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giovedì, marzo 25, 2021

In arrivo a giorni uno sfizioso e dotto libro nuovissimo di Piero Montana

Dal 30 marzo in libreria 

Bagheria esoterica

Un libro che su Bagheria e le sue ville dice ciò che altri non hanno mai detto.


Bagheria esoterica è un libro che il suo autore Piero Montana definisce della sua vita.

Da tanti anni pensato, meditato, dopo molte esitazioni da parte di chi lo ha concepito e finito di scrivere, viene finalmente alla luce per le edizioni di Amici di Plumelia.

Noi in anteprima lo abbiamo letto appassionatamente e tutto di un fiato, seguendo passo passo il filo esoterico che in esso si dipana. Il libro non si rivolge a chi a Bagheria presta un’attenzione campanilistica, prettamente paesana, bensì a chi soprattutto, al di là di questi angusti orizzonti provinciali, viene attratto da una cultura europea che nelle nostre ville dell’aristocrazia palermitana, venuta a risiedere nelle nostre terre, ha trovato fin dall’inizio la sua piena e magnificente manifestazione.

Il libro infatti si apre con un suo primo capitolo su Villa Branciforti Butera, che vide la sua realizzazione nella metà del Seicento. L’originalità del libro consiste nell’averla riportata nel clima culturale del suo tempo, che puntigliosamente viene ricostruito dando al volume un notevole spessore qualitativo.

Già in questo primo capitolo dell’opera assistiamo alla piena realizzazione dell’intendimento dello scrittore: l’emersione in luce di aspetti importanti della cultura europea della metà del Seicento presenti a Villa Branciforti Butera. Superfluo far notare che tali aspetti non sono mai stati indagati dai cosiddetti storici bagheresi, che pertanto nel libro maggiormente risaltano per la loro importanza culturale che viene ad essere indagata partendo dal tema della malinconia, che l’autore esamina incominciando dai versi della Galatea del Cervantes che Don Giuseppe Branciforti fa propri facendoli incidere in una lapide del suo palazzo. Da questi versi e dall’emistichio del Tasso “ O corte addio”, pure inscritto nella torre del suo palazzo, lo scrittore attraverso l’Arcadia del Sannazzaro s’immerge nel percorso di quel filone letterario dominato da quel  che fu chiamato “il disprezzo della corte ed l’elogio della campagna”, che -pochi sanno- costituì anche il titolo di un libro spagnolo Monosprecio de la corte y alabranza de aldea, pubblicato nel 1539  da Antonio de Guevara, libro questo, sia pure minore, che il nostro scrittore pone accanto a quelli della Galatea e la Gerusalemme liberata del Tasso, e di tanti altri, il cui comune denominatore era costituito dal tema dell’Arcadia.

Ma ancora più importante è l’identificazione che l’autore del libro fa di Don Giuseppe Branciforte con Saturno, che gli permette di mettere in luce il tema della malinconia che dall’età rinascimentale di un Marsilio Ficino e di Pico della Mirandola attraverso la Filosofia Occulta di Agrippa de Nettesheim e la celebre incisione del Durer Melanconia I viene pure svolto da autori della prima metà del Seicento.

Con il far questo Piero Montana non fa che restituire una dignità filosofica-letteraria ad una villa, che di essa precedentemente sembrava nuda, sprovvista nei miseri resoconti fattici dagli storici bagheresi.

Montana nel voler prendere le distanze da questi, nonostante una serrata critica alle loro vedute, del tutto cieche nei riguardi di un nostro antico passato, risalente ad origini greche, tuttavia non vuol essere definito uno storico, in quanto pur avendo della storia una visione altra, una visione diacronica, che al passato venga a restituire una propria identità non omologata dalla nostra mentalità moderna, della storia non vuol avere tuttavia una visione così detta scientifica.  Il dato infatti scientifico, per il nostro autore, è un limite alla narrazione storica, un limite che si è affermato in epoca moderna con l’avvento della scienza e che pertanto costituisce il pregiudizio proprio del nostro tempo, che con la sua mentalità moderna pretende di conoscere un passato più o meno antico che ad essa è del tutto estranea, aliena in quanto differente.

E’ nel secondo capitolo della sua opera che il nostro scrittore parlando di Villa Palagonia ha modo di darci un esempio di come si possa fare storia diversamente, non partendo da nessun punto di vista così detto scientifico.

 In questo eccezionale capitolo Montana infatti ha modo di scrivere che il Principe di Palagonia, Ferdinando Francesco Gravina giuniore, era un sensitivo piuttosto che un negromante, che di notte non dormiva per via di un incubo ricorrente, quello del diluvio universale, che lo ossessionò a tal punto da far rassomigliare la sua stanza da letto ad uno scomparto dell’Arca di Noè, per la presenza di tanti animali sia pure fatti scolpire in pietra. Il riscontro di tali affermazioni sul Principe Gravina non può infatti essere scientifico. Come si fa ad avere infatti la prova che il Palagonia non dormiva di notte perché svegliato dall’incubo ricorrente del diluvio? Tale prova non esiste, seppure il sogno di quell’incubo ha quella consistenza reale, che l’ornamentazione di Villa Palagonia conferisce a tutta la sua architettura. Tale ornamentazione è dunque sogno, più che fantasia, ed in esso vanno cercati i segni del tempo, di un tempo che veniva ad anticipare la fine del mondo, il diluvio per l’appunto, che però del mondo avrebbe sommerso la sola classe privilegiata dell’Ancien Regime, l’aristocrazia.



Villa Palagonia, ci dice lo scrittore, è un Liber Mutus, un libro di pietra, e il sapere in esso racchiuso è profondamente esoterico e non essoterico, per questo tutte le descrizioni che si sono finora avute sulla villa, prescindendo da esso, sono del tutto inconsistenti, fuorvianti e fallaci.

La villa in questione ha dunque una chiave d’accesso ermetica- alchemica e a dimostrazione di questa Montana approfondisce il significato delle figure dei musicanti, le cui statue sono poste sopra i corpi bassi che contornano l’edifico del Palazzo.

Cosa ci stanno a fare esse accanto ai mostri? Solo attraverso una conoscenza alchemica della musica, si può infatti comprendere appieno il significato negativo che il nostro Principe attribuiva ai suoni degli istrumenti, considerati per l’appunto bassi, demonici, infernali in opposizione di certo alla musica vocale.

Ecco che la musica diviene argomento del libro, perché tanto l’armonia, che la dissonanza giuocano un ruolo fondamentale nella configurazione architettonica della Villa dei mostri,  che mette in scena la contronatura che si ribella all’Ordine naturale che Dio avrebbe imposto al nostro mondo, governato da suoi rappresentanti.

Lo sconvolgimento di quest’Ordine avviene attraverso il livellamento di tutti gli esseri umani che dai meno riusciti in natura come in società quali storpi, gobbi, nani, giganti a mendicanti, dame, armigeri, signorotti, divinità sono posti tutti sullo stesso piano, secondo l’ideale ugualitario, approntato dall’ideologia dei Lumi che avrebbe portato alla Rivoluzione francese e al conseguente crollo dell’Ancien regime.

E’ dunque l’elemento dissonante in rottura della scala armonica dell’universo, che non concepisce in piena modernità più né alto né basso, che porta Montana ad approfondire anche in appendice al testo l’argomento musicale molto importante pe comprendere appieno il significato di Villa Palagonia.

Così che molto interessanti risultano i suoi accostamenti tra i musicanti di Villa Palagonia e l’Inferno musicale di Bosch, come tra l’altro l’approfondimento del tema riguardante la musica strumentale ben diversa da quella vocale, che viene svolto dal nostro scrittore esaminando un quadro di eccezione, quale La Santa Cecilia in estasi di Raffaello.

Ma riguardo al Principe di Palagonia fondamentale è l’aver visto nel Gravina un precursore del pensiero politico dei controrivoluzionari, le cui idee vengono per così dire anticipate da Villa Palagonia.

Questi pensatori non più alla moda come invece lo furono in passato in quanto non più attuali  nell’epoca della democrazia, pure vengono dissepolti dall’oblio assieme ai loro sistemi politici per lo più teocratici, congeniali al Principe, ed ecco che accanto a De Maistre si fanno i nomi di De Bonald, Lammennais, Donoso Cortès, ma è soprattutto dell’autore delle Serate di San Pietroburgo, del Papa e delle Considerazioni sulla Francia, che si citano passi, giacché De Maistre è il pensatore cattolico più vicino al Gravina, che pur senza conoscerlo, si attiene scrupolosamente al suo pensiero. L’ornamentazione dell’interno della cappella di Villa Palagonia con tutte le sue statue e reliquari mostra infatti quanto dal Principe dovette essere fatta propria l’arma della preghiera, quell’unica arma che congiungeva l’uomo a Dio, e che dalle mani dell’uomo veniva ad essere strappata dai pensatori dell’età dei Lumi.

Accusato dal Goethe di superstizione, per aver il Gravina abusato, di una tale arma forgiata nelle molteplici forme di strumenti sacri, il Palagonia mostra invece di conoscerne attraverso l’uso tutta la sua mistica forza, alla quale solamente si affida.

E’ questo misticismo, chiave di tutta la follia di Villa Palagonia, a detta di Goethe, che Montana considera l’erede legittimo di un pensiero ermetico esoterico di origine rinascimentale, che dal (lab)oratorio di Don Giuseppe Branciforti passava a quel tempo alla cappella del Gravina.

Questa cappella, descritta in tutta la sua eccentricità da diversi viaggiatori stranieri oltre Goethe, servì da rifugio, da Athanor al Principe per il compimento della sua Grande Opera: Villa Palagonia.

Ma questa cappella intesa come Athanor ne richiama un’altra precedente: Villa Branciforti Butera, che anch’essa costituì un laboratorio alchemico per la salvezza del suo Conte.

Ecco dunque il delinearsi del filo esoterico che viene sviluppato nel libro di Montana, un filo che nel suo ultimo tratto, quando viene a parlarci delle operazioni magiche che si sarebbero svolte alla Certosa, non può che divenire fantastico perché in preda a delle suggestioni che all’autore del libro vengono date solo da materiale fotografico relativo a delle statue di cera conservate un tempo nel tempio, che il Principe Ercole Michele Branciforti fece costruire nel 1797. Riguardo all’esposizione riguardante questo suo ultimo capitolo del suo libro Montana scrive di aver qui voluto meglio precisare non altro che delle sue idee fantasiose circa il museo delle cere alla Certosa.  E’ certo però che attraverso la fantasia fantasmi del passato vengono dall’autore riportati in vita, dal momento che il crollo dell’Ancien Regime non poteva che essere di natura traumatica soprattutto per l’aristocrazia, che nella realizzazione di  un tale museo tendeva ad immortalare non solo coi mezzi dell’arte i suoi privilegiati personaggi, ma anche con operazioni magiche, ben descritte da Montana, finalizzate all’arresto del tempo, perché si continuasse a  credere che tutto nonostante il Terrore  attuato dalla Rivoluzione Francese, tutto potesse continuare per i Nobili ad esistere come prima.

Questa parte finale del libro, certo la più sconcertante, la più ardita, quella che sicuramente sarà accusata di mistificazione, certo non è la più convincente ed è forse quella che più nuocerà all’opera, perché si presterà a tanti dubbi riguardanti una sua validità scientifica, ma in un libro che con tutto rispetto vuol dirsi esoterico, non sarebbe del tutto fuori luogo accampare pretese di scientificità o di “verità storiche”?

La verità allora è forse un’altra e cioè che il declino dell’aristocrazia o per meglio dire il declino del suo pensiero ermetico-esoterico non poteva essere meglio descritto che passando da laboratori alchemici, quali furono Villa Branciforti Butera e poi Villa Palagonia, a forme di attrazione spettacolare quale dovette essere un museo delle cere ambientato in un convento di certosini, giacché in quest’ultima forma doveva meglio palesare una sua bassa ed inquietante magia.

Al libro Bagheria esoterica va soprattutto però attribuito il merito di aver individuato la vera origine etimologica del nome della nostra città. E questo non è da poco perché il nome di una città è parte integrante del suo Genius Loci. Derivando con approfonditi studi e riflessioni il nome di Bagheria da Bacco, Montana contribuisce notevolmente a dare una identità a delle terre su cui poi è stata edificata la nostra città, l’identità di terre di cui Bacco era il Signore per via della produzione in esse di eccellenti vini. Significativa ed esemplare è la lettura del nostro scrittore del nome del fiume Eleuterio, che in greco è per l’appunto Eleutereo, ossia Dioniso, figlio di Giove e Persefone.

Lettura questa mai proposta da quanti nel tempo si sono occupati di questo fiume, per via di certo di una rimozione storica sopravvenuta col trionfo del Cristianesimo sulla religione pagana, che ha finito per condizionare e gravare sulla coscienza della loro memoria.


CENTRO D’ARTE E CULTURA DI BAGHERIA

Via Bernardo Mattarella n 64  - Bagheria

Cell. 3886416109




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