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mercoledì, gennaio 22, 2014

“COME STANNO LE COSE”, LUCREZIO IN VERSIONE ODIFREDDI - Intervista a Piergiorgio Odifreddi di Maria Mantello

Riporto dal blog di Maria Mantello. Anche se è passato qualche mese, non è certo invecchiata, anzi.
AMg





 “COME STANNO LE COSE”, LUCREZIO IN VERSIONE ODIFREDDI

Il “De rerum natura” di Lucrezio ha folgorato sulla strada della razionalità filosofica contrapposta alle illusioni e paure religiose Piergiorgio Odifreddi, che lo ha tradotto in prosa accompagnando ogni pagina con un suo articolato commento a fronte, dove sottolinea l’ attualità delle grandi intuizioni scientifiche contenute in questo poema, che definisce il «più elevato canto mai intonato da un uomo alla scienza e alla ragione». 

Il Lucrezio in versione Odifreddi (“Come stanno le cose, il mio Lucrezio, la mia Venere” – edito da Rizzoli), forse farà storcere il naso ai puristi, ma è straordinario per la potenza comunicativa delle efficaci soluzioni linguistico-letterarie, che iniziano fin dalla traduzione del titolo.

La fisica non finge ipotesi, come qualcun altro dopo Lucrezio dirà, perché descrive le cose. E cosa deriva da causa, quindi conoscere gli eventi della natura significa spiegare in modo empirico-razionale i nessi causali con cui la natura si autogenera e diviene. Quindi, la riflessione sulle cose della natura è chiarire come le cose della natura stanno. Ecco allora che “De rerum natura” è eccellentemente reso da Odifreddi con “Come stanno le cose”. 

Una traduzione è anche atto creativo, perché bisogna penetrare l’autore e il senso profondo delle sue parole. É in questa combinazione di parole-atomo che avviene la mediazione linguistica delle relazioni tra significato e significante. Un lavoro di complicità tra autore originario e autore della traduzione fondamentale soprattutto di fronte ad una lingua da cui ci separano secoli. E penso che Odifreddi in questa ineludibile complicità si sia anche divertito nel fare sua l’opera a tal punto da sottotitolarla: il mio Lucrezio, la mia Venere. 

E proprio con l’invocazione a Venere l’epicureo Lucrezio apre il suo componimento.
Venere è dea madre, natura-matrice, da dove tutto nasce. Venere amore tensione e compimento. Natura tutta autosufficiente nelle sue aggregazioni atomiche semplici e complesse. Connessioni nell’essere e dell’essere natura, di cui l’uomo è parte integrante nella sua corporalità: fisicità di ogni sua funzione, mente compresa. 
E in questa corporalità vita-materia non c’è posto per nessun dio.

Da questo tema siamo partiti per parlare con Piergorgio Odifreddi del suo ultimo libro in questa intervista che ci ha concesso.

Lucrezio lo si potrebbe definire ateo, materialista, laico a tutto tondo...  

A voler essere precisi, Lucrezio non era ateo: credeva negli dèi, anche se pensava che se ne stessero a casa loro, incuranti delle vicende umane. Lo potremmo più precisamente definire un deista anticlericale: ce l'aveva soprattutto con "i preti" e la religione organizzata. Un po' come Voltaire, molti secoli dopo. 

Lucrezio filosofo scienziato-visionario?

Lucrezio non era uno scienziato, così come non lo era Epicuro, al quale egli si ispirava. La loro era una visione umanistica, ma solidamente basata sulla scienza del loro tempo. La visionarietà di Lucrezio, che nel mio commento cerco di far emergere, deriva dal fatto che la scienza greca era arrivata molto avanti, come racconta Lucio Russo in "La rivoluzione dimenticata". 
Ad esempio, il fatto che nel vuoto i corpi cadono con la stessa velocità, e che questa velocità è accelerata, era stato scoperto dai greci in generale, e da Ipparco in particolare. Lucrezio testimonia, con il suo poema, che questa tradizione scientifica era ancora viva ai suoi tempi. Ma poi si perse, e fu appunto dimenticata. Quei fatti furono dunque riscoperti da Galileo e Newton, e leggerli oggi in Lucrezio sa dunque di visionarietà. Ma Newton ammette, nei suoi Scoli classici, l'esistenza di questa sapienza antica, citando ampiamente Lucrezio a suo testimone. 

Lucrezio al mito contrappone la razionalità...
L'idea centrale del libro di Lucrezio è appunto quella di sostituire le spiegazioni mitologiche e umanistiche dei fenomeni della natura, con spiegazioni scientifiche. Non sempre centra la spiegazione corretta, a volte è indeciso fra varie possibili spiegazioni e le riporta tutte come ipotesi, altre volte è fortunato e spiega le cose correttamente. Ma è il suo atteggiamento di fondo, che conta: gli eventi della natura vanno spiegati con la testa, e non con la pancia. Cioè, vanno spiegati in maniera scientifica, e non fantastica. 

Lucrezio: “Perché mai i fulmini di Giove non risparmiano i templi e le statue degli dèi, e anzi distruggono gli uni e le altre?”. Non solo congeniale al matematico “impertinente” Odifreddi, ma di grande importanza educativa per il pensiero analitico-critico.
Sicuramente l'atteggiamento di Lucrezio, che è allo stesso tempo "divulgativo e impertinente", ha fatto scattare in me una simpatia per l'autore e la sua opera. Il De Rerum Natura è il libro che mi sarebbe piaciuto scrivere. Ma essendo già stato scritto, l'ho tradotto in prosa e commentato, per rivitalizzarlo e cercare di diffonderlo, soprattutto nelle scuole. 

Atomi, vuoto come spazio geometrico, buchi neri sono già in qualche modo nella concezione di Lucrezio?
Le intuizioni scientifiche di Lucrezio, e degli scienziati dimenticati a cui egli si ispirava, sono veramente moltissime. Per questo, ho pensato, invece di riportare a fronte della traduzione il testo originale, come si fa di solito, di sfruttare lo spazio per scrivere un libro parallelo di commento. 
Se posso fare un paragone immodesto, l'obiettivo era lo stesso di Fuoco pallido di Nabokov: scrivere un libro fatto solo di note, dalle quali però emergesse, alla fine, una storia autonoma e indipendente. Che nel mio caso è la storia della scienza, dall'atomismo alla cosmologia, rivisitata nella forma di un commento a uno straordinario poema latino. 

(18 ottobre 2013)
http://temi.repubblica.it/micromega-online/%E2%80%9Ccome-stanno-le-cose%E2%80%9D-lucrezio-in-versione-odifreddi/

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