TUTTI I COLORI di EMMA BONINOgionali Lazio 24-25

domenica, giugno 05, 2011

PerNonMollare News n. 11

per non mollare
Newsletter per l'azione liberale

"[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]" (Alexis de Tocqueville)

nuova serie - Anno I (A. XII) – n.  11 – 05 giugno 2011

"E' assurdo o meglio inconcludente vagheggiare un modo diverso di fare politica con attori e mosse diverse senza tener conto che per farlo bisogna mutare le regole che hanno creato quegli attori e predisposto quelle mosse"

Norberto Bobbio, "Il Futuro della Democrazia"

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APPUNTAMENTI

BOLOGNA 7/06/11 sede della Regione la filosofa Martha Nussbaum presenta il volume "Not for Profit"

MILANO 7/06/11 h. 17 Fondazione del Corriere della Sera conferenza della filosofa Martha Nussbaum

BOLOGNA 7/06/2011 h.: 18:00 Via del Borgo di San Pietro 1, angolo via Moline"Le Stanze" Cafè bistrot Presentazione del volume di Fredrik Segerfeldt "Acqua in vendita? Come non sprecare le risorse idriche" Partecipano : Carlo Stagnaro (Istituto Bruno Leoni), Michele Governatori (Radicali Italiani) e Andrea Caselli (Comitato 2 SI' per l'acqua bene comune) Modera: Paolo Giacomin (QN - Il Resto del Carlino). Organizzazione: Istituto Bruno Leoni - Associazione Radicali Bologna

MILANO 14/06/2011 h. 13,30 Via del Carmine, 8 Palazzo Cusani 2nd Conference IW Koln – Istituto Bruno Leoni Seminar on Healthcare and Market. Intervengono, tra gli altri Nicola Rossi, Istituto Bruno Leoni, Alberto Mingardi, Istituto Bruno Leoni, Gunther Neubauer, IFG, Munich University, Francesco Forte, Università di Roma La Sapienza , Carlo Stagnaro, Istituto Bruno Leoni , Dominik Enste, IW Köln, Andrea Battista, AVIVA, Cristiano Gori, London School of Economics,: Karen Horn, IW Köln, Jasmina Kitanovic, IW Köln, Serena Sileoni, Istituto Bruno Leoni ,Fabrizio Gianfrate, Università di Ferrara  e Karen Horn, IW Köln

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FONDAMENTALE ANDARE A VOTARE

Personalmente ritengo fondamentale andare a votare per tentare di raggiungere il quorum della partecipazione al referendum. Ritengo indispensabile l'esercizio di questo diritto visto che il regime da sempre, e per ultimo anche il governo di centrodestra di Silvio Berlusconi, ha osteggiato questo strumento costituzionale di partecipazione politica dei cittadini. Anzi proprio l'avversione del regime nei confronti di questo istituto può essere ritenuta una delle cause principali del disinteresse nei confronti della politica.

Ricordiamo che solo negli anni '70 dello scorso secolo, dopo oltre vent'anni dalla promulgazione della Costituzione repubblicana del 1947, furono emesse le norme per permettere l'esercizio di questo diritto da parte dei cittadini. Il che vuol dire che la volontà di sottrarre questo diritto risale sin dalla fondazione della nostra Repubblica: perciò il comportamento del governo Berlusconi è conforme alla tradizione. Anzi il regime partitocratico dette vita alla normativa di attuazione con il tacito scopo di farla svolgere una sola volta, quale contropartita concessa ai clericali per l'approvazione da parte del Parlamento della legge sul divorzio. I radicali pannelliani, però, ruppero le uova nel paniere utilizzando lo strumento referendario come mezzo di lotta al regime. Infatti il costituente aveva previsto il voto referendario come contrappeso al voto parlamentare, proprio per contrastare il pericolo della dittatura di assemblea. La partitocrazia, anche in questo caso, è stata più forte della Costituzione formale per cui è riuscita a depotenziare quello strumento politico. Per questo andare a votare al referendum è una manifestazione antipartitocratica.

Personalmente andrò a votare due sì e due no.

Voterò no sul quesito riguardante la legge, demagogicamente definita, per la "privatizzazione dell'acqua" in quanto quella legge riguarda non solo l'acqua ma anche altri servizi pubblici locali di rilevanza economica, come i trasporti e la nettezza urbana. Non solo, ma non riguarda la "privatizzazione" di nulla. L'acqua resta comunque un bene pubblico al quale tutti hanno diritto. Quello che prevedono le norme da abrogare riguarda l'introduzione del principio della gara per l'affidamento della gestione dei predetti servizi pubblici, che crea un'ostacolo alla lottizzazione di quei servizi da parte dei potentati politici locali. Forse è per questo che il Presidente leghista della Regione Veneto ha dichiarato che voterà per l'abrogazione di quelle norme. Per rendere più difficile la lottizzazione partitocratica dei servizi pubblici locali è necessario votare no.

Il secondo no lo manifesterò sul secondo quesito riguardante la gestione dei servizi idrici. Sì, il secondo riguarda esclusivamente l'acqua e riguarda il principio della remunerazione del capitale investito. In fondo è stata conseguenza della defiscalizzazione dei servizi pubblici. Da qualche parte dovranno pervenire dei capitali per l'esercizio del servizio idrico. Se i capitali non provengono dalle tasse è necessario che provengono da qualche altra parte. Per non incrementare la pressione fiscale per remunerare i servizi idrici è necessario votare no.

Il primo sì lo manifesterò sulla legge che definisce il legittimo impedimento a comparire all'udienza da parte del presidente del consiglio e dei suoi ministri. E' incomprensibile questa guarentigia nei confronti del potere esecutivo mentre il potere legislativo non l'avrebbe. E' pur vero che oggi il potere legislativo è alla mercé del potere esecutivo, ma questo non giustifica la disparità di trattamento neanche sostenendo la tesi della difesa dell'autonomia della politica quale contrappeso all'autonomia della magistratura. Dire sì significa osteggiare una disparità di trattamento non compatibile con una democrazia liberale.

Il secondo sì lo manifesterò sul "nucleare". Ribadisco la mia contrarietà alla energia nucleare perché prefigurerebbe, tra l'altro, un modello di società in cui l'efficienza economica non è congiunta con la libertà individuale. Infatti la militarizzazione del territorio diventerebbe inevitabile. Dire sì significa, perciò, anche rifiutare il modello cinese per lo sviluppo economico. (bl)

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LETTURE

BERNARD MANIN "PRINCIPI DEL GOVERNO RAPRESENTATIVO" Il Mulino, Bologna 2010

CRISI DELLA DEMOCRAZIA?

"Oggi…le strategie elettorali dei candidati e dei partiti sono basate sulla costruzione di immagini vaghe, in cui svolge un ruolo preminente la personalità dei leader. …Coloro che oggi si muovono nei circoli politici sono distinti dal resto della popolazione per via della loro occupazione, della loro cultura e del loro modo di vivere. La scena pubblica è sempre più dominata dagli specialisti dei media, dai sondaggisti e dai giornalisti, che possono essere considerati come un'immagine tipica della società. Generalmente i politici raggiungono il potere grazie alle loro abilità mediatiche, e non perché assomiglino ai loro elettori dal punto di vista sociale o siano vicini a essi. Il solco fra il governo e la società, fra i rappresentanti e i rappresentati, sembra allargarsi."

Così il politologo americano Bernard Manin descrive lo stato presente del "governo rappresentativo". C'è da chiedersi se la democrazia sia in crisi. Ossia se il regime rappresentativo in vigore negli USA, in Inghilterra è in Francia è destinato ad essere superato?

Manin sostiene che il governo rappresentativo – ossia quello in cui nessuna proposta può acquisire la forza di decisione pubblica senza il consenso della maggioranza (Locke) – ha subito significativi cambiamenti, in particolare durante la fine del XIX secolo e l'inizio del XX secolo. Infatti a quel tempo risale la trasformazione del governo rappresentativo dalla democrazia dei "notabili" alla democrazia dei "partiti". Allora si parlò di crisi, mentre l'esperienza del secolo XX fa affermare a Manin che si è trattata di una metamorfosi. Democrazia era quella dei "notabili", democrazia è stata quella dei "partiti". Anzi la nuova forma del governo rappresentativo, che ha visto la centralità dei partiti di massa, "fu interpretata,…con accenti tocquevilliani, come un passo nell'avanzata irresistibile dell'eguaglianza e del governo popolare."

Secondo Manin vi sarebbe una simmetria tra la situazione presente e quella della fine della democrazia dei notabili, perciò esclude la crisi della democrazia e parla di metamorfosi. Così come alla democrazia dei notabili è succeduta la democrazia dei partiti, oggi alla democrazia dei partiti sembra succedere una terza forma di governo rappresentativo, da qualificarsi comunque "democratica".

Manin per sostenere la tesi della "metamorfosi" del governo rappresentativo parte dalla descrizione di quattro principi, invariabilmente osservati, da quando questa forma di governo è stata inventata.

"1. Coloro che governano sono designati attraverso elezioni a intervalli regolari. 2. L'attività decisionale di coloro che governano mantiene un certo grado di indipendenza dai desideri dell'elettorato. 3. Coloro che sono governati possono dare espressione alle loro opinioni e ai loro desideri politici senza essere soggetti al controllo di coloro che governano. 4. Le decisioni pubbliche sono sottoposte alla prova del dibattito."

Questi principi sono riscontrabili sia nella democrazia dei "notabili" che in quella dei "partiti".

E oggi cosa succede? Secondo il politologo americano la metamorfosi in atto sta trasformando la democrazia dei "partiti" in una terza forma del governo rappresentativo ove nell'elezione dei rappresentanti hanno importanza gli esperti di media, ove la parziale autonomia dei rappresentanti è conseguenza dell'elezione basata sull'immagine del candidato, ove i sondaggi di opinione e i movimenti sociali sono il frutto della libertà dell'opinione pubblica e il dibattito nei media e la mobilità elettorale conseguono alla discussione, mezzo indispensabile per raggiungere il consenso della maggioranza.

Ilvo Diamanti, nella introduzione al libro di Manin, vede nel "berlusconismo" la forma italiana di questa terza metamorfosi. Pertanto dice che la lettura di questo libro serve a comprendere non solo i principi della democrazia ma anche il "berlusconismo".

E se il berlusconismo, invece di essere la forma italiana della terza metamorfosi del governo rappresentativo, fosse una nuova forma di partitocrazia, ossia della degenerazione italiana della democrazia dei "partiti" conseguente alla crisi del secondo decennio del secolo XX?

Mi fa sorgere questo dubbio una manchevolezza che ho riscontrato nel saggio di Manin. Non c'è una minima attenzione alle leggi elettorali. Il sistema elettorale maggioritario ad un solo turno in collegi uninominali, ad esempio, favorisce la designazione dei governanti piuttosto che la "dittatura dell'assemblea parlamentare"? E la "dittatura dell'assemblea parlamentare" può essere inclusa nella categoria del "governo rappresentativo"? Scriveva Montesquieu ne "Lo spirito delle leggi": "Le leggi che stabiliscono il diritto di suffragio sono fondamentali". (bl)

INDICE: Prefazione di Ilvo Diamanti – Introduzione – I. Democrazia diretta e rappresentanza: la selezione dei governanti ad Atene – II. Il trionfo delle elezioni – III. Il principio di distinzione – IV. Un'aristocrazia democratica – V. Il verdetto del popolo – VI. Metamorfosi del governo rappresentativo – Conclusioni – Postfazione. La democrazia del pubblico rivisitata.

PIERO CALAMANDREI "COSTITUZIONE E LEGGI DI ANTIGONE" Sansoni, RCS libri S.p.A. Milano 2004

SCRITTI E DISCORSI POLITICI

In occasione delle celebrazioni del 25 aprile e del 1 maggio, molti si sono impegnati nel "difendere la Costituzione del 1948" minacciata dalle riforme costituzionali proposte dal Governo Berlusconi.

Piero Calamandrei è stato uno dei costituenti, e da giurista e da cittadino è stato impegnato a scrivere la carta fondante la nostra repubblica. Eppure sin da allora vedeva molte pecche in quella carta fondamentale. Infatti la denunciava poco chiara.

Dice l'art. 41 <<L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza , alla libertà, alla dignità umana...>> Questo è proprio la formulazione ambigua che Calamandrei sottolineava. E' una formulazione liberale contraddetta da principii socialisti. "Vi è - scrive il nostro - una quantità di articoli che figurano di andare d'accordo, ma che in realtà si elidono". Ci sono, dice Calamandrei, altri articoli che non sono norme perché non prescrivono ma promettono. E le promesse sarebbero state meglio in un preambolo che mescolate alle norme. Prendiamo l'art. 32 <<La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti...>> Questo ed altri articoli confrontati non solo con la realtà del dopoguerra ma anche con quella contemporanea sembrano, dice Calamandrei, formulati per "sabotare la Costituzione stessa". Perché? Perché il discredito delle leggi, lasciato dal fascismo all'Italia, ha attutito il senso di legalità, e <<bisogna evitare che nel leggere questa nostra Costituzione gli italiani dicano "non è vero nulla">>.

Calamandrei fece uno splendido discorso contro l'inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione. (Anche Benedetto Croce richiamò, nel suo breve intervento, il discorso di Calamandrei.) L'art. 7 votato da democristiani e comunisti (oltre ad alcuni qualunquisti e da qualche liberale) ha costituito la "repubblica dei preti" di cui ci lamentiamo anche in questi giorni.

Infine voglio ricordare che Calamandrei sosteneva il presidenzialismo piuttosto che il parlamentarismo, proprio per tentare di rafforzare l'esecutivo nei confronti delle richieste dei troppi partiti.

Cosa voglio dire, in conclusione. La miglior difesa dei principii costituzionali non è quella di arroccarsi in una posizione di sterile conservatorismo di fronte ai pasticci del governo, ma è quella di riprendere l'insegnamento di padri come Calamandrei e sostenere la necessità di una nuova assemblea costituente anche per adeguare la Carta Costituzionale ai nostri tempi. (bl)

Sommario: Introduzione - I. "Le leggi di Antigone" e i diritti di libertà - II. Costituente e Costituzione - III. Sul parlamentarismo - IV. Istruzione e democrazia - Note - Calamandrei, oggi - di Alessandro Galante Garrone  -Nota biografica  - Indice dei nomi

MASSIMO TEODORI "RACCONTARE L'AMERICA" Oscar Mondadori, Milano 2005

DUE SECOLI DI ORGOGLI E PREGIUDIZI

Faccio parte di una generazione che è cresciuta con il mito U.S.A. Rock 'n roll e western hanno nutrito i primi anni di gioventù ed Hemingway e Tocqueville hanno fatto il resto. Negli anni della guerra nel Vietnam ero a disagio perché, fan di Bob Dylan e Joan Baez, non capivo perché il giovane americano, che amava i Beatles e i Rolling Stones, dovesse andare in estremo oriente a combattere i viet-cong. E dire che Kennedy e Jhonson, democratici, hanno coinvolto gli U.S.A. nella guerra mentre il repubblicano Nixon non solo ha tirato fuori dal pantano i marines ma ha contribuito alla distensione addirittura col dare credito alla Cina comunista.

Il pianeta U.S.A. è pieno di contraddizioni. E' la terra della libertà ma è anche la terra della deportazione di migliaia di cittadini statunitensi colpevoli di avere delle ascendenze giapponesi, è la terra della caccia alle streghe "comuniste" e di "Guantanamo" ma è anche la terra dove si mette sotto accusa il proprio Presidente grazie alla libertà di stampa. E' la terra dove si applica la pena di morte ma dove è possibile che i gay si sposino.

Lasciarsi raccontare l'America da Massimo Teodori è un piacere, è un piacere soprattutto per chi vuole superare i pregiudizi antiamericani, tanto in voga qui in Europa.

Teodori non esalta le luci e non nasconde le ombre che la storia degli U.S.A. proietta sul mondo contemporaneo. Di qui la necessità di un soggetto politico europeo, cui gli stessi americani hanno contribuito a far nascere, che può svolgere un ruolo da partnership con l'unica superpotenza del pianeta oggi presente.

Si tratta di una lettura radicalmente liberale, ed è per questo che è piaciuto a chi, per autodefinirsi, fa ricorso alla categoria del "liberale immoderato". (bl).

SOMMARIO: Una nota per cominciare – parte prima: Caratteri dell'America. I Il successo americano II La gente III Gli immigrati IV La civiltà industriale V Crisi e trasformazione – parte seconda : Società e cultura VI Religione e società VII Chiese e politica VIII Neri: integrazione e separazione IX Le classi medie X I ricchi, i poveri e l'americano medio – parte terza : Politica e istituzioni XI Il genio della politica americana XII Presidenti e potere XIII Giustizia e politica XIV Libertà e diritti civili XV Il sistema politico dopo il 2004 – parte quarta: L'America e il mondo XVI L'America e gli altri XVII Gli Stati Uniti nel bipolarismo XVIII Stati Uniti e Italia XIX L'antiamericanismo XX Dopo l'11 Settembre – Una riflessione per finire – Appendici: a) Cronologia b) La Costituzione degli Stati Uniti d'America c) Le elezioni presidenziali – Note – Per saperne di più – Indice dei nomi

NELLO ROSSELLI "MAZZINI E BAKUNIN" Einaudi, Torino 1967

DODICI ANNI DI MOVIMENTO OPERAIO IN ITALIA (1860-1872)

Alle volte gli anniversari sono utili per scoprire aspetti trascurati di personaggi notissimi. Il bicentenerio della nascita di Giuseppe Mazzini mi ha permesso di scoprire un bel libro scritto da Nello Rosselli nel 1927. Anzi è l'elaborazione della tesi di laurea che gli fece sudare sette camicie. Infatti varie bozze le fece leggere a Gaetano Salvemini che, con severità, segnalò le imperfezioni nella ricerca del giovane studioso. (Salvemini, tra l'altro, lesse anche la tesi del fratello Carlo , che fu poi trasfusa nel famoso saggio "Socialismo liberale"). Fu Salvemini stesso che aveva indirizzato il giovane (anche Ernesto Rossi, al tempo, frequentava lo storico fiorentino) ad approfondire il periodo successivo al 1860 della vita di Giuseppe Mazzini che morì a Pisa, nel marzo del 1872, ospite di un prozio dei fratelli Rosselli.

Mazzini era il "rivoluzionario" per antonomasia, però dopo il 1860 il suo mito cominciò ad offuscarsi. Forse il raggiungimento dell'unità e dell'indipendenza dell'Italia, lo aveva reso moderato e forse riformista. Aveva tentato di egemonizzare l'associazione internazionale dei lavoratori, ma Marx era riuscito a far prevalere la sua linea politica e gli aveva spedito tra i piedi Bakunin per indebolirlo in Italia. Infatti in Italia il movimento operaio era soprattutto mazziniano, per cui la soluzione della questione politica (unità e indipendenza dell'Italia) sarebbe stata condizione necessaria per risolvere la questione sociale. Ed ora mancavano ancora Roma e Venezia per risolvere la questione politica. Bakunin, ancora non rivale di Marx, sostenendo la primazia della questione sociale, riuscì a sottrarre consensi ai mazziniani e dall'Italia poté lanciare la sfida anarco-collettivista all'egemonia marxista dell'Internazionale.

Mazzini appannò il suo mito rivoluzionario soprattutto in occasione della "Comune di Parigi" (1871). In quella occasione Mazzini manifestò la propria ostilità a quella fiammata rivoluzionaria. <<Mazzini, nello sforzo di conseguire il fine, imponeva all'individuo una serie di doveri, ossia di limitazioni della sua libertà e lo costringeva in una serie di entità collettive, che dalla famiglia andavano all'umanità, alle cui leggi doveva piegarsi.  Gli uomini della Comune intendevano invece adattare quelle entità all'individuo. - Scrive Rosselli - Alla nazione unitaria di Mazzini si contrapponeva la federazione dei liberi comuni; al suo convincimento aver Dio assegnato ad ogni singola nazione il compimento di una missione, si contrapponeva l'aspirazione a un afratellarsi generale dei popoli, nella rinuncia a ogni differenziazione.>>

Il mito del rivoluzionario Mazzini fu offuscato anche dalla rivalità con Giuseppe Garibaldi. Quest'ultimo, pur confusionario, ebbe la meglio in quanto continuava a tuffarsi in ogni nuova avventura.

Il partito d'azione mazziniano e garibaldino, in realtà fu l'apripista per il successo, nella classe operaia, del partito socialista . (bl)

SOMMARIO: Prefazione di Leo Valiani - Nota bibliografica - I. L'ambiente sociale, - II. Movimento operaio e propaganda mazziniana dal 1860 al 1864 - III. L'origine dell'Internazionale. Bakunin in Italia - IV. Anni di crisi (1868/1870) - V.La Comune di Parigi - VI. Ultime lotte di Mazzini contro l'Internazionale

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ARRESTO MLADIĆ

BONINO: TRIONFO DELLA GIUSTIZIA SULLA VIOLENZA

Da www.radicali.it 26/05/2011

Dichiarazione di Emma Bonino, fondatrice di Non c'è Pace Senza Giustizia e Vecepresidente del Senato.

Come Non c'è Pace Senza Giustizia e Partito Radicale Nonviolento

Consideriamo l'arresto del generale Ratko Mladić, il segno tangibile del prevalere della giustizia sulla violenza e sull'impunità, oltre che un passo avanti cruciale nel processo di normalizzazione della ex-Jugoslavia. Durante tutti questi anni di latitanza di Mladić, abbiamo sempre sostenuto la necessità che il Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia rimanesse in funzione finché il generale non fosse stato tradotto all'Aja per rispondere delle accuse a suo carico.

Agire altrimenti sarebbe stato un affronto non solo alla memoria delle migliaia di vittime della strage di Srebrenica del luglio 1995, ma di tutte quelle che nel mondo hanno perso la vita per atti di violenza ispirati dall'odio etnico. La determinazione di quanti hanno lavorato per veder arrivare questo giorno, che hanno fatto sì che la Serbia cooperasse con le strutture del Tribunale e con gli altri Stati della ex Repubblica Federale, è stata finalmente ripagata.

Questo però è solo l'inizio. Adesso occorre mettere il Tribunale Penale nelle condizioni anche finanziarie di celebrare il processo, di far fronte agli eventuali ricorsi e di fare tutto il necessario affinché le vittime, in Bosnia come in Serbia o altrove, possano seguire gli sviluppi in sede giudiziaria e avere la percezione che la giustizia sta facendo il suo corso.

L'arresto di Mladić è il segno della nuova Serbia europea che si affaccia al mondo, un successo che spezza la catena d'impunità che la teneva ancorata ad un passato di violenze sanguinose, permettendole di procedere verso il suo meritato futuro di Paese democratico.

Con Non c'è Pace Senza Giustizia e il Partito Radicale Nonviolento siamo convinti che il processo del generale Mladić dimostrerà che la violenza non può più prevalere oltre sulla giustizia.

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MARCO PANNELLA

LE RAGIONI DI UN SATYAGRAHA

Da da http://notizie.radicali.it/articolo/2011-05-31/intervista/le-ragioni-di-un-satyagraha

31-05-2011

Sul numero 6 di giugno del mensile "Confronti" pubblica una lunga intervista a Marco Pannella curata dal direttore, Gian Mario Gilio.

D.: Quali sono i motivi che la spingono a un nuovo sciopero della fame?

R.: "Innanzitutto vorrei partire da alcune premesse. Nel 1978, per paura della nostra campagna e dei referendum che avevamo proposto, il Parlamento fece passare la legge 194 sull'aborto e noi radicali votammo contro per via dei suoi aspetti statalisti che prevedevano solamente la la sanità pubblica e obiettori di coscienza interni. Poi la chiusura dei ghetti manicomiali, sempre nello stesso anno. Anche in questo caso venne approvata una legge e votammo contro, ma non perché non l'approvassimo. Erano iniziative nostre, ma il Parlamento per evitare che si potessero approvare tramite referendum, preferiva farle approvare per legge modificandone però alcuni impianti per noi dirimenti. Per ben cinque volte, per impedire la tenuta dei referendum (la legge definiva che non ci potessero essere nello stesso anno referendum ed elezioni politiche), si sono concluse le legislature in modo anticipato. Ma, passate le elezioni, avveniva che le leggi venissero approvate prima di andare al voto referendario, dunque approvate ma in modo meno radicalmente chiaro di come noi avremmo voluto. Tuttavia riuscimmo a far ottenere il nuovo diritto di famiglia, a parte il fatto creativo che ebbe il divorzio…l'aborto venne approvato da DC e PCI e come dicevo, noi votammo contro, proprio perché per noi era fondamentale affidare al popolo, con il referendum, la decisione su un tema così importante. Poi ricordo il voto ai diciottenni…ormai l'obiettivo referendario comporta sempre più la difesa giuridica del referendum stesso. Altrimenti si parla di piccoli plebisciti, proprio per come è avvenuto per la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, che vide un impegno massiccio per l'astensione (che nel 2005 fece mancare il quorum e quindi fallire il referendum), invece di poter decidere per un sì o per un no.

Per venire alla domanda, il mio Satyagraha ha molti obiettivi e tutti legati in modo non artificioso alle battaglie che oggi si presentano. Il mio Satyagraha, amore e forza, ha l'obiettivo di far emergere la verità. Naturalmente non una verità con la V maiuscola. Il primo punto riguarda il fatto che le elezioni in Italia sono illegali secondo gli standard internazionali. La legalità, dunque. Noi siamo sempre stati coerenti e da trent'anni abbiamo cercato di dimostrare come devono essere raccolte le firme, come deve maturare una consapevolezza, un confronto. Prendiamo ad esempio l'eutanasia: in Italia da trent'anni i sondaggi ci dono che gli italiani sono favorevoli, così come per il testamento biologico. Ma su questi temi non si è mai arrivati a un referendum popolare. L'altro mio obiettivo riguarda un'altra verità storica. La guerra in Irak del 2003 è scoppiata per colpa di due traditori dei propri giuramenti rispetto ai propri paesi, come Blair e Bush. Si sarebbe riusciti, secondo il nostro programma, con e grazie alla pace ad arrivare alla democratizzazione grazie all'esilio di Saddam Hussein; esilio che lui avrebbe accettato. Quella guerra che ha provocato centinaia di migliaia di morti, direi due milioni, si poteva evitare. Va avanti dunque quell'analfabetismo che vede oggi la Libia sotto attacco. Una consapevolezza che oggi vedo anche in Obama, anche se mi impressiona molto il fatto che negli ultimi discorsi, per la prima volta il presidente americano abbia citato per ben tre volte la parola nonviolenza.

L'altro tema che ho a cuore è quello delle carceri italiane e della giustizia, una giustizia più repellente di quella del sessantennio partitocratrico e del ventennio precedente. Le caratteristiche ideologiche di banalità del male oggi sono tremende, sono dei veri e propri nuclei di Shoah. E non abbiamo torturatori, siamo tutti torturati, al limite possiamo usare l'interpretazione di Anna Harendt, sul personaggio atroce che si giudicava. Sei anni fa abbiamo cominciato a denunciare questa deriva con l'esposizione di una stella gialla sui nostri petti come monito. La democrazia è sempre più rovinosamente "democrazia reale" in Israele, in Italia e credo – e questo mi spaventa – anche in Inghilterra e Stati Uniti. La maggioranza dei conservatori che oggi governano, a parte i liberaldemocratici, marginali, continuano a difendere la ragion di Stato invece del senso dello Stato coprendo tutto ciò che viene nascosto negli archivi, compresa la prova che Bush è stato un traditore".

D.: Per quanto riguarda le carceri, qual è a suo avviso una possibile soluzione al sovraffollamento e ai suicidi?

R.: "Semplicemente rispettare la legge. Dirò di più: rispettare ciò che è stabilito dalla legge europea. Per esempio la metratura delle celle per densità di detenuti, e la legge italiana sarebbe pure più tollerante in materia di metri cubi da destinare a ogni singolo carcerato. Ancora: un buon terzo di detenuti probabilmente tra qualche anno uscirà da innocenti perché così ritenuti alla fine del processo; dunque sarebbe necessario abolire il carcere preventivo. Prosegue la criminalizzazione di comportamenti sociali diffusi come l'utilizzo di sostanze stupefacenti, facendo prevalere l'idea di un flagello; sull'aborto, noi rischiando, dicemmo che il flagello sociale era l'aborto clandestino, come sosteneva l'Organizzazione Mondiale della Sanità; e in tre anni siamo riusciti a far diminuire sensibilmente questa tragedia sociale storica. Il proibizionismo sulle droghe, in tutto il mondo, in Afghanistan, in Messico, in Italia, crea danni visibili a tutti".

D.: Che cosa mi può dire dei diecimila detenuti in carcere per reato di clandestinità?

R.: "Su questo tema siamo in aperto dibattito anche con la vicina Francia. Ci troviamo di nuovo contro la legge, contro la legalità internazionale. Come radicali stiamo chiedendo da tempo di monitorare con i sistemi satellitari il Mediterraneo per individuare la presenza di barche dirette in Italia che purtroppo troppo spesso non arrivano, concludendo il viaggio in fondo al mare. Questo non è mai stato fatto e noi ancora oggi non sappiamo quante decine di migliaia di persone sono sepolte in mare. Il problema delle carceri è dunque transnazionale. All'inizio del '76 ottenemmo una legge di depenalizzazione del consumo di droghe leggere che fece uscire undicimila detenuti; oggi, se togliessimo il reato di clandestinità, oltre ad abolire una legge iniqua e illegale, risolveremmo il problema di diecimila persone che sovraffollato le nostre carceri".

D.: Il libro che le ha dedicato Valter Vecellio, "Biografia di un irregolare", è molto interessante, forse proprio perché la sua vita è un'avventura. Fatta di incontri e di battaglie per la giustizia, per i diritti di tutte le minoranze. Molti personaggi importanti hanno detto di lei cose fuori dell'ordinario. Sartre si diceva affascinato, e Ionesco si iscrisse al Partito Radicale senza conoscerlo, sulla sua parola. Per Eco "lei ha insegnato agli italiani come si fa a diventare liberi, e soprattutto a meritarselo". Per Montanelli lei era un figlio discolo, un giamburrasca devastatore, "ma in caso di pericolo e di carestia, Pannella sarà il primo ad accorrere in soccorso". Su di lei si è davvero scritto e detto di tutto. Lo storico Giorgio Spini arrivò a dire: "Pannella è considerato alla stregua di un lebbroso. Sono convinto che uomini come lui siano scelti come strumenti di Dio per fare vergognare la mia Chiesa evangelica, le sue infinite mancanze di coraggio e di coerenza". Baget Bozzo l'ha addirittura definita un "profeta cristiano"…

R.: "La frase di Spini l'ho udita ad un convegno a Genova, poi è stata riportata negli atti dello stesso convegno, era il 1972, in occasione di un'assemblea contro il Concordato. Era il periodo in cui l'abate di San Paolo, Giovanni Franzoni era per l'abrogazione. Un'avventura, anche quella di Franzoni, davvero straordinaria. Solo dieci anni dopo la frase di Spini, che mi è stata ricordata, mi ha toccato profondamente e mi ha lusingato, all'epoca non avevo completamente colto il significato di quelle parole. Così come le parole di Baget Bozzo. In quel tempo raccoglievo adesioni emotive sia da parte cattolica che evangelica che ebraica, come avvenuto con Marek Halter. In pratica mi veniva riconosciuta la capacità di "predicare" nudo la parola, di portare un messaggio. Mi viene in mente la figura di Isaia evocata da Halter. La radicalità, e in qualche modo il fatto di essere "credenti", ha probabilmente spinto a tali dichiarazioni. Ma a quel tempo non c'era in me la volontà, forse inconscia, di sentirmi accreditare di ruoli di tale portata come "scelto da Dio" o "profeta".

D.: Qual è la crisi che oggi attraversano i nostri partiti, così distanti dalla società civile?

R.: "Ritengo che la classe dirigente della sinistra, tranne piccole minoranze, in cinquant'anni non abbia mai lottato davvero per la democrazia e la libertà. Dal '47 si è assistito, quasi da subito, a una lotta tra potenti, tra ceto dirigente. Fu infatti la classe dirigente della Resistenza ad aver ereditato case e palazzi romani di splendida bellezza, così come i sindacati che ereditarono, come i partiti, gli edifici fascisti. Tutte organizzazioni del welfare senza libertà. E il fascismo fu welfare senza libertà. Bersani (con il quale ho avuto sempre un buon rapporto) e il suo partito hanno fatto errori pari a quelli di Berlusconi. Ma almeno Berlusconi partiva da una condizione che definirei di gradimento popolare. Inoltre siamo arrivati ad un livello di tale volgarità politica che non porterà a nulla di buono. La sinistra continua a sbagliare strategia e invece di attaccare su questioni palesemente criticabili, spesso tende a difendersi dalle provocazioni.

Poi dobbiamo ricordare che sociologicamente, storicamente, sono presenti ramificazioni interne anche a schieramenti diversi, così come avviene ad esempio tra Bersani e Formigoni che hanno insieme legami con la Compagnia delle Opere sia lombarde che emiliane, e questo in un certo senso li rende soci, alleati, e spiega anche il fatto che siano stati noi a dover intervenire per far emergere la "peste lombarda" per porre il problema a Formigoni sulla raccolta di firme false in occasione della sua elezione. Non lo hanno fatto, come sarebbe stato ovvio, i colleghi del PD. La storia istituzionale italiana è stata formalmente una storia di regime che si difende dal Partito Radicale, illuminista, azionista, liberale, antinazionalista… un nemico da ostacolare. Questa condizione spesso non ci permette di poter dare il contributo che vorremmo dare al nostro Paese".

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COMUNICATO STAMPA

UNIONE CAMERE PENALI

Non più solo parole

L'Unione delle Camere Penali Italiane denuncia da tempo la drammatica situazione delle carceri italiane. Il sovraffollamento cresce senza che ancora alcun serio provvedimento venga avviato per fronteggiare quella che non è più una emergenza ma una cronica condizione.

Come conseguenza del sovraffollamento cresce anche il numero dei suicidi, segnale drammatico delle condizioni di disagio fisico e psichico in cui vivono i detenuti.

L'Unione ha più volte ribadito, anche negli ultimi anni, la necessità di predisporre iniziative legislative idonee a tutelare i diritti dei detenuti nelle carceri italiane e a contenere il sovraffollamento.

Il Governo e gran parte della politica sono sordi a queste richieste.

Marco Pannella è in sciopero della fame da oltre un mese anche per denunciare le incivili condizioni delle carceri.

La Giunta dell'Unione delle Camere Penali Italiane ha deliberato di far propria l'iniziativa del leader radicale e indice uno sciopero della fame: inizierà l'1 giugno il presidente Valerio Spigarelli e a staffetta coinvolgerà ogni giorno tutti i componenti di Giunta.

Con analoghe modalità il coordinatore Alessandro De Federicis e gli altri componenti dell'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penali Italiane hanno aderito all'iniziativa della Giunta e intraprenderanno questa stessa forma di protesta.

Roma, 31 maggio 2011

La Giunta

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«TRATTARE I TOSSICODIPENDENTI COME PAZIENTI E NON CRIMINALI»

IL PROIBIZIONISMO E' DANNOSO

di ALESSANDRO DE PASCALE da TERRA del 03/06/11

«Trattare i tossicodipendenti come pazienti e non criminali», perché la, droga è «una questione sanitaria», Serve «un cambio di paradigma, è imperativo cambiare la strategia della war on drugs», poiché «la violenza e il crimine organizzato intorno al traffico di droga, peggiora giorno dopo giorno».Col risultato paradossale che ormai si è arrivati alla «criminalizzazione della, politica.» e alla «politicizzazione del crimine». A dirlo non sono i soliti antiproibizionisti ma la Commissione globale per le politiche sulla droga, composta da importanti personalità del mondo politico e civile internazionale, nel suo rapporto presentato ieri a New York.

Giusto per fare qualche nome, dell'organismo fanno parte l'ex presidente dell'Onu Kofi Annan, il già commissario Ue Javier Solana, l'ex segretario di Stato Usa George P. Schultz, il già presidente della Fed Paul Volcker, il Nobel perla letteratura Vargas Ilos, il già premier greco George Papandreu e quattro ex presidenti: Ernesto Zedillo (Messico), Fernando Cardoso (Brasile), Cesar Gaviria (Colombia) e Ruth Dreifuss (Svizzera).

È l'organismo di più alto livello che si sia mai pronunciato sulla questione droga. Ai governi chiede di «reinquadrare la repressione contro la coltivazione di droghe illecite; cambiare lo status dei tossicodipendenti da acquirenti di droga sul mercato illegale a pazienti che la sanità pubblica deve prendere in carico; decriminalizzare la detenzione a uso personale e il piccolo spaccio; reindirizzare le strategie repressive solo sulla lotta senza, sosta, contro il crimine organizzato» che sta trasformando molti Paesi in "narcoStati". Il tutto attraverso «forme di regolarizzazione e legalizzazione della coltivazione, produzione e distribuzione» delle sostanze visto che «non fanno aumentare il consumo», per «minare il potere delle organizzazioni criminali e salvaguardare la salute e la sicurezza dei cittadini».

Peccato che i governi siano ancora concentrati in «futili strategie di riduzione dei consumi» che «distraggono da investimenti più efficaci ed efficienti». A partire dalla riduzione del danno: stanze del buco, distribuzione di siringhe, somministrazione controllata di eroina ai consumatori cronici. Anche per Carel Edwards, fino al 2010 direttore dell'Unità di coordinamento sulle droghe della Commissione europea, «la repressione non funziona» e l'Europa «si sta, lentamente avviando verso politiche più liberali sulle droghe».

Anche se l'Osservatorio sulle droghe dell'Ue, registra «notevoli disparità nell'accesso all'assistenza in Europa, col trattamento talvolta meno disponibile per chi ne ha maggior bisogno». Il consumo di oppiacei per l'Onu è salito del 35 per cento in 10 anni, raggiungendo quota 17,35 milioni, quello di cocaina del 27 (17 milioni) e di cannabis dell'8,5 per cento (160 milioni). Soltanto in Italia «le narcomafie guadagnano grazie alle droga proibita oltre 20 miliardi di euro, mentre quattro milioni sono i consumatori trasformati in criminali, 250mila gli spacciatori e 28mila i detenuti per violazione della legge sugli stupefacenti», attacca il segretario dei Radicali, Mario Staderini. «Il proibizionismo e la repressione di massa, che non funzionano e non convengono, stanno provocando immensi costi civili, economici e sociali».

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ANNIVERSARIO

QUANTO CI MANCA IL CONTE CAVOUR

di SALVATORE CARRUBBA da IL SOLE 24 ORE 5/06/2011

Il successo, anche popolare, della parata del 2 giugno ha confermato una partecipazione al centocinquantenario dell'Unità d'Italia sulla quale pochi (anche nella maggioranza di centro-destra) avrebbero scommesso prima del 17 marzo. Forse, proprio questo ritrovato e diffuso (soprattutto nel Centro-Nord) senso dell'unità di patria contribuisce a spiegare perché la Lega non abbia sfondato, nonostante le aspettative, fuori dai suoi tradizionali recinti geografici, sociali e culturali.

Domani cade un altro appuntamento importante nella memoria nazionale, ossia il centocinquantenario della morte dell'artefice dell'Unità, il conte di Cavour, forse rimasto un po' più in disparte del dovuto in questo anno di efficace recupero della tradizione unitaria e risorgimentale. I torinesi che nel 1861 tributarono al loro primo ministro esequie degne di un sovrano avevano colto con precisione il trauma di una missione rimasta incompiuta: non l'unità, ma l'unificazione effettiva di una nazione sulla scorta dei presupposti liberali e democratici ai quali Cavour non aveva mai rinunciato.

Con la morte del Conte, scrisse Piero Gobetti, «la rivoluzione veniva a trovarsi senza contenuto e senza guida». E aggiungeva profeticamente lo stesso: «Il problema di Cattaneo ridiventava predominante». Insomma, Cavour lasciava incompiuto il processo di costruzione dello stato unitario, col quale ancora facciamo i conti in questi mesi, quando discutiamo di un assetto federale che allora sarebbe stato impossibile da realizzare (se non al prezzo di consegnare l'Italia al Papa-Re).

Cavour, è noto, non era federalista, ma non è affatto detto che l'alternativa, per lui, fosse il centralismo più spietato: del resto, fu proprio uno dei suoi eredi più devoti, Marco Minghetti, a immaginare uno sfortunato disegno di decentramento che la destra storica respinse perché spaventata dal brigantaggio meridionale.

Ma Cavour, oggi, è attuale non per l'esito che non ebbe il tempo di concludere, bensì per il disegno che ebbe il coraggio di delineare e che troppo spesso la cultura nazionale è portata a trascurare: l'unità della nazione, certo; ma soprattutto il consolidamento di un regime liberale (e, per l'epoca, democratico) che assunse il significato di un'autentica rivoluzione culturale. L'Italia unitaria come l'aveva voluta Cavour poté entrare a testa alta nel gruppo, assai limitato, degli stati di diritto, tutelati da una Carta costituzionale che tutti gli stati preunitari avevano stracciato dopo la fiammata del 1848. E questo grazie a Cavour e a una ristretta classe intellettuale che si erano opposti a qualunque revanscismo reazionario, fosse pure coperto dall'avallo autorevole della Corona.

Cavour non fu, come spesso lo si dipinge, un semplice manovale della realtà, pronto ad approfittare delle circostanze fortunate che gli si presentavano; fu l'artefice ostinato delle fortune proprie e del proprio Paese. E lo dimostrò, prima ancora che con l'operato da politico, con quello da imprenditore, da intellettuale e da giornalista. Cavour non avrebbe mai creduto nella "fine della storia", e anzi parlava della storia come di «una grande improvvisatrice». «In cospetto di tanta incertezza» si rifiutava di rimanere «sbigottito e sfiduciato» ma scendeva in campo, con l'azione e col pensiero, per fare opinione pubblica e trasformare la realtà. Era un liberale e un innovatore: nei suoi campi prima ancora che nelle aule parlamentari. Era, insomma, un riformista, come ha efficacemente ricordato pochi giorni fa Mario Draghi nelle sue Considerazioni finali; e proprio perché riformista, comprendeva l'esigenza di costruire consenso e vincere la battaglia delle idee.

Il socialismo non lo terrorizzava, ma lo metteva in guardia contro i rischi della reazione: con linguaggio ottocentesco e patrizio parlava di «carità legale», ma aveva in mente un sistema efficace di welfare che riconoscesse «quale uno stretto dovere sociale il non lasciare nessun individuo esposto a cadere vittima delle estreme miserie». «Pronto a combattere tutto ciò che potrebbe sconvolgere l'ordine sociale, (dichiarava) però considerare come stretto dovere della società il consacrare parte delle ricchezze che si vanno accumulando col progredire del tempo al miglioramento delle condizioni materiali e morali delle classi inferiori». E additava perciò l'esempio dell'amata Inghilterra che aveva saputo reagire alla prostrazione economica che assumeva aspetti di autentico degrado morale di quelle classi operaie che ne avevano assicurato l'impetuoso sviluppo economico.

Fiducioso nella libertà, diffidava dell'intervento pubblico e combatteva le barriere doganali, anzi vedeva nel protezionismo proprio «la pietra angolare sulla quale il socialismo innalza le batterie colle quali intende abbattere l'antico ordine sociale». E non temeva perciò di rifiutare protezioni alle industrie decotte.

Ce n'è abbastanza per comprendere come mai in un'Italia vischiosa e neo-corporativa Cavour sia più rispettato che apprezzato, più conosciuto che condiviso. Eppure stanno proprio nella sua eredità molti tra i momenti più alti dello sviluppo sociale, economico e politico del nostro Paese, in una linea di riformismo liberale che attraverso Giolitti e Einaudi arriva fino ai nostri giorni. Ricordare Cavour è l'occasione per rivendicare l'attualità e la vitalità di quella tradizione, ancora orfana di eredi politici.

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IDEE & OPINIONI

OLTRE LA DESTRA E LA SINISTRA

di MICHELE AINIS dal CORRIERE DELLA SERA del 2/06/2011

Alle politiche del 2008 la destra si era presentata agli elettori proponendo d' abolire le Province. Alle Amministrative del 2011 le hanno abolite gli elettori, astenendosi in massa (54,77%) dalle urne. Già che c' erano, hanno segato anche la destra di governo, ma dopotutto questo non è che un dettaglio. Il dato preminente è piuttosto il divorzio fra popolo e Palazzo, che a sua volta si esprime attraverso un doppio atteggiamento: o rifiutando di sedersi al banchetto elettorale; oppure scegliendo una pietanza fuori dal menu apparecchiato dai partiti. L' aria che tira è questa, e tira ormai da troppo tempo. Prima o poi il vento soffierà come una tormenta. Le prove? Cominciamo dall' astensionismo. Alle ultime Politiche ha toccato il picco più elevato nella storia del Parlamento repubblicano: 19,5%. Nelle Europee del 2009 a disertare i seggi fu il 33% degli italiani, con un incremento di 6 punti percentuali rispetto alle elezioni precedenti. Alle Regionali del 2010 il partito del non voto misurava il 36%, un altro record. Anzi il 40%, sommandovi le schede bianche e nulle. Tanto che il Pdl, pur vincendo le elezioni, ottenne il voto esplicito di appena un elettore su 7. Un altolà, ma il partito di governo lo scambiò per un applauso. Sicché ha sbattuto il naso su queste Comunali, dove peraltro 4 italiani su 10 sono rimasti a guardare. Senza dire delle Provinciali, dove gli spettatori hanno fatto il pieno, o per meglio dire il vuoto delle urne: più di un elettore su due. E i giocatori? Castigando la destra hanno premiato la sinistra, però attenzione: non è questa la frontiera che separa vinti e vincitori. Non le categorie novecentesche di destra e sinistra, moderatismo e progressismo. Piuttosto la rivincita del nuovo contro il vecchio, il rigetto delle nomenclature di partito, delle facce immarcescibili che ci comandano a bacchetta dalla notte dei tempi. Le nuove facce hanno la sfrontatezza dei vent' anni, come i ragazzi del Movimento cinque stelle che a Bologna ha sfiorato il 10% dei consensi. Hanno trent' anni come Massimo Zedda, che a Cagliari prima ha surclassato il candidato ufficiale del Pd, poi ha inflitto uno stacco di 19 punti all' avversario del Pdl. Vengono dalle professioni come Giuliano Pisapia, un altro che ha sparigliato i giochi. Promettono terremoti come a Napoli Luigi de Magistris, un ex magistrato fuori dai partiti, perfino il suo. E proprio Napoli riassume il senso complessivo di questa tornata elettorale: lì il 49% ha scelto di non scegliere; e il 65% di chi è andato a votare ha scelto l' homo novus. Esistono due specie di politici, scrisse Max Weber nel lontano 1919: chi vive di politica, e chi per la politica. Ma in Italia i professionisti del consenso sono diventati logori come un vestito troppo usato. Possono mettersi a recitare la Divina commedia, gli elettori non ci crederebbero lo stesso. E infatti la fiducia nelle istituzioni politiche viaggia rasoterra: al 15% il Parlamento, al 14% il governo (Rapporto Eurispes 2011). Tuttavia questa frattura non è senza ragioni. Perché nel nostro condominio l' ascensore sociale non funziona, come denuncia Montezemolo. Perché il Paese è oppresso dagli interessi corporativi, come osserva Draghi. E perché la corporazione più potente - quella dei partiti - ci ha consegnato in dote la produttività più bassa d' Europa nell' ultimo decennio (Rapporto Istat 2011). Colpa soprattutto della destra, che ha governato per 8 anni su 10; ma la sinistra sbaglierebbe a suonare la fanfara. Il messaggio di queste ultime elezioni vale per tutti, ed è fin troppo perentorio: rinnovarsi o sparire.

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DUE MODELLI

LIBERALI, DEMOCRATICI E TARDOFRONTISMO

Da www.venetoliberale.ilcannocchiale.it 31/05/2011

Sostengo che quello che va costruito è l'alternativa alla partitocrazia. L'esito delle elezioni amministrative rende più agevole il perseguire il progetto o lo rende più difficile?

L'esito delle elezioni del Comune di Milano con la vittoria di Pisapia sembra agevolare l'attuazione del progetto. Infatti non è senza significato che i fans del nuovo Sindaco hanno scelto, per identificarsi, il colore arancione piuttosto che quello tradizionale rosso. Significa che si è voluto denotare un distacco dalla tradizione del frontismo popolare egemonizzato, appunto, dai "rossi". Il che lascia ben sperare nella collaborazione tra liberali e democratici che dovrebbe costituire il nucleo attrattore per la costituzione dell'alternativa alla partitocrazia. Inoltre la funzione di soggetti al servizio di una leadership, così come è stata interpretata da tutte le liste che hanno sostenuto Pisapia, indica il percorso che si dovrebbe seguire. Dopo circa 18 anni (il giugno 1993  vedeva la vittoria del leghista Formentini) Milano non ha più un sindaco leghista o della coalizione berlusconiana. E' una cesura? Alcuni intravedono in questo successo la vecchia tradizione socialista di Milano. La Milano di Craxi ha messo la parola fine a quella tradizione. La capitale morale d'Italia indica, invece, qualcosa di nuovo. Ci sarà qualcuno che ne farà tesoro?

Queste elezioni, però, hanno lanciato anche un altro segnale. Diverso e forse opposto. A Napoli è stato eletto l'ex magistrato De Magistris, sodale dell'altro noto ex magistrato Di Pietro. I maligni hanno detto che è un episodio della guerra che i due ex magistrati si fanno per il predominio sul partitino Italia dei Valori. Sta di fatto che se a Milano è stato sconfitto Berlusconi a Napoli è stato sconfitto il PD di Bassolino e di Rosa Russo Jervolino. Il che dovrà costringere il maggior partito dell'opposizione parlamentare a riflettere su quello che intende fare. Per ora sembra che invochino una crisi extraparlamentare rendendo insignificante la propria presenza all'interno del Parlamento. Il che è quasi un suicidio in quanto favorisce l'IdV a svolgere il ruolo trainante di una coalizione tardofrontista che, però, impedirebbe la collaborazione tra liberali e democratici.

Pisapia e De Magistris rappresentano i due volti dei possibili antagonisti nei confronti di una coalizione di centrodestra erede del berlusconismo (che, sembra, sul viale del tramonto). Lo slogan di Pisapia è stato: "Voglio una Milano felice". Lo slogan di De Magistris: "Amm' scassato o malamente". Anche dagli slogan si nota la profonda differenza tra i due possibili percorsi. (bl)

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BRUCE SPRINGSTEEN

I 70 ANNI DI BOB DYLAN

"Guardavo la copertina, con Bob, con quella giacca blu satinata e la maglietta della Triumph. E quando ero un ragazzo, la voce di Bob in qualche modo mi elettrizzava e mi spaventava. Mi faceva sentire una specie di innocente irresponsabile. E così è ancora adesso. Ma raggiungeva e toccava la conoscenza del mondo che poteva avere un ragazzo di quindici anni che andava al liceo nel New Jersey di quel tempo. Dylan era un rivoluzionario; così come Elvis aveva liberato i nostri corpi, Bob liberò le nostre menti. E ci ha mostrato che anche se la musica era un fenomeno essenzialmente fisico, non significava che fosse incompatibile con la dimensione intellettuale. Ha avuto la visione e il talento di espandere la canzone fino a farle contenere il mondo intero" (da Bruce Springsteen, Il fratello che non ho mai avuto).

(estratto da AA.VV. "Bob Dylan. Play a song for me" Testimonianze a cura di Giovanni Cerutti  con una nota di Alessandro Carrera Interlinea)

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COMUNICAZIONE: Il prossimo numero è previsto intorno al 18 giugno 2011

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Redazione: Beppi Lamedica - Via Ortigara, 6 31033 Castelfranco Veneto (Tv)

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