La storia del filosofo LOUIS ALTHUSSER che uccise la moglie, la sociologa Hélène Rytmann-Legotien, e “inventò” il mascolinismo.
26 Luglio 2026
Francesca Barca.
La storia del filosofo Louis Althusser che uccise la moglie, la sociologa Hélène Rytmann-Legotien, e “inventò” il mascolinismo
Hélène Rytmann-Legotien è morta, strangolata dal marito, il filosofo Louis Althusser (1918-1990) nel loro appartamento di funzione all’Ecole normale supérieure (Ens) di Parigi, istituzione della quale Althusser era segretario. Erano le 7:55 di mattina del 16 novembre 1980.
Althusser, che soffriva di depressione da mesi e a cui già nel 1947 era stato diagnosticato un disturbo maniaco-depressivo, si è immediatamente auto-accusato del crimine ed è stato internato all’ospedale psichiatrico Sainte-Anne a Parigi.
Althusser era una personalità e un’autorità all’epoca; l’Ens è una delle istituzioni universitarie più prestigiose e più selettive di Francia. Il caso viene archiviato nel febbraio 1981: Althusser viene dichiarato irresponsabile ai sensi dell’articolo 64 del Codice penale francese.
Morirà nel 1990 e gli verranno tributati ampi omaggi per il suo contributo alla cultura.
Di cosa parliamo in questo articolo:
La banalità del mâle
L’assassino protagonista della storia
Althusser e il mascolinismo: il femminsimo come avversario ideologico?
La banalità del mâle
Ci sono voluti oltre 40 anni perché (anche) questo omicidio venisse riconosciuto come femminicidio: un risultato ottenuto grazie alle ricerche, alle lotte e alle mobilitazioni di femministe, ricercatrici e militanti che hanno continuato a tenere viva questa storia.
Nel 2023 un libro ha avuto una particolare eco mediatica: Althusser assassin, La banalité du mâle (“Althusser assassino. La banalità del maschio”, Remue-Ménage editore, 2023), scritto dal politologo canadese Francis Dupuis-Déri, esperto di movimenti sociali, antifemminismo e questione maschile. Il gioco di parole in francese tra maschio (“mâle”) e male (“mal”), che si pronunciano allo stesso modo, è riuscitissimo – e spesso usato dalle femministe.
Il testo è stato tradotto in inglese e indonesiano nel 2025 e in tedesco nel 2026. Altre traduzioni sono in corso, tra cui il greco.
Chi era Hélène Legotien?
“Quando ho fatto le ricerche su questo assassinio”, mi racconta Dupuis-Déri, “pensavo che fosse veramente una storia del passato, di un altro secolo”. Invece, come racconta nella postfazione del suo testo in inglese e tedesco, ha ricevuto decine di lettere, a testimonianza di una memoria che era viva, e non abbastanza raccontata ed elaborata.
“Ho l’impressione che la prima cosa che ho mai saputo su Althusser era che aveva ucciso sua moglie, e che lo aveva fatto all’Ens”, mi dice Lucie Rondeau du Noyer, che ho incontrato in un appartamento haussmaniano nel nord di Parigi lo scorso aprile. Dottoranda in storia del pensiero economico e storica di formazione, ex allieva dell’Ens, Rondeau du Noyer ha lavorato meticolosamente per ricostruire la vita e l’opera di Legotien.
“Se l'obiettivo è restituire la voce a qualcuno, è un buon inizio farlo usando il nome che quella persona si era scelta”, continua Rondeau du Noyer. La ricercatrice si riferisce al fatto che spesso si legge Hélène Rytmann, Hélène Legotien o, ancora, Helène Rytmann-Legotien.
Hélène Legotien è nata nel 1910 a Parigi: la sua famiglia, di origine ebraica, era scappata dai pogrom russi. A partire dal 1944, spiega Rondeau du Noyer, Hélène Rytmann ha iniziato ad usare Legotien come cognome, senza cambiarlo all’anagrafe. Probabilmente fa riferimento al suo passato nella Resistenza, ma non ci sono sufficienti fonti per affermarlo.
Althusser e Hélène Legotien, di otto anni più grande di lui, si incontrano nel 1945, e si sposano nel 1976. Hélène Legotien ha lavorato come ricercatrice all’Organizzazione europea della cooperazione economica (Oece) tra il 1951 et il 1954, e come sociologa per la Société d’études pour le développement économique et social (Sédés). Si è occupata soprattutto di agricoltura e sistemi di sviluppo rurale: fa parte dei nomi che, negli anni Sessanta e Settanta, hanno costruito “un pensiero critico e marxista sullo sviluppo”, scrive Rondeau du Noyer.
Gli ultimi mesi di vita di Legotien sono stati raccontati in un articolo di Johanna Luyssen per Libération uscito nel natale del 2023, che ha il merito di aver dato una nuova eco a questa vicenda. Il pezzo raccoglie la testimonianza di Jo Ros, che nel 1980, pochi mesi prima dell'omicidio, ha lavorato con Legotien a Port-de-Bouc, cittadina del sud della Francia, su un progetto di valorizzazione della memoria operaia locale.
La sociologa, ormai in pensione, entra nell'ufficio di Ros nel febbraio del 1980 per chiedere di lavorare come volontaria al progetto. Si presenta come Hélène Legotien. Racconterà in seguito di essere la moglie di Althusser, chiedendo di mantenere il segreto. In quel momento ha 70 anni, e la voglia e l’energia di arrivare in un posto che non conosce perché ha sentito parlare alla radio di un progetto al quale vuole partecipare.
Quello che interessava Legotien, spiega Rondeau du Noyer, erano “le ragioni del loro [delle classi lavoratrici] persistente malessere e dello sfruttamento di cui erano vittime, nonostante i tre decenni di forte crescita che la Francia aveva appena attraversato dal 1945”.
La notizia dell’omicidio ha profondamente segnato il collettivo che con lei ha lavorato nel 1980: la ricerca è stata pubblicata nel 1984 “in memoria di Hélène Legotien”, con il titolo Du chantier naval à la ville : la mémoire ouvrière de Port-de-Bouc (“Dal cantiere navale alla città: la memoria operaia di Port-de-Bouc”).
“Hélène Legotien è stata una persona che, con i mezzi a sua disposizione e nonostante i limiti dell'epoca, ha costruito una brillante carriera come ricercatrice. E che ha ispirato persone ancora in vita, le quali testimoniano che è stata lei a insegnare loro delle cose, a formarle”, aggiunge Rondeau du Noyer.
L’assassino protagonista della storia
Nonostante la sua carriera, per anni Hélène Legotien è stata sempre la “sposa di”, la “moglie di” la "strangolata della rue d’Ulm”. Il suo nome, se appariva, era in fondo agli articoli, spiega l’inchiesta di Libération.
Allo stesso modo, il racconto del suo femminicidio è stato fatto in primo luogo da Louis Althusser stesso nella sua autobiografia, L’Avenir dure longtemps (L’avvenire dura a lungo): pubblicato postumo nel 1992, il testo ha inizialmente venduto 35mila copie ed è stato tradotto in una dozzina di lingue.
Althusser, nel testo, scrive la sua storia, racconta la sua depressione, le sue sofferenze, in un racconto autogiustificativo che dà alla vicenda il senso che lui gli attribuisce. Il libro fu presentato come un “testo sincero”, “salutato dagli intellettuali come un ‘capolavoro della letteratura autobiografica’”, scrive Dupuis-Déri, che lo considera come “spesso insignificante e in generale, disgustoso”.
Nella sua autobiografia, Althusser racconta che Legotien negli ultimi anni della sua vita aveva avuto idee suicide, quasi che lui avesse realizzato il sogno di lei.
Nel 1985 su Le Monde, il giornalista Claude Sarraute, parlando di un altro assassino, il giapponese Issei Sagawa, scrive: “Noi nei mezzi d’informazione, non appena vediamo un nome prestigioso coinvolto in un processo succoso, Althusser, […] ne facciamo un gran parlare. La vittima? Non merita due righe. Il protagonista assoluto è il colpevole”.
Un articolo di Der Spiegel del 1992 a proposito del racconto di Althusser del proprio crimine, scrive “Con chiarezza e in una prosa impeccabile, Althusser descrive un dramma interiore”. Sulla vittima, nemmeno una parola.
“È possibile confrontare le osservazioni empatiche su Althusser con quelle espresse in circostanze simili, ad esempio dopo l’omicidio dell’attrice Marie Trintignant nel 2003 da parte del compagno, il cantante Bertrand Cantat [dei Noir Désir]. In entrambi i casi, gli assassini erano uomini appartenenti all’élite intellettuale o culturale”, continua Dupuis-Déri, che cita la studiosa canadese Lucile Cipriani:
“Il discorso di un abusante può occupare tutto lo spazio, deviando totalmente l’attenzione dalla sofferenza della vittima a quella dell’abusante. […] Le disgrazie avvenute durante l’infanzia, i tormenti della gelosia e delle rotture, le ferite dell’ego, il mal di vivere e il desiderio di controllo di chi abusa delle donne sono regolarmente descritti dai media. […] La cultura garantisce uno spazio al discorso degli aggressori – un discorso [che] non solo distoglie l’attenzione dalla sofferenza delle vittime a quella dell’abusante, ma contribuisce a perpetuare la violenza”.
La spiegazione, accolta da tutti e tutte all’epoca, è quella della “follia” dell’omicida, tesi che Althusser stesso usa nella sua autobiografia. Un problema personale, singolare, quindi, che non si inscrive in alcuna pratica strutturale.
“Tanta fantasia per formulare ipotesi apparentemente sofisticate, ma anche tanto impegno per dimenticare un fatto relativamente semplice: filosofo o no, marxista o no, pazzo o no, Althusser non è né più né meno che uno dei tantissimi uomini che, ogni anno, uccidono la propria compagna o ex compagna. Questa trascuratezza delle regolarità e delle categorie sociali è un po’ eccessiva, visto che l’assassino era il teorico marxista più influente del suo tempo”, scrive Dupuis-Déri.
Althusser e il mascolinismo: il femminsimo come avversario ideologico?
Secondo il giornalista di Libération Robert Maggiori “per capire questa vicenda bisogna capire la grande influenza e il peso che Althusser aveva sul mondo intellettuale francese. (…) Era un guru (...) Nella Francia pre-68, [Althusser] esercitava una grande influenza. Régis Debray, Bernard-Henri Lévy, Alain Badiou, André Comte-Sponville… Erano tutti suoi discepoli; a volte tagliavano i ponti con lui in modo clamoroso. Essere althusseriani era come aderire a una religione. [Althusser] Ha officiato al tempo dei guru intellettuali: Deleuze, Derrida, Foucault”
“Negli anni Settanta in tutto il mondo, e in Inghilterra in particolare”, l’influenza di Althusser è stata fondamentale, nell’accademia ma anche nei gruppi politici della sinistra comunista, mi spega Michel Lacroix, docente presso il Dipartimento di studi letterari dell'Uqam.
“L’influenza di Althusser ha dato legittimità universitaria al marxismo, soprattutto con Lire le Capital (“Leggere Il Capitale”, 1965) e Pour Marx (“Per Marx”, 1965)”, aggiunge. “Althusser è stato uno dei pensatori più letti e più citati”, anche se oggi non è più così.
Lavorando negli archivi di Althusser all’Institut Mémoires de l'édition contemporaine (Imec) Michel Lacroix ha trovato due testi inediti del filosofo marxista. Ho potuto consultare entrambi grazie al suo aiuto e a quello di Francis Dupuis-Déri.
In questi scritti, Althusser parla del femminismo come un “movimento ideologico” che identifica l’uomo come principale responsabile dello sfruttamento della donna; questo movimento, ai suoi occhi, sta prendendo una “vendetta storica” e arriva al punto di “provocare la separazione fisica e sociale di certi gruppi di donne”.
Il teorico marxista continua sostenendo che si potrebbe avanzare l’ipotesi che “possa costituirsi ‘un’ideologia mascolinista’” che denunci “lo sfruttamento e l’oppressione secolare che la Donna impone all'Uomo”.
Francis Dupuis-Déri, che usa parte di queste citazioni nella postfazione del suo libro in inglese e tedesco, mi spiega che molto probabilmente si leggono come una reazione al femminismo radicale e in particolare a un testo di Christine Delphy, “L'ennemi principal” (Il nemico principale), uscito nel 1970 sulla rivista Partisans e diventato successivamente un libro.
Il testo di Althusser riesumato dai suoi archivi è un scritto antifemminista piuttosto classico, che dipinge gli uomini come vittime delle donne, ma il cui autore è un uomo che ha ucciso la propria compagna. Come scrive Dupuis-Déri, “oggi sappiamo bene a quali atti di violenza omicida possa portare un risentimento così pieno di vittimismo”.
In generale, nei circoli marxisti il femminismo era soprattutto visto come una questione secondaria (visione che fa ancora parte del discorso di alcuni gruppi politici) perché la prima battaglia era quella della classe operaia. “Se le femministe hanno dato vita a un proprio movimento è perché nei movimenti marxisti la lotta delle donne veniva sempre relegata a un ruolo secondario”, aggiunge sorridendo Lacroix. Da questo punto di vista l’"antifemminismo" di Althusser si inscrive nel paternalismo classico, nella gerarchia delle lotte, come per la "stragrande maggioranza dei marxisti dell’epoca”.
Ma, aggiunge Lacroix, “Althusser va oltre”. Quello che emerge è “l’impressione che l’antifemminismo primitivo che associamo al mascolinismo odierno potesse essere presente anche in un teorico di altissimo livello e di portata internazionale come Althusser: questo mostra una base patriarcale potente, ma anche qualcosa di forse nuovo: Althusser si inventa il mascolinismo”. Questo racconta, spiega lo studioso, una “sorta di terrore, di risentimento, che lo fa andare oltre punti di riferimento abituali”; Il femminismo non è più un “alleato secondario”, ma diventa un “avversario ideologico, una deviazione da combattere, ad ogni costo”.
Il mascolinismo è, secondo la definizione di Francis Dupuis-Déri, una “corrente antifemminista, basata sull'idea errata che gli uomini soffrano a causa delle donne, delle femministe e della femminilizzazione della società”, costruendo il mito (dal titolo dell’omonimo libro dell’autore) che esista una “crisi della mascolinità”. Questo non significa che ogni persona che aderisce a elementi del discorso mascolinista è pronta a uccidere; quello che è importante ricordarci, aggiunge Dupuis-Déri, è che, nella “logica globale del discorso e dell’ideologia mascolinista”, ci sono elementi che possono essere riutilizzati per giustificare dei femminicidi.
A seguito delle ricerche di Lucie Rondeau du Noyer, Nathalie Léger, direttrice dell’Imec, ha avviato un progetto volto a costituire un archivio Legotien all’interno del centro di ricerca.
Nel marzo 2023, alcuni studenti hanno ribattezzato la sala Aron “sala Hélène Legotien Rytmann; Resistente e sociologa; Vittima di un femminicidio all’Ens nel 1980”: in seguito, la direzione della scuola ha deciso di dedicare un’altra sala alla memoria di Hélène Legotien Rytmann: l’annuncio è stato dato il 25 novembre 2024 durante una cerimonia e i lavori sono in corso.
La sala dovrebbe essere aperta agli studenti dell’ENS nel corso dell’anno accademico 2026-2027.
* Questo articolo è pubblicato su Voxeurop nell'ambito del progetto PULSE e fa parte di una serie sul maschilismo e la violenza di genere.
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