martedì, febbraio 25, 2020

Sibilla Aleramo, al secolo Rina Faccio, non c'è più dal 1960, ma ricordiamola, ogni tanto !

Un bell'articolo di STEFANIA PARMEGGIANI,  pubblicato su La Repubblica di oggi ricorda la morte sessant'anni fa di Sibilla Aleramo.
Tra le tante avventure della sua vita è stata anche la zia di Adele Faccio, femminista rivoluzionaria, poeta e teorica nonviolenta, eletta nel 1976  al Parlamento della Repubblica nelle liste del Partito Radicale.
AMg


Chi era la "scandalosa" Sibilla Aleramo, prima scrittrice femminista italiana avida di vita e d'amore

Sibilla Aleramo
Cinquantanove anni fa la morte di una delle più grandi autrici italiane del '900: "La sua voce non ci fa piombare in un passato ormai morto, ma ci riporta al presente e alla dose di coraggio necessaria per scegliere liberamente il proprio destino"
di STEFANIA PARMEGGIANI12 Gennaio 2019
  • 4' di lettura
Il 13 gennaio 1960 moriva in una clinica romana Sibilla Aleramo, una delle più famose e controverse letterate del Novecento. L'hanno letta le ragazze di oggi? O conoscono solo la sua tormentata relazione con Dino Campana, portata al cinema da Michele Placido? Se così fosse, peccato! Scandalosa, avida di vita e di amore ha ancora tanto da insegnare. Sul serio: la sua voce non ci fa piombare in un passato ormai morto, ma ci riporta al presente e alla dose di coraggio necessaria per scegliere liberamente il proprio destino.

Il giorno dopo la sua morte, Eugenio Montale la descrisse come una signora canuta, nobile nel portamento e nello sguardo, senza gelosie, senza invidie. "Sopravvissuta a tante tempeste, portava ancora con sé, e imponeva agli altri, quella fermezza, quel senso di dignità ch'erano stati la sua vera forza e il suo segreto". Erano gli occhi a tradirla. Indomabili negli ultimi giorni come all'inizio, quando ancora si chiamava Marta Felicina Faccio e viveva in una Italia dove tutto e tutti - gli uomini, la famiglia, la società - le imponevano di abbassarli. Che chinasse il capo, che serrasse le labbra, che soffrisse in silenzio. Violenze e umiliazioni erano ciò che la vita riservava alle donne. Perché dunque ribellarsi? Perché rinunciare a un figlio, alla sicurezza economica, al rispetto?

Sibilla Aleramo sapeva di non avere scelta. Tutto, tranne rinunciare a se stessa. Aveva visto la madre, sempre più pallida ed emaciata, spegnersi in manicomio dopo una vita sottomessa. L'aveva vista elemosinare briciole di amore, sacrificare se stessa alla cura dei figli. Era stata una bambina come le altre, cresciuta in una famiglia borghese, una delle tante che nell'Italia di allora faceva strage di donne.
Sibilla Aleramo sapeva di non avere scelta. Tutto, tranne rinunciare a se stessa
Innamorata del padre, spirito laico e anticonformista, sentiva crescere il disprezzo nei confronti della madre. Nessuna pietà, neanche quando tentò il suicidio. Le vittime non piacevano a Sibilla Aleramo. E forse per questo quando lei stessa si ritrovò soffocata da un matrimonio umiliante, dopo avere ingerito laudano, a un passo dalla fine, decise di ribellarsi. L'uomo che l'aveva prima stuprata e poi portata all'altare - si chiamava matrimonio riparatore - che la soffocava per addomesticarla, non meritava il suo sacrificio. Non era solo violento, era ottuso e pavido. Il che, per Sibilla Aleramo, era molto peggio. Così rinunciò a tutto, anche al figlio tanto amato, pur di salvare se stessa e diventare quello che voleva essere: una persona libera.
Rinunciò a tutto, anche al figlio tanto amato, pur di salvare se stessa e diventare quello che voleva essere: una persona libera
A trent'anni prese la sua vita e la plasmò in un libro apertamente scandaloso, la prima opera letteraria a mettere in discussione la dedizione materna: Una donna. Era il 1906, le madri borghesi crescevano figli e andavano in chiesa, le altre lavoravano nelle manifatture dei tabacchi, nelle industrie tessili, nei campi, giornate lunghissime con la schiena piegata e una paga irrisoria. Erik Ibsen aveva già scritto Casa di bambola e dalla Norvegia il vento delle polemiche era soffiato su tutta Europa. Anche in Italia qualcosa stava cambiando: a Milano era attiva l'Unione femminile nazionale, di cui Sibilla Aleramo era fervida sostenitrice e nel 1908 Roma ospitò il primo congresso nazionale delle donne italiane.Sui giornali si iniziava a discutere dei diritti delle lavoratrici e di liberazione dalla schiavitù famigliare. L'emancipazione femminile era già entrata nel nostro dibattito politico e culturale. E il romanzo dell'Aleramo piombò sulla scena con la forza spudorata di un'autobiografia. Senza mai fare nomi (i personaggi sono sempre chiamati con il loro ruolo: marito, madre, figlio...) denunciava la condizione delle donne e rivendicava la parità tra i sessi. Il successo fu immediato. Se ne parlò in Italia e anche fuori, se ne parlò a lungo. Venne definito il primo libro femminista in Italia, anche se non sempre le femministe amarono la sua autrice.

E lei? Lei che per prima aveva avuto il coraggio della ribellione e della denuncia? Lei non si fermò più. Incapace di sostare a lungo nella stessa città, continuò a lottare in una infinità di modi diversi contro la società repressiva, la famiglia autoritaria e per la liberazione della donna. A 53 anni, famosa letterata, giornalista, femminista, pacifista e socialista, si rivolse a Mussolini. Per fame. Viveva in una soffitta gelida di via Margutta, i lettori e i critici l'avevano abbandonata. Eppure, indomabile, chiese di essere nominata membro dell'Accademia d'Italia. Una donna nel massimo consesso culturale italiano? Neanche a parlarne. Lui rifiutò ma poi le concesse un piccolo aiuto economico. Andò avanti così, alla meno peggio, per una quindicina di anni. Poi scoppiò la guerra e paralizzata la voce poetica, iniziò ad annotare nei diari le morti e le distruzioni. Maturò così la scelta politica che la porterà nel 1946 a chiedere la tessera del Partito comunista: si era incendiata di una nuova passione, questa volta politica.
Amava il talento, s'infiammava perlopiù per poeti, scrittori e artisti, prendeva ciò che voleva, non chiedeva altro che istanti di passione. Anche quando facevano male e bruciavano di follia
Vita e letteratura. Le due cose, indissolubilmente legate. Giacomo Debenedetti sosteneva che Sibilla Aleramo vivesse autobiograficamente: amava il talento, s'infiammava perlopiù per poeti, scrittori e artisti, prendeva ciò che voleva, non chiedeva altro che istanti di passione. Anche quando facevano male e bruciavano di follia. Giovanni Cena, poi lasciato per la "fanciulla maschia", eletta a protagonista del romanzo Il passaggio, Dino Campana (indimenticabile il carteggio Un viaggio chiamato amore) Felice Damiani, Vincenzo Cardarelli, Giovanni Papini, Umberto Boccioni, Tullio Bozza, Anteo Zaniboni, Julius Evola... Da ultimo il giovanissimo Franco Matacotta.Del resto l'amore, come recita il titolo di un altro suo libro (Amo dunque sono), è sempre stato l'unico punto fermo di una vita vorticosa, lo strumento con cui prendeva possesso del mondo e di se stessa. Ogni storia era un diluvio di passione, e di lettere, carte, appunti. Senza nascondere nulla, anche a costo di confondere lettori e critici. In molti la giudicavano, Giuseppe Prezzolini la definì lavatoio sessuale della cultura italiana. Ma lei nulla, fedele solo a se stessa.

Così fino all'opera più importante, il lascito ai lettori, quell'immenso diario che scrisse ininterrottamente dal 3 novembre 1940 al 2 gennaio 1960, migliaia e migliaia di carte. Pochi giorni dopo morirà in una clinica romana. Povera, ma ostinatamente libera. E con lo sguardo nobile di chi è stata padrona del proprio destino.

Ma chi è stata davvero, questa Donna ? 

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