a tutti i livelli) è quanto di meno massonico esista.
Ora, nella Massoneria non c’è nulla che sia in disaccordo con i valori del Cristianesimo. In nessun modo la Libera Muratoria nega i precetti della religione cristiana o cerca di dissuadere i propri membri dal seguirla. Anzi, come si evince dalla Costituzioni di Anderson e non solo, la religione (non sono quella cristiana) completa il percorso del Massone.
Se, però, la Massoneria è compatibile col Cristianesimo, non tutti i cristiani (e i religiosi in genere) sono adatti alla Massoneria. Vi sono frange del Cristianesimo, tanto cattolico quanto protestante, improntate a un certo fanatismo. Questi vorrebbero imporre la loro propria visione del mondo a tutta la società, arrogandosi il diritto di giudicare cosa sia giusto o sbagliato e pretendendo di poter censurare, se non punire, chi dissente dalla loro visione o chi, per una ragione o per l’altra, è da loro ritenuto “diverso”. Per quanto un simile atteggiamento sia lontano dal messaggio evangelico (Cristo invita a non giudicare in più occasioni), questo modo di ragionare pare si stia diffondendo sempre più. Forse perché il fanatismo, coi suoi toni forti, attira le persone deboli e sole, soprattutto in momenti di crisi e decadenzacome quello che stiamo vivendo. Ma della decadenza il fanatismo non è la cura, ma il più grave segno.
La Massoneria non può accogliere fanatici nel suo seno. Come potrebbe, del resto, una persona non disposta al dialogo e al confronto sedere tra le Colonne di un Tempio che su tali principi basa il suo Lavoro? Su questo tema credo che la Massoneria tutta dovrebbe fare una riflessione seria e profonda, perché, purtroppo, i semi del fanatismo si sono intrufolati anche nelle Logge sotto forma di teorie pseudo-esoteriche di stampo spesso razzista o comunque discriminatorio, basate su pregiudizi e su farneticazioni di qualche presunto “maestro” del XIX o XX secolo. Si sentono le più grandi assurdità su ciò che sarebbe “naturale” o meno, si sentono dichiarazioni violente su minoranze e su attivisti politiciche si battono per diritti e laicità, si percepisce in modo chiaro un certo odio per l’altro e una profonda ignoranza delle cose dello Spirito e della Massoneria. Ho sentito dire a un Fratello (un Maestro) che la Chiesa Cattolica non si può contestare perché, a suo dire, sarebbe la più grande associazione iniziatica esistente. Ora, la Chiesa non è un’associazione iniziatica, ma religiosa e basta leggere il Guénon per sapere quale sia la differenza. Inoltre “iniziatico” o “spirituale” non significano “incontestabile” e “indiscutibile”. Al contrario! L’indiscutibilità di una qualsivoglia tesi è un concetto assurdo per chi davvero comprenda l’essenza della Massoneria. I capi saldi della nostra Istituzione, infatti, non sono dogmi piovuti dall’alto o imposti da una qualche autorità, ma simboli, Rituali, strumenti e valori temprati da secoli di pratica, elementi che sono accettati e ritenuti validi perché hanno resistito, e resistono, alla continua prova del tempo. Il Fratello, inoltre, dimenticava i contrasti tra Massoneria e Chiesa di Roma del secolo XIX proprio in nome della Libertà di espressione e di critica.
Altre volte mi è capitato di riscontrare in molti Fratelli la mancanza di volontà di mettersi in discussione e la chiusura verso le ragioni altrui. Questi sono gli atteggiamenti dogmatici incompatibili con la Massoneria che, purtroppo, sempre più si riscontrano anche tra le Colonne. Solo con una profonda riflessione su questi temi la Massoneria potrà tornare a essere il faro della nostra società e smettere finalmente di essere lo specchio della moderna decadenza.
Tornando al dogma, se con i vari Cristianesimi di stampo ortodosso e protestante non ci sono motivi per parlare di incompatibilità tra i dogmi e la Massoneria, per il cattolicesimo romano le cose si complicano. La Chiesa Romana, infatti, ha alcuni dogmi in più rispetto agli altri cristianesimi e in particolare rispetto ai “cugini” ortodossi, dogmi introdotti dopo lo scisma del 1054. Già all’epoca lo scontro fu soprattutto sulla questione del Primato di Pietro (anche se il casus belli che generò lo scisma fu un altro[3]) tra gli apostoli che, per Roma, giustifica il Primato Papale su tutti gli altri Vescovi. Per l’Ortodossia invece il Primato va a tutti i Patriarchi ed è solo un Primato di carità e di onore, non di potere.
Negli ultimi due secoli, poi, sono stati introdotti tre nuovi dogmi. E se i dogmi mariani moderni(Immacolata Concezione e Assunzione di Maria in Cielo) non creano nessun attrito con il modo di operare della Massoneria, il terzo dogma, l’Infallibilità Papale, introdotto nel 1870 dal Concilio Vaticano Primo, indetto da Papa Pio IX, crea qualche problema, almeno da un punto di vista filosofico.
Ciò che collide con la Libera Muratoria riguarda, quindi, la gerarchia ecclesiastica e non Dio. La Massoneria non può riconoscere il Primato Papale, perché riconoscendo pari dignità alle varie religioni e vie spirituali, non può riconoscere la superiorità di un Pontefice, di un capo religioso. La Massoneria accetta i cattolici, ne riconosce la dignità religiosa e li rispetta come è giusto che sia, ma non si sottomette all’autorità della gerarchia di nessuna Chiesa.
Il dogma dell’Infallibilità Papale pone anche problemi di tipo più filosofico. Fu introdotto nel 1870 mentre Roma cedeva alle armate dei Savoia. Pio IX e i Vescovi convenuti a Roma per il Concilio erano convinti che la fine della Chiesa stesse arrivando: la Città Santa, la capitale della Cristianità veniva invasa da un esercito occupante comandato da generali Massoni e obbediente a un re che con la Massoneria andava a braccetto. Certi che non si sarebbe più potuto indire un Concilio in futuro, si decisero ad approvare l’Infallibilità Papale al fine di permettere al Santo Padre di introdurre nuovi dogmi e di dirimere diatribe importanti a livello di magistero senza l’intervento, appunto, di un Concilio.
Ma in cosa consiste realmente il dogma dell’Infallibilità Papale? Eccone il testo:
Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa. Se qualcuno quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non voglia!: sia anatema.[4]
È importante notare che non tutto ciò che il Papa dichiara o afferma è coperto dall’Infallibilità. Perché l’Infallibilità ci sia, il Papa deve parlare “ex cathedra”, in modo quindi ufficiale e palese. Ciò avvenne solo due volte nella storia, per l’introduzione dei due dogmi mariani moderni. L’Immacolata Concezione fu introdotta infatti con una dichiarazione ex cathedra dallo stesso Pio IX nel 1854, generando non poche polemiche per la presa di posizione. L’introduzione dell’Infallibilità pose fine al dubbio sulla liceità della proclamazione del dogma e diede definitivo valore allo stesso. Nel 1950, Pio XII, dopo aver consultato i Vescovi, introdusse il dogma dell’Assunzione di Maria in Cielo usando l’Infallibilità Papale ed evitando così un inutile e dispendioso Concilio.
L’Infallibilità, a livello pratico, non è quindi di grande rilevanza. Resta però il dubbio filosofico e spirituale su questo tema: il Massone può davvero riconoscere questa facoltà al Papa? Può il Massone accettare che un solo uomo sia autorizzato a decidere per tutti arrogandosi il diritto esclusivo del rapporto con l’Altissimo? Personalmente ritengo che sia inaccettabile non solo per i Massoni, ma anche per i Cristiani. Ma questo è il mio punto di vista, da cattolico ortodosso.
Resta però il fatto che ammettere un concetto come quello dell’Infallibilità Papale pone un serio problema al senso del percorso iniziatico stesso. A che serve un percorso di perfezionamento, lungo, faticoso e incerto, pieno di insidie e di prove, quando abbiamo già una verità assoluta, indubitabile e infallibile pronta e a portata di mano? Ammettendo l’Infallibilità Papale si ammette la supremazia di Roma su ogni altra forma di pensiero o di spiritualità. In tal caso ogni altra Via sarebbe inutile, se non dannosa o addirittura diabolica. La Massoneria non può concedere a nessuno un’aura di divina superiorità, se non a Dio stesso, e non può ammettere che un uomo, per quanto potente o Santo possa essere, abbia l’esclusiva del rapporto con Dio.
Dobbiamo però chiarire che non tutti i cattolici romani sono dogmatici e rigidi. Non è necessario credere nell’Infallibilità Papale per essere cattolico. I pilastri del cattolicesimo, quegli elementi che lo distinguono dai protestantesimi, sono altri. Citiamo qui soltanto il culto mariano, il culto dei Santi e, soprattutto, la Transustanziazione, ovvero il credo nel reale, sostanziale mutamento del pane e del vino in Corpo e Sangue di Cristo. È quindi evidente che sta al singolo cattolico romano decidere, in coscienza, se il percorso massonico sia o meno compatibile con il suo credo. Si torna al come si vede la religione, al come la si vive. Il Massone vive la spiritualità come ricerca del Vero al di là delle forme. Non si ferma alla semplice adesione a una dottrina formale e a una morale imposta acriticamente. Lo stesso fa il vero religioso, che attraverso le regole e la dottrina cerca un dialogo interioregenuino e vero col Divino. È il bigottismo, il fanatismo, a essere incompatibile con la ricerca della Verità, poiché il fanatismo è staticità, è l’arroccarsi su una posizione rifiutando ogni confronto. E questo è profondamente contrario alla pratica massonica. Il Massone vive la religione intensamente, come via allo Spirito e non come semplice proclamazione di ciò che è vero e giusto. Il Massone sa che la ri-velazione è solo una nuova forma che nasconde la Verità, ma che ci permette di avvicinarci a essa un po’ di più. Come tale nessuna ri-velazione può essere ritenuta assoluta e immutabile. Il Massone, insomma, sa cogliere quella differenza importante che Louis-Claude de Saint-Martinfaceva tra Cristianesimo e Cattolicesimo:
Il cristianesimo è il complemento del sacerdozio di Melchisedec; è l’anima del Vangelo, è esso che fa circolare in questo Vangelo tutte le acque vive di cui le nazioni hanno bisogno per dissetarsi.
Il cattolicesimo, al quale appartiene propriamente il titolo di religione, è la via di prova e di travaglio per arrivare al cristianesimo.
Il cristianesimo è la religione dell’affrancamento e della libertà: il cattolicesimo non è che il seminario del cristianesimo; è la religione delle regole e della disciplina del neofita.
Il cristianesimo riempie tutta la terra alla pari dello spirito di Dio. Il cattolicesimo non riempie che una parte del globo, sebbene il titolo che porta si presenti come universale.[5]


Enrico Proserpio


[1] Gli ultimi roghi storicamente testimoniati in Europa furono nel 1793 in Polonia. Ancora oggi però accadono cose simili in diversi paesi.
[2] Ancora oggi si sentono spesso appelli da parte di alcune frange del cattolicesimo romano a denunciare religiosi e laici Massoni all’autorità ecclesiastica. Ricordiamo in particolar modo l’azione di Padre Luigi Villa (1918 – 2012), che allo scovare sacerdoti e religiosi Massoni ha dedicato la sua vita.
[3] Lo scisma fu generato dalla volontà di Roma di imporre il “Filioque”, ovvero la credenza secondo cui lo Spirito Santo discende dal Padre e dal Figlio (Filioque significa, appunto, “e dal Figlio”). Tale tesi fu rifiutata dagli ortodossi, per i quali lo Spirito Santo discende unicamente dal Padre. Va detto però che il Filioque fu usato come scusa per lo scontro di potere tra il Papa e i Patriarchi orientali, in particolare con quello di Costantinopoli.
[4] l testo è tratto dalla Costituzione Dogmatica Pastor Aeternus del 18 luglio 1870.
[5] Louis-Claude de Saint Martin, Della parola Il ministero dell’Uomo-spirito 3, edizioni Tipheret, 2013, pagina 48.

giovedì, giugno 28, 2018

Stupro a pagamento

Un nuovo capolavoro del pensiero femminista:
Stupro a pagamento 

- di Rachel Moran


La storia del femminismo si racconta spesso per ondate. Io sono vecchia e ho perso il conto, per cui preferisco raccontarla per titoli, quelli dei grandi libri del femminismo. Il loro successo non era moda, infatti non passano, avanzano con noi, talvolta ci precedono. E ci fanno attraversare i confini e le generazioni, creando genealogie che durano.

Recentemente abbiamo visto arrivare in Italia Rachel Moran e il suo libro. S’intitola Stupro a pagamento. Sottotitolo: La verità sulla prostituzione. Tutto molto forte ed esplicito: sono passati quattro anni dalla prima edizione, Dublino 2013, e i titoli echeggiano le importanti conferme ricevute. Ne cito una per tutte, quella di Jane Fonda: “Questo è di sicuro il libro migliore, più personale, profondo e lucido che sia mai stato scritto sulla prostituzione”.

Il titolo originale inglese dice Paid for: pagata per, che ha l’impronta della lingua inglese, understatement compreso. Il sottotitolo, per contro, rispecchia il linguaggio femminista in ogni paese: My Journey Through Prostitution, il mio viaggio attraverso la prostituzione. C’é l’idea del movimento, il partire da sé e la traversata di una condizione che l’autrice ci farà conoscere con racconti e ragionamenti, una condizione di cui ci dimostrerà quanto sia dannosa e devastante.

Non ho la competenza ma ci sarebbe da commentare anche la parte grafica; l’immagine di copertina dell’edizione italiana mi piace molto, la firma Lucia Sinibaldi.

Man mano che andavo avanti con la lettura, in me ha preso forma un pensiero definitivo: questo libro segna la fine della prostituzione. Secoli di complicità tra uomini, di assoggettamento delle donne, di moralismo ingiusto, di cattiva letteratura e di assuefazione, hanno portato la società a non rendersi conto che la ferita inflitta all’umanità con la pratica della prostituzione, non è più accettabile. E non lo è mai stata. Non ci sono regole che tengano. Così com’è accaduto per i ricatti sessuali sul posto di lavoro da parte di quelli che hanno più potere, verrà il momento – ed è questo – in cui la non eliminabile vergogna della prostituzione, sempre rigettata sulle donne, tornerà alla sua vera causa, che è una concezione maschile degradata del desiderio e della corporeità.

La donna che ha scritto questo libro, ne ha patito gli effetti sul suo stesso corpo, tra i quindici e i ventidue anni. E poi, passo passo, in dieci anni di scavo e di ricerca, ha trovato le parole per dirlo. Le più impressionanti sono non tanto le parole della rivolta, del non più accettabile, per quanto importanti, ma quelle che spiegano il mai: mai si sarebbe dovuto accettare. Sono, precisamente, le parole che riassumono il danno da lei patito nei termini di quello che ha perduto. Perduta, per lei, lo dice più volte (specialmente nel cap. 18, The Losses of Prostitution), anche la capacità di entrare in contatto vivo e sensibile con il proprio sé, ed è la perdita più terribile perché irrimediabile. Lo dice calmamente, ma a chi legge viene da piangere. Per fortuna, andando avanti, si trovano le parole di un riscatto simbolico: parole sublimi, direbbe Freud. Le introduce una domanda: di quella che ero prima, che cosa mi rimane “dopo la carneficina mentale ed emotiva della prostituzione”? Non riesco a stabilirlo con sicurezza, risponde, “ma so per certo che questo libro, questo svisceramento dell’esperienza della prostituzione, scaturisce da un luogo dentro di me che rifiuta la prostituzione a un livello molto profondo, per me come per le altre; di conseguenza so che, qualsiasi cosa mi abbia spinto a scriverlo, è qualcosa che la prostituzione non è riuscita a distruggere”.

L’editore, a suo tempo, si dichiarò disposto a pubblicare il racconto del suo passato, purché fosse scritto senza tanto riflettere sulla prostituzione. Le memorie di un’ex prostituta sono un prodotto che si vende, ma non era il libro che Rachel Moran gli stava proponendo. In un’altra collana o un altro editore (e un altro tipo di autrice) avrebbe pensato in alternativa a un saggio sulla prostituzione… ma neanche questo era il libro di lei.

Che cos’è, dunque, questo libro? Adesso possiamo rispondere in tante. È un grande libro femminista e, per me, un capolavoro nella ricerca della verità soggettiva, che è più vera di quella oggettiva. Quest’idea filosofica sulla verità mi viene dalla pratica femminista dell’autocoscienza alla quale il libro di Rachel Moran porta un contributo di prim’ordine che fa nuova luce sul come idee vere per tutte e tutti possano generarsi dal racconto di esperienze particolari.

La rivoluzione femminista (chiamatela come volete) non è destinata a finire nei libri di storia, come mi ha detto uno per darle importanza: “lo so che voi finirete nei libri di storia”. Non ci finirà, perché saranno semmai i libri di storia a finire così come li abbiamo conosciuti finora: prodotti per riprodursi, che ha voluto dire anche: riprodurre, tutte o in parte, le condizioni della violenza e del privilegio. La rivoluzione femminista non finirà, è fatta per cominciare ancora e ancora. Comincia da dentro, quel dentro inesauribile dell’essere di ogni cosa che è, quando trova le parole per significarsi. Detto altrimenti, comincia ogni volta che una donna prende la parola per raccontare di sé alle altre, sapendo che sarà ascoltata e creduta, e va in profondità, fino a quella che Lea Melandri ha chiamato la memoria del corpo. “Amo le parole”, leggiamo verso la fine del libro, proprio così: I love words. Si sente che è vero e si capisce che lo dica nel capitolo dedicato a smascherare i tentativi di “normalizzare” la prostituzione.

Rachel Moran appartiene a quella minoranza di esseri umani che dicono cose mai dette prima e si fanno capire da tutte e tutti, perché, nell’esporre quello che hanno dentro, accendono anche la mente di chi ascolta e può così partecipare attivamente allo sviluppo del testo o del discorso. Su questa strada, la trasgressione non è contro questo o quello, è un oltrepassamento di limiti imposti e subiti che ha luogo dentro e fuori, come un passaggio che ha le caratteristiche congiunte di una rivelazione e di un ritrovamento. Il ragionamento contribuisce al passaggio ma senza processi di astrazione e generalizzazione, in quanto la parola narrante e ragionante, oltre a fare luce, disfa, grazie al contributo di chi la riceve, le barriere che impedirebbero il passaggio della luce stessa.

Il risultato non è un libro a tesi. Se l’esperienza della lettura non modifica lo sguardo e il sentire, come fa ogni presa di coscienza, il fatto di mettersi a discutere sui contenuti probabilmente sarebbe un esercizio inutile. Ragionare e discutere sì, io dico, ma come sanno fare le femministe e i ricercatori onesti.

In seguito allo scandalo Weinstein, che ha dato inizio al movimento del Me-too, ho commentato i fatti con un breve testo entusiasta che volevo intitolare “W le Americane!” e che poi ho intitolato La vendetta di Marilyn Monroe. Al che mi hanno fatto un’obiezione. Pare che Marilyn Monroe, ripetutamente abusata da uomini potenti nel mondo del cinema, abbia detto poi, in un’intervista, che lei non dava importanza alla cosa. Parlava così, in lei, il bisogno che aveva di difendersi, pubblicamente e intimamente. Ma se qualcuno non intuisce la mossa difensiva, serve mettersi a discutere? Quello che serve è imparare a conoscere la vita, cominciando magari da quella di Marilyn Monroe.

Rachel Moran conosce e nel suo libro spiega la mossa difensiva della persona innocente che si vergogna di essere ferita e lo nega. Il perno dell’intero suo libro è un tipo d’intelligenza che ha il senso medievale dell’intus legere (leggere dentro), da lei guadagnata a costo di un ragionare che non si esonera dalla sofferenza. Chi ha questa intelligenza capta gli effetti della prepotenza e non si lascia tentare dai mezzi pensieri.

Rachel Moran conosce anche i discorsi di un liberismo che, parlando di libertà e di libera impresa, promuove la disponibilità a pagamento del corpo femminile. E li sa giudicare, alla luce della sua esperienza personale e della realtà documentata, con parole taglienti e pensieri che vanno fino in fondo. Ai tempi di Lina Merlin, la senatrice socialista che in Italia ha messo fine ai bordelli di Stato con la legge che porta il suo nome, si facevano altri discorsi, come quello dell’igiene pubblica, ma la storia era la stessa, permettere all’uomo di violare a suo piacimento il corpo femminile, con il permesso degli altri uomini. E la sfida era molto simile: far coincidere il rigetto della prostituzione con un di più di stima e simpatia per le donne che la praticano; simile era anche l’impegno di trovare la misura giusta fra le parole da dire e quelle da non dire.

Notiamo la rispondenza profonda di questo libro con la legge Merlin proprio su quest’ultimo punto della misura che fa il taglio giusto: questo sì, questo no. Ci sono dei silenzi nella legge Merlin che parlano da sé in vista di un cambiamento che è la fine della prostituzione. (Ne hanno scritto Silvia Niccolai e Chiara Calori.) Come ha fatto la legge Merlin a suo tempo e nel suo ambito, così Stupro a pagamento ci porta fino al punto in cui, più avanti, c’è solo il fatto che gli uomini la finiscano con la prostituzione.

A coloro, donne comprese, che si fermano prima e s’illudono (o fanno finta) che la risposta si trovi nella regolamentazione, arriva da entrambe, la senatrice socialista e la scrittrice irlandese, un preciso avvertimento: non ci sono regole che tengano. La ragione di principio è stata formulata anni fa da alcune giuriste di Milano, è il principio dell’inviolabilità del corpo femminile, che ritorna con parole per i nostri tempi nello slogan coniato dalla giornalista Julie Bindel: l’interno del corpo femminile non è un posto di lavoro.

 Luisa Muraro
 http://www.libreriadelledonne.it/stupro-a-pagamento-di-rachel-moran/

Rachel Moran, Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, Nota di traduzione di Resistenza femminista, Round Robin Editrice, Roma 2017, euro 16.



www.libreriadelledonne.it
21 giugno 2018

venerdì, maggio 11, 2018

Educare i giovani alla bellezza del conoscere.

Il BUON ESEMPIO È MEGLIO DELLE PAROLE PER EDUCARE I GIOVANI.

Tema di quinta elementare di Antonio Gramsci

Il tema ( quinta elementare):
”Se un tuo compagno benestante e molto intelligente ti avesse espresso il proposito di abbandonare gli studi, che cosa gli rispon­deresti?”

Svolgimento

Ghilarza, addì 15 luglio 1903

Carissimo amico,

Poco fa ricevetti la tua carissima lettera, e molto mi rallegra il sapere che tu stia bene di salute.

Un punto solo mi fa stupire di te; dici che non ripren­derai più gli studi, perché ti sono venuti a noia. Come, tu che sei tanto intelli­gente, che, grazie a Dio, non ti manca il necessario, tu vuoi abbandonare gli studi?

Dici a me di far lo stesso, perché è molto meglio scorrazzare per i campi, andare ai balli e ai pubblici ritrovi, anziché rinchiudersi per quattro ore al giorno in una camera, col maestro che ci predica sempre di studiare perché se no reste­remo zucconi. Ma io, caro amico, non potrò mai abbandonare gli studi che sono la mia unica speranza di vivere onoratamente quando sarò adulto, perché come sai, la mia famiglia non è ricca di beni di fortuna.

Quanti ragazzi poveri ti invidiano, loro che avrebbero voglia di studiare, ma a cui Dio non ha dato il necessario, non solo per studiare, ma molte volte, neanche per sfamarsi.
Io li vedo dalla mia finestra, con che occhi guardano i ragazzi che passano con la cartella a tracolla, loro che non possono andare che alla scuola serale.

Tu dici che sei ricco, che non avrai bisogno degli studi per camparti, ma bada al proverbio “l’ozio è il padre dei vizi.”

Chi non studia in gioventù se ne pentirà amaramente nella vecchiaia. Un rovescio di fortuna, una lite perduta, possono portare alla miseria il più ricco degli uomini. Ricordati del signor Fran­cesco; egli era figlio di una famiglia abbastanza ricca; passò una gioventù brillan­tissima, andava ai teatri, alle bische, e finì per rovinarsi completamente, ed ora fa lo scrivano presso un avvocato che gli da sessanta lire al mese, tanto per vivacchiare.
Questi esempi dovrebbero bastare a farti dissuadere dal tuo proposito.

Torna agli studi, caro Giovanni, e vi troverai tutti i beni possibili.

Non pigliarti a male se ti parlo col cuore alla mano, perché ti voglio bene, e uso dire tutto in faccia, e non adularti come molti.

Addio, saluta i tuoi genitori e ricevi un bacio dal
Tuo aff.mo amico Antonio

martedì, aprile 24, 2018

PRO - VOCAZIONE

https://cartesensibili.wordpress.com/2012/03/15/pro-vocazione-luomo-matriarcale-di-luisa-vicinelli/

Ormai stanca della solita domanda: “E gli uomini?”, cruccio direi esclusivamente femminile, forse perché politicamente frequento solo donne o forse perché una grossa fetta di patriarcato sopravvive nell’introiezione che ne hanno fatto le donne, ho deciso di affrontare in primis il ruolo del maschio, e cioè una questione per molti aspetti irrilevante nell’avvento di un futuro matriarcato, sia per quanto riguarda il processo di iniziare un cambiamento, sia in un’ipotetica società futura. Nel senso che non ritengo gli uomini particolarmente abili a cambiare, mentre sono stati bravissimi a mantenere in vita il patriarcato attraverso le scosse dei vari movimenti di liberazione e le rivoluzioni che si sono succedute nella storia. Se poi pensiamo (io lo penso) che il loro modello sociale sta portando lentamente ma inesorabilmente il mondo verso l’autodistruzione, beh direi che prima di chiedere loro aiuto per fondare una società basata su principi di pace, di auto-sussistenza e di uguaglianza qualche altro processo sarà ben necessario (che ne so, che si riuniscano in un po’ più di quindici a interrogarsi sul loro genere e sui rapporti con l’altro?).

Detto ciò mi accingo a un’impresa filantropica: illustrare come erano gli uomini matriarcali, prima del fatidico pasto di una sola mela, nemmeno consumato fino in fondo – sembra che sia bastato un solo morso – per offrire alla categoria dei sensibili e intelligenti, di recente scoperta, qualche spunto per un ravvedimento operoso che possa essere di qualche efficacia.

Attingerò per questa riflessione dal mito, perché la parola scritta contiene un’enorme quantità di revisionismo e propaganda, e non è così automatico che il detto “nero su bianco” sia garanzia di verità.

Iniziamo dalla Dea e dal suo eroe. Il libro di Heide Goettner Abendroth “La dea e il suo eroe”, uscito parecchi anni fa e non ancora tradotto in italiano, spiega nei dettagli l’immaginario spirituale e i valori sociali che stanno dietro alle figure della dea e del paredro (suo, senza di lei non viene nemmeno al mondo).

In tutte le tradizioni analizzate (esclusivamente mediterranee, per le altre bisognerà consultare la versione tedesca o inglese del suo libro sul  matriarcato, o attendere la prossima pubblicazione della traduzione italiana), compare nei miti delle origini una dea partenogenica, signora incontrastata del sacro e del profano ancora indistinti, della vita della morte, del cosmo come della terra. Il principio femminile è l’asse portante di tutto. A lei si deve il passaggio dal caos alla creazione di tutte le forme di vita. Per la comparsa al suo fianco dell’eroe, bisognerà attendere ancora molto tempo.

Poi il mito si arricchisce: la dea, atta a generare solo figlie che diventano i suoi molteplici aspetti, a un certo punto dà vita a un maschio: segno della comparsa degli uomini sulla terra? Forse solo del passaggio a una società più strutturata dove anche il maschile deve assumere un qualche ruolo per la sopravvivenza del gruppo, invece che andarsene in giro a fecondare tutte le femmine che gli capitano a tiro. Il vecchio ruolo espresso dal termine “uomo-cacciatore” è stato recentemente messo sotto analisi anche dal sapere accademico, che inizia ormai a ipotizzare che la sua attività abbia contribuito ben poco alla sopravvivenza umana se confrontata alla raccolta, che ha garantito un pasto a tutti per lunghi millenni. Ancora poco e nulla trapela nei libri di scuola su questa rettifica, forse perché la maschilità è stata già abbastanza messa in crisi dalle riflessioni del femminismo.

Nonostante la comparsa del maschile, nel cosmo matriarcale continua a non esserci presenza di dei veri e propri. L’eroe, il paredro che nasce come figlio della dea e tale rimane fino alla pubertà, non ha alcuna valenza divina. In primavera nei i riti celebrati dalle comunità pre-storiche e per molto tempo anche da quelle storiche, la dea, nel suo aspetto giovane, di ragazza, lo inizia e lo elegge a re sacro. Poi la matura dea dell’amore e della fertilità si unisce a lui nel matrimonio sacro. Infine la vecchia e saggia dea lo sacrifica e lo conduce nel mondo di sotto, da cui rinascerà all’inizio dell’anno, sempre per mezzo della dea. Simbolicamente trionfa sulla morte e rappresenta l’azione rigeneratrice della dea: è come il sole, che tramonta la sera per rinascere la mattina dopo; come il grande astro incarna il movimento costante della discesa e della salita in ottemperanza alle regole che lei ha sancito.

Nella spiritualità matriarcale il principio maschile non è mai creativo: non lo è per natura e ci vorranno secoli di guerre, conquiste, persecuzioni perché lo diventi. Il principio femminile è un principio integrativo, che accoglie e regola le diversità, e il ruolo che assegna al maschile è quello eroico, il potere cioè di sacrificare la propria vita e divenire così, “integro”, dove l’integrità è devozione alla vita e ai suoi valori. Attraverso vari rituali il figlio della dea si trasforma nel re sacro, si unisce alla sacerdotessa che incarna la dea e poi viene sacrificato. L’onore di morire non era per tutti; solitamente lo si conquistava attraverso competizioni con gli altri o per una manifesta attitudine al ruolo eroico, appunto. Con il suo sacrificio l’eroe rappresenta simbolicamente il modello psichico che tutti gli uomini di una società matriarcale devono seguire: sottomettersi al principio femminile che dà nascita e morte e integra tutte le diversità del cosmo, per onorarlo e difenderlo, anche a prezzo della propria vita.

Gli effetti? Beh, impensabile lo stupro, la costrizione in matrimonio, probabilmente per secoli nessuna donna si è sentita dire “tu sei mia”, né le è mai passato per la testa di dirlo all’uomo che al momento si trovava al suo fianco.

Anche economicamente parlando, ci si guadagna: pensate che conquista se al posto delle cifre a non so quanti zeri di morti per fame, guerre, schiavitù (ma è mai stato fatto un conto delle morti dovute a 5.000 anni di patriarcato?) ci fosse solo un pugno di uomini che si sacrifica volontariamente in un atto eroico che rappresenta ogni anno il rinnovamento di un patto che prevede per il maschile il rispetto e la salvaguardia della vita  e del principio femminile da cui scaturisce? Allora, care amiche, conoscete qualcuno che voglia prendersi l’onore di iniziare questa inversione di marcia?

Luisa Vicinelli

*Luisa Vicinelli dice di sé:

Sono femminista, con altre mi occupo di ricercare e diffondere gli antichi saperi delle donne. Abbiamo costituito un gruppo presso l’associazione Armonie, “L’altra memoria, il nostro futuro” che abbiamo definito così: un progetto per favorire il recupero e il riscatto delle memorie e antiche sapienze delle donne dopo secoli di espropriazioni, oppressioni e colonizzazioni. Per cambiare il presente, perché ci sia un domani.

A Bologna abbiamo organizzato vari convegni e incontri sulla Grande Dea prima, e sul matriarcato in seguito.

http://www.women.it/armonie/MatriarcAsia.pdf

http://www.women.it/armonie/convegni.htm