TUTTI I COLORI di EMMA BONINOgionali Lazio 24-25

mercoledì, ottobre 15, 2008

A CACCIA DI OMOSESSUALI. STUDI DI GENERE IN LIBRERIA

La ricerca di studi sull'omosessualità , in Italia, è una caccia al tesoro
di Dario Petrosino - da Gaynwes

Opere recensite:

Lorenzo Benadusi, Il nemico dell'uomo nuovo. L'omosessualità nell'esperimento totalitario fascista, Milano, Feltrinelli, 2005.

Derek Duncan, Reading and Writing Italian Homosexuality: A Case of Possible Difference, Aldershot, Ashgate, 2006.

Gabriele Ferluga, Il processo Braibanti, Torino, Zamorani, 2003.

Gianfranco Goretti, Tommaso Giartosio, La città e l'isola.
Omosessuali al confino nell'Italia fascista, Roma, Donzelli, 2006.

(fonte:mediazionion line.it)

Il titolo di quest'intervento per qualcuno potrebbe suonare inquietante. Ma la ricerca di studi sull'omosessualità , in Italia, è proprio una caccia al tesoro: va fatta col lanternino e spesso
procura risultati solo se ci si rivolge alle librerie specializzate.
Tra quanti in Italia si occupano di studi di genere è molto facile sentire accorati lamenti circa il disinteresse di fondo che sembra aleggiare su questo approccio. Almeno fino a qualche anno fa si
potevano trovare evidenti riscontri nella sostanziale invisibilità di questi studi nelle università italiane. E, invisibili tra gli invisibili, campeggiavano gli studi sull'omosessualità che, nelle
sue diverse varianti e declinazioni, erano pressoché assenti, o comunque relegati a poco più di un fenomeno di costume.
Da qualche tempo, però, sembra che questi studi abbiano trovato, anche in Italia, una nuova primavera. Confortati da un interesse del pubblico nei confronti del tema, sempre più editori, anche di prestigio, stanno dando spazio, nelle loro collane, agli studi sull'omosessualità ; in particolare gli ultimi due anni hanno visto una particolare fioritura di studi; a questi vorremmo dedicare una breve panoramica, con specifico riguardo verso gli studi sulla storia e l'opera letteraria di omosessuali in Italia tra Ottocento e Novecento.

Qual è l'impressione che riceve chi affronta gli studi di genere all'estero e deve cercare la rappresentazione dell'omosessualità in Italia? Quella di una grande rimozione del tema, anche negli autori più esposti; questa è la premessa di Derek Duncan nella sua opera sull'omosessualità nella letteratura italiana, Reading and Writing Italian Homosexuality: A Case of Possible Difference. Duncan punta la sua lente su quattro autori in particolare: Gabriele D'Annunzio,
Giovanni Comisso, Pier Paolo Pasolini e Vittorio Tondelli; quattro autori diversissimi tra loro, ma che permettono di gettare uno sguardo sull'intero Novecento italiano, non con l'obiettivo di
scrivere una storia della rappresentazione dell'omosessualità , né per scrivere di scrittori gay, tuttavia con l'intenzione di sottolineare l'espressione dell'omosessualità in Italia come forma
di differenza sessuale. In questo approccio, che si richiama alla queer theory, Duncan suddivide il suo lavoro in sei capitoli, corrispondenti a quattro consecutive fasi all'interno del ventesimo
secolo. La prima è quella del decadentismo, che vede in Italia D'Annunzio come il suo più alto esempio. Segue la fase tra le due guerre, quella degli anni del fascismo, nella quale si assiste alla
commistione, all'intreccio tra la narrazione dell'omosessualità e il concetto di razza, o stirpe, letto attraverso le narrazioni di Comisso in particolare, ma anche attraverso le opere di Giorgio
Bassani e Vasco Pratolini. Con la terza fase si apre il secondo dopoguerra e Pasolini diventa il punto di riferimento coi suoi ragazzi di vita e la sua visone dell'omosessualità , così poco
congeniale per quella critica che prende per parametro Comisso e i giovani soldati da lui descritti. Ultima tappa, Tondelli negli anni Ottanta con la sua definizione dell'omosessualità che diventa
definizione di un corpo omosessuale, analizzato parallelamente alla visione data dai media sulla corporalità dello stesso Tondelli. Il lavoro di Duncan si spinge però fino agli anni Novanta, all'emergere di un "soggetto gay" nelle autobiografie in una modalità nuova, rispetto agli anni precedenti, tesa alla ricerca di una istituzionalizzazione della propria identità gay.

Anche il recente lavoro di Lorenzo Benadusi, Il nemico dell'uomo nuovo. L'omosessualità nell'esperimento totalitario fascista, si inserisce nel filone degli studi di genere. L'autore parte da un approccio tradizionale, percorrendo la strada aperta dalle ultime opere di George Mosse (1984, 1997). Analizzando la definizione di "uomo nuovo", Benadusi rileva come il fascismo ponga un preciso indirizzo per la definizione dei modelli di mascolinità nella formazione di un regime totalitario. Anche se il progetto totalitario fallisce, esso non mancherà comunque di lasciare in
eredità all'Italia repubblicana quell'atteggiamento repressivo che l'aveva tanto contraddistinto nei confronti dell'omosessualità .

Sebbene Emilio Gentile esprima nella prefazione delle riserve di carattere metodologico, quest'opera ha comunque il merito di raccogliere per la prima volta una ventennale produzione saggistica sull'argomento, integrandola con un interessantissimo materiale inedito. Per usare le parole dello stesso Gentile, l'importanza del libro va al di là del suo tema specifico: il problema
dell'omosessualità era soltanto un aspetto particolare della politica eugenica, natalista e razzista del fascismo. Con questa sua opera, pertanto, Benadusi "arreca un contributo di notevole
interesse alla conoscenza dei caratteri peculiari dell'esperimento totalitario fascista […] e del suo concreto operare, anche nella vita comune" (XIII); e, aggiungiamo, pone le premesse per un
definitivo riconoscimento della dignità accademica delle ricerche sull'omosessualità , aprendo la porta a nuovi e proficui studi.

Bisogna tuttavia dire che la "questione omosessuale" , vista attraverso la lente con la quale si esplora il Ventennio fascista, finisce per essere privata di una sua visione di insieme che
permetterebbe di capire meglio certe dinamiche dell'omofobia durante il fascismo, evitando il luogo comune (e non del tutto vero) che lega repressione dell'omosessualità e totalitarismo. Il fascismo e, parallelamente, il nazismo in Germania decisero semplicemente di inasprire provvedimenti giudiziari già ampiamente in uso prima del loro avvento.

La "questione omosessuale" è strettamente legata al dibattito sul ruolo maschile e su quello femminile che si sviluppa in Europa nel corso dell'Ottocento, in concomitanza con il cambiamento di valori apportato dall'ascesa sociale della borghesia. In questo secolo si accentua e, al tempo stesso, si esalta la funzione della famiglia, dedicando una particolare cura al suo sviluppo e alla sua tutela. È così finalizzata quindi la produzione, a partire dalla metà del secolo in avanti, di una numerosa serie di studi medici, legali e infine letterari sulla condizione dell'uomo e della donna, visti come componenti fondamentali della famiglia, istituto che concorre dalla base alla costituzione della società.

Tutelare la famiglia voleva dire anche disincentivare, se non reprimere, tutti quei comportamenti sociali che non contribuivano al suo sviluppo. Come ha avuto modo di sottolineare uno storico inglese, John Tosh, tra le categorie sociali maggiormente represse
si annoveravano i giovani scapoli e gli omosessuali, non solo per la loro valenza simbolica (rappresentavano il rifiuto del matrimonio) ma anche per quei comportamenti sociali (ubriachezza per i primi, vagabondaggio sessuale per entrambi) che si rivelavano incompatibili
con l'esercizio dei propri doveri familiari. Di qui la necessità di introdurre dei provvedimenti legislativi atti ad arginare e punire tali fenomeni; leggi contro il vagabondaggio e l'omosessualità
vengono promulgate, o almeno discusse, in tutta Europa (Petrosino 2005).

Da quanto detto si evince che la storia di genere (e quindi, come in una matrioska, la storia della mascolinità e infine dell'omosessualità ) si inserisce difficilmente nelle scansioni tipiche della storia politica o, comunque, di quella evenemenziale.
Un indizio in tal senso ci è fornito proprio dall'applicazione della normativa dell'Italia liberale alla repressione dell'omosessualità . Franco Goretti e Tommaso Giartosio, in un'opera sul confino degli omosessuali durante il fascismo, colgono il nesso, davvero rivelatore, tra la persecuzione degli omosessuali e i fermi di "oziosi e vagabondi", ai quali veniva comminato il domicilio
coatto (antesignano del confino) in età liberale; Benadusi, retrodatando questa pratica fino al 1905, non offre, in realtà, una visione del fenomeno che esca veramente dagli steccati cronologici
del fascismo; operazione che, quando compiuta, porta ad individuare nelle carte d'archivio elementi tali a far sospettare che questo nesso fosse già presente nell'Italia postunitaria.

La legge Pica sull'ordine pubblico del 1863 (legge n. 1409 del 15 agosto 1863, quella istituita contro il brigantaggio, tanto per intenderci) assegnava già il domicilio coatto "agli oziosi, ai
vagabondi, alle persone sospette, secondo la designazione del codice penale, nonché ai manutengoli e camorristi" (art. 4). E chi dovesse oggi inoltrarsi nelle carte d'archivio, come è capitato al sottoscritto, troverebbe un singolare utilizzo della categoria "oziosi e vagabondi" e vedrebbe una curiosa casistica di sanzioni il cui unico fine sembra essere la tutela della famiglia.

Bisogna dire che il faldone, esaminato sommariamente e in circostanze del tutto casuali, copre un solo anno, il 1866, e riguarda un caso particolare, Napoli, dove, come in tutto l'ex Regno
delle Due Sicilie, le leggi contro l'omosessualità , promulgate dallo stato sabaudo, non erano applicate; e non sono stati trovati casi di omosessualità . Tuttavia incuriosisce che, tra la condanna di un giovane frequentatore di taverne (tra i cui obblighi vi è quello di "rispettare la famiglia") e il fermo di un mendicante, compaia anche il caso di un uomo ammonito perché sorpreso lontano dal suo domicilio, che condivideva con un uomo che non risulta essere suo
parente, e "intimato a trasferire il domicilio dove antecedentemente stazionava". E, in un altro caso, cosa sottintende la vaga definizione "dedito al vizio" attribuita a un fermato? Niente più
che indizi, certo. Alla luce del nesso che ora appare tra oziosi e omosessuali sarebbe però il caso di approfondire la ricerca.

Il fascismo, quindi, ereditò una situazione preesistente.
All'indomani della prima guerra mondiale nacque inoltre il modello fascista di mascolinità, e con esso anche la donna venne inquadrata in un'ottica militarista, senza però rinunciare al ruolo di moglie e madre. Il modello fascista dell'uomo nuovo (e della donna nuova) venne imitato e ulteriormente irrigidito, un decennio dopo, dal nazismo in Germania, sia nell'ideale maschile, che in quello femminile. La mascolinità italiana, per quanto traesse l'ispirazione dalle trincee della prima guerra mondiale, aveva un aspetto meno marziale rispetto a quella tedesca. Un esempio chiaro ci è dato da un confronto tra le statue del Foro Italico di Roma e le raffigurazioni maschili di Arno Breker, il massimo rappresentante della scultura tedesca in epoca nazista. Se le statue italiane si rifanno a un ideale greco, quelle tedesche si ispirano invece all'idea primigenia di natura, con una maggiore rigidità che cerca di dare un aspetto primitivo ai corpi. Invece in paesi come la Francia e gli Stati Uniti, che non avevano visto l'avvento dei totalitarismi, continuò a svilupparsi un'identità maschile e femminile che in Italia veniva definita "moderna" (in Germania, "degenerata" ) e veniva ritenuta responsabile dei guasti della società, visto che aveva preso piede anche nelle città italiane (Petrosino 1996).

Tutto questo e altro è presente nel lavoro di Benadusi, pur nei limiti metodologici e analitici evidenziati da Gentile nell'introduzione. A volte però si sentirebbe il bisogno di un'ulteriore limatura nelle interpretazioni dei fatti posti in evidenza. L'opera, pur nella sua completezza, dà l'idea che alcuni spunti teorici potevano essere meglio approfonditi, preoccupandosi
un po' meno di inserire dati all'ammasso alla ricerca di un risultato esaustivo. L'opera finisce così per essere un lavoro esangue, ricco di dati (e date), corredato di tabelle e quasi ridondante nella gran mole di fonti che uno studio del genere costringe ad affrontare; tuttavia, appunto, esangue, privo del respiro, delle lacrime, della carne di quegli omosessuali che dell'epopea fascista erano stati vittime.

Quel pathos che manca al libro di Benadusi lo ritroviamo tutto, per intero, nel lavoro a quattro mani di Franco Goretti e Tommaso Giartosio, La città e l'isola. Omosessuali al confino nell'Italia
fascista. La scelta dei due autori si muove in direzione opposta a quella di Benadusi, poiché essi scelgono non di inquadrare la vicenda della persecuzione omosessuale in un orizzonte troppo
ristretto, ma di focalizzare un evento culminante: la serie di arresti compiuta a Catania nel 1938 dal questore Alfonso Molina.
Goretti e Giartosio affiancano alla vicenda storica, vista nei suoi rapporti istituzionali, una storia della vita quotidiana dei perseguitati; uno spaccato di vita sociale sul quale i documenti di
archivio sono generalmente avari, e che i due autori cercano di ricostruire anche attraverso le testimonianze di quanti sono ancora in vita. Una documentazione fatta di testimonianze orali, quindi, in alcuni casi recuperata attraverso varie peripezie quasi vent'anni fa, in un'esperienza non più ripetibile.

Tuttavia, come si giunge alla "repressione della pederastia" che emerge nei mandati di arresto degli omosessuali studiati da Goretti e Giartosio? Riprendiamo il filo di quanto dicevamo prima.
Inevitabile punto d'arrivo della politica dell'uomo nuovo, sia in Germania che in Italia, doveva essere la repressione, fino alla persecuzione, di tutti quei comportamenti che non corrispondevano all'ideale dell'uomo e della donna imposto dai totalitarismi. Non che negli altri paesi la situazione fosse particolarmente diversa.
In Francia e nella Germania prenazista l'omosessualità non era punita per legge, ma gli omosessuali erano comunque denigrati. In Inghilterra vi erano pene fino a numerosi anni di carcere, come aveva avuto modo di sperimentare sulla sua pelle Oscar Wilde.
Fascismo e nazismo decisero comunque di calcare la mano in particolar modo nei confronti dell'omosessualità .

Diamo per esempio un'occhiata a quello che scrivevano le riviste del
fascismo:
"Oggi non sappiamo perché si continui a parlare ancora di mascolinizzazione della donna, quando più opportunamente si dovrebbe parlare di femminilizzazione dell'uomo: o quanto meno si dovrebbe riconoscere che i due movimenti sono paralleli.

La donna ha invaso il campo degli affari, delle professioni e degli impieghi: verissimo; ma è del pari verissimo che l'uomo ha invaso il campo della moda, dei profumi, delle mille futilità, dell'ozio,
delle mollezze. […]

Sono questi pochi che se non vengono isolati e posti in quarantena dal disprezzo generale, operano l'allargamento della macchia; diventano il centro di facili correnti imitatrici specialmente fra i giovani; determinano a loro volta, in un circolo chiuso, la deformazione del costume femminile; costituiscono la difesa più viva per coloro che operano e soffrono nella santità della famiglia.
Qui il Fascismo deve veramente intervenire col ferro e col fuoco, senza tolleranze od eccezioni. (Carlo Scorza, "Della moralità fascista", in Costruire, 1929, n. 1 pagg. 8-10, cit. in Petrosino
1993/94, pagg. 117-118)

L'intervento di cui si parla, va detto, è il confino. Durante il Ventennio, in particolare dagli anni Trenta in avanti, centinaia di uomini saranno mandati al confino con l'accusa, o il semplice
sospetto, di aver praticato rapporti omosessuali. Agli omosessuali tedeschi toccherà una sorte peggiore: verranno infatti internati nei campi di sterminio insieme ad ebrei, zingari, oppositori politici, asociali, handicappati, testimoni di Geova. Con l'avvento del nazismo i locali gay di Berlino, per i quali la città era famosa, vennero tutti chiusi; tra le prime vittime del rogo dei libri
compiuto dai nazisti nel 1933 si annovera, tra le altre, la devastazione del "Museo delle scienze sessuali", fondato dall'attivista omosessuale Magnus Hirschfeld.

Invece in Italia, come era già avvenuto in età liberale, il fascismo usò il confino per controllare il crimine comune, le opposizioni politiche e anche la morale sessuale degli italiani. Potevano essere
presi tre tipi di provvedimenti: la diffida, l'ammonizione e, nei casi più estremi, il confino. La diffida, il più lieve dei provvedimenti, era un invito da parte della questura a non ripetere
l'atto per cui si era indagati. L'ammonizione era qualcosa di più, simile agli arresti domiciliari: non durava più di due anni, e chi ne era colpito doveva provvedersi, se vagabondo, di domicilio e
lavoro; doveva poi notificare alla questura ogni suo spostamento, osservare certi orari per l'uscita da casa e non frequentare locali pubblici e pubbliche riunioni. In caso di contravvenzione era previsto l'arresto da un mese a un anno.

Il confino veniva comminato, sulla base di un rapporto del questore, da una commissione provinciale, durava da uno a cinque anni ed era previsto, tra i tanti casi, anche per "coloro che svolgono o abbiano manifestato il proposito di svolgere un'attività rivolta a sovvertire violentemente gli ordinamenti politici, economici o sociali costituiti nello Stato o contrastare od ostacolare l'azione e i poteri dello Stato, o un'attività comunque tale da recare nocumento agli interessi nazionali" (Goretti e Giartosio 2006, pp. 230-32).

Tra gli "ordinamenti sociali" rientravano quindi anche la morale e l'ordine pubblico, e in base al turbamento di questi ultimi verranno condannati, inizialmente, gli omosessuali. Bisogna infatti
distinguere tra due tipi di confino: quello comune, comminato ai criminali comuni, e quello politico, comminato invece a chi potesse aver turbato la sicurezza dello Stato e commesso delitti contro la patria. Gli omosessuali subiranno entrambi i confini (Petrosino 2005).

L'ondata di arresti più grossa, tra quelle rintracciate negli archivi, è quella promossa dal questore di Catania nel 1938, che manda al confino in un'unica indagine 45 omosessuali. In quegli anni
si contano più di 300 arresti, e i casi scoperti sono solo la punta di un iceberg, probabilmente solo una piccola quantità tra quelli realmente avvenuti. Era quindi in atto una vera e propria caccia
all'omosessuale, in mancanza, come lo stesso questore dichiarava, di una legge che punisse direttamente l'omosessualità . Una persecuzione che, secondo una testimonianza raccolta dallo studioso Giovanni Dall'Orto, non è stata riconosciuta dalla Repubblica Italiana, che ha negato il risarcimento ai confinati politici omosessuali.

È interessante soffermarsi un attimo sui criteri adottati per l'assegnazione al confino. Il discorso vale soprattutto, ma non solo, per il fascismo e ruota intorno al ruolo dato alla voce pubblica. Era questo il termine con il quale si faceva riferimento alle informazioni raccolte attorno all'individuo. Vale a dire che si poteva essere mandati al confino in base a dichiarazioni confidenziali ricevute dalle forze dell'ordine, anche in mancanza di un fatto che costituisse reato. Se si vanno a leggere i fascicoli della commissione per il confino, infatti, si scoprono condanne date per un comportamento sospetto, come la presenza in certi luoghi, o la frequentazione di certe compagnie, o perché, essendo stati coinvolti precedentemente a vario titolo in qualche vicenda
giudiziaria, si era sottoposti a un controllo più marcato. Una volta condannati servivano a ben poco le suppliche, le letteresse grondanti senso di colpa, come le definiscono gli autori con una
raffinata citazione pasoliniana. La città e l'isola, con la storia degli arrusi, cioè degli omosessuali passivi di Catania, solleva il velo su una vicenda che ancora oggi non è conosciuta come dovrebbe
ed evidenzia quella pratica della "repressione della pederastia" che il fascismo, dopo averla ricevuta dall'Italia liberale, passerà, con poche variazioni sul tema, all'Italia repubblicana.

Sì, perché anche l'Italia di Alcide De Gasperi e Aldo Moro ha perseguitato gli omosessuali. Lo rivelano le circolari del Ministero dell'Interno emerse dall'Archivio Centrale dello Stato, che parlano di "repressione dell'omosessualità ". Era certo una repressione più morbida, che non ricorreva sistematicamente al confino come pratica repressiva. Tuttavia emergono, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, migliaia di denunce, fermi, arresti e, talvolta, anche il confino, anche se in termini ancora tutti da definire. Era questo il frutto di iniziative internazionali legate alle attività dell'Interpol su accordi dettati all'interno della Nato. Un esempio noto sono le proposte di legge presentate negli anni Sessanta in Parlamento e mai approvate (Petrosino 2006). Esemplare, per definire il clima di quegli anni, l'incredibile vicenda del processo Braibanti, che è stata ottimamente ricostruita da Gabriele Ferluga in un libro uscito ormai qualche anno fa, ma pressoché unico per le tematiche affrontate (Il processo Braibanti).

L'opera di Ferluga ripercorre la triste vicenda di Aldo Braibanti, che finì in carcere con l'accusa di aver plagiato i propri amanti. Ferluga alterna i toni della cronaca allo stile dello storico e getta uno sguardo attento sulla storia politica di quegli anni e su come la morale sessuale sia intrecciata ad essa. Aldo Braibanti ricalcava in qualche maniera lo stereotipo del sovversivo: dopo essere stato partigiano in Giustizia e Libertà e aver subito per questo le torture in via Tasso da parte di Pietro Koch e Mario Carità, Braibanti entra a far parte del comitato centrale del Pci, dal quale in seguito decide di uscire. Fondatore dei Quaderni Piacentini, vive in un torrione a Castell'Arquato. Fin qui niente di strano, o quasi. Quello che desterà veramente scandalo sarà il fatto che la casa di Braibanti sia frequentata da un gruppo di giovani del luogo che lì si recano per discutere di filosofia e politica.
Braibanti è marxista. Ma c'è di più: Braibanti è anche omosessuale.
Lo scandalo scoppia il giorno in cui Ippolito Sanfratello, persuaso del fatto che suo figlio Giovanni sia stato traviato da Braibanti, decide di denunciare quest'ultimo. Il traviamento consisteva, a dire di Ippolito Sanfratello, nell'aver condotto Giovanni ad avere rapporti omosessuali. In realtà Giovanni Sanfratello e Braibanti avevano intrapreso una relazione sentimentale che, tra alterne
fortune, era durata dal 1958 al 1964, intervallata da un'altra relazione di Braibanti con un altro giovane, Pier Carlo Toscani. Il padre di Giovanni intervenne per separare violentemente i due, che nel frattempo si erano trasferiti in una pensione a Roma, e per ricoverare il giovane in un manicomio. Braibanti venne denunciato per plagio, in quanto, come recita il capo d'imputazione, "con mezzi fisici e psichici in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, in tempi diversi, sottoponeva Toscano Pier Carlo e Sanfratello Giovanni al proprio potere in modo da ridurli in totale stato di soggezione.
In Fiorenzuola d'Arda, Firenze e Roma, dall'estate del 1958 alla fine del 1964" (Petrosino 2000, pagg. 340-341). In base a questo capo d'imputazione Braibanti venne condannato il 14 luglio 1968 a nove anni di reclusione; la cosa suscitò reazioni di sdegno in quella stessa stampa che fino a poco prima lo aveva denigrato.

Per ragioni di brevità non entreremo nello specifico della vicenda processuale. È necessario però notare come, durante il dibattimento, vengano usati contro Braibanti tutti i pregiudizi emersi qualche anno prima nei progetti di legge per la punibilità penale dell'omosessualità . Innanzitutto, come fa rilevare Umberto Eco in un saggio scritto sull'argomento, vi fu un'immediata identificazione tra rapporto omosessuale e idee marxiste, quelle stesse che avrebbero indotto i due giovani "in totale stato di soggezione". Ciò coincide perfettamente con la presentazione di una proposta di legge del 1960, in cui si lamenta come teorici abbiano avuto "l'audacia di elevare il vizio ad arte, sollecitando una vera e propria organizzazione con adesioni concettuali e filosofiche" ("sedicente filosofo" è il termine con il quale, all'atto della denuncia, Ippolito Sanfratello definisce Braibanti, nonostante Braibanti fosse effettivamente laureato in Filosofia). Vi è poi tutta una dinamica, entro la quale il processo si svolge, che dà alla vicenda un gusto
surreale: Toscani, nella sua testimonianza, dichiara di aver ceduto al Braibanti in quanto questi lo aveva fatto "bere e fumare oltre misura". Precisato che il fumare si riferisce a delle "banalissime
sigarette nazionali", andiamo a vedere cosa dice il testo di un'altra proposta di legge, questa volta del 1961: essa prevede un'aggravante della pena nel caso di atti sessuali compiuti su "soggetti [...] resi inabili con l'uso di stupefacenti, oppure di alcolici, oppure di altre sostanze idonee a diminuire la capacità di intendere e di volere" (Atti Parlamentari, Camera dei Deputati,
disegno di legge n. 1920, p. 1). Un'aggravante come un'altra, diremmo. Ma cosa dire dell'"influenza spirituale e psichica" che Braibanti avrebbe compiuto su Toscani e Sanfratello, e che richiama un successivo comma della proposta di legge, quello in cui si considera che "l'attore abusi della sua condizione di autorità nei confronti del partner"? Come dire: sembra che, con la condanna per plagio comminata a un omosessuale marxista, i giudici avessero voluto rispolverare quella proposta di legge mai approvata.

Il miglior sguardo d'insieme è però forse dato da Katia D. Kaupp sulle pagine di Le Nouvel Observateur, che però riprende il luogo comune, dato dalla stampa, di un Braibanti anarchico:

"Il sesso infatti è stato il pretesto a questo processo. Ma il fondo era un altro: le famiglie italiane, che si erano sentite attaccate, si difendevano qui – e, con loro, la religione, lo Stato, la società
borghese. Aldo Braibanti non avrebbe certamente pagato con nove anni di prigione il suo cosiddetto "potere di suggestione" se, invece di condurre i suoi giovani amici sui sentieri dell'anarchia, li avesse guidati sui pacifici viali del bempensantismo. (Moravia et al., Sotto il nome di plagio, Milano, Bompiani, 1969., pp. 172-173, cit. in Petrosino 2000, p. 342)

Con Braibanti, quindi, il cerchio si chiude. O forse si sfonda una porta quasi aperta. Man mano che si avvicina il momento della sentenza i più intervengono a sostegno dell'intellettuale
condannato. Anche il Pci, che fino allora non aveva mosso un dito in difesa di Braibanti, decide di fare la sua parte e pubblica, il giorno prima della sentenza, un articolo di Maurizio Ferrara, che si
pone finalmente a difesa dell'imputato. È interessante leggere quanto ha dichiarato in proposito, nel 1979, lo stesso Braibanti, in un'intervista rilasciata a Felix Cossolo, esponente del movimento
gay:

Il mio processo era una passerella della cultura romana, c'era naturalmente la Morante, Pasolini, etc. Evidentemente ad un certo momento hanno capito che dovevano fare qualcosa per difendere se stessi, Pasolini difendeva anche se stesso; e allora dopo che si è mosso un certo tipo di persone e un certo tipo di cultura, quando si è capito che l'attacco era globalmente contro la cultura di
sinistra, in ultimo si è mosso il Pci, quando ha capito che non sbagliava tasto. E infatti mi ricordo che il giorno in cui hanno letto la sentenza di condanna già scritta prima, lo stesso giorno il
Presidente aveva sul tavolo la pagina dell'Unità in cui, nell'articolo di fondo in prima pagina, vi era, per la prima volta, un intervento in mia difesa. (Cossolo, a cura di, Intervista ad Aldo
Braibanti, in: ALambda. Giornale di controcultura del movimento gay@, 1979 (IV), n. 20, pp. 1-2, cit. in Petrosino 2000, p. 343)

Tuttavia lo stesso Pasolini ricorda su Tempo come, solo qualche mese prima, l'intellettuale- tipo del Pci si limitasse a rispondere che Braibanti non è il Vietnam; c'erano questioni più importanti da risolvere. Nonostante ciò, anche in Italia erano ormai maturi i tempi per la nascita di un movimento che si ponesse come obiettivo la difesa dei diritti degli omosessuali. Il Fuori (Fronte Unitario Omosessuali Rivoluzionari Italiani) nascerà nel 1971. Ma, già prima di quell'anno, i movimenti di contestazione giovanili e quelli di liberazione sessuale in generale avevano dichiarato la fine dei tradizionali modelli di mascolinità e di femminilità (Petrosino 2000).

Prima di concludere, una precisazione necessaria. Come dicevamo in apertura, questa rassegna copre un arco di tempo in maniera lineare, ma non è esaustiva. Prima di tutto si limita ai soli studi di storia e omosessualità . Ha inoltre un ulteriore limite: parla solo di omosessualità maschile. Vi è un motivo di ordine metodologico: se l'omosessualità maschile rientra nell'ambito degli studi sulla mascolinità, il lesbismo rientra piuttosto nella definizione dell'identità femminile. Per quanto alcuni studi tendano ad unificare studi gay e lesbici, questi, se intesi in un ottica di lungo periodo, propria della storia, seguono strade diverse.

Vi è poi un secondo motivo, che potremmo definire di ordine editoriale: gli studi sul lesbismo sono perfino inferiori ai già scarsi studi sull'omosessualità maschile. Una doppia invisibilità,
quella della lesbiche: è per questo che segnaliamo con gioia una recentissima pubblicazione sulle lesbiche in Italia nella prima metà del Novecento: Fuori della norma, a cura di Nerina Milletti e Luisa Passerini, in attesa di darne un resoconto più dettagliato.

Opere citate

Milletti, Nerina e Luisa Passerini, a cura di (2007), Fuori della norma, Torino, Rosenberg & Sellier.

Mosse, George L. (1984), Sessualità e nazionalismo. Mentalità borghese e rispettabilità , Bari, Laterza.

--- (1997), L'immagine dell'uomo. Lo stereotipo maschile nell'epoca moderna, Torino, Einaudi.

Petrosino, Dario (1993/94) Traditori della stirpe. L'immagine popolare dell'omosessualità nel Ventennio fascista, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Bologna.

--- (1996), "Traditori della stirpe. Il razzismo contro gli omosessuali nella stampa del fascismo", in Studi sul razzismo italiano, a cura di A. Burgio e L. Casali, Bologna, CLUEB, pp. 89-
107.

--- (2000), "Crisi della virilità e `questione omosessuale' nell'Italia degli anni cinquanta e Sessanta", in Genere e mascolinità. Uno sguardo storico, a cura di Alessandro Bellassai e
Maria Malatesta, Roma, Bulzoni, pp. 317-43.

--- (2005), "Tra Ercole e Ganimede. Gli studi sulla mascolinità in Italia", in Le prospettive di genere. Discipline, soglie e confini, a cura di Raffaella Baccolini, Bologna, Bononia UP, pp. 235-49.

--- (2006), "La repressione dell'omosessualità nell'Italia repubblicana e nei paesi del Patto Atlantico. Da uno studio sulla documentazione conservata presso l'Archivio centrale dello Stato",
Storia e Futuro. Rivista di storia e storiografia 10 Febbraio,

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