TUTTI I COLORI di EMMA BONINOgionali Lazio 24-25

venerdì, maggio 01, 2015

Nella giornata del 1 maggio, ancora pretesa "festa del lavoro", eccovi il Manifesto contro il lavoro



Questo scritto è parte di un interessante articolo che fu inserito nel blog Nutopia (*), a hippie dream, ma comparve poi, in italiano, nel sito/blog in lingua tedesca Krisis http://www.krisis.org/ fin dal 31 Dicembre 1999 dc:

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9. LA SANGUINOSA AFFERMAZIONE DEL LAVORO


“Il Barbaro è pigro, e si distingue dall’uomo istruito per il fatto che se ne sta lì a rimuginare apaticamente; infatti la formazione pratica consiste appunto nell’abitudine e nel bisogno di un’occupazione”.

Georg W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del Diritto, 1821


“In fondo, [...] si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare”.

Friedrich Nietzsche, Aurora, 1881

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MANIFESTO CONTRO IL LAVORO

La storia della modernità è la storia dell’imposizione del lavoro, che ha lasciato sull’intero pianeta una lunga scia di desolazione e di orrori. Infatti la sfacciata richiesta di sprecare la maggior parte dell’energia vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è stata sempre a tal punto interiorizzata come oggi. Ci sono voluti diversi secoli di violenza aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli uomini al servizio incondizionato dell’idolo “lavoro”.

All’inizio non ci fu l’espansione delle relazioni di mercato, come “portatrice di benessere”, ma l’insaziabile fame di denaro degli apparati statali assolutistici, che dovevano finanziare le macchine militari dell’ inizio dell’era moderna. Soltanto attraverso l’interesse di questi apparati, che per la prima volta nella storia strinsero l’intera società nella morsa della burocrazia, si accelerò lo sviluppo del capitale finanziario e mercantile al di là delle tradizionali relazioni commerciali. Soltanto in questo modo il denaro diventò un motivo sociale decisivo, e il “lavoro” un’ esigenza sociale decisiva, senza riguardo per i bisogni.

La maggior parte degli uomini non si è dedicata spontaneamente alla produzione per mercati anonimi, e dunque alla generale economia monetaria, ma perchè l’avidità degli Stati assolutistici monetarizzò le tasse e contemporaneamente le aumentò in maniera esorbitante. Non per se stessa la maggior parte degli uomini dovette “guadagnare soldi”, ma per lo Stato proto-moderno militarizzato e le sue armi da fuoco, la sua logistica e la sua burocrazia. Così, e non diversamente, è venuto al mondo l’assurdo fine in sè della valorizzazione del capitale, e quindi del lavoro.

Presto le imposte e i tributi non bastarono più. I burocrati assolutistici e gli amministratori del capitalismo finanziario si dettero allora a organizzare direttamente e con la forza gli esseri umani, come materia prima di una macchina sociale per trasformare lavoro in denaro. Il modus vivendi tradizionale delle popolazioni fu distrutto; non perchè queste popolazioni si fossero spontaneamente e autonomamente “sviluppate”, ma perchè dovevano servire da materiale umano per far funzionare la macchina della valorizzazione ormai messa in moto. Gli uomini furono scacciati con la forza delle armi dai loro campi, per far posto alle greggi per i lanifici. Antichi diritti, come quello di cacciare, pescare e raccogliere legna nei boschi, furono aboliti. E quando le masse impoverite si misero a vagare nella campagna rubando e mendicando, furono rinchiuse in case di lavoro e manifatture, dove furono torturate con i primi macchinari, e fu loro imposta a bastonate una coscienza da schiavi, docili come animali da lavoro.

Ma anche questa trasformazione graduale dei loro sudditi nella materia prima dell’idolo “lavoro”, creatore di denaro, non bastava ancora ai mostruosi Stati assolutistici. Questi estesero le loro pretese anche ad altri continenti. La colonizzazione interna dell’Europa andò di pari passo con quella esterna, inizialmente nelle due Americhe, e in regioni dell’ Africa. Qui gli aguzzini del lavoro misero da parte definitivamente ogni remora. In spedizioni, fino ad allora senza precedenti, di rapina, distruzione e sterminio si scagliarono sui nuovi mondi appena “scoperti”, tanto più che le vittime locali non erano neppure considerate come esseri umani. Le potenze europee divoratrici di uomini definirono, agli albori della società del lavoro, le culture soggiogate come composte da “selvaggi” e cannibali.

E così si sentirono legittimate a sterminarli o a renderli schiavi a milioni. La vera e propria schiavitù nell’economia coloniale, basata sulle piantagioni e sullo sfruttamento delle materie prime, che superò nelle sue dimensioni perfino l’utilizzazione di schiavi nell’antichità, appartiene ai crimini sui quali è fondato il sistema produttore di merci. Qui, per la prima volta, fu praticato in grande stile l’”annientamento per mezzo del lavoro”. Questa fu la seconda fondazione della società del lavoro. L’uomo bianco, già segnato dall’autodisciplina, potè sfogare l’odio di se stesso e il suo complesso di inferiorità sui “selvaggi”. Come fece anche nei confronti della “donna”, li considerava esseri vicini alla natura e primitivi, a metà strada fra l’animale e l’uomo. Immanuel Kant ipotizzò acutamente che i babbuini sarebbero in grado di parlare, se soltanto lo volessero, ma che non lo facevano soltanto perchè temevano di essere messi a lavorare.

Questo grottesco ragionamento getta una luce rivelatrice sull’illuminismo. L’etica repressiva del lavoro, che si richiamava, nella sua versione originaria protestante, alla grazia di Dio, e, a partire dall’illuminismo, alla legge naturale, fu mascherata da “missione civilizzatrice”. In questo senso, la cultura è una sottomissione spontanea al lavoro; e il lavoro è bianco, maschile e “occidentale”. Il contrario, e cioè la natura, non-umana, informe e senza cultura, è femminile, di colore e “esotica”, e quindi da sottomettere alla costrizione. In una parola, l’ “universalismo” della società del lavoro è contraddistinto alla radice dal razzismo. L’astrazione universale “lavoro” si può sempre e solo definire con la delimitazione da tutto ciò che non ne fa parte.

Non furono i pacifici mercanti delle antiche vie del commercio i precursori della moderna borghesia, che in fin dei conti fu l’erede dell’assolutismo. Furono piuttosto i “condottieri” dei soldati di ventura agli inizi dell’era moderna, i direttori delle case di lavoro, gli esattori, i sorveglianti di schiavi e altri tagliagola a costituire il terreno sociale fertile per l’ “imprenditoria” moderna. Le rivoluzioni borghesi del diciottesimo e diciannovesimo secolo non ebbero niente a che fare con l’emancipazione sociale; esse rovesciarono semplicemente i rapporti di forza all’interno del sistema coercitivo esistente, liberarono le istituzioni della società del lavoro da interessi dinastici ormai antiquati, e rappresentarono un passo ulteriore verso la loro oggettivazione e spersonalizzazione. Fu la gloriosa Rivoluzione francese a proclamare con particolare fervore il dovere del lavoro, e a introdurre nuove case di correzione per mezzo del lavoro con una “legge per l’abolizione della mendicità”.

Questo fu l’esatto contrario di ciò che si proponevano i movimenti di ribellione sociale, che divamparono ai margini delle rivoluzioni borghesi senza fondersi con esse. Già molto tempo prima c’erano state delle forme affatto particolari di resistenza e di renitenza, di cui la storiografia ufficiale della società del lavoro e della modernizzazione non ha mai tenuto il debito conto. I produttori delle antiche società agrarie, che non si erano mai completamente rassegnati neanche ai rapporti di dominio feudale, avevano ancora meno intenzione di rassegnarsi a farsi trasformare in “classe lavoratrice” in un sistema loro estraneo. Dalle guerre contadine del Quattrocento e Cinquecento, fino alle sollevazioni dei movimenti denunciati in seguito come “luddisti” in Inghilterra, e alla rivolta dei tessitori del 1844 in Slesia, si snoda una lunga catena di accanite battaglie combattute per resistere al lavoro. L’imposizione della società del lavoro, e una guerra civile, a volte aperta, a volte latente, furono nel corso dei secoli le due facce della stessa medaglia.

Le antiche società agrarie erano tutt’altro che paradisiache. Ma la spaventosa coercizione esercitata dall’irrompente società del lavoro, fu vissuta dalla maggioranza soltanto come un peggioramento e come un’ “età della disperazione”. In effetti, nonostante la ristrettezza dei rapporti, gli uomini avevano ancora qualcosa da perdere. Ciò che, nella falsa coscienza del mondo moderno, appare come l’oscurità e il tormento di un Medioevo inventato, erano in realtà gli orrori della propria storia. Nelle culture pre- e non-capitalististiche, dentro e fuori l’Europa, sia la durata quotidiana sia quella annuale dell’attività produttiva erano di gran lunga più ridotte perfino di quelle degli odierni “occupati” in fabbrica e in ufficio. E questa produzione non era affatto così concentrata come lo è nella società del lavoro, ma era caratterizzata da una spiccata cultura dell ‘ozio e da una relativa “lentezza”. Fatta eccezione per le catastrofi naturali, i bisogni materiali di base erano assicurati per i più molto meglio che durante lunghi periodi della storia della modernizzazione – e anche meglio che nei ghetti dell’orrore dell’odierno mondo in crisi. Inoltre il potere non era così presente nella vita di ciascuno come nell’odierna società burocratizzata del lavoro.

Perciò la resistenza al lavoro poté essere vinta soltanto manu militari. Fino ad oggi gli ideologi della società del lavoro hanno fatto finta di non vedere che la cultura dei produttori pre-moderni non fu “sviluppata”, ma estinta nel proprio sangue. Gli illuminati democratici del lavoro di oggi amano attribuire tutte queste mostruosità alle “condizioni pre-democratiche” di un passato con il quale essi non hanno più niente a che fare. Non vogliono prendere atto del fatto che la storia terroristica dei primordi della modernità svela proditoriamente anche l’essenza dell’odierna società del lavoro. L’amministrazione burocratica del lavoro, e la gestione degli uomini da parte dello Stato nelle democrazie industriali, non sono mai riuscite a nascondere la loro origine coloniale e assolutistica. L’amministrazione repressiva degli uomini in nome dell’idolo “lavoro”, nella sua forma oggettivata di un sistema impersonale, si è anzi ancora estesa e ora abbraccia tutti gli ambiti della vita.


Proprio oggi, nell’agonia del lavoro, si sente nuovamente la morsa ferrea della burocrazia come nel periodo iniziale della società del lavoro. Nell’organizzazione dell’apartheid sociale e nell’inutile tentativo di esorcizzare la crisi per mezzo di una schiavitù democratica di Stato, la gestione del lavoro si rivela essere il sistema coercitivo che è sempre stato. Allo stesso modo, lo spirito maligno coloniale fa di nuovo capolino nel commissariamento, affidato al Fondo monetario internazionale, dei già numerosi Paesi periferici in bancarotta. Dopo la morte del suo idolo, la società del lavoro ritorna, da ogni punto di vista, ai metodi già usati per il suo crimine fondatore: ma anche questi non la potranno salvare.

(continua)



(*)


Dichiazione di Nutopia

John Lennon
Ft: Yoko Ono


Annunciamo la nascita di un paese concettuale, Nutopia.

La cittadinanza del paese può essere ottenuto mediante dichiarazione della vostra consapevolezza di Nutopia.

Nutopia non ha terra, nessun confine, passaporti, solo persone.

Nutopia non ha leggi diverse da quelle cosmiche.

Tutte le persone di Nutopia sono gli ambasciatori del paese.


Come due ambasciatori di Nutopia, chiediamo l'immunità diplomatica e il riconoscimento alle Nazioni Unite del nostro paese e della sua gente.


John Ono Lennon

Yoko Ono Lennon



Nutopian Ambasciata
Uno White Street
New York, NY 10013

1 aprile 1973

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