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venerdì, maggio 11, 2018

Educare i giovani alla bellezza del conoscere.

Il BUON ESEMPIO È MEGLIO DELLE PAROLE PER EDUCARE I GIOVANI.

Tema di quinta elementare di Antonio Gramsci

Il tema ( quinta elementare):
”Se un tuo compagno benestante e molto intelligente ti avesse espresso il proposito di abbandonare gli studi, che cosa gli rispon­deresti?”

Svolgimento

Ghilarza, addì 15 luglio 1903

Carissimo amico,

Poco fa ricevetti la tua carissima lettera, e molto mi rallegra il sapere che tu stia bene di salute.

Un punto solo mi fa stupire di te; dici che non ripren­derai più gli studi, perché ti sono venuti a noia. Come, tu che sei tanto intelli­gente, che, grazie a Dio, non ti manca il necessario, tu vuoi abbandonare gli studi?

Dici a me di far lo stesso, perché è molto meglio scorrazzare per i campi, andare ai balli e ai pubblici ritrovi, anziché rinchiudersi per quattro ore al giorno in una camera, col maestro che ci predica sempre di studiare perché se no reste­remo zucconi. Ma io, caro amico, non potrò mai abbandonare gli studi che sono la mia unica speranza di vivere onoratamente quando sarò adulto, perché come sai, la mia famiglia non è ricca di beni di fortuna.

Quanti ragazzi poveri ti invidiano, loro che avrebbero voglia di studiare, ma a cui Dio non ha dato il necessario, non solo per studiare, ma molte volte, neanche per sfamarsi.
Io li vedo dalla mia finestra, con che occhi guardano i ragazzi che passano con la cartella a tracolla, loro che non possono andare che alla scuola serale.

Tu dici che sei ricco, che non avrai bisogno degli studi per camparti, ma bada al proverbio “l’ozio è il padre dei vizi.”

Chi non studia in gioventù se ne pentirà amaramente nella vecchiaia. Un rovescio di fortuna, una lite perduta, possono portare alla miseria il più ricco degli uomini. Ricordati del signor Fran­cesco; egli era figlio di una famiglia abbastanza ricca; passò una gioventù brillan­tissima, andava ai teatri, alle bische, e finì per rovinarsi completamente, ed ora fa lo scrivano presso un avvocato che gli da sessanta lire al mese, tanto per vivacchiare.
Questi esempi dovrebbero bastare a farti dissuadere dal tuo proposito.

Torna agli studi, caro Giovanni, e vi troverai tutti i beni possibili.

Non pigliarti a male se ti parlo col cuore alla mano, perché ti voglio bene, e uso dire tutto in faccia, e non adularti come molti.

Addio, saluta i tuoi genitori e ricevi un bacio dal
Tuo aff.mo amico Antonio

martedì, aprile 24, 2018

PRO - VOCAZIONE

https://cartesensibili.wordpress.com/2012/03/15/pro-vocazione-luomo-matriarcale-di-luisa-vicinelli/

Ormai stanca della solita domanda: “E gli uomini?”, cruccio direi esclusivamente femminile, forse perché politicamente frequento solo donne o forse perché una grossa fetta di patriarcato sopravvive nell’introiezione che ne hanno fatto le donne, ho deciso di affrontare in primis il ruolo del maschio, e cioè una questione per molti aspetti irrilevante nell’avvento di un futuro matriarcato, sia per quanto riguarda il processo di iniziare un cambiamento, sia in un’ipotetica società futura. Nel senso che non ritengo gli uomini particolarmente abili a cambiare, mentre sono stati bravissimi a mantenere in vita il patriarcato attraverso le scosse dei vari movimenti di liberazione e le rivoluzioni che si sono succedute nella storia. Se poi pensiamo (io lo penso) che il loro modello sociale sta portando lentamente ma inesorabilmente il mondo verso l’autodistruzione, beh direi che prima di chiedere loro aiuto per fondare una società basata su principi di pace, di auto-sussistenza e di uguaglianza qualche altro processo sarà ben necessario (che ne so, che si riuniscano in un po’ più di quindici a interrogarsi sul loro genere e sui rapporti con l’altro?).

Detto ciò mi accingo a un’impresa filantropica: illustrare come erano gli uomini matriarcali, prima del fatidico pasto di una sola mela, nemmeno consumato fino in fondo – sembra che sia bastato un solo morso – per offrire alla categoria dei sensibili e intelligenti, di recente scoperta, qualche spunto per un ravvedimento operoso che possa essere di qualche efficacia.

Attingerò per questa riflessione dal mito, perché la parola scritta contiene un’enorme quantità di revisionismo e propaganda, e non è così automatico che il detto “nero su bianco” sia garanzia di verità.

Iniziamo dalla Dea e dal suo eroe. Il libro di Heide Goettner Abendroth “La dea e il suo eroe”, uscito parecchi anni fa e non ancora tradotto in italiano, spiega nei dettagli l’immaginario spirituale e i valori sociali che stanno dietro alle figure della dea e del paredro (suo, senza di lei non viene nemmeno al mondo).

In tutte le tradizioni analizzate (esclusivamente mediterranee, per le altre bisognerà consultare la versione tedesca o inglese del suo libro sul  matriarcato, o attendere la prossima pubblicazione della traduzione italiana), compare nei miti delle origini una dea partenogenica, signora incontrastata del sacro e del profano ancora indistinti, della vita della morte, del cosmo come della terra. Il principio femminile è l’asse portante di tutto. A lei si deve il passaggio dal caos alla creazione di tutte le forme di vita. Per la comparsa al suo fianco dell’eroe, bisognerà attendere ancora molto tempo.

Poi il mito si arricchisce: la dea, atta a generare solo figlie che diventano i suoi molteplici aspetti, a un certo punto dà vita a un maschio: segno della comparsa degli uomini sulla terra? Forse solo del passaggio a una società più strutturata dove anche il maschile deve assumere un qualche ruolo per la sopravvivenza del gruppo, invece che andarsene in giro a fecondare tutte le femmine che gli capitano a tiro. Il vecchio ruolo espresso dal termine “uomo-cacciatore” è stato recentemente messo sotto analisi anche dal sapere accademico, che inizia ormai a ipotizzare che la sua attività abbia contribuito ben poco alla sopravvivenza umana se confrontata alla raccolta, che ha garantito un pasto a tutti per lunghi millenni. Ancora poco e nulla trapela nei libri di scuola su questa rettifica, forse perché la maschilità è stata già abbastanza messa in crisi dalle riflessioni del femminismo.

Nonostante la comparsa del maschile, nel cosmo matriarcale continua a non esserci presenza di dei veri e propri. L’eroe, il paredro che nasce come figlio della dea e tale rimane fino alla pubertà, non ha alcuna valenza divina. In primavera nei i riti celebrati dalle comunità pre-storiche e per molto tempo anche da quelle storiche, la dea, nel suo aspetto giovane, di ragazza, lo inizia e lo elegge a re sacro. Poi la matura dea dell’amore e della fertilità si unisce a lui nel matrimonio sacro. Infine la vecchia e saggia dea lo sacrifica e lo conduce nel mondo di sotto, da cui rinascerà all’inizio dell’anno, sempre per mezzo della dea. Simbolicamente trionfa sulla morte e rappresenta l’azione rigeneratrice della dea: è come il sole, che tramonta la sera per rinascere la mattina dopo; come il grande astro incarna il movimento costante della discesa e della salita in ottemperanza alle regole che lei ha sancito.

Nella spiritualità matriarcale il principio maschile non è mai creativo: non lo è per natura e ci vorranno secoli di guerre, conquiste, persecuzioni perché lo diventi. Il principio femminile è un principio integrativo, che accoglie e regola le diversità, e il ruolo che assegna al maschile è quello eroico, il potere cioè di sacrificare la propria vita e divenire così, “integro”, dove l’integrità è devozione alla vita e ai suoi valori. Attraverso vari rituali il figlio della dea si trasforma nel re sacro, si unisce alla sacerdotessa che incarna la dea e poi viene sacrificato. L’onore di morire non era per tutti; solitamente lo si conquistava attraverso competizioni con gli altri o per una manifesta attitudine al ruolo eroico, appunto. Con il suo sacrificio l’eroe rappresenta simbolicamente il modello psichico che tutti gli uomini di una società matriarcale devono seguire: sottomettersi al principio femminile che dà nascita e morte e integra tutte le diversità del cosmo, per onorarlo e difenderlo, anche a prezzo della propria vita.

Gli effetti? Beh, impensabile lo stupro, la costrizione in matrimonio, probabilmente per secoli nessuna donna si è sentita dire “tu sei mia”, né le è mai passato per la testa di dirlo all’uomo che al momento si trovava al suo fianco.

Anche economicamente parlando, ci si guadagna: pensate che conquista se al posto delle cifre a non so quanti zeri di morti per fame, guerre, schiavitù (ma è mai stato fatto un conto delle morti dovute a 5.000 anni di patriarcato?) ci fosse solo un pugno di uomini che si sacrifica volontariamente in un atto eroico che rappresenta ogni anno il rinnovamento di un patto che prevede per il maschile il rispetto e la salvaguardia della vita  e del principio femminile da cui scaturisce? Allora, care amiche, conoscete qualcuno che voglia prendersi l’onore di iniziare questa inversione di marcia?

Luisa Vicinelli

*Luisa Vicinelli dice di sé:

Sono femminista, con altre mi occupo di ricercare e diffondere gli antichi saperi delle donne. Abbiamo costituito un gruppo presso l’associazione Armonie, “L’altra memoria, il nostro futuro” che abbiamo definito così: un progetto per favorire il recupero e il riscatto delle memorie e antiche sapienze delle donne dopo secoli di espropriazioni, oppressioni e colonizzazioni. Per cambiare il presente, perché ci sia un domani.

A Bologna abbiamo organizzato vari convegni e incontri sulla Grande Dea prima, e sul matriarcato in seguito.

http://www.women.it/armonie/MatriarcAsia.pdf

http://www.women.it/armonie/convegni.htm

martedì, aprile 10, 2018

Piero Montana sull'opera di Natale Platania.

Natale Platania. La forza dell’avanguardia.

Natale Platania ammiratore, estimatore di Marcel Duchamp, a lungo ne ha subito il fascino cimentandosi in diversi, numerosi ready made, sia pure, come li chiama lui, rettificati.

Docente di scultura e di videoscultura all’accademia di Belle Arti di Catania già dal 1988, l’artista nel 1986 è tra i fondatori di Nuovorganismo, un’associazione di pittori e scultori siciliani, che proprio ventidue anni fa in quella che a Bagheria allora si chiamava galleria Acefalo, da me diretta, espose una mostra del suo gruppo intitolata “Focus” , dove per l’appunto si intendeva letteralmente mettere a fuoco quelle che erano le spinte innovative e più avanzate dell’arte contemporanea in Sicilia che in quegli anni a Catania si manifestavano, avevano luogo. Di “Focus” permane ancora tutt’oggi nella mia sede espositiva un’opera assai interessante, alludente all’eros, un trittico in cemento francese realizzata proprio da Platania.

La casa normanda di Madame Legendre

Di questo artista catanese d’avanguardia sempre alla ricerca di nuove soluzioni formali e plastiche, dobbiamo però dire che soprattutto in tutti gli anni novanta, non poteva non risentire dell’influenza di correnti quali l’arte povera e l’arte concettuale. Per quanto riguarda la prima ne è un esempio un’opera, in mostra purtroppo non pervenuta, La casa normanda di Madame Legendre, in cui l’artista utilizzava molto liberamente materiali assai diversi quali il cemento ed il muschio, per quanto riguarda la seconda ( l’arte concettuale) potremmo citare tra tutte l’ opera senza titolo con scritte assai poetiche e ripetitive come una nenia, quali “amore di luna, amore di cometa, amore d’oro” incise su una lastra di ferro e dentro una spessa cornice in legno.


 Ma già opere notevoli del nostro artista catanese in mostra sono Una pupilla per ogni occhio, Ninfee e Suono realizzate tutte nel 2014 con tecnica mista su tavola e per quanto riguarda Suono con tecnica mista e bronzo su tavola. In queste opere Platania va al di là di Duchamp, alla ricerca di una forza primitiva, tribale ed atavica che trova espressione in forme tutte circolari, concentriche che soprattutto in Ninfee si espandono sulla superficie di un quadro che diviene contemporaneamente pittura e scultura. In questa fusione di pittura e scultura troveremo spesso gli esiti migliori della ricerca di Platania che all’avanguardia contribuisce con qualcosa di personale, con qualcosa che ha che fare con la forza intesa come pesantezza, come spessore di una materia congenita alla profondità del sostrato delle cose oggetto del nostro esperire.
 Alla continua ricerca di questa potente dimensione delle cose Platania non realizzerà più semplici pitture, ma una sorta di bassorilievi appesantiti da materiali quali il ferro o il bronzo. La forza delle cose di cui Platania è mentore sovverte la concezione comune dell’opera, perché ne schiaccia anzitutto il soggetto. E’ qui che Platania inventa la poetica che più gli è congeniale nella messa fuori scena del soggetto operatore.

Non c’è nulla di più avanguardistico che tentare nuovi spazi esplorativi di un fare arte in cui il soggetto, l’io, l’identità schiacciata dalla pesantezza della materia, cozza contro un venire a galla di un es, di un impersonale asoggettivo, che a chiamarlo semplicemente inconscio perde molto d’attrattiva. Già, perché nell’arte quel che più conta non è la ripetizione del medesimo, in cui l’ego mantiene stabile e fissa la sua dimora.
Nel fare arte, come nel far poesia è in discussione la regola, la normalità, la prassi diurna di un senso a noi costantemente fedele e familiare. Nel fare arte non è lo stile che ci contraddistingue e ci rende riconoscibili, nel fare poesia ed arte è venir meno alla visibilità del riconoscimento per l’affermazione di intuizioni e pulsioni che hanno a che fare invece con l’Essere con la E maiuscola, ossia con ciò che intimamente ci possiede, succubi nel fare arte di visioni, contemplazioni, esperienze, comunioni mistiche e dionisiache, che hanno qualcosa di trascendente e che religiosamente impongono il silenzio, quel silenzio che un logico, un filosofo come Wittigenstein ha sempre raccomandato, imponendo a noi quel che è più di una raccomandazione e che presto detto semplicemente suona così: “su ciò su cui- cito a memoria- non si può parlare, occorre tacere”.

Nelle opere migliori di Platania, in quelle opere moderne, avanguardistiche, in quelle opere rivoluzionarie che ancora, come in “ Comunismo postcontemporaneo” parlano di rivoluzione artistico-politica, pure noi avvertiamo l’esigenza di un fare pittura- scultura in un senso inequivocabile, in un senso in cui rigore, pulizia, essenzialità sono fondamentali, pur in quella libertà formale- Giulio Turcato insegna- che non prescinde dall’impegno politico, rivoluzionario. Ma per chi nietzschianamente non crede in nessuna religione, fosse pure quella del sole dell’avvenire, per chi pure è figlio dei tempi ed ha la consapevolezza di vivere in epoca post moderna, in un epoca in cui più che al tramonto dell’Occidente, abbiamo assistito al tramonto delle ideologie, al tramonto di Dio e degli Dei, con Platania non può non condividere la passione per l’arte in una logica che però non è più quella del senso e del ritrovamento dell’io a cui esso (il senso) è subordinato.
L ‘arte non è fabbricare oggetti che possono renderci la vita più comoda. L’arte è un fabbricare altro. Quell’altro che ci porta autenticamente ad esperire la forza dell’Essere dominante che aborrisce una logica che non è stata mai quella mercantile, giacché fare dell’arte una merce comune si rischia parecchio a farne oggetti di volgare uso pratico e funzionale a quel logos, che Platania ed ogni vero artista intende sovvertire.

Senza titolo( gesso e minerali)

Vedete io non ho una galleria d’arte, io non ho una bottega, ma un centro d’arte e cultura che presto si trasformerà in fondazione Piero Montana. Io non ho interessi economici da difendere, pur sapendo che con l’arte oggi pur si mangia. Ma io devo confessarlo: con l’arte non ho mai mangiato, così pure credo Platania che ha sempre avuto altre ambizioni di quelle di un abile mercante d’arte.
Io che oggi metto a disposizione dell’artista catanese questi miei spazi espositivi, credo nella sua Arte. Opere che è difficile definire, scindere in pittoriche o scultoree. Opere come Senza titolo 1997 (gesso e minerali su tavola), (Zettel) 1993 (argilla bianca), Come le sedie in una sala d’aspetto 2016 (terracotta patinata) mi convincono che Platania è una presenza assai innovativa ed importante nel panorama odierno dell’arte contemporanea. Per questo motivo, attraverso la pubblicazione di queste mie due paginette, invito l’assessore alla cultura della città di Bagheria, Romina Aiello, a farsi promotore presso il comitato direttivo del Museo Guttuso affinché esso accetti in lascito da Platania qualche opera significativa da esporre al secondo piano di Villa Cattolica.

La mostra Natale Platania. Opere 1993-2017 al Centro d’arte e cultura “ Piero Montana” in via B. Mattarella n° 64 a Bagheria (PA) è aperta tutti i giorni ( esclusa la domenica) dalle ore 18 alle 20 fino al 30 aprile.

Piero Montana

mercoledì, aprile 04, 2018

Buon 90° compleanno, Maya Angelou !

https://www.google.com/doodles/dr-maya-angelous-90th-birthday

"Ho imparato che
 la gente dimenticherà quello che hai detto, 
la gente dimenticherà quello che hai fatto, 
ma la gente non dimenticherà mai come li hai fatti sentire ".

Breve storia di Maya Angelou -  che nacque oggi 90 anni fa.


Nata Marguerite Ann Johnson è stata una poetessa e scrittrice, considerata tra le più influenti intellettuali afroamericane di sempre: nacque il 4 aprile 1928.

Oggi Maya Angelou – grande poetessa e scrittrice afroamericana, tra le più importanti e amate del Novecento – avrebbe compiuto 90 anni: nacque il 4 aprile del 1928 a Saint Louis nel Missouri, negli Stati Uniti. È famosa soprattutto per essersi impegnata a sostenere le lotte dei movimenti per i diritti civili dei neri insieme a Malcom X e Martin Luther King, e per avere scritto sette libri autobiografici di successo in circa cinquant’anni.

Quello noto in tutto il mondo è il primo, I Know When the Caged Bird Sings. In italiano si chiama Io so perché canta l’uccello in gabbia, ma in passato il titolo è stato tradotto anche con Il canto del silenzio.
Racconta la sua vita fino all’età di diciassette anni, e parla di quando Angelou fu stuprata dal compagno della madre. L’uomo fu condannato e finì in prigione; quando uscì fu picchiato a morte.

«Pensai di aver causato io la sua morte perché avevo fatto il suo nome alla mia famiglia – scrisse Angelou nel 2005 sul Guardian Decisi che la mia voce era così potente che poteva uccidere le persone».


– 15 consigli da Maya Angelou


Angelou scrisse decine di libri, drammi, poesie e sceneggiature, e ebbe una vita ricca e movimentata.

Veniva da una famiglia molto povera, iniziò a lavorare a 15 anni – la prima conduttrice afroamericana a condurre la funicolare di San Francisco –, divenne ragazza madre a 17 anni, e poi lavorò come cuoca, cameriera, attrice, prostituta, spogliarellista e ballerina, viaggiando a lungo in Africa, insegnando all’università, lottando per i diritti degli afroamericani, ricevendo decine di premi e lauree honoris causa e ottenendo fama e rispetto internazionale che la portarono nel 1993 a recitare una poesia durante la prima cerimonia di insediamento del presidente statunitense Bill Clinton.


Morì nel 2014 a 86 anni, nella sua casa di Winston-Salem, nel North Carolina.

È considerata una delle più influenti intellettuali afroamericane di sempre, soprattutto per quel che riguarda la capacità di raccontare se stessi e la propria vita inserendosi in un contesto più ampio e generale. Il suo lavoro ha influenzato quello di decine di altri e altre intellettuali, anche in campi apparentemente lontani dalla letteratura come la musica hip hop: tra i tanti premi che ha ricevuto ci sono anche tre Grammy per il miglior disco parlato, nel 1993, 1995 e 2002 per On The Pulse Of Morning, Phenomenal Woman, e A Song Flung Up To Heaven.

Una volta disse:
«Ho imparato che puoi capire molto di una persona dal modo in cui affronta queste tre cose: una giornata di pioggia, la perdita del bagaglio, e l’intrico delle luci dell’albero di Natale»




Scrisse il suo ultimo racconto di memorie, Mom & Me & Mom, due anni prima di morire e come disse in un’intervista a Time, «Probabilmente starò scrivendo quando il Signore dirà “Maya, Maya Angelou, è ora”».

domenica, aprile 01, 2018

Buona Primavera



Dall’uovo di Pasqua
è uscito un pulcino
di gesso arancione
col becco turchino.
Ha detto: “Vado,
mi metto in viaggio
e porto a tutti
un grande messaggio”.
E volteggiando
di qua e di là
attraversando
paesi e città
ha scritto sui muri,
nel cielo e per terra:
“Viva la pace,
abbasso la guerra”.


G. Rodari


giovedì, marzo 08, 2018

Se scegli di amare una donna...

  Se scegli di amare una donna sulla via del risveglio, sai che stai entrando in un territorio nuovo e impegnativo.
  Se scegli di amare una donna sulla via del risveglio, non puoi rimanere addormentato.
  Se scegli di amare una donna risvegliata, ogni parte di te sarà coinvolta, non solo i tuoi organi sessuali, sai che anche il tuo cuore sarà chiamato a partecipare.
  Se preferisci una vita senza scosse, una vita che non impegna ogni parte di te, ti consiglio di star lontano dalle donne sulle via del risveglio.
  Se vuoi una vita addomesticata, non cercare una donna selvaggia.
  Se desideri immergere solo la punta del piede nelle acque fluenti del fiume Shakti, non cercare il potere della donna risvegliata.

  E' comodo amare una donna che non conosce i suoi sacri poteri, non farà leva sui tuoi luoghi bui.
  Non sarà una sfida per te.
  Non ti spingerà a divenire il tuo più alto Sè.
  Lei non risveglierà i pezzi dimenticati del tuo spirito e non ti incoraggerà a ricordare che nella vita c'è molto più di questo.
  Non guarderà nei tuoi occhi stanchi inviando in essi un lampo di risveglio.
  Una donna che non conosce i propri poteri sarà una compagna molto comoda per il tuo ego, cuore e corpo.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

  Camminerà accanto a te e tu sentirai di stare pienamente compiendo il tuo ruolo di uomo virile.

  Se questo è abbastanza per te, allora amala con tutto il cuore e ringraziala ogni giorno per il dono della sua presenza mite, non minacciosa, non pericolosa.
  Se questo però non è abbastanza per te, se il tuo cuore, spirito e corpo chiedono l'incontro con la donna selvaggia, allora devi sapere che la tua anima sarà trasformata.
  Sappi che la scelta che stai compiendo è importante.
  Se scegli di entrare nell'aura e nel corpo di una donna i cui fuoco spirituale è ardente esiste un certo livello di pericolo e rischio, il pericolo di crescere.
  Una volta che scegli di amare una donna risvegliata, ti assumi la responsabilità per i cambiamenti che avverranno nella tua vita.
  Non potrai dormire nella tua zona di comfort tutto il tempo.
  Non potrai rimanere bloccato nei vecchi schemi e nelle routines stagnanti.

  La tua vita assumerà un sapore e un profumo completamente nuovi.
  Avrai accesso al femminile selvaggio, esso inizierà ad inviare onde d'urto potenti ai tuoi chakra, onde di luce e ti chiederà di sintonizzarti alla sua chiamata Divina.
  Per scegliere di essere il compagno di una donna selvaggio è necessario coraggio, il coraggio virile di camminare verso l'ignoto.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

  Lei ti porterà in regni sconosciuti pieni di magia.
  Lei ti condurrà nei boschi selvaggi dell'estasi sensuale e della meraviglia.
  Lei ti mostrerà cieli sacri pieni di stelle che ti chiederai se stai ancora vivendo sullo stesso pianeta dove sei nato.
  Lei si fiderà di te. Lei ti accetterà. Lei apprezzerà ogni tuo sforzo per renderla felice.
  Lei parlerà con parole che la tua anima conosce.

  E' un grande rischio amare una donna risvegliata, perchè improvvisamente non avrai alcun posto dove nasconderti.
  Amare una donna così, è vivere con l'anima in fiamme.
  La tua vita non sarà più la stessa.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

  Se accetti questo rischio, se scegli di amare una donna sulla via del risveglio, non fare un solo passo indietro, perché rischieresti di passare la vita a sognare il femminile selvaggio, i cieli pieni di stelle e galassie lontane.

(Sophie Bashford)

mercoledì, febbraio 21, 2018

Per aprire un dibattito virtuale sull'arte di Triade.

Ricevo e volentieri pubblico queste riflessioni critiche di Piero Montana, ideatore, curatore e presentatore della Mostra TRIADE a inaugurazione del suo Centro d'arte e Cultura a Bagheria.
di cui potrete farvi una buona idea cliccando sull'immagine


Mi auguro che vogliate raccogliere la sua provocazione e da tutto ciò si sviluppi un dibattito che arricchisca le conoscenze e la vita di tutti.

Piero Montana ci scrive:

"Si sa, ad un provocatore come me, piace stupire, per questo ho chiamato tre artisti, assai diversi tra loro, per esporre con la mostra “Triade” nei nuovi locali del mio Centro d’arte e cultura a Bagheria.
Gli artisti nella massima autonomia hanno scelto le opere e curato l’allestimento, cosicché a me non resta ora che il compito di una recensione per avviare una discussione critica finalizzata a suscitare interesse sull’operazione culturale.

Pur molto rigorosa, essenziale, pulita, Triade non è tuttavia una mostra impeccabile. 
Due degli artisti espositori, Filly Cusenza e Nuccio Squillaci sono al meglio. 
Delude decisamente Leto, che pur presentando due opere piene di quel fascino particolare proprio dei suoi paesaggi dell’Altrove, nelle opere di piccole dimensioni finisce per decostuire il discorso prettamente materico dei suoi orizzonti neri, dati dall’innalzamento di cataste di fogli di giornali arrotolati ed incollati su tela. Quel senso di “ the vast land”  caratteristico delle sue opere migliori viene qui a mancare. Manca in questi suoi ultimi lavori il fascino spettrale, metafisico dell’estremo abbandono, di quella deriva silenziosa, di cui la morte di Dio è stata la “ felice” espressione. Finiti gli accumuli cartacei, svuotate dai detriti, dai rifiuti le pattumiere ( i suoi quadri) viene a mancare anche lo smarrimento beckettiano che Leto un tempo aveva fatto proprio nella messa in discussione di un soggetto, di un io che si domandava : “E adesso dove, quando, chi?
Leto, dicevo, nei suoi ultimi lavori non mi convince, perdendo ogni potere di fascinazione.
I suoi giochi con corde di carta incollate su tela di che cosa sono significanti? Quel vuoto spettrale di una scrittura destinata ad essere deportata in grandi inceneritori, quel surplus vertiginoso della parola stampata su carta di giornale, non sono più soggetti di un fare artistico che solo in passato mi aveva pienamente convinto.
 Forse esagero, forse sbaglio, forse sono imprudente ed irrispettoso, ma lo dico con tutta franchezza, con quella franchezza che mi autorizza a dire apertamente che nelle ultime “cose” dell’artista morrealese ad essere morto è lo stesso Leto. 
Il soggetto interrogante che innanzi al vuoto lasciato dalla perdita di Dio, dalla perdita stessa dell’io, poneva disperate domande esistenziali, adesso si trastulla con giochi puerili in cui la carta di giornale ha sempre meno pregnanza e soprattutto meno spessore materico. Che dire ancora. Del disastro, del senso di catastrofe, di cui in passato l’opera di Leto  parlava, oggi non rimangono nei lavori dell’artista che deboli tracce. Alla catastrofe della morte di Dio è subentrata la catastrofe personale dell’artista, che forse ha esaurito, nella ripetizione incessante, e a volte senza alcuna variante, ogni sua vena di sconsolata, nera ed autentica poesia.

Per fortuna ad innalzare il livello della mostra ci sono le opere di Filly Cusenza e Nuccio Squillaci. 
La prima, che convertita da anni alla Fiber art, all’arte del tessuto, della stoffa - lavora anche come stilista - ci dà con le sue otto opere presenti in Triade una lezione di un pop fantastico, che aggiunge a temi irriverenti all’Enrico Baj e alla  Jeff Koos  una libera e colorata invenzione creativa. Ritratti di parenti, amici, antenati bislacchi ed eccentrici suggeriscono alla Cusenza di esplorare territori fantastici o meglio fantasy propri di un mondo infantile. Ma questa infanzia che irride a parenti “terribili”, fa propria la poetica, per così dire di, un humor rosa, di cui fino ad oggi non si è mai parlato. Proprio così “l’humor rosa”, non più ‘humor nero, è la proposta tutt’al femminile della Cusenza, che diverte ma anche graffia con qualche ritratto di drag queen inserito nel suo album di famiglia.

A parte va considerata l’opera pittorica di Nuccio Squillaci, che ci affascina per una continua ricerca espressiva, attraverso l’uso sapiente dei colori (pastelli ed oli), del suo mondo interiore. Pittore, ma intimamente poeta, Squillaci fa della pittura una “religione”, nel vero senso della parola, qualcosa a cui intimamente, per l’appunto, l’artista sente di essere legato tanto da non potere fare a meno quotidianamente di essa. La sua passione per la materia pittorica lo spinge ad esplorare soprattutto i territori dell’informale, dell’astrattismo attraverso anche pennellate a volte impulsive proprio dell’action painting. Il mondo pittorico di Squillaci è solo il suo. E’ un mondo alieno dalla modernità e dal suo imperante materialismo. Per la vena inesauribile di spiritualità espressa nelle sue opere, l’artista può paragonarsi eccezionalmente, pur non ricorrendo mai all’ figurazione, ad un Morandi, ad un Licini."

Rimaniamo in attesa dei vostri commenti
AMg