TUTTI I COLORI di EMMA BONINOgionali Lazio 24-25

domenica, dicembre 28, 2014

L' IMPORTANZA DI CHIAMARSI SINGER (Esther Kreitman Singer)

Laura Levi su  "LEGGENDARIA"

A Segrate, nel luglio scorso, un gruppo di donne del centro "D come Donna" ha letto
il romanzo autobiografico "Debora"di Esther Kreitman Singer, sorella di Isaac Bashevis Singer e di Israel Singer.
Fino a poco tempo fa di questa scrittrice conoscevo solo il nome e l’appartenenza alla celebre famiglia. Tuttavia era facile intuire che la sua scarsa notorieta’, nonche’ l’impossibilita’ di trovare il suo romanzo in italiano nonostante la volenterosa ricerca dei miei librai, fosse da attribuire alla sfortunata condizione di una scrittrice, rea di essere nata femmina in una generazione ancora molto sfortunata per il sesso “debole”, e dunque, inevitabilmente, una lucciola in mezzo a due stelle. Un fratello premio Nobel per la letteratura e un altro , scrittore quasi altrettanto conosciuto, non possono aver giovato al riconoscimento di una donna della famiglia che ha osato manifestare la stessa ispirazione letteraria.

 Proprio il silenzio che la circonda ha eccitato la mia curiosita’, e ho scoperto con piacere che a ridosso di Milano qualcuno se ne era occupato. Oltre la notizia dell’avvenuta lettura di squadra, e’ stata pubblicata per esteso, dalle amiche di Segrate, anche una serie di commenti delle lettrici, alcuni dei quali di estrema ingenuita’, confusione e di qualche pregiudizio fra ebraismo arcaico, mondo moderno, Israele. Dunque, si e’ reso ancora piu’ intenso per me il desiderio di un contatto diretto con Hinda, Hindale, come la chiamavano in famiglia: e con qualche difficolta’ sono riuscita a procurarmi una copia di “Deborah” in inglese. Il titolo, nella presente edizione, e’ quello originale stabilito dall’autrice, “The danse of the Demons” che il figlio, forse timoroso che potesse essere scambiato per un thriller o per un horror,  aveva tradotto dall’yiddish, banalizzandolo in Deborah, nome della protagonista, che ovviamente adombra Esther stessa.
 Di fatto, nel dispiegarsi di questa “storia di una infelicita’”, i demoni che hanno abitato le inquietudini di Esther sono stati un elemento fondamentale della sua vita. Diagnosi a parte, e’ difficile distinguere se i turbamenti mentali siano stati la reazione alle angustie a cui la famiglia l’ha relegata, se si sia trattato di un problema strettamente clinico e quindi congenito, o di un dibbuk che l’ha posseduta, secondo il credo della tradizione ebraica. Le varie ipotesi non sono troppo lontane fra loro, dato che il dibbuk, interpretato da un laico, non e’ altro che la metafora di una forza oscura che interferisce sul libero percorso della personalita’, ostacolandone la realizzazione: ma rappresenta contemporaneamente la spinta creativa, quel sentirsi guidati ed agiti che e’ proprio di molti artisti, e che in questo caso sembra essersi verificato assai precocemente. Certo la personalita’ disturbata e’ una realta’ dolorosa, che tiene in bilico questa donna su una costante vertigine, anche se nel libro non e’ messa troppo in luce, ma la si sente trapelare nei momenti piu’ drammatici attraverso stati d’animo estremi, vissuti come incubi.
 Un non trascurabile motivo schizogeno familiare e’ lo stesso Isaac a raccontarcelo, quando dichiara il totale scambio di personalita’ fra padre e madre: lui, il rabbino, dolce, mite e inoffensivo (Isaac non lo dichiara, ma si puo’ percepire che fosse anche un po’ ottuso nel guardare alle cose del mondo, preso com’era dale sue visioni mistiche, non abbastanza aderenti alla vita reale, e la figlia stessa , nella trasposizione letteraria, lo descrive come un sempliciotto): lei con una
intelligenza di tipo maschile, razionale e fredda, poco visitata dai sentimenti. Nessuno dei due poteva quindi costituire un modello per I figli.
 Ce n’e’ abbastanza per fare di tutti loro dei “matti geniali” ,secondo la definizione di Hazel Carr, nipote di Esther.

 Nelle prime pagine del romanzo veniamo introdotti in uno shtetl, cioe’ in un piccolo villaggio polacco abitato dagli ebrei chassidici, agli albori del ventesimo secolo. La vicenda umana di Esther-Deborah ha inizio con la poetica descrizione di una natura addormentata e silenziosa, avvolta nella neve, dolcemente in sintonia con lo shabbat, il solenne giorno del riposo ebraico. Deborah ha quindici anni, e ricorda, sull’orlo delle lacrime, un discorso tenuto poche ore prima dal padre rabbino al figlio Michael (personaggio che riassume Isaac e Israel). E’ una lode alle capacita’ del ragazzo negli studi religiosi, e la previsione che questo figlio diventera’ un giorno un ottimo talmudista. Deborah chiede rispettosamente cosa sara’ a sua volta lei, un giorno, e la risposta, pacifica quanto indiscutibile, e’ “Nothing, of course”. Questa tragica dichiarazione non avrebbe niente di sorprendente, in apparenza.

 Il chassidismo, corrente religiosa sorta nel diciottesimo secolo nell’ Europa orientale, si fonda su un’esegesi biblica di particolare severita’, ed e’ facilmente intuibile, in un ambiente ristretto che non ha rapporti col mondo occidentale, l’intrecciarsi di speculazioni filosofiche di alto livello con bigottismi, superstizioni e ipocrisie. E’ scontato che la donna venga repressa da questa pesante ortodossia, e che debba assolvere un unico impegno per tutta la vita, quello di provvedere al marito e ai figli.
 Di diverso, e piu’ sorprendente, nel caso specifico c’e’ pero’che il nucleo familiare, anche se poverissimo, ha un profondo spessore culturale, e la madre coccola la propria pigrizia o inefficienza fisica studiando tutto il giorno, invariabilmente adagiata sul sofa’ a leggere e ad approfondire la propria conoscenza: il che rende inspiegabile e involontariamente ancora piu’ crudele la frase del padre.
 La prima ingiustizia che subisce Deborah, quindi, e’ quella di essere consegnata a un destino di annullamento da parte dell’ autorita’ paterna, ma non meno mortificante e’ doversi prendere carico delle faccende domestiche disprezzate dalla madre: come una piccola, triste Cenerentola polacca. Senza dubbio è lei l’anello debole della catena familiare, quella a cui e’ riservato il destino piu’ opaco. E restera’ per sempre una figura minore agli occhi di tutta la famiglia, come risulta non solo dal suo libro, ma anche dai polemici commenti di suo figlio Morris Kreitman (in arte Maurice Carr), anche lui scrittore e giornalista, come ogni membro della stirpe dei Singer. Morris , senza peli sulla lingua, sostiene che suo zio Isaac , parlando della sorella, l’ha liquidata sbrigativamente: “Era pazza”, pare che abbia detto, e il nipote non gliel’ha mai perdonato, come non ha dimenticato il desiderio espresso da Esther di trasferirsi negli Stati Uniti con l’aiuto del fratello, aiuto, inutile dire, impietosamente negato.
 In una vecchia edizione del suo “The séance”, si puo’ leggere una tardiva dedica di Isaac Bashevis Singer: ”To the memory of my beloved sister Minda Esther”. Queste parole stilate dopo la morte di Esther avranno mirato ad alleggerire la coscienza del fratello, ma non hanno certo risarcito la sorella.  Da adulti, i due si sono rivisti una sola volta in Ighilterra, dopo gli eventi bellici , mentre lui ha mantenuto contatti costanti con il fratello Israel, morto nel 1943, del quale ha sempre parlato con ammirazione.
 Isaac ha dichiarato che il personaggio femminile del suo racconto Yentl (ripreso da Barbra Streisand in un film degli anni ottanta) gli e’ stato ispirato da Esther, anche se non e’ facile riconoscerne il carattere. Yentl si traveste da maschio per accedere agli studi religiosi interdetti alla donna, ma, a parte la sete di sapere che le accomuna, Esther non ha certo l’intraprendenza di questa focosa eroina.
 Un altro riconoscimento elargito dall’ingombrante fratello riguarda la scrittura. Esther ha scritto e pubblicato, oltre quello autobiografico, un altro romanzo, nonche’ dei racconti, e Isaac ne parla con una certa sufficienza , affermando che non sono libri di gran calibro, ma e’ quanto di meglio abbia scritto una donna in yiddish. Insomma, Hinda Esther ha avuto un ruolo familiare complessivamente umiliante, di cui i fratelli sono stati responsabili non meno dei genitori. Eppure, fra lei e Isaac dei momenti di tenerezza nei primi anni ci devono essere stati_ Quando , da ragazzina, la sera aveva paura degli spiriti (evil demons), chiedeva al fratellino di dormire con lei, e in cambio lo riempiva di racconti che inventava di volta in volta. Sicche’ fra i due, come prima e forse ultima forma di comunicazione, si e’stabilito il gusto del narrare che diventera’ il tessuto delle loro vite, stimolando entrambi a una precoce affabulazione, che restera’ la loro cifra comune.

 Per tornare al libro (di cui ho poi magicamente avuto in prestito una copia in italiano, che mi ha facilitato la lettura) , nonche’ alla vicenda umana di questa autrice, lo stile e’ sempre fluido, piacevolmente descrittivo, con tratti di ironia e senso dell’umorismo tipicamente yiddish, ma il racconto e’ anche intriso di conflitti e ribellioni soffocate e dolorose. Toccanti le pagine in cui il bruco conquista le sue piccole ali: dopo il trasferimento della famiglia a Varsavia e dopo un lungo periodo di cattivita’ in cui e’ relegata in casa perche’ non ha un abito e un cappello decenti, grazie a nuovi, un po’ ambigui guadagni del padre, Deborah ottiene un abbigliamento elegante e finalmente visita la citta’. Lo sguardo ingenuo di una ragazza sprovveduta di fronte alla rutilanza delle vetrine, alle luci, alla gente che si avvicenda frettolosa nelle strade, alle coppie di giovani che girano liberamente abbracciati, e’ descritto quasi liricamente, ed emoziona attraverso lo stupore continuo della narrazione. A questa novita’ che la cattura si aggiunge presto e certo per la prima volta, l’amicizia con una ragazza piu’ grande ed estremamente disinvolta, che la contagia con la sua vitalita’, le suggerisce letture particolari e segrete e la introduce nel gruppo di socialisti di cui fa parte. E’ un momento chiave in questa vita così povera di esperienze, perche’ Deborah calca dolorosamente alcuni topoi dell’educazione sentimentale: un’avventura ideologica sfumata per la prepotenza del capo, un amore non vissuto per sfiducia e timidezza di entrambe le parti, la rivalita’ di un’altra donna, che va oltre l’amicizia e non conosce affetti e lealta’.
A porre fine a questo tempo incerto, ricco di promesse non mantenute, arriva un matrimonio combinato, soluzione comoda per la famiglia, che fa sentire la ragazza sola e respinta dalle persone care, in particolare dalle reazioni gelide della madre, che sembra sollevata di liberarsi di lei. Questa amarezza non e’ compensata da una vita matrimoniale quanto meno tranquilla. Il tagliatore di diamanti che diventa suo marito, col quale va a vivere ad Anversa, ha una famiglia insopportabile, narrata con un’arguzia e un vigore dietro i quali si percepisce una grande rabbia repressa, e si rivela un nullafacente pigro e inetto, col quale la giovanissima moglie divide miseria e frustrazioni. Nel romanzo non c’è il minimo accenno alla sessualita’ dei due sposi, ed è una reticenza tanto pudica quanto eloquente. Infatti dalla nipote Hazel sappiamo che Esther ha sempre manifestato disgusto verso il sesso, il che non rende difficile immaginare lo squallore di quello che ha subìto.
 Mi e’ tornata in mente una scena antologica del film “Kadosh” di Amos Gitai, dove la prima notte di nozze di una sposa chassidica (nella zona ortodossa di Gerusalemme) ha uno svolgimento agghiacciante e traumatico. In quel caso, la giovane protagonista fuggira’, trovandosi presto, a pochi metri di distanza dall’area “Meah Sharim,” in una Gerusalemme moderna, costellata di minigonne e ragazze libere, e raggiungera’ il suo amore segreto, salvandosi.

 Esther ha una evoluzione piu’ lenta, da figlia del suo tempo, e il suo atto di coraggio nell’uscire dal mortificante coniugio, che non e’ tanto immediato (avviene quando l’unico figlio ha dodici anni, nel 1926), non e’ raccontato nel libro. La storia si ferma a una tazza di tè portatale dal marito, insieme con la notizia che è scoppiata la prima guerra mondiale. La donna, pero’, e’ a questo punto diventata apatica e indifferente, sia alla gentilezza del compagno, che tutto sommato le mostra affetto, che alla drammatica realta’ sociale che si e’ appena presentata.
Di lei , di quello che che segue nel resto della sua vita, conosciamo gli spostamenti logistici, cioe’ la residenza definitiva a Londra, e un paio di viaggi ricognitivi in Polonia. Inoltre, non meno importante motivo di tormento in una esistenza votata al tormento, sappiamo del rapporto morboso col figlio, tristemente degno del classico umorismo yiddish sulla “jewish mother” di ceppo ashkenazita. Tutti abbiamo riso degli esilaranti ritratti caricaturali di Woody Allen e delle barzellette di Moni Ovadia.
Morris, il figlio, fra devozione e sensi di colpa, si lascia tiranneggiare da questo “eccesso” di amore, e la simbiotica diade avra’ molte difficolta’ a ridimensionarsi quando il jewish son trovera’ la sua anima gemella, desiderando godere finalmente una regolare storia di coppia. E’ proprio la figlia nata dal matrimonio di Morris, Hazel Carr, a parlare di questo difficile problema, con molta obiettivita’e senza il minimo rancore, ipotizzando anzi, con animo dolcemente commosso, che suo padre e sua nonna, ormai entrambi passati in un’altra dimensione , si trovino per sempre l’uno accanto all’altro, continuando a coltivare la scrittura e ristabilendo l’antico legame.
 L’autobiografia di Deborah-Esther, questo struggente ritratto di un’antieroina, non e’ un capolavoro: ci sono lungaggini troppo pesanti, omissioni che la privano di elementi essenziali, come ha giustamente osservato una delle amiche di Segrate: ma si tratta comunque, grazie alla scrittura sempre vivace e all’impianto narrativo di solido respiro ottocentesco, di un romanzo del tutto degno di una collocazione rispettabile nella letteratura mondiale. Dispiace quindi che non abbia avuto edizioni recenti nella nostra lingua, considerando quanto venga elogiata e pubblicizzata la mediocrita’ di tanta sottoletteratura.
 Si tratta di fatto di una testimonianza notevole e significativa, che ci permette uno sguardo ravvicinato sia su un mondo poco noto, che su una condizione femminile molto diffusa all’epoca , non solo nell’ambiente ortodosso ebraico ma anche in altri nuclei e diverse latitudini.
 L’ambiente di provenienza, con i suoi riti e il soffocante rigore dei suoi codici, da’ un carattere peculiare a molte pagine, ma è altrettanto indubbia l’universalita’ di sentimenti, emozioni, di una interiorita’ nella quale possiamo identificarci tutte noi donne, senza distinzione di tempi e di culture.

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